Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso, a Pavana, a 86 anni. Nei giorni successivi ho riascoltato La locomotiva, come credo abbiano fatto in molti. La canzone nasce da un fatto realmente accaduto: il 20 luglio 1893 un fuochista della Rete Adriatica, Pietro Rigosi, si impossessò di una locomotiva e la lanciò verso Bologna. Guccini trasformò quella corsa, quasi ottant'anni dopo, in una delle canzoni più potenti di Radici, l'album pubblicato nel 1972. È la storia di un uomo qualunque che, per una notte, decide di non esserlo più e diventa protagonista della propria storia.
In quegli stessi giorni stavo terminando la revisione del mio libro su Antonio Bonne. Prima di mandarlo in tipografia mi era stato suggerito di aggiungere una sezione che mi è subito piaciuta: Dramatis personae, un elenco dei personaggi che attraversano il libro, accompagnati da poche righe per ricordare chi erano e dalle rispettive date di nascita e di morte. Ho quindi cominciato a controllare nomi e date e, tra quei nomi, c'era Giuseppe Tuntar.
Sapevo naturalmente chi fosse: socialista, poi comunista, deputato eletto a Gorizia nel 1921, uno dei personaggi che appartengono alla storia politica della città nei primi anni successivi alla Grande guerra. Come spesso accade quando si lavora soprattutto su un'altra figura, però, era rimasto sullo sfondo. Sono andata a cercarne le date e mi sono fermata, perché leggendo la sua storia mi è venuto in mente il macchinista della canzone di Guccini. Tuntar non era un ferroviere e non aveva mai guidato una locomotiva, né esisteva alcun collegamento tra lui e Pietro Rigosi. Eppure, senza sapere bene perché, ho pensato a quella frase della canzone: «anche lui era un eroe».
Ho continuato a leggere e Tuntar ha smesso quasi subito di essere una semplice voce delle Dramatis personae.
Giuseppe Tuntar nasce a Visinada d'Istria, oggi Vižinada, il 7 gennaio 1882. È figlio di una famiglia povera, in un'Istria che appartiene ancora all'Impero austro-ungarico, una terra nella quale lingue, nazionalità e appartenenze si sovrappongono molto prima che qualcuno decida di tracciare nuovi confini sulle carte geografiche. Studia a Capodistria e, secondo la ricostruzione di Luciano Patat, viene inizialmente avviato al seminario, ma la strada ecclesiastica dura poco. Nel 1901 arriva all'Università di Graz. Le fonti non concordano perfettamente sul suo percorso di studi, ma concordano invece sul motivo per cui è costretto ad abbandonarli: non ha denaro sufficiente per continuarli. È un particolare che ritornerà più volte nella sua vita.
Tornato in Istria, sceglie la politica e si avvicina al movimento socialista. Già nel 1904 compare in una riunione socialista a Buie e l'anno successivo è ormai pienamente inserito nell'attività politica. Scrive, collabora con Il Proletario e con Il Lavoratore, percorre paesi e campagne, tiene conferenze e comizi. Nel 1907 entra negli organismi dirigenti socialisti dell'Istria e, tra il 1908 e il 1910, diventa uno dei principali organizzatori del movimento.
Fin dall'inizio si confronta con un tema destinato ad accompagnarlo per tutta la vita: il rapporto tra questione sociale e questione nazionale. Tuntar viene da una terra nella quale italiani, sloveni e croati vivono gli uni accanto agli altri e non crede che la soluzione dei conflitti possa consistere semplicemente nel decidere da quale parte di un confine debba stare ciascuno. Per lui la questione sociale viene prima delle contrapposizioni nazionali e la condizione concreta dei lavoratori conta più delle appartenenze imposte o rivendicate.
Nel 1910 arriva a Gorizia. Ha ventotto anni e vince il concorso per dirigere la Cassa distrettuale per ammalati. Non è un incarico marginale, perché significa occuparsi concretamente della tutela dei lavoratori in caso di malattia, in un'epoca nella quale la protezione sociale che oggi consideriamo normale è ancora tutta da costruire. Nello stesso anno diventa il primo presidente della Federazione socialista friulana. Si interessa in particolare alla condizione dei contadini, dei mezzadri e dei braccianti, tiene conferenze sulla questione agraria e parla di proprietà della terra, salari e diritti. Prima di diventare il nome di un partito, insomma, Tuntar è soprattutto un organizzatore che gira, parla, scrive e mette insieme persone.
Poi arriva la guerra e la sua vita personale ne esce duramente segnata. Si trasferisce a Trieste, perde un figlio e si ammala gravemente. L'asma, contratta in quegli anni, non lo abbandonerà più. Secondo la ricostruzione di Patat, in un periodo di particolare difficoltà economica mantiene la famiglia anche traducendo in italiano, per Il Lavoratore, i bollettini di guerra del comando austriaco.
Alla fine del conflitto Tuntar non è più soltanto il socialista che era arrivato a Gorizia nel 1910. La guerra, la rivoluzione russa, la miseria del dopoguerra e la crescente violenza politica hanno radicalizzato le sue posizioni. Nel 1919 entra nella direzione nazionale del Partito socialista e, quando al congresso di Livorno del gennaio 1921 la componente comunista abbandona il PSI, partecipa alla nascita del Partito Comunista d'Italia.
Il 1921, nella Venezia Giulia, non è però soltanto l'anno delle scissioni politiche, ma anche quello della violenza. Il 10 febbraio gli squadristi assaltano la sede e la tipografia de Il Lavoratore a Trieste. Tuntar viene arrestato dopo la resistenza all'assalto e trascorre circa quaranta giorni in carcere. Pochi mesi dopo, alle elezioni politiche di maggio, viene eletto deputato nel collegio di Gorizia.
Ed è qui che la locomotiva, in maniera del tutto casuale, è tornata nella mia ricerca. Pietro Rigosi aveva lanciato la sua macchina verso Bologna il 20 luglio 1893. Esattamente ventotto anni dopo, il 20 luglio 1921, Giuseppe Tuntar prende la parola alla Camera dei deputati e pronuncia quello che è probabilmente il discorso più importante della sua breve carriera parlamentare.
Comincia quasi facendo salire i deputati su un treno: «Se voi prendete il treno a Mestre...». Da lì li conduce idealmente verso quella Venezia Giulia che molti di loro conoscono poco. Parla delle popolazioni slave, denuncia violenze e soprusi e racconta una regione nella quale l'annessione all'Italia non ha risolto i conflitti ma ne ha creati di nuovi. In quel discorso pronuncia anche una frase che, riletta un secolo dopo a Gorizia, conserva una forza sorprendente: la questione nazionale «non si risolve con lo spostamento dei confini». Era il 1921, a Gorizia un confine era appena cambiato e altri sarebbero arrivati.
Alla Camera Tuntar non si limita alle grandi questioni ideologiche. Interroga il governo sui lavoratori licenziati dopo gli scioperi, sugli ex internati ridotti in povertà, sulle condizioni dell'industria triestina e sulle discriminazioni nella Venezia Giulia. È inoltre un deputato poverissimo. Patat racconta un particolare che mi ha colpita più di molti discorsi politici: quando deve recarsi a Roma per partecipare alle sedute parlamentari, Tuntar non sempre può permettersi una pensione e gli capita quindi di trascorrere la notte nella sala d'attesa della stazione. L'immagine di un deputato del Regno d'Italia costretto a dormire in stazione dice forse più di molte definizioni sulla sua condizione personale.
Intanto la violenza fascista continua. Durante un viaggio politico in Sardegna Tuntar viene aggredito a Cagliari; colpi vengono sparati anche contro la sua abitazione. Nel settembre 1921 perde inoltre l'incarico alla Cassa ammalati di Gorizia. Su quest'ultimo episodio occorre essere prudenti, perché negli inventari dell'Archivio storico della Camera compare, per il 1922-1923, una richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, trasmessa dalla Procura di Gorizia, con l'ipotesi di furto o eventualmente di estorsione. La documentazione che ho potuto individuare non consente di trasformare quell'accusa in una colpa accertata e le stesse ricostruzioni biografiche non concordano sulle ragioni del suo allontanamento dalla Cassa. È quindi un elemento che va ricordato senza rimuoverlo, ma anche senza caricarlo di un significato che le fonti non consentono di attribuirgli.
Negli stessi mesi Gorizia tenta un'altra strada. Nel febbraio 1922 Antonio Bonne diventa sindaco alla guida di una maggioranza nata dalla collaborazione tra forze italiane e slovene. Non ho trovato, almeno finora, documenti che provino un rapporto personale diretto tra Bonne e Tuntar e sarebbe quindi scorretto inventarlo. I due, però, appartengono allo stesso momento della storia goriziana. Tuntar aveva sostenuto che la convivenza tra le popolazioni della Venezia Giulia non poteva essere costruita spostando confini e contrapponendo nazionalità; Bonne si trova a governare una città cercando, con strumenti diversi, una convivenza politica tra italiani e sloveni. L'esperimento dura pochissimo, perché il 2 novembre 1922, pochi giorni dopo della marcia su Roma, gli squadristi entrano nel municipio di Gorizia e costringono Bonne ad andarsene.
Per Tuntar lo spazio politico e personale si restringe rapidamente. Il suo rapporto con il Partito comunista diventa difficile e, con l'affermarsi del fascismo, il problema principale non è più soltanto quale tessera abbia in tasca, ma se possa ancora restare in Italia. Nel settembre 1924 parte per Buenos Aires con la moglie Anastasia Dosso e tre figli.
Dall'altra parte dell'Atlantico deve ricominciare quasi da zero. L'uomo che era stato deputato del Regno d'Italia si trova a vendere giornali per le strade di Buenos Aires. Anche questo episodio viene raccontato da Patat. Un conoscente lo avrebbe incontrato mentre vendeva giornali in un quartiere operaio; sapendo chi fosse e conoscendo la sua cultura e il suo passato, ne parlò alla direzione di Crítica, uno dei grandi quotidiani argentini. Tuntar trovò così un lavoro più adatto a ciò che sapeva fare, come giornalista e bibliotecario.
Conosceva più lingue, traduceva, scriveva e teneva conferenze. Le fonti gli attribuiscono anche attività didattica nel Colegio Libre de Estudios Superiores. Soprattutto, però, continuò a fare politica. L'esilio non lo rese più prudente. Frequentò gli ambienti comunisti argentini, collaborò con giornali dell'emigrazione italiana e partecipò alle organizzazioni antifasciste. Nel 1929 arrivò fino a Berlino per un congresso internazionale contro il fascismo.
In seguito entrò nuovamente in conflitto con il movimento comunista, perché non condivideva la linea che impediva la collaborazione con socialisti e altre componenti antifasciste. Riteneva che contro il fascismo fosse necessario un fronte più largo e, ancora una volta, preferì perdere un'appartenenza politica piuttosto che adeguarsi a una disciplina nella quale non si riconosceva.
Negli anni Trenta collaborò soprattutto con L'Italia del Popolo, si schierò contro la guerra d'Etiopia, sostenne la Repubblica spagnola e continuò a intervenire nel dibattito politico dell'emigrazione italiana. Il regime fascista, nel frattempo, continuava a occuparsi di lui: all'Archivio Centrale dello Stato esiste ancora il suo fascicolo nel Casellario Politico Centrale, busta 5240, «Tuntar Giuseppe». Anche da Buenos Aires restava dunque un uomo da sorvegliare.
Il 3 settembre 1934 la polizia argentina lo arrestò per possesso di materiale considerato sovversivo e lo liberò poco dopo. Aveva cinquantadue anni, soffriva da tempo di asma e viveva in Argentina ormai da un decennio, ma continuò a scrivere, a discutere e a schierarsi fino alla morte.
Sulla data esatta le fonti non sono tutte concordi. La Camera dei deputati e Istrapedia indicano il 2 luglio 1940, mentre una fonte biografica slovena indica il 17 luglio. Un elemento appare però particolarmente significativo: il 3 luglio L'Italia del Popolo pubblicò già in prima pagina il necrologio firmato da Vittorio Mosca, intitolato «La morte dell'On. Giuseppe Tuntar. Un lutto per la democrazia italiana nell'Argentina». Anche Crítica, quello stesso 3 luglio, ricordava «José Tuntar». È quindi assai probabile che Tuntar fosse morto il giorno precedente, il 2 luglio. Aveva cinquantotto anni e non tornò più a Gorizia.
A questo punto torno al punto da cui ero partita, Francesco Guccini e Pietro Rigosi. Naturalmente le due storie non hanno alcun rapporto tra loro. Rigosi era un fuochista delle ferrovie e compì un gesto individuale e disperato che Guccini avrebbe trasformato molti decenni dopo in un simbolo anarchico. Tuntar era un organizzatore politico, un socialista, poi un comunista, infine un antifascista insofferente anche alle discipline del proprio campo.
Continuando a leggere la sua vita, ho però capito forse che cosa mi aveva fatto accostare quei due uomini. Non era il treno, benché il treno ritorni curiosamente più volte: nella storia di Rigosi, nell'incipit del discorso parlamentare del 20 luglio 1921 e nelle notti trascorse da Tuntar nelle sale d'attesa perché non aveva il denaro per pagarsi una camera. Il vero punto di contatto era piuttosto l'ostinazione.
Tuntar aveva interrotto l'università perché non aveva soldi, aveva perso un figlio durante la guerra, si era ammalato, era stato arrestato, picchiato e minacciato. Aveva perso il lavoro, da deputato aveva dormito nelle stazioni, aveva lasciato il proprio paese con una moglie e tre figli e, dall'altra parte dell'oceano, aveva ricominciato vendendo giornali per strada. Era entrato in conflitto anche con le organizzazioni politiche alle quali aveva dedicato anni della propria vita ed era stato arrestato ancora una volta in Argentina. Nonostante tutto, aveva continuato.
Non occorre condividere le sue idee per riconoscere la coerenza di una vita spesa per esse. Forse è questo che Guccini aveva capito così bene raccontando Rigosi: la storia non è fatta soltanto dagli uomini ai quali vengono dedicate statue, piazze e targhe. A volte resta un nome in fondo a una pagina e, nel mio caso, quel nome era finito addirittura nell'elenco delle Dramatis personae di un libro dedicato a un altro uomo.
Giuseppe Tuntar, nato a Visinada il 7 gennaio 1882 e morto in esilio a Buenos Aires il 2 luglio 1940, avrebbe dovuto occupare due righe. Cercando quelle due righe ho trovato una storia. E ho capito perché, appena avevo cominciato a leggerla, mi era tornato in mente Guccini: anche lui era un eroe.
Fonti:
- Luciano Patat, «Giuseppe Tuntar», in Alle origini del socialismo isontino. Una raccolta di biografie, Il Territorio, 1993. Testo digitalizzato
- Marino Budicin, «Giuseppe Tuntar», 1984. Testo digitalizzato
- Camera dei deputati, Portale storico, «Giuseppe Tuntar». Scheda biografica
- Camera dei deputati, Portale storico, «Giuseppe Tuntar – Attività parlamentare». Interventi parlamentari
- Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 20 luglio 1921. Atti parlamentari
- Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 5 dicembre 1921. Atti parlamentari
- Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 12 maggio 1922. Atti parlamentari
- Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 16 maggio 1923. Atti parlamentari
- Slovenska biografija, «Tuntar, Giuseppe (1882–1940)». Voce biografica
- Österreichisches Biographisches Lexikon, «Tuntar, Giuseppe». Voce biografica
- Istrapedia, «Tuntar, Giuseppe (José)». Voce biografica
- Martino Contu, studio sull'antifascismo italiano in Argentina, RiMe. Rivista dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea, CNR. Testo digitalizzato
- Studio sull'antifascismo italiano in Argentina e sull'aggressione subita da Tuntar a Cagliari, Ammentu. Testo digitalizzato
- Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, relativa alla situazione politica goriziana del primo dopoguerra e contenente riferimenti a Giuseppe Tuntar e Antonio Bonne. Tesi



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