La cappella tra le montagne e la storia di Paola Gonzaga

Tra le montagne dell’Alta Pusteria esiste una piccola cappella dedicata a Santa Maria Maddalena che, a uno sguardo distratto, potrebbe sembrare solo una delle tante chiese votive alpine. Non domina il paesaggio, non possiede la monumentalità delle grandi architetture rinascimentali, non racconta vittorie militari né trionfi dinastici. Eppure quella cappella è legata a una figura che attraversa un momento cruciale della storia tra Italia e mondo germanico: Paola Gonzaga.

Fu lei a volerne la costruzione, probabilmente in seguito a un voto formulato durante uno dei suoi soggiorni termali. Le fonti parlano infatti di una salute fragile, di dolori cronici e di un “mal di cuore” che la accompagnò per gran parte della vita. Paola cercò sollievo alle terme di Abano e in quelle di Braies, in territori che oggi appaiono periferici ma che nel Quattrocento erano parte di una rete vitale di comunicazioni alpine. La cappella nasce in quel contesto, come risposta personale alla malattia, come gesto di devozione, ma anche come traccia concreta della presenza di una donna spesso ricordata solo in funzione delle strategie dinastiche che la riguardarono.

Paola Gonzaga nacque a Mantova nel 1464, figlia di Ludovico III Gonzaga e di Barbara di Brandeburgo. Crescere nella corte mantovana significava vivere nel cuore del Rinascimento italiano. Mantova, in quegli anni, era un centro culturale di primo piano, frequentato da artisti e umanisti; Andrea Mantegna stava affrescando la Camera degli Sposi nel Palazzo Ducale e proprio in quell’opera compare anche Paola, ancora bambina, ritratta accanto alla madre. La sua formazione fu coerente con l’ambiente in cui visse: studi classici, familiarità con la letteratura latina e con i testi religiosi, un’educazione che andava oltre la semplice preparazione matrimoniale. Il suo corredo nuziale avrebbe incluso libri di Cicerone, Virgilio, Sant’Agostino, Dante e Petrarca, segno di una cultura effettiva e non solo simbolica.

Nel 1478, a soli quattordici anni, Paola fu data in sposa a Leonardo di Gorizia, ultimo conte della dinastia dei Meinhardiner. In quel periodo i matrimoni nobiliari non erano un affare privato ma strumenti di politica internazionale. Servivano a consolidare alleanze, a rafforzare equilibri territoriali, a prevenire conflitti o a ridefinire rapporti di forza. La contea di Gorizia occupava una posizione strategica tra il Friuli veneziano, i domini imperiali e le vie alpine verso il Tirolo; l’unione con i Gonzaga rappresentava per Leonardo un rafforzamento di prestigio e per Mantova un ampliamento delle relazioni verso il mondo germanico. Paola attraversò le Alpi portando con sé un ricco corredo fatto di abiti, argenti, libri e cassoni decorati, trasferendo simbolicamente un frammento della cultura rinascimentale mantovana in una corte più austera e periferica.

La vita a Gorizia e a Lienz si svolse in un contesto molto diverso da quello mantovano. Se Mantova era una corte artistica brillante, Gorizia era una realtà di frontiera, segnata dalla sua posizione geopolitica. Paola mantenne rapporti epistolari con la famiglia e continuò a utilizzare l’italiano, diventando una presenza che incarnava il legame tra due mondi culturali. Nel 1479 diede alla luce una bambina che morì poco dopo la nascita. Non vi furono altri figli. In una società dinastica l’assenza di eredi non era solo una tragedia personale ma un problema politico, perché rendeva incerta la continuità del potere. Leonardo rimase l’ultimo rappresentante maschile della sua linea.

Negli anni successivi la salute di Paola rimase precaria. I soggiorni termali testimoniano un corpo fragile, ma anche una volontà di resistere. La cappella votiva costruita in seguito al suo voto rappresenta, in questo quadro, l’unico gesto che possiamo attribuire direttamente alla sua iniziativa personale, non mediato da trattative diplomatiche o da obblighi dinastici. È un elemento minore rispetto alle grandi vicende politiche, ma proprio per questo rivela una dimensione più autentica della sua figura.

Paola morì tra la fine del 1496 e l’inizio del 1497. Le fonti non concordano con assoluta precisione sulla data, ma è certo che la sua morte precedette di pochi anni quella del marito. Quando Leonardo morì nel 1500 senza eredi, la contea di Gorizia passò sotto il controllo degli Asburgo, in particolare dell’imperatore Massimiliano I, che rivendicava diritti sulla successione. Non si trattò di una conquista militare spettacolare ma di un passaggio dinastico e giuridico che ebbe conseguenze profonde: Gorizia entrò stabilmente nell’orbita asburgica e si chiuse la stagione dell’autonomia comitale. Quel passaggio modificò gli equilibri politici dell’area alpino-adriatica e segnò l’inizio di una nuova fase nella storia del territorio.

Nel Duomo di Gorizia una grande lastra marmorea ricorda la coppia comitale, con Leonardo raffigurato in armatura e Paola accanto a lui con lo stemma Gonzaga. Non sappiamo con certezza dove siano oggi le sue spoglie, poiché le fonti non permettono un’identificazione definitiva del luogo di sepoltura. Tuttavia la memoria della contessa sopravvive attraverso monumenti, documenti e soprattutto attraverso quella piccola cappella alpina che rappresenta un gesto di devozione e insieme una testimonianza storica.

Paola Gonzaga non fu una sovrana nel senso pieno del termine, non guidò eserciti e non firmò trattati, ma la sua vita si colloca esattamente nel punto in cui si chiude un capitolo della storia goriziana e se ne apre un altro sotto il dominio asburgico. Nata nel cuore del Rinascimento italiano e vissuta in una terra di confine, rappresenta una figura di passaggio tra due mondi culturali e politici. La cappella tra le montagne non è soltanto un edificio religioso: è il segno concreto di quella presenza, fragile ma significativa, che accompagna la fine di una dinastia e l’inizio di una nuova stagione politica.

Fonti consultate

Isabella Lazzarini, Gonzaga, Paola, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 57, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2001. Sergio Tavano, Paola Gonzaga, in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei Friulani, Forum Editrice Universitaria Udinese, 2015. Paolo Cosmacini, Paola Gonzaga, in Enciclopedia delle Donne, 2019. Andrea da Schivenoglia, Cronaca mantovana (sec. XV). Studi storici sulla contea di Gorizia e sul passaggio agli Asburgo alla fine del XV secolo.

Un anno senza Sergio Tavano. Lo storico che insegnò a Gorizia a guardarsi allo specchio

C’è un modo particolare con cui alcune città ricordano i propri studiosi: citandoli. Gorizia, invece, Sergio Tavano lo ascoltava. Lo ascoltava nelle conferenze affollate, nei corridoi delle biblioteche, nelle presentazioni di libri dove la storia non era mai una sequenza di date ma una trama di vite. Un anno fa scompariva uno degli studiosi più autorevoli e insieme più riconoscibili del panorama culturale goriziano: medievista di fama internazionale, accademico rigoroso, ma soprattutto interprete della memoria profonda di un territorio di frontiera. Ridurre Tavano a “storico dell’arte medievale” sarebbe corretto e allo stesso tempo insufficiente. Il suo lavoro, infatti, non si limitava allo studio delle opere: era uno studio delle relazioni. Tra popoli, tra lingue, tra confessioni religiose, tra epoche diverse che a Gorizia non si sono mai succedute davvero — hanno sempre convissuto.

Il Medioevo come presente Per Tavano il Medioevo non era un passato remoto: era la chiave per capire perché questa città esiste così com’è. Le sue ricerche su Aquileia, sul Patriarcato, sulle chiese del territorio isontino, sulla cultura figurativa tra mondo latino, slavo e germanico, mostravano una verità semplice ma spesso dimenticata: il confine qui non nasce nel Novecento. È molto più antico, ed è sempre stato permeabile. Nei suoi studi l’arte non era decorazione, ma documento civile. Un affresco diventava prova di convivenza linguistica. Un capitello raccontava una circolazione di maestranze. Una devozione popolare rivelava il dialogo tra culture. Era una storia senza retorica identitaria: non negava i conflitti, ma neppure li trasformava in destino.

Lo studioso pubblico Tavano apparteneva a una generazione di intellettuali per cui la ricerca non terminava nella pubblicazione scientifica. Doveva tornare alla città. Non c’era distinzione, per lui, tra l’aula universitaria e la sala civica. Il medesimo rigore con cui parlava a un convegno internazionale lo manteneva davanti a un pubblico di cittadini curiosi. E forse proprio qui sta la cifra del suo ruolo: ha contribuito a formare una coscienza storica locale senza mai indulgere nella divulgazione semplificata. Spiegava. Non semplificava. E la città, lentamente, imparava.

Una memoria non militante In un territorio dove la storia del Novecento è ancora terreno sensibile, Tavano ha rappresentato una posizione rara: la profondità temporale. Mostrare che Gorizia esiste prima delle appartenenze nazionali significava relativizzare — non cancellare — le fratture più recenti. La sua opera non era politica, ma aveva effetti civili: restituiva complessità. Era una memoria che non chiedeva di scegliere una parte, ma di comprendere il lungo processo che ha reso possibile l’esistenza stessa delle parti.

L’eredità A un anno dalla scomparsa, resta evidente quanto la sua figura sia stata più necessaria di quanto si percepisse mentre era presente. Non solo per la mole di studi, ma per un metodo: leggere il territorio prima delle ideologie. Oggi, in una città che prova a ridefinire il proprio ruolo europeo, la lezione di Tavano appare ancora più attuale. Capire il confine non come margine, ma come stratificazione. È forse questo il lascito più importante: aver insegnato che la storia locale non è mai piccola storia. È un punto di osservazione privilegiato sulla storia d’Europa. E che Gorizia — per comprenderla davvero — va guardata in profondità prima che in larghezza.

Valentin Stanič Il prete che insegnò a parlare al silenzio

All’inizio dell’Ottocento Gorizia è una piccola città di frontiera dell’Impero asburgico, incastonata tra colline e Isonzo. Le cronache la descrivono come un crocevia di civiltà: si parla italiano nei salotti borghesi, sloveno nei mercati, tedesco negli uffici amministrativi. È una città periferica rispetto a Vienna o Praga, ma sorprendentemente viva: elegante, multilingue, attraversata dalle idee dell’Illuminismo e del Romanticismo.

In questo scenario emerge la figura di Valentin Stanič (1774-1847), sacerdote di origine slovena destinato a lasciare tracce profonde ben oltre i confini cittadini. Il suo nome riecheggerà dalle vette alpine fino alle aule di una scuola molto speciale. Sacerdote, alpinista, educatore, tipografo, promotore della vaccinazione e difensore degli animali: una personalità impossibile da rinchiudere in una sola definizione. La sua è una storia di montagne scalate e silenzi spezzati, di fede e scienza, di cultura e compassione.

Nel 1800 Stanič è a Salisburgo per studiare filosofia e teologia. È lì che incontra la montagna — non come rifugio, ma come domanda. Nell’estate di quell’anno compie imprese straordinarie: raggiunge la cima del Watzmann e dell’Hoher Göll, diventando uno dei pionieri dell’alpinismo europeo. Tenta anche il Großglockner e, nel 1808, scala il Triglav armato di barometro per misurarne l’altezza. Non cerca primati sportivi: cerca il limite umano. Sulle vette contempla la natura come rivelazione e scrive versi poetici. Per lui la montagna è insieme laboratorio scientifico e altare naturale, un luogo in cui scienza e spiritualità coincidono. Negli anni successivi continuerà a esplorare Krn, Mangart, Prestreljenik e le Alpi Carniche: un prete che celebra messa all’alba e nel pomeriggio scala montagne, così lo ricordano i contemporanei.

Nel 1836 un libro cambia la sua vita: un manuale sull’educazione dei sordomuti. Stanič capisce che il silenzio non è una condanna. Dopo quattro anni di sforzi, nel 1840 fonda a Gorizia l’Istituto Provinciale dei Sordomuti, il primo nel Litorale austriaco. Arrivano bambini da Gorizia, Trieste e Istria che non hanno mai parlato. Con pazienza insegna loro segni, lettura labiale e scrittura; ogni parola diventa una conquista. La città assiste commossa alle dimostrazioni domenicali: quei bambini che prima non comunicavano ora recitano una preghiera. Nasce quella che i goriziani chiameranno “la scuola dei silenziosi”. Stanič non cerca gloria: vede realizzato il principio evangelico di “far udire i sordi”, anche senza l’udito.

La sua curiosità non si ferma all’insegnamento. Promuove tra i primi nell’Impero la vaccinazione contro il vaiolo, girando le campagne per convincere genitori diffidenti. Apre una tipografia artigianale e nel 1822 stampa la prima opera in sloveno pubblicata a Gorizia, portando cultura nelle case contadine. Nel 1846 fonda persino una società per la protezione degli animali, iniziativa pionieristica per l’epoca. Costruisce ponti, apre scuole rurali, aggiusta attrezzi ai contadini: un uomo universale tra Illuminismo e Romanticismo.

Nel 1847, a 73 anni, cade durante lavori di manutenzione nell’istituto e muore pochi giorni dopo. Il funerale riunisce tutta la città: italiani, sloveni, contadini e borghesi. I suoi ex allievi sordomuti portano la bara. L’istituto continuerà a funzionare per oltre un secolo, fino alla fine del Novecento. Oggi non esiste più, ma quell’edificio continua a essere una scuola: arrivano ancora studenti, diversi ma animati dallo stesso desiderio di imparare.

Nelle Alpi Giulie esiste oggi il Rifugio Valentin Stanič, dedicato al prete scalatore, e il Club Alpino di Monaco assegna un premio internazionale a suo nome per opere umanitarie e ambientali. La sua eredità unisce ciò che spesso separiamo: scienza e fede, natura e città, voce e silenzio. Valentin Stanič costruì ponti — reali e simbolici — in un’epoca di barriere. La sua storia ricorda che l’inclusione non è una teoria moderna, ma una scelta umana senza tempo. E forse, tra le campane di Gorizia e il vento delle montagne, la sua voce continua ancora a farsi sentire.

Il suo motto avrebbe potuto essere: «Non tutti possono sentire i suoni del mondo, ma tutti possono essere ascoltati

Fonti: Documenti storici e biografie contemporanee (tra cui il Dizionario biografico sloveno e resoconti parlamentari), fonti accademiche sull’educazione dei sordomuti (ricerche di J. Budau, pubblicate in italiano nel XIX sec. e raccolte in studi storici) e fonti archivistiche locali. Tutte le informazioni qui riportate sono tratte da: senato.it, lucinico.it; slovenska-biografija.si; it.wikipedia.org

I cosacchi in Carnia. E fino a Gorizia

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo. Questa, invece, è accaduta davvero, nelle montagne della Carnia.
Tra il 1944 e il 1945, una parte del Friuli divenne teatro di uno degli episodi più singolari e meno conosciuti della Seconda guerra mondiale: l’arrivo dei cosacchi, trasferiti dall’esercito tedesco in seguito alla ritirata dal fronte orientale. Non si trattò soltanto di reparti armati. Con loro arrivarono famiglie, carri, cavalli, masserizie. Un popolo in movimento, che per alcuni mesi si insediò nei paesi e nelle vallate della Carnia, con l’illusione di una nuova terra in cui stabilirsi.

Questo tentativo di creare una sorta di Kosakenland nel Nord Italia ebbe conseguenze profonde sulle comunità locali. Case requisite, campi occupati, risorse sottratte, convivenze forzate. Per le popolazioni civili fu un’esperienza traumatica, fatta di paura, adattamento e silenzio. Una guerra vissuta non nei grandi fronti, ma nella quotidianità.

Questa vicenda è ricostruita con rigore in un documentario disponibile su RaiPlay, che consiglio di guardare. Perché restituisce complessità a una pagina di storia spesso ridotta a nota a margine, mostrando come le grandi decisioni militari abbiano inciso in modo diretto sulla vita delle persone e dei territori.

Ma i cosacchi non si fermarono alla Carnia. La loro presenza si estese anche verso sud, fino al Friuli orientale e al Goriziano.

Ne ho parlato nel racconto dedicato a Maria e Grazia, due sorelle contadine di San Rocco. Nei loro ricordi i cosacchi non sono un racconto sentito dire, né una leggenda. Sono una presenza concreta: i cavalli nei campi, l’occupazione degli spazi agricoli, le lingue incomprensibili, l’attenzione costante a non sbagliare gesto, la necessità di continuare comunque a lavorare la terra.

Tra la Carnia e Gorizia corre una continuità che spesso sfugge al racconto storico. Eppure è la stessa storia: quella dei territori agricoli e periferici, considerati “disponibili”, scelti come luoghi di accampamento e di passaggio. E quella delle popolazioni civili, in particolare delle donne, chiamate a reggere la quotidianità mentre la Storia si imponeva dall’esterno.

Il documentario aiuta a capire come e perché i cosacchi arrivarono in Friuli. Il racconto di Maria e Grazia mostra fin dove quella storia è arrivata. Insieme restituiscono una memoria più completa: non solo cronaca militare, ma esperienza vissuta. Ed è per questo che vale la pena fermarsi a guardare, ascoltare, collegare. Perché certe storie non appartengono a un solo luogo, ma attraversano un intero territorio. E continuano a parlarci, se sappiamo riconoscerle.

Gorizia, vista da chi è arrivato

Un paio di giorni fa ho incontrato alcuni discendenti della famiglia Bacichi / Bonazza. Non mi aspetto che tutti sappiano chi sia stata Luisa Bacichi, ma posso anticiparlo senza esitazioni: sarà la protagonista della mia prossima fatica narrativa. Un lavoro che sto costruendo con pazienza, cercando tracce della sua vita negli archivi di mezzo mondo. Oggi la tecnologia ci permette di farlo senza muoverci da casa, ed è una fortuna. Ma non basta.

All’epoca le famiglie erano numerose e gli alberi genealogici diventavano labirinti. Per questo l’aver ritrovato dei cugini è stato, per me, motivo di autentica gioia: mi hanno consegnato frammenti di vita che, considerando che Luisa ha vissuto a lungo a Buenos Aires, mi sarebbero stati difficilissimi da recuperare altrimenti. Sono arrivati con quei meravigliosi album di famiglia di una volta, in velluto, colmi di fotografie: Luisa, sua figlia Rufina, istanti privati che ora chiedono di essere rimessi in ordine, compresi, raccontati. Da qui nasce il tentativo – ambizioso, lo so – di ricostruire la storia di una donna straordinaria, che fu anche la compagna del primo presidente dell’Argentina eletto democraticamente.

Eppure, tra tutto questo, una cosa mi ha colpita più di altre. Uno di questi parenti, giornalista sportivo di grande livello, nato a Trieste, ha scelto di venire a vivere a Gorizia. Non per necessità. Per scelta. Una delle tante scelte silenziose che continuano a portare qui persone da fuori.

Ed è proprio a voi che mi rivolgo oggi. A chi non è nato a Gorizia, ma ha deciso di fermarsi. A chi l’ha scelta, magari senza proclami, magari con qualche dubbio iniziale. Vi va di raccontarmi, con onestà, cosa funziona e cosa no? Cosa vi ha convinti. E cosa invece vi lascia perplessi, vi manca, vi sembra ancora irrisolto. Non per fare classifiche o lamentele. Ma perché credo che chi sceglie una città abbia uno sguardo prezioso: meno indulgente, meno abituato, spesso più lucido.

Se vi va, scrivetelo qui sotto o mandatemi un messaggio personale. Ascoltare chi ha scelto Gorizia, e non l’ha semplicemente ereditata, può aiutarci a capire meglio non solo questa città, ma anche il modo in cui la stiamo raccontando.

Dall’annessione all’Italia in poi, Gorizia ha attraversato il Novecento come poche altre città: da luogo di confine dell’Impero a periferia dello Stato nazionale, da città multiculturale a spazio forzatamente uniformato, poi divisa, ferita, silenziata. Ha conosciuto l’italianizzazione, la guerra, l’esodo, il confine tracciato a pochi metri dalle case, la lunga stagione dell’attesa e quella della rimozione. Eppure non ha mai smesso di essere un luogo di passaggio, di stratificazione, di incontri imprevisti. Forse per questo oggi ha ancora senso chiedere la parola a chi è arrivato da fuori e ha scelto di viverci: perché Gorizia, più che essere spiegata, ha sempre avuto bisogno di essere attraversata e raccontata, anche da chi non le apparteneva per nascita, ma per scelta.

La foto è di Beny Kosic

L’ultima vendemmia di Damijan. Appunti da un incontro tra vento, vino e silenzio

Sono stata a trovarlo domenica scorsa. Avevo bisogno di staccare, di respirare un’aria diversa — e lì, su quel monte che sembra sfiorare il cielo, ci sono riuscita. Lui ed Elena, come sempre, mi hanno accolta con gentilezza. In quel luogo magico, dove il silenzio sa parlare, perfino la mia fastidiosa irritazione agli occhi (che il medico attribuisce allo stress) si è fatta più leggera. Come se anche il corpo, per un attimo, avesse trovato quiete.

L’ho conosciuto che non aveva nemmeno diciott’anni. Un ragazzino magro, curioso, con quella luce negli occhi che hanno solo quelli che sanno già cosa vogliono, anche se non lo dicono. Ci siamo conosciuti per lavoro, con una simpatia mai venuta meno. E in tutti questi anni l’ho visto crescere. No, Damijan Podversic non è un vignaiolo qualsiasi. È uno di quelli che ha scelto di fare il vino come si fa una poesia. Con ascolto. Con ostinazione. Con visione. Ha fatto del vino un linguaggio. Lo ha lasciato respirare, gli ha permesso di dire qualcosa che andasse oltre il bicchiere. Perché ci sono persone che coltivano la vite. E poi ci sono persone che coltivano un’idea.

A pochi passi dal confine, sulle pendici del monte Calvario, Damijan ha tracciato un sentiero radicale e poetico, scegliendo la natura, la lentezza, la coerenza. Proprio lì, sotto una zona di discontinuità aerologica: un punto in cui le correnti cambiano direzione, l’aria si muove in modo irregolare, l’umidità si ferma e si trasforma. Non come effetto speciale, ma come condizione permanente. E forse, non è un caso. Come l’aria sopra il Calvario, il lavoro di Damijan nasce dall’incontro e dall’attrito. Non segue la via più comoda. Abita un punto di frizione: tra natura e cultura, tra disciplina e intuizione, tra tradizione e disobbedienza gentile.

Ora mi dice che questa sarà la sua ultima vendemmia. Lo dice con una pace che spiazza. Non è stanchezza. Non è rinuncia. È un passaggio. Una trasmissione. Una nuova fase. E allora ho sentito che era tempo di raccogliere la sua voce. Prima che torni a confondersi tra i filari. Tra le nebbie leggere del mattino, tra i silenzi che solo questa terra sa conservare. Perché ogni stagione ha il suo raccolto. E quando un uomo come Damijan decide di fermarsi, non è mai una fine. È come quando la vigna riposa in inverno: sotto, qualcosa resta vivo. E aspetta. Certe voci non vanno lasciate evaporare nell’aria, come un vino aperto troppo presto. Vanno raccolte, decantate, custodite. Come si fa con le cose rare. E preziose.

🎧 Ascolta l’intervista a Damijan Podversic su Voci dal Confine. Una conversazione lenta, di vendemmie, sogni e radici. [link Spotify | link YouTube

Nora Pincherle. L'interprete di de Gaulle

Ci sono storie che non emergono dai grandi manuali, ma da un nome pronunciato quasi per caso, da una memoria custodita con discrezione, da una traccia che qualcuno ha saputo conservare. La storia di Nora Pincherle è una di queste.

Nora nasce a Fiume il primo aprile del 1914, in una città destinata a cambiare più volte confine e appartenenza. Cresce in una famiglia ebraica abituata al plurilinguismo come pratica quotidiana: italiano, tedesco, ungherese. Le lingue non sono un ornamento, ma un modo per stare al mondo. Negli anni Trenta si trasferisce a Roma, dove studia Scienze Politiche. È una scelta tutt’altro che scontata per una donna dell’epoca. Si laurea nel 1938, proprio mentre le leggi razziali la escludono improvvisamente dalla cittadinanza piena. Poco dopo sceglie Parigi. È un esilio, ma anche un approdo.

La capitale francese, negli anni dell’occupazione, è un crocevia di fuoriusciti, immigrati, antifascisti. Qui Nora entra nella Resistenza e fa parte del Gruppo Manouchian, una formazione partigiana internazionale composta in gran parte da stranieri: italiani, ebrei, spagnoli, armeni, polacchi. A guidarla è Missak Manouchian, armeno, sopravvissuto al genocidio del suo popolo, per il quale la lotta contro il nazismo è una prosecuzione naturale di una vita segnata dalla persecuzione.

Il gruppo compie azioni di sabotaggio e attentati mirati contro gli occupanti nazisti e contro il regime collaborazionista di Vichy. Non si tratta di gesti isolati, ma di una Resistenza organizzata, collettiva, consapevole del prezzo da pagare. Nel 1943 scatta la repressione. Molti vengono arrestati. Nel 1944 ventitré di loro vengono fucilati al Forte del Mont-Valérien.

Per screditarli, la propaganda nazista tappezza Parigi con il famigerato manifesto dell’Affiche rouge. Volti, nomi, origini straniere. “Ebrei”, “comunisti”, “terroristi”. L’intento è chiaro: presentare la Resistenza come un corpo estraneo alla Francia. Ma quel manifesto, nel tempo, diventerà un simbolo opposto: il volto stesso della Resistenza. Tra quei nomi c’è anche Spartaco Fontanot.

Nato a Monfalcone nel 1922, Fontanot segue i genitori in Francia dopo le persecuzioni fasciste. Operaio, studente, poi partigiano. Tiratore scelto, quindi ufficiale, partecipa ad alcune delle azioni più importanti del gruppo Manouchian. È l’unico della componente italiana a comparire sul Manifesto Rosso, indicato come “Fontanot, comunista italiano, 12 attentati”. A Nanterre, dove aveva vissuto, una via è dedicata ai “tre Fontanot”: Spartaco e i cugini Jacques e Nerone, tutti caduti combattendo contro il nazismo.

Accanto a lui c’è un’altra figura che intreccia Resistenza, migrazione e identità: Rino Della Negra. Nato in Francia nel 1923 da genitori originari di Udine, Rino è un giovane operaio e un promettente calciatore del Red Star di Saint-Ouen. Nel 1942 viene destinato al lavoro obbligatorio in Germania. Si sottrae alla deportazione, entra in clandestinità e si unisce alla Resistenza. Dal febbraio 1943 è operativo nel gruppo Manouchian. Oggi ad Argenteuil una via e una sala municipale portano il suo nome. Ma è allo stadio Bauer di Saint-Ouen che la sua memoria è più viva: una lapide lo ricorda e la Tribuna Rino Della Negra è quella dove si concentra il tifo più appassionato del Red Star. Un modo concreto, popolare, di tenere insieme sport, memoria e antifascismo.

Nora Pincherle non viene fucilata. Viene deportata. Alla fine del 1943 è caricata su un treno diretto in Germania. Nel febbraio 1944 arriva a Ravensbrück, il principale campo di concentramento femminile nazista. È registrata come prigioniera politica. Riesce a nascondere la propria origine ebraica: non per rinnegamento, ma per sopravvivenza.

Nel Lager, le lingue tornano a salvarla. Capire, tradurre, mediare significa restare utile, restare viva. Non c’è spazio per la retorica, né per la consolazione. Ci sono però le donne, la solidarietà ostinata, e dettagli che restano impressi per sempre: come le viole del pensiero che crescono lungo il viale del campo, piccoli fiori nel fango, incongrui e reali.

Nel 1945 Nora torna. Ma Fiume non è più casa. Sceglie Gorizia, città delle radici materne, città segnata a sua volta da confini, fratture, ferite della Storia. Qui ricostruisce una vita, lavora come interprete, trasforma le lingue della sopravvivenza in un mestiere. Nel dopoguerra le capita anche di lavorare come interprete per Charles de Gaulle: uno di quei paradossi che il Novecento ha saputo produrre con spietata ironia.

Nora Pincherle muore nel 2010. Nel 2024, Missak Manouchian e sua moglie Mélinée vengono traslati al Panthéon. La Francia riconosce ufficialmente come parte della propria storia quei resistenti che un tempo aveva lasciato esposti sui muri come nemici.

Le storie di Nora, di Spartaco Fontanot, di Rino Della Negra ci ricordano che la Resistenza non è stata solo nazionale, ma profondamente europea e migrante. E che spesso, per molto tempo, la verità resta appesa a un manifesto rosso, in attesa che qualcuno impari finalmente a leggerla.

Il libro Come amare le viole del pensiero? Dio non c'era a Ravensbrück è purtroppo fuori commercio. Ma una interessante analisi dei suoi contenuti è disponibile a questo indirizzo: https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n15/03_Dep015Badurina.pdf