Giardini, Balconi Fioriti e Orti 2026 Facciamo rifiorire le nostre città con i migliori spazi verdi di casa

Torna per il settimo anno il concorso più verde della città! Il Centro per la Conservazione e Valorizzazione delle Tradizioni Popolari di Borgo San Rocco, instancabile custode delle tradizioni cittadine ed anche super attivo nel promuovere il territorio, lancia la nuova edizione del concorso dedicato ai giardini, ai balconi fioriti e agli orti domestici. Coopera alla realizzazione del concorso, per il quarto anno consecutivo, l'associazione Turistično Društvo di Nova Gorica, partner convinto ed entusiasta dell'iniziativa, e collabora inoltre, per il secondo anno consecutivo, l'Associazione goriziana Animalíe odv.

Anche nel 2026 il concorso si amplierà con ulteriori offerte formative e di reciproca conoscenza: saranno proposte conferenze tematiche e passeggiate in città alla scoperta del verde pubblico e privato. Il concorso e tutti gli eventi sono aperti alle cittadinanze e saranno sempre garantite le traduzioni simultanee in italiano e sloveno.

Il concorso riguarda i giardini di casa, i balconi fioriti e gli orti, di ogni dimensione, anche i più piccoli. Sono ammessi anche i giardini condominiali purché curati dai condomini stessi; sono esclusi invece giardini o parchi pubblici. Il concorso avrà inizio il 31 marzo e terminerà il 31 maggio 2026.

Per partecipare è sufficiente inviare all'indirizzo centrotradizionisrocco@gmail.com al massimo cinque foto, oppure un filmato di durata massima di 60 secondi, corredati dalla data dello scatto, dal nome e cognome del proprietario, dall'indirizzo di ubicazione del giardino, balcone od orto e da un recapito telefonico. Le foto potranno essere scattate anche in tempi diversi nel corso del periodo del concorso e inviate all'indirizzo indicato senza superare il numero totale di cinque. Chi possiede giardini con fioriture primaverili precoci è opportuno che invii prontamente le foto, in modo da consentire alla giuria di visitare i giardini per tempo e apprezzarne in pieno la fioritura.

Sono predisposte tre categorie: giardini fioriti, balconi fioriti e orti. A ciascun concorrente verrà comunicato un codice, e lo stesso codice contraddistinguerà le foto o il filmato che verranno pubblicati nel sito del Centro all'indirizzo www.borcsanroc.it e sulla sua pagina Facebook. I video verranno anche caricati nel canale YouTube del Centro all'indirizzo https://www.youtube.com/@borcsanroc.gorizia. Ai siti sopra menzionati si potrà accedere anche attraverso il sito del Turistično Društvo di Nova Gorica, all'indirizzo https://td-novagorica.si.

La giuria, composta da esperti del settore, dopo aver valutato il materiale fotografico pervenuto, si recherà previo contatto a visitare gli spazi verdi indicati dai concorrenti. A insindacabile giudizio sceglierà i migliori giardini, i migliori balconi, i migliori orti e provvederà alle menzioni speciali. Nel corso della cerimonia di premiazione a ciascun partecipante verrà consegnato l'attestato di partecipazione, mentre i vincitori verranno menzionati sui social media del Centro Tradizioni e del Turistično Društvo di Nova Gorica.

Eredità interrotte. La casa rossa sotto il monte

Se c’è una cosa che mi dispiace molto è che i miei cugini abbiano demolito la casa dove mia nonna visse a Palazzo, subito sotto il monte. Capisco le loro necessità. Capisco il modernismo. Capisco anche che quella casa probabilmente non aveva fondamenta solide. Ma il ricordo di quella facciata rossa con la riga bianca, quasi sotto il sasso di San Belin, è rimasto immutato nella mia mente.

Era una casa povera, essenziale, costruita per resistere più che per durare. Eppure dentro quelle mura si custodiva un sapere che non ha mai trovato posto nei libri.

Vicino alla casa c’era un piccolo boschetto di acacie. In primavera il terreno si riempiva di violette profumate, così fitte da sembrare un tappeto. Sono immagini che il tempo non è riuscito a cancellare.

Il ricordo di mia nonna Maria ritorna spesso. Era una donna che non avevo capito davvero. La trovavo chiusa, introversa, a volte autoritaria. Solo molti anni dopo ho iniziato a intuire quale fosse stata la sua più grande rinuncia.

Non una rinuncia spettacolare. Una rinuncia quotidiana, silenziosa. Come quella di tante donne della sua generazione — e di molte generazioni prima. Per secoli, nelle comunità contadine europee, il sapere della cura è stato affidato alle donne. Erano levatrici, guaritrici, consigliere. Conoscevano le erbe, i rimedi, i tempi della nascita e quelli della morte. Era un sapere pratico, empirico, tramandato attraverso l’esperienza e la fiducia. Un sapere che teneva insieme le comunità.

Poi, lentamente, quel sapere è diventato sospetto. In alcuni momenti della storia è stato addirittura perseguitato. La caccia alle streghe non fu soltanto una stagione di paura religiosa. Fu anche un conflitto sociale e culturale, in cui vennero colpite forme di autonomia femminile e modalità di conoscenza non controllate dalle istituzioni.

Con il tempo, la modernità ha portato conquiste fondamentali: la medicina scientifica, l’istruzione, nuove possibilità di emancipazione. Ma ha portato anche una frattura. Molte eredità sono state interrotte. Le case sono state abbattute. Le storie non raccontate. I gesti dimenticati.

Nel podcast che uscirà domani, domenica, “Eredità interrotte”, ho provato a partire proprio da questa memoria personale per riflettere su una storia più grande. Una storia che riguarda il rapporto tra sapere e potere, tra tradizione e progresso, tra ciò che scegliamo di conservare e ciò che lasciamo andare. Perché ogni comunità si costruisce anche su ciò che decide di non ricordare.

E tuttavia qualcosa resta. Nei racconti frammentari, negli oggetti sopravvissuti, nei nomi pronunciati sottovoce. Perché ciò che non è stato scritto è stato dimenticato. Ma non sempre perduto.

Un pomeriggio tra la carta a cavallo del confine

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto. Si attraversano con passo leggero, quasi in punta di piedi. E quando si esce, si ha la sensazione di aver portato via con sé qualcosa di invisibile: un silenzio, un pensiero, una piccola emozione che continua a lavorare dentro.

È quello che mi è successo nei giorni scorsi, insieme a un gruppo di amici, durante la visita alla biblioteca del convento della Castagnavizza

Un’esperienza nata grazie alla disponibilità — e alla profonda, appassionata conoscenza delle ricchezze custodite oltreconfine — della mia amica Ana. È stata lei a guidarci idealmente verso questo luogo, a ricordarci che la Slovenia non è solo “dall’altra parte”, ma è parte di una storia comune fatta di intrecci, di passaggi, di sguardi che si incontrano.

Ad accoglierci, con grande efficienza e autentica cordialità, è stata Miriam. Con lei abbiamo varcato la soglia di una biblioteca che sembra sospesa in un tempo diverso. Scaffali ordinati, volumi antichi, luce filtrata. Tutto invita al raccoglimento. Non è soltanto un luogo di studio: è un luogo dell’anima.

In quei corridoi ho pensato a quante mani hanno sfiorato quelle pagine, a quante vite sono passate da lì lasciando tracce silenziose. La cultura, quando la si incontra così da vicino, non appare più come qualcosa di lontano o astratto. Diventa fragile, concreta, profondamente umana.

Ovviamente non poteva mancare la visita ai Borbone. Le tombe della famiglia reale francese, custodite proprio qui, in questo angolo di frontiera, continuano ogni volta a sorprendermi. È come se la grande storia europea si fosse fermata a riposare in un luogo semplice, quasi appartato. E in questo contrasto c’è qualcosa di commovente.

Il pomeriggio, però, aveva ancora un dono da offrirci. Grazie alla disponibilità di Adriano, Caterina e Loredana, abbiamo visitato anche il Centro di restauro della carta che ha sede in via Rabatta. Un’esperienza affascinante e, in qualche modo, intima. Osservare i documenti segnati dal tempo essere curati con pazienza, con competenza, con rispetto, fa comprendere quanto la memoria non sia garantita per sempre. Va custodita. Va amata. Va difesa.

Siamo usciti da questo percorso con una leggerezza nuova. Forse perché condividere luoghi così, tra amici, significa anche condividere uno sguardo sul mondo. Significa riconoscere che il confine non è solo una linea geografica, ma uno spazio di relazione. Insomma, una frontiera, come ama spiegare Raoul Pupo. Un invito ad attraversare, ad ascoltare, a lasciarsi sorprendere.

E ancora una volta ho pensato che la vera ricchezza non è soltanto nei libri antichi, nei monumenti, nei documenti restaurati. È nelle persone che aprono le porte. In chi accompagna. In chi racconta. In chi, semplicemente, cammina accanto a te.

Mrzli Vrh, la cima fredda che in marzo si accende di crocus

Ci sono luoghi che non fanno rumore. Non compaiono nelle guide patinate, non hanno piazze monumentali né lunghe file davanti a un museo. Eppure restano dentro, come certe parole dette sottovoce. Mrzli Vrh, sopra Žiri, è uno di questi.

A dire il vero, da un paio d’anni questo nome torna a comparire con una certa puntualità sul mio schermo. Qualcuno posta su Facebook fotografie meravigliose: prati letteralmente accesi di crocus, onde viola e bianche che sembrano dipinte. Io guardo, mi incanto… e poi scopro che ormai è tardi. La stagione sta finendo, la fioritura è già al culmine o addirittura al tramonto. E così rimando. “L’anno prossimo”, mi dico.

Questa volta però no. Questa volta ne voglio scrivere.

Il nome stesso è evocativo. In sloveno significa “cima fredda”. E basta arrivarci in una giornata d’inverno per capire che non è una semplice suggestione poetica. Qui il vento soffia libero sulle dorsali, la neve può fermarsi a lungo e le fattorie sembrano aggrapparsi alla terra con una tenacia antica. Il paesaggio è severo, essenziale, fatto di prati inclinati, boschi profondi e case sparse.

Poi arriva marzo. E accade qualcosa che cambia completamente lo sguardo.

All’improvviso i prati si ricoprono di crocus. Viola, bianchi, talvolta appena striati. Migliaia. Non è una fioritura ordinata, non è un giardino progettato. È una comparsa spontanea, quasi una sorpresa. Come se la terra, dopo mesi di gelo e silenzio, decidesse di parlare. I piccoli fiori emergono tra l’erba ancora umida mentre tutto intorno si aprono panorami vastissimi verso le colline dell’interno sloveno. È una bellezza fragile, che dura poco. Forse proprio per questo è così intensa.

Mrzli Vrh non è un paese compatto. È piuttosto una costellazione di masi, cortili, stalle, piccole chiese collinari. Qui la vita è stata a lungo dura e semplice. L’allevamento, la legna, i campi strappati ai pendii. Molti sono partiti tra Ottocento e Novecento inseguendo altrove una possibilità. Eppure queste alture sono rimaste terre di passaggio, tra il Litorale storico e la Carniola interna. Un confine fatto più di climi, lingue e abitudini che di linee tracciate sulle carte.

Arrivarci è già parte dell’esperienza. Da Gorizia si attraversa il confine verso Nova Gorica e si risale lentamente la valle dell’Isonzo. All’altezza di Most na Soči si devia verso Idrija e si continua tra boschi e curve fino a raggiungere Žiri. Da lì una strada collinare sale verso Mrzli Vrh, tra prati aperti e fattorie isolate. Si può lasciare l’auto vicino alla chiesetta di San Simeone e continuare a piedi. È il modo migliore per entrare davvero nel luogo, camminando lungo le dorsali, senza fretta. Qui non c’è nulla da “visitare” nel senso tradizionale del termine. C’è solo da guardare, respirare, restare.

Quando i crocus accendono i prati della “cima fredda”, Mrzli Vrh diventa uno spettacolo naturale silenzioso che non chiede applausi ma presenza. È una bellezza essenziale, quasi intima.

Per questo, mentre scrivo, faccio una cosa molto concreta. Avverto Alexa: il prossimo primo febbraio ricordami di andare a vedere i crochi di Mrzli Vrh.

Così, forse, per una volta arriverò in tempo.

Se decidete di andarci, leggete prima di tutto questo interessante blog SLOvely. Sempre attento alle nostre bellezze. Preciso e puntuale.

L'immagine è tratta da: https://travelslovenia.org/martinj-vrh-crocuses/

Gorizia, città perfetta per viverci. Parola di studentessa

Ci sono giornate che sembrano costruite apposta per ricordarti perché ami raccontare i luoghi. La mia è stata una di quelle. Questa mattina ero a Concordia Sagittaria per presentare il mio libro Donne tra due mondi. Come sempre accade, prima ancora di parlare delle storie del libro, ho parlato della mia città: Gorizia. Ho raccontato di una città di confine, di una città che ha sofferto, di una città che porta addosso le cicatrici della storia ma anche una straordinaria ricchezza culturale. In fondo mi succede spesso: parto per parlare di un libro e finisco per fare quasi da ambasciatrice della mia città, una specie di testimonial involontaria di turismo culturale.

Alla fine dell’incontro, mentre firmavo alcune copie, una ragazza molto gentile – Francesca – si è fermata a parlare con me. Mi ha detto di conoscere bene Gorizia. Ci ha vissuto tre anni frequentando il corso di Scienze diplomatiche dell’Università di Trieste, nella sede goriziana, e poi ha proseguito il biennio della laurea specialistica a Padova. La domanda è stata quasi inevitabile: due mondi diversi, vero? La sua risposta mi ha sorpresa. Mi ha detto che l’esperienza goriziana è stata di gran lunga migliore. Non per i corsi, che pure ha apprezzato, ma per la città. Perché una città piccola rende molto più facile incontrarsi, conoscersi, creare relazioni. Gli amici si incontrano per strada, nei bar, nei parchi. Non bisogna correre da un capo all’altro della città per vedersi. Padova, mi ha raccontato, è splendida ma dispersiva; Gorizia invece crea comunità.

Confesso che questa risposta mi ha fatto molto piacere. Quante volte ho sentito dire che Gorizia è una città “per vecchi”. Io ho sempre sostenuto il contrario: è una città perfetta per viverci. Ora scopro che può essere amata anche dai giovani universitari. Durante l’incontro, poi, una delle presenti – che Gorizia la conosce bene – ha consigliato a tutti di visitare il giardino Viatori e di scoprire i tanti parchi cittadini. Anche questo mi ha fatto sorridere: quando si parla di Gorizia, prima o poi si finisce sempre a parlare di alberi, giardini, verde. Segno che qualcosa di quella città rimane dentro.

Sulla strada del ritorno avevo però in mente un piccolo proposito. Qualche mese fa, passando velocemente da queste parti, avevo attraversato un paese il cui nome mi era rimasto impresso: Alvisopoli. Un nome curioso, quasi letterario. Così oggi ho deciso di fermarmi. Ed è stata una bellissima sorpresa.

Alvisopoli non è un paese qualsiasi: è un borgo progettato a tavolino alla fine del Settecento per volontà del patrizio veneziano Alvise Mocenigo. Il suo progetto era ambizioso: creare un centro agricolo e produttivo moderno, organizzato secondo criteri razionali, quasi illuministi. Una sorta di laboratorio economico e sociale. Quando si entra nel borgo lo si capisce subito, perché la struttura è geometrica, ordinata, pensata. C’è una grande piazza centrale, la villa padronale, gli edifici produttivi, le case per gli artigiani e per i lavoratori. Non è cresciuto per caso, come accade a molti paesi: è stato progettato.

Nel suo momento di massimo sviluppo Alvisopoli era un vero piccolo sistema economico con mulini, opifici, manifatture e magazzini agricoli. Una comunità organizzata attorno al lavoro e alla produzione, quasi un piccolo esperimento di utopia illuminista calato nella pianura veneta. Passeggiando per il borgo si percepisce ancora questa idea originaria: una comunità pensata come un organismo coerente.

Quello che mi colpisce sempre nei viaggi, anche nei più brevi, è che le scoperte più belle non sono quelle che programmi ma quelle che capitano per curiosità. Una conversazione con una giovane universitaria che ti racconta quanto ha amato vivere a Gorizia. Un nome letto mesi prima su un cartello stradale. Una deviazione fatta quasi per gioco. Alla fine della giornata ti ritrovi con due storie nuove: una conferma, cioè che Gorizia continua a sorprendere anche chi la vive da giovane, e una scoperta, Alvisopoli, piccolo sogno illuminista nascosto nella pianura veneta. E allora penso che forse il bello dei luoghi di confine, o delle città piccole, sia proprio questo: non smettono mai di raccontare qualcosa a chi ha voglia di fermarsi ad ascoltare.

L'immagine è una foto scattata da me stamattina. E' stata rielaborata dalla IA togliendo le macchine parcheggiate e le antenne della TV

Le Aleksandrinke: le donne del Goriziano che conquistarono l’Egitto

IL COMMIATO
è il primo passo
dalla porta chiusa
nel silenzio della rugiada
del primo mattino
mentre mi allontano
oltre le case ferite e spente
sola muovo i passi
silenziosa e invisibile
verso l'alone di luce
dove la mia e le altre solitudini
si incontrano... siamo in tre
insieme scivoliamo nell'angoscia
le ruote del treno soffocano
l'inquietudine della partenza
oltre il Carso verso Trieste
dove la folla ci stringe
in un triplice abbraccio
una minuta pioggia salata
ci veste di un manto umido e grigio
sulla nave a vapore
ci stringiamo fra le corde
e il parapetto
onde umane scivolano via
porgiamo il volto ai raggi del sole
che dora le vetrate
delle case abbarbicate sul monte
tendiamo le braccia
in un addio doloroso
nel fischio della nave
annega il suono delle campane
oscilliamo
oscilliamo
sempre più forte
il mondo vacilla
è mezzogiorno
le famiglie siedono
a tavola
anche le nostre
senza di noi
senza la mamma

A Prvačina (Prevacina), piccolo paese della Valle del Vipacco, esiste un museo discreto, quasi raccolto, che racconta una storia sorprendente. Non parla di re, né di generali, né di grandi battaglie. Racconta di donne.
Donne che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento lasciarono queste colline per attraversare il Mediterraneo e approdare ad Alessandria e al Cairo. Sono le Aleksandrinke , chiamate anche les Goriciens.
Quando l’Egitto era più vicino di Milano. Migliaia di donne del Goriziano — dalla Valle del Vipacco, dall’Isontino, dal Carso — partirono per l’Egitto per lavorare come domestiche, balie, governanti. Provenivano da piccoli paesi rurali, da famiglie contadine segnate dalla crisi della viticoltura, dall’aumento della popolazione, dalla fragilità della piccola proprietà.
Partivano per necessità, certo. Ma anche perché avevano qualcosa che altrove non era scontato: competenze linguistiche, rese possibili dall’obbligo scolastico introdotto da Maria Teresa d’Austria nei territori dell’Impero. Parlavano sloveno, italiano, tedesco. In Egitto, in un contesto cosmopolita animato da imprenditori europei e capitali legati al Canale di Suez, questa capacità faceva la differenza.
E poi c’era il salario. In Egitto si guadagnava molto di più. Abbastanza per mandare denaro a casa, pagare una dote, salvare un terreno, far studiare un fratello. Un coraggio silenzioso Proviamo a immaginare la scena.

Fine Ottocento. Un piccolo villaggio. Strade sterrate. Orizzonti stretti. E una giovane donna che sale su una nave a Trieste diretta in Africa. Non per avventura. Per lavoro.
Oggi parliamo di mobilità globale come di una conquista contemporanea. Eppure queste donne attraversavano il Mediterraneo quando scrivere una lettera era l’unico modo per restare in contatto con la propria famiglia, e il ritorno non era mai garantito.
Non erano “emancipate” nel senso moderno del termine. Ma di fatto lo erano: si muovevano, guadagnavano, prendevano decisioni che modificavano gli equilibri familiari. In molti casi erano loro a sostenere economicamente l’intero nucleo.
Le balie e il peso del giudizio. La figura più controversa fu quella della balia: la madre che lasciava il proprio figlio per allattare il bambino di una famiglia benestante in Egitto.
La letteratura dell’epoca e l’opinione pubblica rurale le stigmatizzarono severamente. Venivano descritte come madri che abbandonavano il proprio ruolo naturale. I mariti erano guardati con sospetto, i figli crescevano con un’assenza difficile da spiegare.
Ma dietro quella scelta non c’era superficialità. C’era bisogno. C’era una strategia familiare condivisa. C’era il tentativo di sopravvivere e, se possibile, di migliorare la propria condizione. La storia, a distanza di tempo, restituisce complessità dove un tempo c’era solo giudizio.

Alessandria: un mondo cosmopolita. L’Egitto che accolse le Aleksandrinke era un crocevia internazionale. Ad Alessandria e al Cairo convivevano comunità italiane, slovene, greche, francesi, inglesi. Le nostre donne entravano in famiglie borghesi europee, assumendo spesso un ruolo centrale nell’educazione dei bambini e nella gestione domestica.
Molte svilupparono una straordinaria capacità di adattamento. Alcune non tornarono più. Altre rientrarono nei loro paesi con un’eleganza nuova, un portamento diverso, una consapevolezza che le rendeva quasi straniere in casa propria. Il ritorno, per alcune, fu la parte più difficile del viaggio.
Dalla marginalità alla memoria. Per decenni questa storia è rimasta ai margini della narrazione ufficiale. Troppo femminile per essere celebrata, troppo quotidiana per essere considerata epica.
Eppure quelle vite hanno attraversato confini geografici, culturali e sociali. Hanno anticipato dinamiche migratorie che oggi consideriamo moderne. Hanno dimostrato che anche nei piccoli paesi dell’entroterra goriziano esisteva una mobilità sorprendente.
Non è un caso che proprio a Prvačina oggi un piccolo museo custodisca questa memoria. È un luogo raccolto, quasi silenzioso, che invita a fermarsi. Perché dietro ogni fotografia, ogni documento, ogni oggetto conservato, c’è una storia di Mediterraneo, di lavoro, di maternità sospesa e di futuro costruito lontano da casa.

Nel mio libro Donne tra due mondi ho voluto dedicare l’ultimo capitolo proprio a una di loro. Non si tratta della biografia di una donna realmente esistita, ma di una storia verosimile, costruita intrecciando testimonianze, documenti e frammenti di memoria.
Ho scelto di raccontarla attraverso lo scambio di lettere tra Marija e sua madre: due voci separate dal mare, ma unite da un filo sottile fatto di parole. Nelle lettere ci sono la nostalgia, le piccole bugie per non far preoccupare chi è rimasto, il peso della distanza, la forza ostinata di chi parte e quella altrettanto silenziosa di chi resta. Perché, anche quando il nome è inventato, le emozioni non lo sono.
Le Aleksandrinke non sono soltanto un capitolo di storia locale. Sono il racconto universale di donne sospese tra due mondi — e, forse, il modo più onesto per comprenderle è proprio ascoltare le loro lettere.

La poesia in apertura è da: Pesmi za aleksandrinke / Poesie per le aleksandrinke di Darinka Kozinc. Traduzione dallo sloveno di Aleksandra Devetak

Intervista al prof. Raoul Pupo — Confini, frontiere, storia e memoria

Ho incontrato il professor Raoul Pupo in occasione del convegno itinerante Storie di confine, che ha fatto tappa a Gorizia dedicando l’appuntamento al tema del confine politico. Nei prossimi mesi il percorso proseguirà a Pordenone, Udine e Trieste, affrontando rispettivamente il confine culturale, economico e umano.

Tra i relatori, l’intervento del professor Pupo è stato quello che più ha centrato il tema: non soltanto per la chiarezza espositiva, ma per la capacità di mostrare come il concetto di confine acquisti senso solo se messo in relazione con quello di frontiera, e come la storia e la memoria incidano concretamente nella vita delle comunità. Per questo ho cercato, insieme a lui, di ricondurre in forma di dialogo i nodi principali della sua riflessione. Il suo percorso di studioso — anche come membro della Commissione mista storico-culturale italo-slovena — costituisce infatti un osservatorio privilegiato per comprendere queste dinamiche. Era inoltre un incontro che desideravo da tempo: alcuni suoi lavori fanno parte della bibliografia consigliata nel mio volume Donne tra due mondi, proprio perché aiutano a leggere le esperienze individuali dentro la complessità delle terre di frontiera.

Professore, partiamo dal luogo in cui ci troviamo: Gorizia. È più corretto definirla un confine o una frontiera? Direi una frontiera. Il confine è una linea: stabilisce dove finisce una sovranità e ne inizia un’altra. È una costruzione giuridica e politica, tipica dello Stato moderno. La frontiera invece è uno spazio, una zona di contatto. Qui convivono da secoli il mondo latino, quello slavo e quello germanico; lungo l’Adriatico orientale si aggiungono il mondo ungherese e quello marittimo. Per gran parte della storia questa pluralità non ha creato particolari problemi: era la normalità di società abituate all’incontro.

E allora perché nel Novecento questa area diventa una delle più violente d’Europa? Perché la frontiera viene forzata dentro la logica del confine. Dalla metà dell’Ottocento si affermano le grandi “religioni civili” — nazionalismi e poi ideologie totalitarie — che chiedono una corrispondenza perfetta tra popolo, identità e territorio. Ma la frontiera è, per definizione, mista. Quando si pretende l’omogeneità dove esiste la mescolanza, nascono fratture. Da qui l’urto dei nazionalismi, le guerre mondiali, le persecuzioni, gli esodi. L’Adriatico orientale diventa così un laboratorio della contemporaneità: un luogo dove si concentrano in forma estrema i conflitti del Novecento.

È una storia difficile da raccontare? Molto. Perché non può essere spiegata usando una sola storia nazionale. In una frontiera ogni evento è il risultato di più logiche contemporaneamente. Se si guarda solo da una parte, non si capisce. Bisogna accettare la pluralità dei punti di vista: è un esercizio complesso ma indispensabile.

Dopo la fase dei conflitti cosa cambia? Avviene prima la pacificazione, a partire dagli anni Sessanta. La pace non nasce da un’improvvisa bontà degli uomini, ma da condizioni concrete: interessi comuni, cooperazione economica, equilibri internazionali. Il confine rimane, ma diventa attraversabile; si sviluppano pratiche di collaborazione quotidiana. Tuttavia la pacificazione significa solo che non ci si combatte più: non implica ancora comprensione reciproca.

Il passo successivo è la riconciliazione? Sì, ma richiede un’altra condizione: la fine della paura. Finché l’altro è percepito come minaccia, nessun dialogo sul passato è possibile. A partire dagli anni Novanta, con il crollo del comunismo e della Jugoslavia, questa paura scompare e diventa possibile aprire il confronto. Si comincia dagli storici: lavorano insieme sui nodi più difficili e abbassano la temperatura del conflitto. È una riconciliazione inizialmente fredda, ma necessaria.

Qui emerge la differenza tra storia e memoria. Qual è? La storia è ricerca critica: confronta fonti, analizza contesti, spiega la complessità. In un certo senso raffredda il conflitto. La memoria invece è il vissuto collettivo: selettiva, emotiva, identitaria. Non attenua il trauma, spesso lo intensifica. Ogni comunità tende a costruire una memoria unilaterale, e quando memorie diverse si incontrano nascono tensioni.

Come si supera questa tensione? Non eliminando le memorie, ma riconoscendole reciprocamente. A un certo punto il confronto non resta più solo tra studiosi: diventa pubblico e politico. Gli incontri simbolici tra capi di Stato servono proprio a questo, a legittimare anche il dolore dell’altro. Solo allora la riconciliazione diventa effettiva.

Quindi la pace è una scelta politica? Sempre. La politica può investire sul conflitto — spesso con ritorni di consenso — oppure sulla convivenza. La storia di queste terre mostra entrambe le possibilità: irrigidimento identitario oppure apertura. Nulla è automatico.

La storia offre indicazioni sul presente? Non dice cosa accadrà, ma mostra che nulla è inevitabile. Il passato è fatto di bivi. Anche oggi siamo dentro una fase di transizione: possiamo avanzare oppure tornare indietro. La pace non è un punto d’arrivo, è un processo che va continuamente alimentato.

Lei ha concluso il suo intervento con un invito alla partecipazione. Che rapporto c’è tra cittadinanza e pace? Si tende a pensare che la storia sia qualcosa che succede sopra le nostre teste. In realtà succede anche perché noi facciamo — o non facciamo — delle scelte. La pace non si mantiene da sola: se i cittadini si tirano indietro, qualcun altro deciderà al loro posto, e non sempre nella direzione della convivenza. Non esiste la garanzia che le cose vadano bene: esiste solo il lavoro quotidiano. Partecipare, informarsi, votare, discutere civilmente — sono gesti piccoli, ma sono quelli che tengono in piedi le democrazie. Lo storico non può promettere il futuro; può solo dire che quando le persone smettono di occuparsi della cosa pubblica, prima o poi qualcun altro riempie quel vuoto. E raramente lo fa in nome della pace.

In definitiva, cosa insegna una frontiera? Che le identità non sono linee ma relazioni. Il confine separa, la frontiera costringe a convivere. E la convivenza non nasce spontaneamente: è sempre una costruzione storica, fragile e reversibile, che dipende dalle scelte degli uomini.

Il dialogo con il professor Pupo mostra come il confine non sia mai soltanto una linea geografica, ma il risultato di processi storici, scelte politiche e memorie collettive spesso divergenti. Le frontiere, prima ancora di dividere, obbligano a confrontarsi: e la convivenza non nasce spontaneamente, ma attraverso passaggi graduali — pacificazione, confronto storiografico, riconoscimento reciproco — sempre esposti al rischio di regressione. In questo senso la storia non offre rassicurazioni sul futuro, ma indica una responsabilità: quella della partecipazione. La stabilità non è acquisita una volta per tutte e la pace non è uno stato naturale delle società, bensì un equilibrio mantenuto da comportamenti concreti e quotidiani. Comprendere il passato delle terre di frontiera significa quindi anche interrogarsi sul presente: non su ciò che inevitabilmente accadrà, ma su ciò che scegliamo di rendere possibile.

La puntata del podcast Voci dal confine è disponibile su youtube a questo indirizzo. https://youtu.be/wjC54evT_0Y