Quando le donne di Gorizia non poterono votare nel 1946

L'articolo pubblicato oggi da Il Piccolo, che riprende le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell'ottantesimo anniversario dell'Assemblea Costituente, riporta alla luce una pagina della nostra storia che merita di essere conosciuta.

Nel suo intervento, Mattarella ha ricordato che gli abitanti di Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Zara non poterono partecipare né al referendum del 2 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica, né all'elezione dell'Assemblea Costituente.

Molti hanno visto C'è ancora domani di Paola Cortellesi, il film che ha riportato all'attenzione del grande pubblico il significato del primo voto delle donne italiane. Ma c'è una pagina della nostra storia che il film, naturalmente, non racconta: quella delle donne di Gorizia.

Per loro la conquista del voto arrivò più tardi. Furono penalizzate due volte: non poterono scegliere tra Monarchia e Repubblica e non poterono eleggere i rappresentanti che avrebbero scritto la Costituzione italiana.

Confesso che questa è stata anche una mia scoperta personale. Risale a un paio d'anni fa, durante una visita a Montecitorio. Ero andata per ammirare La Vucciria di Renato Guttuso, esposta in una delle sale della Camera dei deputati. Poco distante, una bacheca custodiva i registri originali con i risultati del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Erano aperti proprio sulla pagina dedicata alla Venezia Giulia. Cercai Gorizia e la trovai. Ma, accanto al suo nome, era indicato che non aveva votato. Fu in quel momento che mi resi conto di conoscere solo una parte della storia della mia città. Approfondendo quella vicenda scoprii che gli abitanti di Gorizia, e quindi anche le donne goriziane, non avevano potuto partecipare né alla scelta tra Monarchia e Repubblica né all'elezione dell'Assemblea Costituente. Una scoperta che mi colpì profondamente e che mi convinse a dedicare a questo episodio un capitolo di Donne tra due mondi.

Ne ho parlato proprio ieri sera, durante l'incontro dedicato al libro nella Biblioteca di Romans d'Isonzo, organizzato dal Circolo di lettura e splendidamente introdotto dalla sua coordinatrice Cristina Vidani. È una vicenda che continua a sorprendere chi la ascolta, perché racconta quanto complessa e, per certi aspetti, unica sia stata la storia del nostro confine.

Per questo ho voluto dedicarle un intero capitolo. A raccontarla è Giovanna, una giovane goriziana che vive in prima persona quei giorni di incertezza e il dolore di vedere nascere una nuova Italia senza poter contribuire a sceglierne il futuro.

Le grandi vicende della storia acquistano un significato diverso quando vengono osservate attraverso gli occhi delle persone comuni. È proprio questo l'obiettivo di Donne tra due mondi: raccontare ciò che Gorizia ha vissuto nei complessi anni tra il 1940 e il 1960, quando il confine cambiava continuamente e, con esso, la vita quotidiana di migliaia di famiglie.

Perché la storia di Gorizia non è mai soltanto storia locale. È un pezzo di storia d'Italia che troppo spesso è rimasto ai margini della memoria nazionale.

Questo episodio è raccontato nel capitolo dedicato a Giovanna del libro Donne tra due mondi, che ripercorre la storia di Gorizia tra il 1940 e il 1960 attraverso le vicende di diciotto donne. È un modo diverso di raccontare la storia: non dai palazzi del potere, ma dalla vita delle persone. 

Le chiese di Gorizia tra fede, cultura e memoria: la riflessione di dom Stefano Visintin

 


Una riflessione di dom Stefano Visintin sul significato delle chiese nella città contemporanea, tra spiritualità, comunità e memoria collettiva.

In occasione del festival èStoria, che quest'anno ha scelto come tema conduttore le religioni, Italia Nostra e il Club UNESCO di Gorizia hanno ospitato nella sala Ugo Casiraghi dom Stefano Visintin, abate del Monastero di Praglia, teologo e studioso del rapporto tra fede, cultura e società. L'incontro è stato anche l'occasione per presentare il volume dedicato alle chiese di Gorizia, una pubblicazione che raccoglie storia, arte e significati dei principali edifici sacri della città e che può essere richiesta presso la sede di Italia Nostra in via Ascoli.

Voci dal Confine compie un anno: 12 mila visualizzazioni per il podcast che racconta Gorizia

 Il 10 giugno 2025 nasceva Voci dal Confine. Dodici mesi dopo il podcast ha superato le 12 mila visualizzazioni, alternando interviste, racconti storici e monologhi dedicati a figure come Maria
Bergamas, Antonio Bonne, Anton Lavrin, Ervino Pocar e Rosa Quasimodo. Un bilancio di un progetto nato per raccontare la storia e la memoria del territorio.

La rondine di Pascoli, il thermos e le Orsoline: i miei ricordi di scuola a Gorizia

Sono nata nel 1950 e ho frequentato le Orsoline di Gorizia. Tra la rondine di Pascoli, la comunione del primo venerdì e il film di Dickens, i miei ricordi si intrecciano con una conferenza sulla storia delle scuole nel Goriziano. Per questo, quando ho letto il titolo, ho avuto la sensazione che parlasse anche un po' di me.

Sono nata in via San Gabriele, una strada che allora si fermava davanti al confine. La scuola materna e le elementari le ho frequentate dalle Orsoline di Gorizia. Rivedo ancora il grembiule bianco con il colletto rosa, le aule ordinate, le suore, le compagne di scuola e quel mondo che oggi sembra lontanissimo ma che continua ad abitare la mia memoria.

La regina di Alessandria veniva da Santa Croce


Perché le Alessandrine ci affascinano ancora: la storia di Joza Sedmak Finney

Giovedì 28 maggio, lo stesso giorno dell'inaugurazione di èStoria, la sala del Centro culturale Bratuž non era gremita. Eppure c'era molta più gente di quanta me ne aspettassi. La cosa non avrebbe dovuto sorprendermi, perché le Alessandrine continuano a suscitare interesse ovunque se ne parli.

Perché accade? È una domanda che ha una risposta quasi ovvia, una volta che ci si ferma a pensarci. La loro vicenda racchiude infatti molti dei temi che toccano più profondamente la nostra sensibilità: la migrazione femminile — e non maschile, di fine 800 cosa già insolita per l'epoca — il sacrificio silenzioso, l'assenza vissuta come forma d'amore, la lontananza, la nostalgia e la ricerca di un futuro migliore.

Paolo Maurensig, lo scrittore goriziano che trasformò gli scacchi in letteratura


Oggi ricorre l'anniversario della morte di Paolo Maurensig. Sono passati cinque anni da quel 29 maggio 2021 in cui si spense a Udine uno degli scrittori più originali e internazionali espressi dal Friuli Venezia Giulia. Eppure la giornata è trascorsa quasi nel silenzio. Nessuna grande celebrazione, pochi anzi pochissimi ricordi pubblici, quasi nessun richiamo a un autore che ha portato il nome di Gorizia nelle librerie di mezzo mondo.

Gorizia 1966: quando la poesia sfidò la cortina di ferro

 


Nel maggio del 1966, in una città dove il confine si vedeva dalle finestre, poeti dell’Est e dell’Ovest europeo si ritrovarono insieme nel Castello di Gorizia, nella sala degli stati provinciali. Oggi può sembrare normale. Allora non lo era affatto.

L’Europa era ancora divisa dalla Guerra fredda. A Gorizia quella divisione non era una metafora geopolitica ma una presenza concreta: reti, controlli, diffidenze, famiglie separate, lingue improvvisamente trasformate in appartenenze politiche. Bastava attraversare una strada per entrare in un altro mondo.

Eppure, dal 19 al 22 maggio 1966, proprio in quella città di frontiera si tenne il primo Incontro Culturale Mitteleuropeo, dedicato alla poesia contemporanea. Una scelta che poteva apparire marginale, quasi evasiva, rispetto ai grandi conflitti ideologici del tempo. Ma dietro quella apparente leggerezza si nascondeva un’intuizione molto precisa.

Parlare apertamente di politica avrebbe reso quasi impossibile la partecipazione degli intellettuali provenienti dai paesi dell’Est. La poesia, invece, permetteva di creare uno spazio meno rigido, più ambiguo, più libero. Un terreno apparentemente neutro, capace però di aprire varchi dove il linguaggio diplomatico tradizionale si sarebbe fermato.

La poesia come leva culturale. Come strumento di avvicinamento. Quasi un cavallo di Troia costruito con versi e metafore invece che con slogan.

I lavori furono coordinati da Mario Luzi, mentre ospite d’onore era Giuseppe Ungaretti, tornato a Gorizia cinquant’anni dopo la sua esperienza sul Carso durante la Prima guerra mondiale. La sua presenza aveva un valore simbolico fortissimo: il poeta delle trincee ritornava in una terra che continuava a essere una linea di frattura europea.

Accanto a lui sedeva Biagio Marin, che quel confine lo conosceva intimamente, quasi fisicamente. Nella sua poesia convivevano il mare di Grado, la cultura veneziana, il mondo slavo, l’eredità asburgica. Non rappresentava soltanto una voce locale: incarnava l’identità stratificata di una terra che non era mai appartenuta completamente a una sola cultura.

Arrivarono poeti da sei paesi europei. E già durante quel primo incontro emerse qualcosa di interessante: le affinità culturali spesso superavano le appartenenze politiche. Talvolta un poeta dell’Est sembrava più vicino, per sensibilità e inquietudine, a un collega occidentale che agli intellettuali del proprio sistema ideologico.

Per qualche giorno, almeno dentro quelle sale del Castello, la geografia culturale dell’Europa sembrò diversa da quella disegnata dai blocchi della Guerra fredda.

La stampa seguì l’evento con attenzione, anche a livello internazionale. Ma la notizia che più colpì fu forse un’assenza. Pier Paolo Pasolini non si presentò.

Eppure il suo nome aleggiava inevitabilmente attorno all’iniziativa. Pasolini aveva radici friulane profonde e conosceva bene quella terra di confine, le sue tensioni linguistiche, il mondo contadino che proprio in quegli anni stava rapidamente scomparendo sotto la pressione del boom economico e dell’omologazione culturale.

Le ragioni della sua mancata partecipazione non sono mai state chiarite del tutto. Ed è forse proprio questo a rendere l’episodio così suggestivo ancora oggi. Perché da quell’incontro mancato sarebbe potuto nascere qualcosa di straordinario.

Da una parte c’era l’eresia individuale di Pasolini, la sua denuncia contro il conformismo consumistico, la distruzione delle culture popolari, la perdita delle identità locali. Dall’altra, nel Goriziano, si muoveva una parte della gioventù cattolica di confine che aspirava — spesso controcorrente — a superare le divisioni ideologiche e nazionali imposte dal dopoguerra. Due esperienze molto diverse. Ma entrambe accomunate dal rifiuto delle semplificazioni dominanti.

Cosa sarebbe accaduto se Pasolini fosse arrivato davvero a Gorizia in quei giorni? Se avesse incrociato quel clima inquieto, sospeso, ancora profondamente mitteleuropeo? È impossibile dirlo. Ma proprio questa domanda irrisolta continua a rendere quell’assenza così carica di significato.

E il dato forse più sorprendente è che, nello stesso periodo, a poche centinaia di metri dal Castello, un’altra rivoluzione stava prendendo forma. Nell’ospedale psichiatrico di via Vittorio Veneto, Franco Basaglia stava iniziando il suo lavoro di smantellamento dell’istituzione manicomiale. Anche lì si trattava di abbattere un confine. Non geografico, ma umano: quello tra “normali” e “matti”, tra cittadini e internati, tra chi aveva diritto alla parola e chi ne era stato privato.

È difficile non cogliere oggi una consonanza profonda tra queste due esperienze nate nella stessa città nello stesso anno. Da una parte la cultura che tenta di incrinare la cortina di ferro. Dall’altra Basaglia che mette in discussione un altro muro, invisibile ma altrettanto duro.

Due movimenti paralleli, forse inconsapevoli l’uno dell’altro, ma accomunati dalla stessa idea: che le divisioni non siano inevitabili. Un ruolo fondamentale nell’organizzazione del convegno lo ebbe Bino Rebellato, poeta, editore e instancabile promotore culturale, che grazie ai suoi contatti riuscì a coinvolgere alcuni dei maggiori protagonisti della poesia italiana contemporanea.

E durante gli incontri non mancarono nemmeno confronti accesi tra tradizione e neoavanguardia. Particolarmente vivaci furono gli interventi di Emilio Isgrò, Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, segno che il convegno non era soltanto una raffinata operazione diplomatica, ma anche un luogo reale di dibattito culturale.

Al termine dei lavori, i partecipanti vennero ricevuti ufficialmente in Municipio a Trieste e al Castello di Udine. Visitarono anche Aquileia e Cividale del Friuli. Gli organizzatori avevano compreso subito che quell’esperienza non poteva restare confinata a una singola città: doveva coinvolgere l’intera regione di frontiera.

Fu un’intuizione lungimirante. Negli anni successivi gli Incontri Culturali Mitteleuropei continuarono infatti a costruire relazioni attraverso il confine, diventando uno degli strumenti più longevi e discreti del dialogo europeo ben prima che si parlasse di cooperazione transfrontaliera o integrazione culturale.

Oggi, a sessant’anni di distanza, quella scelta di usare la poesia come terreno d’incontro appare molto meno ingenua di quanto potesse sembrare allora. Perché i muri raramente crollano all’improvviso. Prima si incrinano lentamente. Attraverso le parole, le relazioni, le idee, la curiosità reciproca. Nel 1966, a Gorizia, qualcuno aveva già intuito che anche la poesia poteva fare questo.