Ho perso 16 chili. E il mio armadio ha aiutato i gatti

Sedici chili in meno e un armadio pieno di vestiti diventati troppo grandi. Invece di venderli tutti su Vinted, ho scelto di portarli a Zampette Cormonesi: così una giacca, un vestito o una camicetta possono avere una seconda vita e, nello stesso tempo, aiutare i gatti.

Mia figlia sostiene che io sia affetta da acquisto compulsivo.

Naturalmente non è vero. Assolutamente. Diciamo piuttosto che nel corso degli anni ho sviluppato un certo interesse per i vestiti. E, come tutte le passioni coltivate con costanza, anche questa ha lasciato qualche traccia. Soprattutto nell’armadio.

Foibe ed esodo: la lettura contesa nella storia di Gorizia

Una dolina carsica, la formazione naturale da cui prendono il nome le foibe

 Il 18 luglio ho pubblicato la mappa dei sei nodi critici della storia goriziana che questa serie intende affrontare, uno per uno, con gli strumenti della storiografia invece che della memoria pubblica contesa. Si comincia, come promesso, dal primo dei sei.

 Tra tutti i nodi della storia goriziana e giuliana, quello delle foibe e dell'esodo resta il più esposto: non c'è quasi mai spazio, nel dibattito pubblico, per una via di mezzo, e chi prova a percorrerla rischia di essere letto come reticente da entrambe le parti.

Beatrice di Gorizia: la contessa che resse la contea


Il 23 aprile 1323 il conte Enrico II di Gorizia muore improvvisamente a Treviso. Alle sue spalle lascia un dominio che va dal Brenta all'Isonzo, dalla val Pusteria al Quarnero — il punto più alto mai raggiunto dai conti di Gorizia — e una vedova poco più che ventenne, Beatrice di Baviera, con un figlio di pochi mesi, Giovanni Enrico.

Beatrice è nata nel 1302, figlia di Stefano I, duca della Bassa Baviera, e di Giuditta di Świdnica. Appartiene ai Wittelsbach, una delle case più potenti dell'Impero. Ha sposato Enrico II da poco, forse l'anno prima della sua morte: il tempo di dargli un erede e di restare vedova.

Non è la prima moglie di Enrico. Nel 1297 il conte aveva sposato un'altra Beatrice, della famiglia da Camino, signori di Treviso: un matrimonio che gli aveva aperto la strada verso il Veneto e messo in allarme il patriarcato di Aquileia. Quella Beatrice esce presto dalle carte. È la seconda, la bavarese, a restare sulla scena per un quindicennio, e a governare. 

Il filo invisibile di Guido Fink, goriziano dimenticato del cinema italiano

Guido Fink, tra i più raffinati critici cinematografici del Novecento
Ieri si è chiusa a Gorizia la 45ª edizione del Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei", sette giorni dedicati a quella dimensione del cinema che precede ogni immagine: la scrittura. È un tema che, quest'anno, ha portato un nome scelto con cura — "il filo invisibile delle idee" — e che sembra chiamare in causa, quasi per destino, un altro figlio di questa città che di quel filo ha fatto il mestiere di una vita: Guido Fink.

Antonio Bonne, finalmente al suo posto

Con il sindaco di Gorizia davanti al ritratto 

Dal 30 giugno il ritratto di Antonio Bonne è esposto nella Galleria dei sindaci di Gorizia. La storia del primo sindaco eletto dopo l’annessione all’Italia. 

Ieri avevo appuntamento con il sindaco.

Entrando nella sala principale del Palazzo municipale, mi sono trovata davanti il ritratto di Antonio Bonne. Era lì, nella Galleria dei sindaci di Gorizia, insieme agli altri uomini che hanno guidato la città. E in quel momento mi sono resa conto di una cosa: non avevo ancora scritto niente. Niente del fatto che, dal 30 giugno, il suo ritratto si trova finalmente lì, dove avrebbe dovuto essere da sempre.

Gorizia, una storia divisa: i sei nodi critici

Piazza Transalpina, il confine tra Gorizia e Nova Gorica

Foibe, esodo, confine del '47, memoria ebraica: sei nodi ancora aperti nella storia di Gorizia, tra ricerca storiografica e memoria pubblica contesa. 

Premessa

Questi sono appunti. Li scrivo anche con un secondo destinatario in mente, oltre a chi legge. Mi sono resa conto, in una conversazione recente, (e argomento del podcast di oggi su Voci dal confine) di quanto Gorizia sia poco rappresentata nelle fonti su cui si costruisce la conoscenza contemporanea — comprese quelle che alimentano l'intelligenza artificiale. Ciò che è stato raccontato molto, digitalizzato e diffuso resta visibile; ciò che vive negli archivi locali, nei libri di poche copie o solo nella memoria di chi ci abita, rischia di sparire.

Gorizia e le identità imposte: quattro invasioni, non un Risorgimento


Perché il Risorgimento non basta a spiegare Gorizia: quattro identità arrivate da fuori in un secolo, mai scelte da chi la città la abitava.

Un amico, storico, mi ha scritto in questi giorni alcune considerazioni a proposito di un mio post sul Risorgimento. Mi ha fatto notare che a Gorizia, nell'Ottocento, non ci fu un solo Risorgimento: ce ne furono più d'uno, paralleli e concorrenti — italiano, sloveno, croato, tedesco — e nemmeno uno riuscì a imporsi come processo compiuto prima che l'esito arrivasse, nel 1918, da fuori.

Ester Pastorello: la bibliotecaria che salvò i libri e resistette al fascismo a Gorizia e Torino


Ci sono figure che arrivano nel momento in cui si è pronti a incontrarle. Ester Pastorello, nata l'8 dicembre 1884 a Montagnana, è una di queste. Direttrice della Biblioteca isontina di Gorizia dal 1925 al 1927, è una donna che ha attraversato il suo mestiere con una lucidità e una coerenza rare: un'idea precisa di cosa significhi prendersi cura di un patrimonio e, attraverso quel patrimonio, della comunità che gli ruota attorno.

Risorgimento a Gorizia: una categoria che non torna


Gorizia era asburgica durante il Risorgimento. Perché applicare questa categoria storica alla città di frontiera non ha senso storiografico.

Ha senso parlare di Risorgimento a Gorizia?

A Gorizia è stato costituito un Comitato dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Il problema è che a Gorizia, durante il Risorgimento, l'Italia non c'era.

Nel 1906 venne costituito il Comitato nazionale per la storia del Risorgimento, dal quale avrebbe avuto origine l'attuale Istituto per la storia del Risorgimento italiano. La sua missione è promuovere gli studi sul processo che portò alla nascita dello Stato unitario italiano e, più in generale, sul cosiddetto "lungo Ottocento". Non è una questione di merito delle persone coinvolte, ma di senso dell'operazione: applicare a Gorizia una categoria pensata per un altro processo storico, in un altro contesto geografico, con altri protagonisti.

Acqua di San Giovanni: quali fiori usare e quali evitare per non rischiare allergie


Una stella alpina sulla sabbia

di Sibilla Pinocchio 

Hai mai visto una stella alpina sulla sabbia?

Ti sto per svelare come mai ho posto questa domanda.

In questo torrido inizio d’estate, cosa c’è di più innocuo di un gioco con l’acqua?

Le mamme preparano per i loro bimbi profumati elisir, le influencer consigliano di seguire le vibrazioni e fidarsi dell’istinto e scegliere così, senza leggere nessuna informazione botanica o erboristica, le corolle da immergere nell’acqua di San Giovanni.

Carlo Battisti, lo studioso che ricostruì la Biblioteca di Gorizia e diventò Umberto D

 

Chi era davvero Carlo Battisti? Molti lo ricordano come il protagonista di Umberto D.. Pochi sanno che fu uno dei maggiori linguisti italiani del Novecento e l'uomo che, nel 1919, riaprì la Biblioteca di Gorizia dopo la Grande Guerra.

Ci sono personaggi che sembrano attraversare il Novecento seguendo una sola strada. Carlo Battisti, invece, ne percorse molte contemporaneamente.

Fu linguista, glottologo, bibliotecario, docente universitario, studioso dell'Alto Adige, fondatore di riviste scientifiche e autore di opere che ancora oggi vengono consultate dagli specialisti. Eppure milioni di italiani lo ricordano soprattutto per un ruolo che non aveva mai cercato: quello del pensionato Umberto Domenico Ferrari nel film Umberto D. di Vittorio De Sica.

La sua vita sembra un romanzo. E in parte lo è stata davvero. 

Quando le donne di Gorizia non poterono votare nel 1946

L'articolo pubblicato oggi da Il Piccolo, che riprende le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell'ottantesimo anniversario dell'Assemblea Costituente, riporta alla luce una pagina della nostra storia che merita di essere conosciuta.

Nel suo intervento, Mattarella ha ricordato che gli abitanti di Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Zara non poterono partecipare né al referendum del 2 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica, né all'elezione dell'Assemblea Costituente.

Le chiese di Gorizia tra fede, cultura e memoria: la riflessione di dom Stefano Visintin

 


Una riflessione di dom Stefano Visintin sul significato delle chiese nella città contemporanea, tra spiritualità, comunità e memoria collettiva.

In occasione del festival èStoria, che quest'anno ha scelto come tema conduttore le religioni, Italia Nostra e il Club UNESCO di Gorizia hanno ospitato nella sala Ugo Casiraghi dom Stefano Visintin, abate del Monastero di Praglia, teologo e studioso del rapporto tra fede, cultura e società. L'incontro è stato anche l'occasione per presentare il volume dedicato alle chiese di Gorizia, una pubblicazione che raccoglie storia, arte e significati dei principali edifici sacri della città e che può essere richiesta presso la sede di Italia Nostra in via Ascoli.

Voci dal Confine compie un anno: 12 mila visualizzazioni per il podcast che racconta Gorizia

 Il 10 giugno 2025 nasceva Voci dal Confine. Dodici mesi dopo il podcast ha superato le 12 mila visualizzazioni, alternando interviste, racconti storici e monologhi dedicati a figure come Maria
Bergamas, Antonio Bonne, Anton Lavrin, Ervino Pocar e Rosa Quasimodo. Un bilancio di un progetto nato per raccontare la storia e la memoria del territorio.

La rondine di Pascoli, il thermos e le Orsoline: i miei ricordi di scuola a Gorizia

Sono nata nel 1950 e ho frequentato le Orsoline di Gorizia. Tra la rondine di Pascoli, la comunione del primo venerdì e il film di Dickens, i miei ricordi si intrecciano con una conferenza sulla storia delle scuole nel Goriziano. Per questo, quando ho letto il titolo, ho avuto la sensazione che parlasse anche un po' di me.

Sono nata in via San Gabriele, una strada che allora si fermava davanti al confine. La scuola materna e le elementari le ho frequentate dalle Orsoline di Gorizia. Rivedo ancora il grembiule bianco con il colletto rosa, le aule ordinate, le suore, le compagne di scuola e quel mondo che oggi sembra lontanissimo ma che continua ad abitare la mia memoria.

La regina di Alessandria veniva da Santa Croce


Perché le Alessandrine ci affascinano ancora: la storia di Joza Sedmak Finney

Giovedì 28 maggio, lo stesso giorno dell'inaugurazione di èStoria, la sala del Centro culturale Bratuž non era gremita. Eppure c'era molta più gente di quanta me ne aspettassi. La cosa non avrebbe dovuto sorprendermi, perché le Alessandrine continuano a suscitare interesse ovunque se ne parli.

Perché accade? È una domanda che ha una risposta quasi ovvia, una volta che ci si ferma a pensarci. La loro vicenda racchiude infatti molti dei temi che toccano più profondamente la nostra sensibilità: la migrazione femminile — e non maschile, di fine 800 cosa già insolita per l'epoca — il sacrificio silenzioso, l'assenza vissuta come forma d'amore, la lontananza, la nostalgia e la ricerca di un futuro migliore.

Paolo Maurensig, lo scrittore goriziano che trasformò gli scacchi in letteratura


Oggi ricorre l'anniversario della morte di Paolo Maurensig. Sono passati cinque anni da quel 29 maggio 2021 in cui si spense a Udine uno degli scrittori più originali e internazionali espressi dal Friuli Venezia Giulia. Eppure la giornata è trascorsa quasi nel silenzio. Nessuna grande celebrazione, pochi anzi pochissimi ricordi pubblici, quasi nessun richiamo a un autore che ha portato il nome di Gorizia nelle librerie di mezzo mondo.

Gorizia 1966: quando la poesia sfidò la cortina di ferro

 


Nel maggio del 1966, in una città dove il confine si vedeva dalle finestre, poeti dell’Est e dell’Ovest europeo si ritrovarono insieme nel Castello di Gorizia, nella sala degli stati provinciali. Oggi può sembrare normale. Allora non lo era affatto.

L’Europa era ancora divisa dalla Guerra fredda. A Gorizia quella divisione non era una metafora geopolitica ma una presenza concreta: reti, controlli, diffidenze, famiglie separate, lingue improvvisamente trasformate in appartenenze politiche. Bastava attraversare una strada per entrare in un altro mondo.

Eppure, dal 19 al 22 maggio 1966, proprio in quella città di frontiera si tenne il primo Incontro Culturale Mitteleuropeo, dedicato alla poesia contemporanea. Una scelta che poteva apparire marginale, quasi evasiva, rispetto ai grandi conflitti ideologici del tempo. Ma dietro quella apparente leggerezza si nascondeva un’intuizione molto precisa.

Parlare apertamente di politica avrebbe reso quasi impossibile la partecipazione degli intellettuali provenienti dai paesi dell’Est. La poesia, invece, permetteva di creare uno spazio meno rigido, più ambiguo, più libero. Un terreno apparentemente neutro, capace però di aprire varchi dove il linguaggio diplomatico tradizionale si sarebbe fermato.

La poesia come leva culturale. Come strumento di avvicinamento. Quasi un cavallo di Troia costruito con versi e metafore invece che con slogan.

I lavori furono coordinati da Mario Luzi, mentre ospite d’onore era Giuseppe Ungaretti, tornato a Gorizia cinquant’anni dopo la sua esperienza sul Carso durante la Prima guerra mondiale. La sua presenza aveva un valore simbolico fortissimo: il poeta delle trincee ritornava in una terra che continuava a essere una linea di frattura europea.

Accanto a lui sedeva Biagio Marin, che quel confine lo conosceva intimamente, quasi fisicamente. Nella sua poesia convivevano il mare di Grado, la cultura veneziana, il mondo slavo, l’eredità asburgica. Non rappresentava soltanto una voce locale: incarnava l’identità stratificata di una terra che non era mai appartenuta completamente a una sola cultura.

Arrivarono poeti da sei paesi europei. E già durante quel primo incontro emerse qualcosa di interessante: le affinità culturali spesso superavano le appartenenze politiche. Talvolta un poeta dell’Est sembrava più vicino, per sensibilità e inquietudine, a un collega occidentale che agli intellettuali del proprio sistema ideologico.

Per qualche giorno, almeno dentro quelle sale del Castello, la geografia culturale dell’Europa sembrò diversa da quella disegnata dai blocchi della Guerra fredda.

La stampa seguì l’evento con attenzione, anche a livello internazionale. Ma la notizia che più colpì fu forse un’assenza. Pier Paolo Pasolini non si presentò.

Eppure il suo nome aleggiava inevitabilmente attorno all’iniziativa. Pasolini aveva radici friulane profonde e conosceva bene quella terra di confine, le sue tensioni linguistiche, il mondo contadino che proprio in quegli anni stava rapidamente scomparendo sotto la pressione del boom economico e dell’omologazione culturale.

Le ragioni della sua mancata partecipazione non sono mai state chiarite del tutto. Ed è forse proprio questo a rendere l’episodio così suggestivo ancora oggi. Perché da quell’incontro mancato sarebbe potuto nascere qualcosa di straordinario.

Da una parte c’era l’eresia individuale di Pasolini, la sua denuncia contro il conformismo consumistico, la distruzione delle culture popolari, la perdita delle identità locali. Dall’altra, nel Goriziano, si muoveva una parte della gioventù cattolica di confine che aspirava — spesso controcorrente — a superare le divisioni ideologiche e nazionali imposte dal dopoguerra. Due esperienze molto diverse. Ma entrambe accomunate dal rifiuto delle semplificazioni dominanti.

Cosa sarebbe accaduto se Pasolini fosse arrivato davvero a Gorizia in quei giorni? Se avesse incrociato quel clima inquieto, sospeso, ancora profondamente mitteleuropeo? È impossibile dirlo. Ma proprio questa domanda irrisolta continua a rendere quell’assenza così carica di significato.

E il dato forse più sorprendente è che, nello stesso periodo, a poche centinaia di metri dal Castello, un’altra rivoluzione stava prendendo forma. Nell’ospedale psichiatrico di via Vittorio Veneto, Franco Basaglia stava iniziando il suo lavoro di smantellamento dell’istituzione manicomiale. Anche lì si trattava di abbattere un confine. Non geografico, ma umano: quello tra “normali” e “matti”, tra cittadini e internati, tra chi aveva diritto alla parola e chi ne era stato privato.

È difficile non cogliere oggi una consonanza profonda tra queste due esperienze nate nella stessa città nello stesso anno. Da una parte la cultura che tenta di incrinare la cortina di ferro. Dall’altra Basaglia che mette in discussione un altro muro, invisibile ma altrettanto duro.

Due movimenti paralleli, forse inconsapevoli l’uno dell’altro, ma accomunati dalla stessa idea: che le divisioni non siano inevitabili. Un ruolo fondamentale nell’organizzazione del convegno lo ebbe Bino Rebellato, poeta, editore e instancabile promotore culturale, che grazie ai suoi contatti riuscì a coinvolgere alcuni dei maggiori protagonisti della poesia italiana contemporanea.

E durante gli incontri non mancarono nemmeno confronti accesi tra tradizione e neoavanguardia. Particolarmente vivaci furono gli interventi di Emilio Isgrò, Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, segno che il convegno non era soltanto una raffinata operazione diplomatica, ma anche un luogo reale di dibattito culturale.

Al termine dei lavori, i partecipanti vennero ricevuti ufficialmente in Municipio a Trieste e al Castello di Udine. Visitarono anche Aquileia e Cividale del Friuli. Gli organizzatori avevano compreso subito che quell’esperienza non poteva restare confinata a una singola città: doveva coinvolgere l’intera regione di frontiera.

Fu un’intuizione lungimirante. Negli anni successivi gli Incontri Culturali Mitteleuropei continuarono infatti a costruire relazioni attraverso il confine, diventando uno degli strumenti più longevi e discreti del dialogo europeo ben prima che si parlasse di cooperazione transfrontaliera o integrazione culturale.

Oggi, a sessant’anni di distanza, quella scelta di usare la poesia come terreno d’incontro appare molto meno ingenua di quanto potesse sembrare allora. Perché i muri raramente crollano all’improvviso. Prima si incrinano lentamente. Attraverso le parole, le relazioni, le idee, la curiosità reciproca. Nel 1966, a Gorizia, qualcuno aveva già intuito che anche la poesia poteva fare questo.

24 maggio 1915: perché Gorizia divenne una maledizione

I. Il radioso maggio 

 Il 24 maggio 1915 era una mattina di tarda primavera. Le truppe italiane varcarono la frontiera verso il Friuli orientale ancora prima che il sole fosse alto, mentre a Venezia — quasi in risposta — due aerei austro-ungarici lanciavano le prime bombe sulla città. Quattro feriti, e i veneziani che guardavano dai balconi come se fosse uno spettacolo, seguendo le nuvolette di fumo prodotte dalla contraerea con quella che un giornalista dell'epoca chiamò «serenità goldoniana». Sulle altane si scherzava, si facevano commenti, si tirava su il morale come si fa a una partita. Nessuno sembrava ancora capire — o forse nessuno voleva capire — cosa stesse davvero cominciando.

Pietro Savorgnan di Brazzà: l'esploratore friulano che ha dato il nome a una capitale africana


C'è un dettaglio che in pochi conoscono, eppure dice molto. L'aeroporto di Trieste — quello che si trova a Ronchi dei Legionari — porta ufficialmente il nome di Pietro Savorgnan di Brazzà dal 2007. Dal 2016, per ragioni di marketing, la denominazione commerciale è stata semplificata in "Trieste Airport", ma l'intitolazione originaria rimane lì, come un riferimento storico e culturale che resiste al tempo e alle mode. Un aeroporto di confine dedicato a un uomo di confine: friulano di sangue, romano di nascita, francese di adozione, africano di vocazione. Non poteva esserci scelta più azzeccata.