Sia chiaro: il rispetto per i caduti non è in discussione. Redipuglia è un luogo di memoria e di dolore, prima ancora che un monumento nazionale. Ma proprio per questo meriterebbe parole capaci di andare oltre la retorica delle celebrazioni ufficiali. Perché la storia non comincia e non finisce con una vittoria militare, e soprattutto non è uguale per tutti.
Mutuando il titolo di un programma televisivo di successo, vorrei proprio che Gorizia fosse considerata, di nuovo, città d'eccellenza del bel vivere: una città a misura d'uomo. Una città, insomma, dove si va a vivere con piacere. Per non parlare, poi, del suo territorio, ricchissimo di storia, tradizioni, luoghi bellissimi da scoprire.
L’identità nazionale vista dal confine. Ma quale identità?
Elvine de La Tour, la contessa di Russiz
Chi passa oggi da Capriva e sale verso Russiz entra da un viale di castagni e di cedri. A destra c’è la villa, intorno le vigne, e in cima a un colle, proprio di fronte, un piccolo mausoleo che si staglia contro il cielo. Si pensa al vino del Collio, ed è giusto così. Ma quella casa è nata con un’altra storia dentro, e la storia ha il nome di una donna che a Gorizia quasi nessuno ricorda.
Si chiamava Elvine. Era nata qui, l’8 dicembre 1841, figlia di Julius Hektor Ritter von Záhony, di una famiglia protestante che si era arricchita con il commercio e l’industria tra Trieste e il Goriziano. Una casa piena di soldi, di lingue diverse, di viaggi. Fuori dalla porta, però, c’era l’altra Gorizia: quella delle ragazze rimaste senza famiglia, dei bambini che non andavano a scuola, delle madri sole che nessuno voleva vedere.
La città e il confine. Gorizia dall’Impero a GO! 2025
Ho cercato di tenere insieme le vicende politiche e quello che hanno significato per chi abitava da una parte o dall’altra della linea. Ho dato spazio anche alle memorie diverse che gli stessi avvenimenti hanno lasciato nelle comunità italiana e slovena. Molte cose che oggi diamo per scontate, a partire dall’idea di Gorizia come città di confine, hanno una storia più recente di quanto pensiamo.
Non è un saggio con apparato di note, ma una sintesi pensata per chi vuole orientarsi. Le lezioni successive entreranno nelle storie delle singole persone.
Caterina di Gara: dietro la leggenda della Dama Bianca, una donna che sfidò il potere
Una storia ritrovata in funzione del prossimo copione teatrale, una leggenda goriziana e la ricerca di una giovane amica.
In questi giorni sto preparando il copione del prossimo spettacolo teatrale dedicato alle donne che hanno fatto la storia di Gorizia. È un lavoro che mi appassiona, perché ogni volta che torno a incontrare queste figure femminili mi accorgo di quanto la storia della nostra città sia ricca di donne straordinarie, spesso dimenticate, poco raccontate o nascoste dietro i nomi degli uomini che le hanno accompagnate.
Mentre leggevo, mi è tornata in mente una figura misteriosa, legata a uno dei luoghi più suggestivi della città: la Dama Bianca del Castello di Gorizia.
L'uso strumentale dell'italianità di confine
Nei primi tre capitoli ho seguito lo stesso metodo. Parto dalla lettura più diffusa, ne mostro i limiti senza negarla e la confronto con la ricerca storica. Sulle foibe ho cercato di tenere insieme due letture che di solito si escludono: la violenza contro gli italiani come fatto da ricordare in sé, e il ciclo di violenza cominciato con la snazionalizzazione fascista. Sulla comunità slovena ho ricostruito una persecuzione cominciata prima della marcia su Roma e riconosciuta tardi dalla memoria pubblica italiana. Sul 1947 ho riconosciuto il trauma della separazione e insieme la sequenza che lo aveva reso possibile, da Rapallo all’aggressione alla Jugoslavia. Ne sono uscite tre amputazioni, non una sola.
Il quarto nodo riguarda una parola che a Gorizia si usa da quasi due secoli senza che nessuno senta il bisogno di spiegarla. La presenza italiana in città è un fatto storico e non la metto in discussione. Mi interessa capire quando e perché è diventata un argomento politico, fino a essere presentata come il carattere esclusivo della città. Il percorso va dalla Gorizia asburgica, dove si poteva parlare italiano e restare fedeli all’imperatore, fino a GO!2025. In mezzo ci sono i censimenti usati come prova, la memoria della redenzione, il fascismo, il baluardo della Guerra fredda. C’è anche Antonio Bonne, eletto sindaco nel 1922 con il sostegno della lista slovena e costretto alle dimissioni dagli squadristi.
Come gli altri, anche questo è un capitolo del libro che sto preparando, Nodi di frontiera. Gorizia tra storia e memoria. Lo scrivo perché la storia di Gorizia è poco presente nelle fonti da cui oggi si attinge per informarsi, comprese quelle che alimentano l’intelligenza artificiale. Restano due nodi: il rischio retorico di GO!2025 e la comunità ebraica goriziana.
Dall'Egitto a Miramare, passando per Vipava: la colonna che non arrivò mai a Trieste
Una lettura casuale, una scoperta sorprendente e un viaggio nell'Ottocento, quando Trieste guardava all'Egitto. Dalla colonna donata da Anton von Lavrin ai sarcofagi di Vipava, fino alla mostra dedicata alle collezioni egizie di Massimiliano d'Asburgo a Miramare.
Costretta a letto per cause di forza maggiore, ne approfitto per recuperare qualche lettura rimasta in sospeso. Tra queste c'è il numero autunnale di Giro FVG, che mi ha riservato una curiosa sorpresa. Sfogliando la rivista, infatti, mi sono imbattuta in un nome che conosco bene: Anton von Lavrin, il diplomatico austriaco e appassionato di antichità egizie del quale avevo parlato in una puntata del mio podcast Voci dal confine.
In quell'occasione avevo raccontato la storia dei due sarcofagi egizi che Lavrin fece trasportare fino a Vipava, dove ancora oggi si trovano. Leggendo Giro FVG ho scoperto però un particolare che non conoscevo e che merita di essere raccontato.
Arcidiocesi di Gorizia, 275 anni tra due confini
Verso i 275 anni dell’Arcidiocesi, una storia che da Maria Teresa al Novecento intreccia la vita religiosa con quella politica della nostra città.
Il 18 aprile 2027 l’Arcidiocesi di Gorizia compirà 275 anni, e da questo ottobre è in programma una serie di iniziative per ricordarlo. È un anniversario che riguarda anche chi non frequenta le chiese, perché la storia della Chiesa goriziana è anche la storia di una città che ha conosciuto imperi, guerre, cambi di sovranità, conflitti nazionali e confini. Una città nella quale, per secoli, la convivenza fra lingue e culture diverse è stata una condizione quotidiana, prima di diventare un argomento di dibattito politico.
L’Arcidiocesi nasce nel Settecento per effetto di un confine politico e, due secoli più tardi, un altro confine ne modifica profondamente il territorio. Fra il 1752 e il 1947 si svolge una vicenda che appartiene alla memoria collettiva del Goriziano.
Filippo Betto, l'inquietudine di uno scrittore di confine
Da Pier Vittorio Tondelli a Fabrica, una vita nella letteratura e nella cultura italiana. Il ritratto di uno scrittore che la sua città non ha mai davvero riconosciuto.
Nato a Gorizia nel 1966 e morto a soli 42 anni, Filippo Betto ha attraversato una delle stagioni più vivaci della letteratura italiana contemporanea, tra Pier Vittorio Tondelli, la narrativa degli anni Novanta, il teatro e l'esperienza internazionale di Fabrica. A raccontarlo oggi sono anche le persone che lo hanno conosciuto e sua sorella Michela, che ha contribuito a ricostruire alcuni passaggi della sua breve vita.
«Forse è quella più vera come foto». Così mi ha scritto Michela Betto, sorella di Filippo, inviandomi una fotografia scattata a Treviso da un collega, quando lo scrittore lavorava a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. È un'immagine degli ultimi anni della sua vita. Filippo guarda l'obiettivo attraverso gli occhiali dalla montatura scura, con una sigaretta tra le dita. Michela riconosce in quel ritratto i segni della sua personalità, comprese le cicatrici lasciate dalle numerose cadute, materiali e psicologiche, che avevano segnato la sua esistenza.
Quando si spengono le luci, che cosa resta?
Fondazione Carigo, grandi eventi e associazionismo: il confronto con CRTrieste pone una domanda sul futuro delle risorse del territorio
Una pagina intera del Piccolo, una sola parola a caratteri enormi: «GRAZIE!». È il ringraziamento pubblicato dopo i tre giorni di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, manifestazione organizzata con il coinvolgimento di Nord Est Multimedia, Editori Laterza, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Comune e Regione. Il testo celebra il successo dell’iniziativa, ringrazia pubblico, istituzioni, università, commercianti e collaboratori e attribuisce esplicitamente alla «fiducia e alla visione» della Fondazione Carigo un ruolo determinante, ricordando inoltre che per sua «iniziativa e intuizione» il festival è stato integrato con Crossroads, il programma diffuso che per tre giorni ha coinvolto la città. Nulla di illegittimo, naturalmente, ma quella pagina, apparsa proprio sul quotidiano appartenente al gruppo editoriale coinvolto nell’organizzazione, finisce involontariamente per porre una domanda che va ben oltre il bilancio della manifestazione: è questo il ruolo che dovrebbe assumere una fondazione nata dal patrimonio e dalla storia economica di una comunità?
Storia locale o cronaca? Gorizia, Antonio Bonne e la fine della città liberale
Un commento su Facebook e la risposta di un insegnante di storia: "la storia locale è cronaca". Ma la storia di Gorizia è storia europea, e la vicenda di Antonio Bonne, sindaco nel 1922, lo dimostra.
Qualche giorno fa avevo pubblicato su Facebook uno dei tanti post con cui segnalo ciò che scrivo nel blog Vado a vivere a Gorizia e racconto nel podcast Voci dal confine. Tra i commenti mi ha colpito quello di un'amica virtuale, peraltro anonima, perché di lei conosco soltanto ciò che lascia affiorare attraverso i social, che ha raccontato un episodio dei suoi anni di liceo.
Alcuni studenti avevano chiesto all'insegnante di storia di dedicare un po' di spazio alla storia locale. La risposta era stata, più o meno, che si trattava di provincialismo: quelle vicende appartenevano alla cronaca, non alla storia. Questa frase mi è rimasta in testa perché contiene due equivoci: uno sulla differenza tra cronaca e storia, l'altro, forse più interessante, su che cosa consideriamo degno di diventare storia.
Simon Gregorčič, il poeta dell'Isonzo e della Gorizia di confine
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| Simon Gregorčič, poeta sloveno di Gorizia, ritratto |
C'è un momento, nella poesia Soči, in cui l'Isonzo smette di essere soltanto
un fiume. Fino a quel punto Simon Gregorčič lo ha guardato come si guarda
qualcosa di intimamente familiare: acqua limpida, montagne, la valle
dell'infanzia. Poi il paesaggio cambia. Compaiono le tombe, la patria, una
minaccia che arriva da sud, il piombo, il sangue. E quel componimento scritto
alla fine degli anni Settanta dell'Ottocento, molti decenni prima delle
battaglie dell'Isonzo, finirà per essere letto come una profezia della Grande
guerra.
È questa probabilmente l'immagine più nota di Gregorčič.
A Gorizia, città del dialogo, le contrapposizioni non fanno una frontiera.
Un festival intitolato “Frontiere” costruisce il suo programma su una serie di contrapposizioni: Cina/USA, Oriente/Occidente, maschile/femminile, naturale/artificiale. Ma la frontiera non è una barra obliqua tra due termini opposti. È lo spazio complesso nel quale mondi diversi si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. Ridurla a un binomio significa impoverirne il significato, proprio in un territorio che della frontiera ha fatto la propria specificità e, probabilmente, una delle sue maggiori ricchezze.
Non era una provocazione fine a se stessa, e tanto meno la pretesa che un festival organizzato a Gorizia dovesse parlare soltanto di Gorizia. Era, e rimane, una domanda sul senso della parola scelta per intitolare la manifestazione.
Mi è tornata in mente oggi, leggendo sul Piccolo l'intervista della presidente della Fondazione Carigo Roberta Demartin. La presidente definisce Gorizia città di idee e cultura, sostiene che Frontiere ne rafforzi l'identità, ricorda che l'evento rinnova lo spirito di GO!2025 e dice che la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio, da una comunità che ha "fame di conoscenza". Sono considerazioni nelle quali è difficile non riconoscersi.
Raimondo della Torre e la cappella dei Torriani ad Aquileia
Oggi, tornando da Grado, dove avevo appuntamento con la fotografa naturalista Margitta Thomann, mi sono fermata ad Aquileia, e non per caso. Volevo entrare nella Basilica e vedere finalmente la cappella dei Torriani. Da qualche tempo Raimondo della Torre è entrato quasi prepotentemente nelle mie ricerche e avevo una curiosità precisa: vedere il luogo in cui è sepolto, insieme ad altri membri di quella famiglia che per secoli ha attraversato la storia del Friuli.
Entrare in quella cappella è stata una piccola rivelazione e, lo confesso, un'emozione. Leggere un nome in un documento è molto diverso dal trovarsi davanti alla tomba dell'uomo che lo portava più di sette secoli fa. Raimondo non era più soltanto il patriarca di Aquileia nominato nel 1273, il Torriano venuto da Milano, l'uomo della Chiesa e insieme del potere. Era lì, e intorno a lui c'erano le tracce della sua famiglia, dei Della Torre che proprio con Raimondo misero radici in Friuli.
Redenzione, una parola che stona
In questi giorni ho sentito ripetere più volte un'espressione che mi ha fatto riflettere: "la seconda redenzione di Gorizia". E confesso che quella parola, redenzione, mi disturba, non perché voglia negare ciò che il 16 settembre 1947 significò per moltissimi goriziani: dopo la guerra, l'occupazione jugoslava, gli arresti, le deportazioni, la paura che Gorizia potesse non rimanere italiana, il ritorno della città alla sovranità italiana fu vissuto da una parte consistente della popolazione come una liberazione, e questo va ricordato. Il problema comincia quando una memoria, legittima e dolorosa, smette di essere una memoria e pretende di diventare la memoria di tutti.
La centrale di Doblar e il lago di Santa Lucia
Il lago di Santa Lucia l'ho costeggiato decine di volte, durante una delle tante gitarelle fuori confine. Bello, quieto, perfettamente inserito nel paesaggio, talmente naturale, almeno ai miei occhi, che non mi ero mai chiesta se fosse sempre stato lì. Invece è artificiale, nato in funzione della centrale idroelettrica di Doblar.
Lo scopro soltanto adesso grazie ad Ana, amica e guida turistica abilitata — tesserino compreso, ci tiene giustamente a precisarlo — che con una certa regolarità riesce a trascinarci alla scoperta di pezzi di Slovenia che abbiamo magari sotto il naso da una vita e dei quali sappiamo pochissimo.
La visita alla centrale è possibile soltanto il sabato e l'organizzazione segue il nostro collaudatissimo metodo: giro di messaggi WhatsApp, adesioni, rinunce, ripensamenti dell'ultimo minuto e, alla fine, conta dei presenti. La giornata, per fortuna, non è particolarmente calda. Ci troviamo al parcheggio prima del ponte del Sabotino, a Salcano, riduciamo il numero delle auto raggruppandoci alla meglio e, in una mezz'ora, siamo davanti alla centrale.
Antonio Pelizon: violini, botteghe e una dinastia goriziana
Domenica 13 settembre a Gorizia si conclude il 45° Concorso internazionale di violino “Premio Rodolfo Lipizer”. È una coincidenza che invita a guardare indietro, perché il rapporto della città con il violino non comincia affatto con Lipizer e neppure con il Novecento. Bisogna risalire di oltre un secolo e incontrare un uomo che lavorava il legno, costruiva violini, viole, violoncelli e contrabbassi e che avrebbe dato origine a una vera dinastia di liutai: Antonio Pelizon.
Il collegamento con Rodolfo Lipizer è molto più stretto di quanto si potrebbe immaginare. Antonio Pelizon era infatti il suo bisnonno materno. La genealogia è precisa: Antonio ebbe tra i suoi figli Filippo Giovanni Battista Pelizon; Filippo fu padre di Ludovica Maria Pellizon, che sposò Rodolfo Antonio Lipizer, cancelliere del tribunale imperialregio; dal loro matrimonio nacque a Gorizia, il 16 gennaio 1895, Rodolfo Lipizer. Treccani ricorda esplicitamente come l’interesse del giovane Rodolfo per il violino potesse riallacciarsi all’attività del nonno materno Filippo, ultimo rappresentante di una famiglia di liutai operante nella regione da più di un secolo.
Le alessandrine e quel sospetto che non vuole morire
Un festival sulle frontiere. Ma Gorizia dov'è?
Il festival Frontiere porta a Gorizia otto lectio magistralis sui confini del mondo. Nessuna sul confine di casa.
Dal 2 al 4 ottobre Gorizia ospiterà "Frontiere – Dove i mondi si incontrano", un nuovo festival dedicato al significato della frontiera, promosso da Nord Est Multimedia–Il Piccolo, Editori Laterza, Fondazione Carigo, Comune di Gorizia e Regione Friuli Venezia Giulia.
Un festival importante, con nomi importanti. E un titolo che, per una città come la nostra, sembra quasi inevitabile.
A Gorizia la parola frontiera non è un concetto astratto. Qui la frontiera è stata vissuta: ha attraversato strade e campagne, diviso famiglie, proprietà, paesi, cambiato le cittadinanze senza che le persone cambiassero casa, trasformato maggioranze in minoranze e vicini in cittadini di Stati diversi. Prima ancora, questa stessa città aveva conosciuto la convivenza – tutt'altro che sempre pacifica, ma reale – di italiani, sloveni, friulani, tedeschi, ebrei, dentro uno spazio asburgico nel quale lingue, culture e appartenenze si sovrapponevano.
Due enti, Friuli e Trieste. E Gorizia?
Una proposta di legge vuole dividere il Friuli Venezia Giulia in due soli enti, Friuli e Trieste. E Gorizia? Una riflessione sul suo posto nella Regione.
C'è una proposta di legge regionale di iniziativa popolare che merita più attenzione di quella che finora le è stata riservata. L'obiettivo dichiarato è semplice: superare l'attuale frammentazione e istituire in Friuli Venezia Giulia due soli enti territoriali di area vasta, intermedi tra Regione e Comuni. Uno per il Friuli e uno per Trieste.
La proposta parte da un'affermazione precisa: il Friuli Venezia Giulia sarebbe una regione «geograficamente, storicamente, linguisticamente, culturalmente quantomeno duale». Da qui la conseguenza: se due sono le grandi realtà che compongono la Regione, due dovrebbero essere anche gli enti chiamati a rappresentarle.
È una costruzione che ha una sua logica, ma letta da Gorizia solleva una domanda che non mi sembra affatto secondaria: se l'intera Regione si spieghi davvero soltanto attraverso Friuli e Trieste.
Il confine del 1947 come «amputazione»: trauma reale, storia lunga. I nodi critici di Gorizia
Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Il 16 agosto è seguito il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Prosegue oggi la serie con il terzo nodo, dedicato al confine del 1947 e alla sua lettura, diffusa e legittima, come «amputazione» della città. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale, non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.



















