Le chiese di Gorizia tra fede, cultura e memoria: la riflessione di dom Stefano Visintin

 


Una riflessione di dom Stefano Visintin sul significato delle chiese nella città contemporanea, tra spiritualità, comunità e memoria collettiva.

In occasione del festival èStoria, che quest'anno ha scelto come tema conduttore le religioni, Italia Nostra e il Club UNESCO di Gorizia hanno ospitato nella sala Ugo Casiraghi dom Stefano Visintin, abate del Monastero di Praglia, teologo e studioso del rapporto tra fede, cultura e società. L'incontro è stato anche l'occasione per presentare il volume dedicato alle chiese di Gorizia, una pubblicazione che raccoglie storia, arte e significati dei principali edifici sacri della città e che può essere richiesta presso la sede di Italia Nostra in via Ascoli.

Il tema affidato al relatore — Spazi di silenzio, segni nella storia. Le chiese di Gorizia come crocevia di culture — ha offerto l'opportunità per una riflessione che è andata ben oltre la semplice descrizione degli edifici religiosi. Attraverso un percorso che ha intrecciato storia, spiritualità, architettura e identità collettiva, dom Stefano Visintin ha invitato il pubblico a interrogarsi sul significato che le chiese continuano ad avere nella città contemporanea.

Le chiese di Gorizia non sono soltanto luoghi di culto. Sono testimonianze di una storia complessa, segnata dall'incontro tra popoli, lingue e tradizioni diverse. Sono spazi nei quali la memoria della comunità continua a vivere e a trasmettersi attraverso le generazioni.

Nonostante la concomitanza con numerosi altri appuntamenti del ricco programma di èStoria, l'incontro ha registrato una partecipazione significativa, confermando quanto il tema sia sentito e quanto forte sia l'interesse per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e spirituale della città.

Nel corso del suo intervento, dom Stefano Visintin ha sviluppato tre concetti fondamentali che aiutano a comprendere il valore delle chiese nel mondo di oggi: la chiesa come segno di trascendenza, come luogo di comunità e come bene culturale vivente.

La chiesa come segno di trascendenza

Il primo concetto riguarda il bisogno, profondamente umano, di guardare oltre l'immediato. Anche in una società sempre più orientata verso la produzione, il consumo, il tempo libero e la ricerca del benessere materiale, l'uomo continua a interrogarsi sul significato ultimo della propria esistenza.

Per questo motivo le chiese mantengono un ruolo essenziale. Con la loro sola presenza nel paesaggio urbano ricordano che esiste una dimensione che va oltre ciò che è misurabile e immediatamente utile. Non sono soltanto edifici: sono segni visibili di una ricerca spirituale che accompagna l'umanità da sempre.

Dom Visintin ha richiamato l'esempio di san Benedetto e della rinascita dell'Europa dopo la caduta dell'Impero Romano. Ogni autentico rinnovamento culturale e sociale nasce infatti da una visione, da una ricerca di senso, da una capacità di guardare oltre il presente. Accanto alla dimensione orizzontale della vita economica, politica e sociale deve sempre esistere una dimensione verticale, capace di orientare il futuro e di dare significato alle scelte collettive.

La chiesa come luogo di comunità

Il secondo concetto riguarda il significato stesso dell'edificio chiesa.

Secondo il relatore, la chiesa non nasce anzitutto come luogo destinato alla preghiera individuale, ma come spazio costruito per una comunità che si riunisce. Ogni elemento architettonico contribuisce a questo scopo: il sagrato, il campanile, la navata, l'altare, le opere d'arte, i simboli.

Una chiesa ben costruita continua a comunicare il proprio significato anche quando è vuota. Parla della comunità che l'ha edificata, delle sue speranze, dei suoi valori, della sua visione del mondo. In questo senso diventa una sorta di memoria materiale condivisa.

Le chiese sono quindi anche luoghi di appartenenza e di coesione sociale. Raccontano chi siamo stati e, in parte, chi continuiamo a essere. In una società che tende alla frammentazione e all'individualismo, esse conservano la capacità di richiamare l'idea di una comunità che si riconosce in una storia comune.

La chiesa come bene culturale vivente

Il terzo concetto proposto da dom Visintin è forse quello più originale.

Le chiese sono certamente beni culturali, ma non possono essere considerate alla stessa stregua di un castello, di un museo o di un edificio storico ormai privo di funzione. Esse custodiscono opere d'arte, architetture, documenti e memorie, ma custodiscono soprattutto una vita che continua.

Un bene culturale ecclesiale è fatto certamente di pietre, affreschi, statue e arredi, ma è fatto anche delle persone che lo frequentano, delle celebrazioni che vi si svolgono, delle relazioni che vi nascono e della memoria che continua a essere tramandata.

Quando questo legame si interrompe, il rischio è che l'edificio si trasformi in un semplice oggetto museale. Le chiese conservano invece il loro significato proprio perché rimangono luoghi vissuti, capaci di mettere in relazione passato e presente.

Per questo motivo rappresentano un patrimonio particolarmente prezioso: non raccontano soltanto la storia di una comunità, ma continuano a esserne parte.

Una riflessione che guarda al futuro

La riflessione proposta da dom Stefano Visintin offre una chiave di lettura particolarmente attuale. Le chiese non appartengono soltanto al passato e non interessano esclusivamente chi frequenta la vita religiosa. Esse rappresentano luoghi nei quali si intrecciano spiritualità, cultura, identità e memoria collettiva.

In una città di frontiera come Gorizia, dove culture diverse si sono incontrate e confrontate per secoli, questi edifici continuano a raccontare una storia che non è conclusa. Sono spazi di silenzio, ma anche segni visibili di una comunità che continua a interrogarsi sul proprio presente e sul proprio futuro.

In una frase, il messaggio dell'incontro può essere riassunto così: le chiese sono importanti perché ricordano la trascendenza, costruiscono comunità e custodiscono una cultura viva che continua a parlare alle persone di oggi.

 

Voci dal Confine compie un anno: 12 mila visualizzazioni per il podcast che racconta Gorizia

 Il 10 giugno 2025 nasceva Voci dal Confine. Dodici mesi dopo il podcast ha superato le 12 mila visualizzazioni, alternando interviste, racconti storici e monologhi dedicati a figure come Maria
Bergamas, Antonio Bonne, Anton Lavrin, Ervino Pocar e Rosa Quasimodo. Un bilancio di un progetto nato per raccontare la storia e la memoria del territorio.

La rondine di Pascoli, il thermos e le Orsoline: i miei ricordi di scuola a Gorizia

Sono nata nel 1950 e ho frequentato le Orsoline di Gorizia. Tra la rondine di Pascoli, la comunione del primo venerdì e il film di Dickens, i miei ricordi si intrecciano con una conferenza sulla storia delle scuole nel Goriziano. Per questo, quando ho letto il titolo, ho avuto la sensazione che parlasse anche un po' di me.

Sono nata in via San Gabriele, una strada che allora si fermava davanti al confine. La scuola materna e le elementari le ho frequentate dalle Orsoline di Gorizia. Rivedo ancora il grembiule bianco con il colletto rosa, le aule ordinate, le suore, le compagne di scuola e quel mondo che oggi sembra lontanissimo ma che continua ad abitare la mia memoria.

La regina di Alessandria veniva da Santa Croce


Perché le Alessandrine ci affascinano ancora: la storia di Joza Sedmak Finney

Giovedì 28 maggio, lo stesso giorno dell'inaugurazione di èStoria, la sala del Centro culturale Bratuž non era gremita. Eppure c'era molta più gente di quanta me ne aspettassi. La cosa non avrebbe dovuto sorprendermi, perché le Alessandrine continuano a suscitare interesse ovunque se ne parli.

Perché accade? È una domanda che ha una risposta quasi ovvia, una volta che ci si ferma a pensarci. La loro vicenda racchiude infatti molti dei temi che toccano più profondamente la nostra sensibilità: la migrazione femminile — e non maschile, di fine 800 cosa già insolita per l'epoca — il sacrificio silenzioso, l'assenza vissuta come forma d'amore, la lontananza, la nostalgia e la ricerca di un futuro migliore.

Paolo Maurensig, lo scrittore goriziano che trasformò gli scacchi in letteratura


Oggi ricorre l'anniversario della morte di Paolo Maurensig. Sono passati cinque anni da quel 29 maggio 2021 in cui si spense a Udine uno degli scrittori più originali e internazionali espressi dal Friuli Venezia Giulia. Eppure la giornata è trascorsa quasi nel silenzio. Nessuna grande celebrazione, pochi anzi pochissimi ricordi pubblici, quasi nessun richiamo a un autore che ha portato il nome di Gorizia nelle librerie di mezzo mondo.

Gorizia 1966: quando la poesia sfidò la cortina di ferro

 


Nel maggio del 1966, in una città dove il confine si vedeva dalle finestre, poeti dell’Est e dell’Ovest europeo si ritrovarono insieme nel Castello di Gorizia, nella sala degli stati provinciali. Oggi può sembrare normale. Allora non lo era affatto.

L’Europa era ancora divisa dalla Guerra fredda. A Gorizia quella divisione non era una metafora geopolitica ma una presenza concreta: reti, controlli, diffidenze, famiglie separate, lingue improvvisamente trasformate in appartenenze politiche. Bastava attraversare una strada per entrare in un altro mondo.

Eppure, dal 19 al 22 maggio 1966, proprio in quella città di frontiera si tenne il primo Incontro Culturale Mitteleuropeo, dedicato alla poesia contemporanea. Una scelta che poteva apparire marginale, quasi evasiva, rispetto ai grandi conflitti ideologici del tempo. Ma dietro quella apparente leggerezza si nascondeva un’intuizione molto precisa.

Parlare apertamente di politica avrebbe reso quasi impossibile la partecipazione degli intellettuali provenienti dai paesi dell’Est. La poesia, invece, permetteva di creare uno spazio meno rigido, più ambiguo, più libero. Un terreno apparentemente neutro, capace però di aprire varchi dove il linguaggio diplomatico tradizionale si sarebbe fermato.

La poesia come leva culturale. Come strumento di avvicinamento. Quasi un cavallo di Troia costruito con versi e metafore invece che con slogan.

I lavori furono coordinati da Mario Luzi, mentre ospite d’onore era Giuseppe Ungaretti, tornato a Gorizia cinquant’anni dopo la sua esperienza sul Carso durante la Prima guerra mondiale. La sua presenza aveva un valore simbolico fortissimo: il poeta delle trincee ritornava in una terra che continuava a essere una linea di frattura europea.

Accanto a lui sedeva Biagio Marin, che quel confine lo conosceva intimamente, quasi fisicamente. Nella sua poesia convivevano il mare di Grado, la cultura veneziana, il mondo slavo, l’eredità asburgica. Non rappresentava soltanto una voce locale: incarnava l’identità stratificata di una terra che non era mai appartenuta completamente a una sola cultura.

Arrivarono poeti da sei paesi europei. E già durante quel primo incontro emerse qualcosa di interessante: le affinità culturali spesso superavano le appartenenze politiche. Talvolta un poeta dell’Est sembrava più vicino, per sensibilità e inquietudine, a un collega occidentale che agli intellettuali del proprio sistema ideologico.

Per qualche giorno, almeno dentro quelle sale del Castello, la geografia culturale dell’Europa sembrò diversa da quella disegnata dai blocchi della Guerra fredda.

La stampa seguì l’evento con attenzione, anche a livello internazionale. Ma la notizia che più colpì fu forse un’assenza. Pier Paolo Pasolini non si presentò.

Eppure il suo nome aleggiava inevitabilmente attorno all’iniziativa. Pasolini aveva radici friulane profonde e conosceva bene quella terra di confine, le sue tensioni linguistiche, il mondo contadino che proprio in quegli anni stava rapidamente scomparendo sotto la pressione del boom economico e dell’omologazione culturale.

Le ragioni della sua mancata partecipazione non sono mai state chiarite del tutto. Ed è forse proprio questo a rendere l’episodio così suggestivo ancora oggi. Perché da quell’incontro mancato sarebbe potuto nascere qualcosa di straordinario.

Da una parte c’era l’eresia individuale di Pasolini, la sua denuncia contro il conformismo consumistico, la distruzione delle culture popolari, la perdita delle identità locali. Dall’altra, nel Goriziano, si muoveva una parte della gioventù cattolica di confine che aspirava — spesso controcorrente — a superare le divisioni ideologiche e nazionali imposte dal dopoguerra. Due esperienze molto diverse. Ma entrambe accomunate dal rifiuto delle semplificazioni dominanti.

Cosa sarebbe accaduto se Pasolini fosse arrivato davvero a Gorizia in quei giorni? Se avesse incrociato quel clima inquieto, sospeso, ancora profondamente mitteleuropeo? È impossibile dirlo. Ma proprio questa domanda irrisolta continua a rendere quell’assenza così carica di significato.

E il dato forse più sorprendente è che, nello stesso periodo, a poche centinaia di metri dal Castello, un’altra rivoluzione stava prendendo forma. Nell’ospedale psichiatrico di via Vittorio Veneto, Franco Basaglia stava iniziando il suo lavoro di smantellamento dell’istituzione manicomiale. Anche lì si trattava di abbattere un confine. Non geografico, ma umano: quello tra “normali” e “matti”, tra cittadini e internati, tra chi aveva diritto alla parola e chi ne era stato privato.

È difficile non cogliere oggi una consonanza profonda tra queste due esperienze nate nella stessa città nello stesso anno. Da una parte la cultura che tenta di incrinare la cortina di ferro. Dall’altra Basaglia che mette in discussione un altro muro, invisibile ma altrettanto duro.

Due movimenti paralleli, forse inconsapevoli l’uno dell’altro, ma accomunati dalla stessa idea: che le divisioni non siano inevitabili. Un ruolo fondamentale nell’organizzazione del convegno lo ebbe Bino Rebellato, poeta, editore e instancabile promotore culturale, che grazie ai suoi contatti riuscì a coinvolgere alcuni dei maggiori protagonisti della poesia italiana contemporanea.

E durante gli incontri non mancarono nemmeno confronti accesi tra tradizione e neoavanguardia. Particolarmente vivaci furono gli interventi di Emilio Isgrò, Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, segno che il convegno non era soltanto una raffinata operazione diplomatica, ma anche un luogo reale di dibattito culturale.

Al termine dei lavori, i partecipanti vennero ricevuti ufficialmente in Municipio a Trieste e al Castello di Udine. Visitarono anche Aquileia e Cividale del Friuli. Gli organizzatori avevano compreso subito che quell’esperienza non poteva restare confinata a una singola città: doveva coinvolgere l’intera regione di frontiera.

Fu un’intuizione lungimirante. Negli anni successivi gli Incontri Culturali Mitteleuropei continuarono infatti a costruire relazioni attraverso il confine, diventando uno degli strumenti più longevi e discreti del dialogo europeo ben prima che si parlasse di cooperazione transfrontaliera o integrazione culturale.

Oggi, a sessant’anni di distanza, quella scelta di usare la poesia come terreno d’incontro appare molto meno ingenua di quanto potesse sembrare allora. Perché i muri raramente crollano all’improvviso. Prima si incrinano lentamente. Attraverso le parole, le relazioni, le idee, la curiosità reciproca. Nel 1966, a Gorizia, qualcuno aveva già intuito che anche la poesia poteva fare questo.

24 maggio 1915: perché Gorizia divenne una maledizione

I. Il radioso maggio 

 Il 24 maggio 1915 era una mattina di tarda primavera. Le truppe italiane varcarono la frontiera verso il Friuli orientale ancora prima che il sole fosse alto, mentre a Venezia — quasi in risposta — due aerei austro-ungarici lanciavano le prime bombe sulla città. Quattro feriti, e i veneziani che guardavano dai balconi come se fosse uno spettacolo, seguendo le nuvolette di fumo prodotte dalla contraerea con quella che un giornalista dell'epoca chiamò «serenità goldoniana». Sulle altane si scherzava, si facevano commenti, si tirava su il morale come si fa a una partita. Nessuno sembrava ancora capire — o forse nessuno voleva capire — cosa stesse davvero cominciando.