Valentin Stanič Il prete che insegnò a parlare al silenzio

All’inizio dell’Ottocento Gorizia è una piccola città di frontiera dell’Impero asburgico, incastonata tra colline e Isonzo. Le cronache la descrivono come un crocevia di civiltà: si parla italiano nei salotti borghesi, sloveno nei mercati, tedesco negli uffici amministrativi. È una città periferica rispetto a Vienna o Praga, ma sorprendentemente viva: elegante, multilingue, attraversata dalle idee dell’Illuminismo e del Romanticismo.

In questo scenario emerge la figura di Valentin Stanič (1774-1847), sacerdote di origine slovena destinato a lasciare tracce profonde ben oltre i confini cittadini. Il suo nome riecheggerà dalle vette alpine fino alle aule di una scuola molto speciale. Sacerdote, alpinista, educatore, tipografo, promotore della vaccinazione e difensore degli animali: una personalità impossibile da rinchiudere in una sola definizione. La sua è una storia di montagne scalate e silenzi spezzati, di fede e scienza, di cultura e compassione.

Nel 1800 Stanič è a Salisburgo per studiare filosofia e teologia. È lì che incontra la montagna — non come rifugio, ma come domanda. Nell’estate di quell’anno compie imprese straordinarie: raggiunge la cima del Watzmann e dell’Hoher Göll, diventando uno dei pionieri dell’alpinismo europeo. Tenta anche il Großglockner e, nel 1808, scala il Triglav armato di barometro per misurarne l’altezza. Non cerca primati sportivi: cerca il limite umano. Sulle vette contempla la natura come rivelazione e scrive versi poetici. Per lui la montagna è insieme laboratorio scientifico e altare naturale, un luogo in cui scienza e spiritualità coincidono. Negli anni successivi continuerà a esplorare Krn, Mangart, Prestreljenik e le Alpi Carniche: un prete che celebra messa all’alba e nel pomeriggio scala montagne, così lo ricordano i contemporanei.

Nel 1836 un libro cambia la sua vita: un manuale sull’educazione dei sordomuti. Stanič capisce che il silenzio non è una condanna. Dopo quattro anni di sforzi, nel 1840 fonda a Gorizia l’Istituto Provinciale dei Sordomuti, il primo nel Litorale austriaco. Arrivano bambini da Gorizia, Trieste e Istria che non hanno mai parlato. Con pazienza insegna loro segni, lettura labiale e scrittura; ogni parola diventa una conquista. La città assiste commossa alle dimostrazioni domenicali: quei bambini che prima non comunicavano ora recitano una preghiera. Nasce quella che i goriziani chiameranno “la scuola dei silenziosi”. Stanič non cerca gloria: vede realizzato il principio evangelico di “far udire i sordi”, anche senza l’udito.

La sua curiosità non si ferma all’insegnamento. Promuove tra i primi nell’Impero la vaccinazione contro il vaiolo, girando le campagne per convincere genitori diffidenti. Apre una tipografia artigianale e nel 1822 stampa la prima opera in sloveno pubblicata a Gorizia, portando cultura nelle case contadine. Nel 1846 fonda persino una società per la protezione degli animali, iniziativa pionieristica per l’epoca. Costruisce ponti, apre scuole rurali, aggiusta attrezzi ai contadini: un uomo universale tra Illuminismo e Romanticismo.

Nel 1847, a 73 anni, cade durante lavori di manutenzione nell’istituto e muore pochi giorni dopo. Il funerale riunisce tutta la città: italiani, sloveni, contadini e borghesi. I suoi ex allievi sordomuti portano la bara. L’istituto continuerà a funzionare per oltre un secolo, fino alla fine del Novecento. Oggi non esiste più, ma quell’edificio continua a essere una scuola: arrivano ancora studenti, diversi ma animati dallo stesso desiderio di imparare.

Nelle Alpi Giulie esiste oggi il Rifugio Valentin Stanič, dedicato al prete scalatore, e il Club Alpino di Monaco assegna un premio internazionale a suo nome per opere umanitarie e ambientali. La sua eredità unisce ciò che spesso separiamo: scienza e fede, natura e città, voce e silenzio. Valentin Stanič costruì ponti — reali e simbolici — in un’epoca di barriere. La sua storia ricorda che l’inclusione non è una teoria moderna, ma una scelta umana senza tempo. E forse, tra le campane di Gorizia e il vento delle montagne, la sua voce continua ancora a farsi sentire.

Il suo motto avrebbe potuto essere: «Non tutti possono sentire i suoni del mondo, ma tutti possono essere ascoltati

Fonti: Documenti storici e biografie contemporanee (tra cui il Dizionario biografico sloveno e resoconti parlamentari), fonti accademiche sull’educazione dei sordomuti (ricerche di J. Budau, pubblicate in italiano nel XIX sec. e raccolte in studi storici) e fonti archivistiche locali. Tutte le informazioni qui riportate sono tratte da: senato.it, lucinico.it; slovenska-biografija.si; it.wikipedia.org

I cosacchi in Carnia. E fino a Gorizia

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo. Questa, invece, è accaduta davvero, nelle montagne della Carnia.
Tra il 1944 e il 1945, una parte del Friuli divenne teatro di uno degli episodi più singolari e meno conosciuti della Seconda guerra mondiale: l’arrivo dei cosacchi, trasferiti dall’esercito tedesco in seguito alla ritirata dal fronte orientale. Non si trattò soltanto di reparti armati. Con loro arrivarono famiglie, carri, cavalli, masserizie. Un popolo in movimento, che per alcuni mesi si insediò nei paesi e nelle vallate della Carnia, con l’illusione di una nuova terra in cui stabilirsi.

Questo tentativo di creare una sorta di Kosakenland nel Nord Italia ebbe conseguenze profonde sulle comunità locali. Case requisite, campi occupati, risorse sottratte, convivenze forzate. Per le popolazioni civili fu un’esperienza traumatica, fatta di paura, adattamento e silenzio. Una guerra vissuta non nei grandi fronti, ma nella quotidianità.

Questa vicenda è ricostruita con rigore in un documentario disponibile su RaiPlay, che consiglio di guardare. Perché restituisce complessità a una pagina di storia spesso ridotta a nota a margine, mostrando come le grandi decisioni militari abbiano inciso in modo diretto sulla vita delle persone e dei territori.

Ma i cosacchi non si fermarono alla Carnia. La loro presenza si estese anche verso sud, fino al Friuli orientale e al Goriziano.

Ne ho parlato nel racconto dedicato a Maria e Grazia, due sorelle contadine di San Rocco. Nei loro ricordi i cosacchi non sono un racconto sentito dire, né una leggenda. Sono una presenza concreta: i cavalli nei campi, l’occupazione degli spazi agricoli, le lingue incomprensibili, l’attenzione costante a non sbagliare gesto, la necessità di continuare comunque a lavorare la terra.

Tra la Carnia e Gorizia corre una continuità che spesso sfugge al racconto storico. Eppure è la stessa storia: quella dei territori agricoli e periferici, considerati “disponibili”, scelti come luoghi di accampamento e di passaggio. E quella delle popolazioni civili, in particolare delle donne, chiamate a reggere la quotidianità mentre la Storia si imponeva dall’esterno.

Il documentario aiuta a capire come e perché i cosacchi arrivarono in Friuli. Il racconto di Maria e Grazia mostra fin dove quella storia è arrivata. Insieme restituiscono una memoria più completa: non solo cronaca militare, ma esperienza vissuta. Ed è per questo che vale la pena fermarsi a guardare, ascoltare, collegare. Perché certe storie non appartengono a un solo luogo, ma attraversano un intero territorio. E continuano a parlarci, se sappiamo riconoscerle.

Gorizia, vista da chi è arrivato

Un paio di giorni fa ho incontrato alcuni discendenti della famiglia Bacichi / Bonazza. Non mi aspetto che tutti sappiano chi sia stata Luisa Bacichi, ma posso anticiparlo senza esitazioni: sarà la protagonista della mia prossima fatica narrativa. Un lavoro che sto costruendo con pazienza, cercando tracce della sua vita negli archivi di mezzo mondo. Oggi la tecnologia ci permette di farlo senza muoverci da casa, ed è una fortuna. Ma non basta.

All’epoca le famiglie erano numerose e gli alberi genealogici diventavano labirinti. Per questo l’aver ritrovato dei cugini è stato, per me, motivo di autentica gioia: mi hanno consegnato frammenti di vita che, considerando che Luisa ha vissuto a lungo a Buenos Aires, mi sarebbero stati difficilissimi da recuperare altrimenti. Sono arrivati con quei meravigliosi album di famiglia di una volta, in velluto, colmi di fotografie: Luisa, sua figlia Rufina, istanti privati che ora chiedono di essere rimessi in ordine, compresi, raccontati. Da qui nasce il tentativo – ambizioso, lo so – di ricostruire la storia di una donna straordinaria, che fu anche la compagna del primo presidente dell’Argentina eletto democraticamente.

Eppure, tra tutto questo, una cosa mi ha colpita più di altre. Uno di questi parenti, giornalista sportivo di grande livello, nato a Trieste, ha scelto di venire a vivere a Gorizia. Non per necessità. Per scelta. Una delle tante scelte silenziose che continuano a portare qui persone da fuori.

Ed è proprio a voi che mi rivolgo oggi. A chi non è nato a Gorizia, ma ha deciso di fermarsi. A chi l’ha scelta, magari senza proclami, magari con qualche dubbio iniziale. Vi va di raccontarmi, con onestà, cosa funziona e cosa no? Cosa vi ha convinti. E cosa invece vi lascia perplessi, vi manca, vi sembra ancora irrisolto. Non per fare classifiche o lamentele. Ma perché credo che chi sceglie una città abbia uno sguardo prezioso: meno indulgente, meno abituato, spesso più lucido.

Se vi va, scrivetelo qui sotto o mandatemi un messaggio personale. Ascoltare chi ha scelto Gorizia, e non l’ha semplicemente ereditata, può aiutarci a capire meglio non solo questa città, ma anche il modo in cui la stiamo raccontando.

Dall’annessione all’Italia in poi, Gorizia ha attraversato il Novecento come poche altre città: da luogo di confine dell’Impero a periferia dello Stato nazionale, da città multiculturale a spazio forzatamente uniformato, poi divisa, ferita, silenziata. Ha conosciuto l’italianizzazione, la guerra, l’esodo, il confine tracciato a pochi metri dalle case, la lunga stagione dell’attesa e quella della rimozione. Eppure non ha mai smesso di essere un luogo di passaggio, di stratificazione, di incontri imprevisti. Forse per questo oggi ha ancora senso chiedere la parola a chi è arrivato da fuori e ha scelto di viverci: perché Gorizia, più che essere spiegata, ha sempre avuto bisogno di essere attraversata e raccontata, anche da chi non le apparteneva per nascita, ma per scelta.

La foto è di Beny Kosic

L’ultima vendemmia di Damijan. Appunti da un incontro tra vento, vino e silenzio

Sono stata a trovarlo domenica scorsa. Avevo bisogno di staccare, di respirare un’aria diversa — e lì, su quel monte che sembra sfiorare il cielo, ci sono riuscita. Lui ed Elena, come sempre, mi hanno accolta con gentilezza. In quel luogo magico, dove il silenzio sa parlare, perfino la mia fastidiosa irritazione agli occhi (che il medico attribuisce allo stress) si è fatta più leggera. Come se anche il corpo, per un attimo, avesse trovato quiete.

L’ho conosciuto che non aveva nemmeno diciott’anni. Un ragazzino magro, curioso, con quella luce negli occhi che hanno solo quelli che sanno già cosa vogliono, anche se non lo dicono. Ci siamo conosciuti per lavoro, con una simpatia mai venuta meno. E in tutti questi anni l’ho visto crescere. No, Damijan Podversic non è un vignaiolo qualsiasi. È uno di quelli che ha scelto di fare il vino come si fa una poesia. Con ascolto. Con ostinazione. Con visione. Ha fatto del vino un linguaggio. Lo ha lasciato respirare, gli ha permesso di dire qualcosa che andasse oltre il bicchiere. Perché ci sono persone che coltivano la vite. E poi ci sono persone che coltivano un’idea.

A pochi passi dal confine, sulle pendici del monte Calvario, Damijan ha tracciato un sentiero radicale e poetico, scegliendo la natura, la lentezza, la coerenza. Proprio lì, sotto una zona di discontinuità aerologica: un punto in cui le correnti cambiano direzione, l’aria si muove in modo irregolare, l’umidità si ferma e si trasforma. Non come effetto speciale, ma come condizione permanente. E forse, non è un caso. Come l’aria sopra il Calvario, il lavoro di Damijan nasce dall’incontro e dall’attrito. Non segue la via più comoda. Abita un punto di frizione: tra natura e cultura, tra disciplina e intuizione, tra tradizione e disobbedienza gentile.

Ora mi dice che questa sarà la sua ultima vendemmia. Lo dice con una pace che spiazza. Non è stanchezza. Non è rinuncia. È un passaggio. Una trasmissione. Una nuova fase. E allora ho sentito che era tempo di raccogliere la sua voce. Prima che torni a confondersi tra i filari. Tra le nebbie leggere del mattino, tra i silenzi che solo questa terra sa conservare. Perché ogni stagione ha il suo raccolto. E quando un uomo come Damijan decide di fermarsi, non è mai una fine. È come quando la vigna riposa in inverno: sotto, qualcosa resta vivo. E aspetta. Certe voci non vanno lasciate evaporare nell’aria, come un vino aperto troppo presto. Vanno raccolte, decantate, custodite. Come si fa con le cose rare. E preziose.

🎧 Ascolta l’intervista a Damijan Podversic su Voci dal Confine. Una conversazione lenta, di vendemmie, sogni e radici. [link Spotify | link YouTube

Nora Pincherle. L'interprete di de Gaulle

Ci sono storie che non emergono dai grandi manuali, ma da un nome pronunciato quasi per caso, da una memoria custodita con discrezione, da una traccia che qualcuno ha saputo conservare. La storia di Nora Pincherle è una di queste.

Nora nasce a Fiume il primo aprile del 1914, in una città destinata a cambiare più volte confine e appartenenza. Cresce in una famiglia ebraica abituata al plurilinguismo come pratica quotidiana: italiano, tedesco, ungherese. Le lingue non sono un ornamento, ma un modo per stare al mondo. Negli anni Trenta si trasferisce a Roma, dove studia Scienze Politiche. È una scelta tutt’altro che scontata per una donna dell’epoca. Si laurea nel 1938, proprio mentre le leggi razziali la escludono improvvisamente dalla cittadinanza piena. Poco dopo sceglie Parigi. È un esilio, ma anche un approdo.

La capitale francese, negli anni dell’occupazione, è un crocevia di fuoriusciti, immigrati, antifascisti. Qui Nora entra nella Resistenza e fa parte del Gruppo Manouchian, una formazione partigiana internazionale composta in gran parte da stranieri: italiani, ebrei, spagnoli, armeni, polacchi. A guidarla è Missak Manouchian, armeno, sopravvissuto al genocidio del suo popolo, per il quale la lotta contro il nazismo è una prosecuzione naturale di una vita segnata dalla persecuzione.

Il gruppo compie azioni di sabotaggio e attentati mirati contro gli occupanti nazisti e contro il regime collaborazionista di Vichy. Non si tratta di gesti isolati, ma di una Resistenza organizzata, collettiva, consapevole del prezzo da pagare. Nel 1943 scatta la repressione. Molti vengono arrestati. Nel 1944 ventitré di loro vengono fucilati al Forte del Mont-Valérien.

Per screditarli, la propaganda nazista tappezza Parigi con il famigerato manifesto dell’Affiche rouge. Volti, nomi, origini straniere. “Ebrei”, “comunisti”, “terroristi”. L’intento è chiaro: presentare la Resistenza come un corpo estraneo alla Francia. Ma quel manifesto, nel tempo, diventerà un simbolo opposto: il volto stesso della Resistenza. Tra quei nomi c’è anche Spartaco Fontanot.

Nato a Monfalcone nel 1922, Fontanot segue i genitori in Francia dopo le persecuzioni fasciste. Operaio, studente, poi partigiano. Tiratore scelto, quindi ufficiale, partecipa ad alcune delle azioni più importanti del gruppo Manouchian. È l’unico della componente italiana a comparire sul Manifesto Rosso, indicato come “Fontanot, comunista italiano, 12 attentati”. A Nanterre, dove aveva vissuto, una via è dedicata ai “tre Fontanot”: Spartaco e i cugini Jacques e Nerone, tutti caduti combattendo contro il nazismo.

Accanto a lui c’è un’altra figura che intreccia Resistenza, migrazione e identità: Rino Della Negra. Nato in Francia nel 1923 da genitori originari di Udine, Rino è un giovane operaio e un promettente calciatore del Red Star di Saint-Ouen. Nel 1942 viene destinato al lavoro obbligatorio in Germania. Si sottrae alla deportazione, entra in clandestinità e si unisce alla Resistenza. Dal febbraio 1943 è operativo nel gruppo Manouchian. Oggi ad Argenteuil una via e una sala municipale portano il suo nome. Ma è allo stadio Bauer di Saint-Ouen che la sua memoria è più viva: una lapide lo ricorda e la Tribuna Rino Della Negra è quella dove si concentra il tifo più appassionato del Red Star. Un modo concreto, popolare, di tenere insieme sport, memoria e antifascismo.

Nora Pincherle non viene fucilata. Viene deportata. Alla fine del 1943 è caricata su un treno diretto in Germania. Nel febbraio 1944 arriva a Ravensbrück, il principale campo di concentramento femminile nazista. È registrata come prigioniera politica. Riesce a nascondere la propria origine ebraica: non per rinnegamento, ma per sopravvivenza.

Nel Lager, le lingue tornano a salvarla. Capire, tradurre, mediare significa restare utile, restare viva. Non c’è spazio per la retorica, né per la consolazione. Ci sono però le donne, la solidarietà ostinata, e dettagli che restano impressi per sempre: come le viole del pensiero che crescono lungo il viale del campo, piccoli fiori nel fango, incongrui e reali.

Nel 1945 Nora torna. Ma Fiume non è più casa. Sceglie Gorizia, città delle radici materne, città segnata a sua volta da confini, fratture, ferite della Storia. Qui ricostruisce una vita, lavora come interprete, trasforma le lingue della sopravvivenza in un mestiere. Nel dopoguerra le capita anche di lavorare come interprete per Charles de Gaulle: uno di quei paradossi che il Novecento ha saputo produrre con spietata ironia.

Nora Pincherle muore nel 2010. Nel 2024, Missak Manouchian e sua moglie Mélinée vengono traslati al Panthéon. La Francia riconosce ufficialmente come parte della propria storia quei resistenti che un tempo aveva lasciato esposti sui muri come nemici.

Le storie di Nora, di Spartaco Fontanot, di Rino Della Negra ci ricordano che la Resistenza non è stata solo nazionale, ma profondamente europea e migrante. E che spesso, per molto tempo, la verità resta appesa a un manifesto rosso, in attesa che qualcuno impari finalmente a leggerla.

Il libro Come amare le viole del pensiero? Dio non c'era a Ravensbrück è purtroppo fuori commercio. Ma una interessante analisi dei suoi contenuti è disponibile a questo indirizzo: https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n15/03_Dep015Badurina.pdf

Giorno della memoria e date da ricordare

Gorizia non è una città qualsiasi. E, quindi, approfitto di questa calma post-festiva per una semplice ma necessaria riflessione.

Ho appena finito di leggere Il suicidio di Israele di Anna Foa. Un libro complesso e limpido allo stesso tempo, che affronta senza slogan parole oggi continuamente piegate e strumentalizzate: ebraismo, identità, sionismo. Foa scrive con chiarezza, senza semplificare, e costringe chi legge a distinguere, a non confondere piani diversi, a non trasformare la storia in una clava.

Chiudendo il libro, inevitabilmente, sono tornata a riflettere sulla memoria. Il 27 gennaio si avvicina, ma lo ribadisco con convinzione: non amo le ricorrenze ufficiali. Non perché siano inutili, ma perché troppo spesso rischiano di diventare un gesto automatico, un rito che si consuma in un giorno e poi si dissolve. La memoria, quella vera, non segue il calendario. Arriva quando qualcosa la riattiva, quando un fatto, una lettura, un episodio la rende improvvisamente urgente.

Oggi, ad esempio. Proprio oggi una cara amica, profonda conoscitrice della cultura ebraica goriziana, mi ha inviato una fotografia scattata davanti alla sinagoga di Gorizia. Sul cartello che indica gli orari di apertura è stato apposto un adesivo con la scritta: “Palestina libera – boicotta Israele”. Non entro qui nel merito del conflitto israelo-palestinese, né della legittimità del dibattito politico. Ma un gesto del genere, compiuto su un luogo di culto o su un museo (qual è oggi), in una città come Gorizia, non è neutro. Non è una presa di posizione astratta. È un atto che colpisce simbolicamente una comunità, la sua storia, la sua memoria. E rivela quanto facilmente si scivoli dalla critica politica alla confusione, dall’attualità alla rimozione del passato.

Ed è qui che Gorizia torna a imporsi con tutta la sua specificità. Gorizia non è una città qualsiasi. Dopo l’8 settembre 1943 non fu amministrata dalla Repubblica Sociale Italiana, ma inglobata direttamente nel Reich, nella Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico. Questo rese la persecuzione degli ebrei immediata, diretta, tedesca. Ma c’è un elemento che non può essere taciuto, e che per troppo tempo è stato sfumato: l’altissima percentuale di ebrei deportati da Gorizia – la più alta in Italia – non si spiega solo con l’efficienza tedesca. Si spiega anche con l’aiuto fornito dai fascisti locali.

Le liste non si compilano da sole. Le case non si individuano senza qualcuno che indichi chi abita dove. In una città piccola, compatta, dove tutti sanno tutto di tutti, la collaborazione locale fu determinante. I tedeschi trovarono un terreno già preparato: informazioni, segnalazioni, delazioni. È anche per questo che a Gorizia i rastrellamenti furono così rapidi ed efficaci, e che così pochi riuscirono a salvarsi.

Questo non attribuisce a Gorizia un “primato dell’infamia”, perché le delazioni ci furono ovunque in Italia. Ma qui il contesto di confine, la dimensione ridotta della città e la collaborazione fascista locale resero la macchina persecutoria particolarmente letale. E soprattutto resero ogni storia immediatamente riconoscibile: un cognome, una scala, una via. Nulla si perde nell’anonimato.

Quando in *Donne tra due mondi* ho raccontato la storia di Ester, non ho voluto aggiungere una voce astratta alla Shoah. Ho voluto restituire alla città un frammento della propria storia rimossa. La notte tra il 23 e il 24 novembre 1943, le urla sulle scale, i camion in via Ascoli, le famiglie portate via nel giro di poche ore non sono un capitolo lontano: sono avvenute qui, nello spazio urbano che ancora attraversiamo.

Per questo episodi come l’adesivo sulla sinagoga non possono essere liquidati come marginali o innocui. Perché a Gorizia ogni parola scritta sui muri, ogni simbolo, ogni gesto che tocca la memoria ebraica cade su un terreno già segnato. E perché distinguere, oggi più che mai, tra critica politica e rispetto della storia non è un esercizio intellettuale, ma una responsabilità civile.

Ecco perché scrivo ora, e non il 27 gennaio. Perché la memoria non è una cerimonia. È un’attenzione costante. È la capacità di riconoscere quando il presente riapre una ferita del passato. E Gorizia, se vuole davvero dirsi una città consapevole della propria storia, non può permettersi di ricordare solo per appuntamento.

Alma e il confine: quando la memoria non è una bandiera

Durante le presentazioni del mio libro Donne tra due mondi c’è una domanda che ritorna spesso: qual è il personaggio che senti più vicino a te?

Non ho mai avuto dubbi nella risposta: Alma. Perché alla sua età ero mossa dalla stessa passione, dallo stesso bisogno di giustizia, dalla stessa urgenza di scegliere. E so bene che, se mi fossi trovata in quel tempo e in quel luogo, probabilmente avrei fatto la sua stessa scelta.

Il confine orientale non è mai stato un luogo semplice. Tra il Friuli orientale, il Carso e la valle dell’Isonzo, la Resistenza non fu un racconto lineare, ma un intreccio di visioni diverse, spesso inconciliabili. Brigate autonome, partigiani cattolici della Osoppo, garibaldini comunisti della Brigata Garibaldi “Natisone”: mondi che combattevano lo stesso nemico, ma immaginavano futuri differenti.

In questo scenario si muove Alma. Diciassette anni, fazzoletto rosso al collo, figlia di una famiglia povera ma antifascista. Alma sceglie la Garibaldi “Natisone” e con essa la collaborazione con i partigiani jugoslavi. Non per rinnegare l’Italia, ma per inseguire un’idea: una giustizia che valesse più delle frontiere. Una scelta che, nel tempo, l’avrebbe resa scomoda. Non eroina ufficiale, non vittima riconosciuta. Una donna che ha abitato le zone grigie della storia, quelle che fanno fatica a entrare nelle celebrazioni. Ed è proprio qui che la storia di Alma incrocia il presente.

Ogni anno, il 19 gennaio, tornano le commemorazioni legate alla Xª Flottiglia MAS, spesso presentata come simbolo di “difesa della patria” sul confine orientale. Una narrazione che insiste sulla Battaglia di Tarnova della Selva, raccontata come l’episodio che avrebbe “salvato Gorizia”. Ma la storiografia più solida ci dice altro. Tarnova fu una battaglia dura, combattuta in condizioni estreme, ma non decisiva. Gorizia venne occupata dai partigiani jugoslavi il 1º maggio 1945 e restituita all’Italia poco più di un mese dopo. La presenza della Xª MAS nell’area, sotto diretto controllo tedesco nel contesto dell’Adriatisches Küstenland, fu segnata soprattutto da operazioni di repressione antipartigiana e violenze contro la popolazione civile. Tanto che persino le autorità tedesche ne misero in discussione l’efficacia. Celebrarla oggi senza questo contesto non è memoria: è semplificazione.

La storia di Alma sta dall’altra parte di quella semplificazione. Lei vede i marò da lontano, tra i boschi e la neve. Non li mitizza. Non li demonizza. Sa solo che la “salvezza” non passa dai fucili puntati sui civili. Quando scende a Gorizia il 1º maggio con i volantini bilingui, lo fa a mani nude. E quando torna a casa, scopre che la frattura più profonda non è quella del confine, ma quella dentro le famiglie, dentro le parole non dette. Dopo la guerra, Alma conosce anche il disincanto: le purghe, gli arresti, la fine del sogno jugoslavo così come lo aveva immaginato. Non rinnega, ma comprende. Resta ai margini. Senza medaglie. Con molti silenzi.

Raccontare Alma oggi significa fare una scelta precisa: non usare la storia come una bandiera, ma come uno spazio di confronto. Significa accettare che sul confine orientale la Resistenza fu anche una guerra di idee, e che ridurla a un racconto eroico a senso unico – da qualunque parte – è un tradimento della sua complessità. Forse è questo che rende ancora scomoda la sua storia. La patria di Alma non era una divisa, né una celebrazione. Era un’idea. E con le idee, soprattutto sul confine, bisogna avere il coraggio di fare i conti.

Il libro Donne tra due mondi – Storie sul confine goriziano è disponibile:

– nelle librerie di Gorizia

– sul sito dell’editore MGS Press

– e sulle principali piattaforme online specializzate

Un modo per continuare a interrogarsi su una storia che non chiede adesioni, ma attenzione.