Un festival intitolato “Frontiere” costruisce il suo programma su una serie di contrapposizioni: Cina/USA, Oriente/Occidente, maschile/femminile, naturale/artificiale. Ma la frontiera non è una barra obliqua tra due termini opposti. È lo spazio complesso nel quale mondi diversi si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. Ridurla a un binomio significa impoverirne il significato, proprio in un territorio che della frontiera ha fatto la propria specificità e, probabilmente, una delle sue maggiori ricchezze.
Non era una provocazione fine a se stessa, e tanto meno la pretesa che un festival organizzato a Gorizia dovesse parlare soltanto di Gorizia. Era, e rimane, una domanda sul senso della parola scelta per intitolare la manifestazione.
Mi è tornata in mente oggi, leggendo sul Piccolo l'intervista della presidente della Fondazione Carigo Roberta Demartin. La presidente definisce Gorizia città di idee e cultura, sostiene che Frontiere ne rafforzi l'identità, ricorda che l'evento rinnova lo spirito di GO!2025 e dice che la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio, da una comunità che ha "fame di conoscenza". Sono considerazioni nelle quali è difficile non riconoscersi.






