Borgo Castello rinasce: il nuovo Museo della Moda a Gorizia tra memoria e futuro

A Gorizia riapre il Museo della Moda con un nuovo allestimento finanziato dal PNRR. Un racconto tra memoria, identità e rinascita nel cuore di Borgo Castello.

Chi mi conosce lo sa: io Gorizia la guardo sempre con gli occhi di chi cerca il bello, anche quando non è immediato. Sono una da bicchiere mezzo pieno, senza vergogna. Ma oggi, salendo a Borgo Castello, devo dirlo: mi sono emozionata davvero. 

Non è stato solo per un fatto personale — anche se sì, un pezzettino di quella storia lo sento anche mio. Ho partecipato alla ristrutturazione di quell’immobile alla fine degli anni ’80, e tornarci oggi, così trasformato, ha avuto qualcosa di profondamente intimo. È stato come rivedere un luogo conosciuto in un’altra vita, ma con occhi nuovi.

Ma l’emozione più grande viene da più lontano. Perché Borgo Castello, per chi è cresciuto qui, non è semplicemente un luogo. È memoria viva. I goriziani “di una certa stagione” se lo ricordano bene: negli anni ’50 e ’60 era il quartiere più povero della città. Case semplici, vite difficili, un margine che sembrava lontano dal centro, anche se stava proprio lì, sotto il Castello. Era un confine dentro la città, prima ancora che una linea sulle carte.

E oggi? Oggi è un piccolo gioiello. Non lo dico con leggerezza. Lo dico con quella sorpresa che arriva quando il passato non viene cancellato, ma trasformato. Quando un luogo non perde la sua anima, ma la ritrova sotto una luce nuova. E dentro questo percorso si inserisce il Museo della Moda.

È giusto dirlo: il museo non nasce oggi. È da anni aperto al pubblico, fa parte del patrimonio culturale della città. Ma quello a cui abbiamo assistito è qualcosa di diverso: un riallestimento profondo, un ripensamento del percorso espositivo, reso possibile anche grazie ai finanziamenti del PNRR. Non un semplice aggiornamento, ma un vero rilancio.

Il risultato si percepisce subito. Non è solo una collezione esposta: è un racconto. Un modo di attraversare il tempo attraverso gli abiti, i materiali, i dettagli. La moda — che troppo spesso viene liquidata come qualcosa di leggero — qui si rivela per quello che è davvero: uno specchio della società. Racconta i valori, i cambiamenti, le abitudini, persino le credenze.

Durante gli interventi è emerso con chiarezza. L’assessore regionale Mario Anzil ha definito questo museo un luogo di identità. Non solo uno spazio espositivo, ma un punto di incontro tra passato e presente, tra memoria e contemporaneità. E ha detto una cosa che, da goriziana, sento profondamente vera: per guardare con apertura alle identità oltre il confine, bisogna prima conoscere la propria.

Ecco, questo museo fa proprio questo. Ci costringe — nel senso migliore del termine — a guardarci allo specchio. Ma c’è anche un altro elemento che mi ha colpita. Questo non è un museo da attraversare distrattamente. È un percorso da vivere. Un’esperienza. I contenuti multimediali, la cura dell’allestimento, l’attenzione ai dettagli rendono la visita qualcosa di più di una semplice fruizione culturale: diventa un piccolo viaggio.

E c’è anche un invito concreto, che vale la pena cogliere: fino alla fine di aprile l’accesso al museo è gratuito, con orario continuato dalle 9 alle 19. Un’occasione perfetta per tornarci con calma, o per scoprirlo per la prima volta.

E forse è proprio questo il punto. La cultura di frontiera — quella che appartiene a Gorizia — non è mai solo teoria. È esperienza, è incontro, è contaminazione. È quella “poesia vivente” di cui si è parlato: non qualcosa da leggere soltanto, ma qualcosa da attraversare.

E poi c’è Gorizia. Per anni città di frontiera, presidio, margine. Oggi — senza spostarsi di un metro — città al centro dell’Europa. Non è solo una bella immagine: è un cambio di prospettiva.

Se davvero vogliamo essere una città europea della cultura — non per un anno, ma per sempre — dobbiamo continuare così: investendo nei luoghi, ma soprattutto nel loro significato. Trasformando gli spazi in occasioni di racconto, di identità, di futuro.

Borgo Castello oggi è la prova che si può fare. E mentre scendevo, con ancora addosso quell’emozione un po’ inattesa, ho pensato che forse il bicchiere mezzo pieno, ogni tanto, non è solo un modo di vedere le cose. È un modo per farle accadere.

 

Il sapore dell'infanzia: perché le fragole vere si trovano solo dal produttore locale

Dalle fragoline di bosco in montagna alle fragole del contadino sotto casa: un viaggio nei sapori autentici che il supermercato non potrà mai darti. E la ricetta della ciotola con zucchero e limone.

Ci sono sapori che non si archiviano. Non finiscono nel cassetto dei ricordi insieme alle fotografie sbiadite e ai giocattoli rotti. Rimangono lì, in superficie, vivi, pronti a emergere al primo richiamo. Basta un profumo, un colore, una consistenza sotto i denti — e sei di nuovo lì, a sei anni, con le ginocchia sporche di terra e il sole di maggio che scalda la nuca.

Per me quel sapore è la fragola. Non una fragola qualunque, sia chiaro. Non quella cosa acquosa e insipida che trovi impilata nei vassoi di plastica tra le corsie del supermercato. Parlo della fragola vera. Quella che devi cercare, meritarti, aspettare. Quella che quando finalmente la trovi, ti fa venire quasi voglia di piangere — non di tristezza, ma di quella gratitudine strana che proviamo davanti alle cose belle e vere.

La montagna, i sentieri, e quel momento. Avevo forse sette, forse otto anni. La domenica d'estate in casa mia significava una cosa sola: si va in montagna. Nessuna discussione, nessuna alternativa. Si preparava lo zaino, anzi a dire il vero il tascapane, la sera prima — il thermos del caffè, i panini avvolti nella carta oleata, la giacca a vento che non serviva mai ma che bisognava portare lo stesso — e la mattina si partiva presto per prendere il treno. Non avevamo la macchina, allora. Quella è arrivata anni dopo, quando mia sorella, più grande di me, ha compiuto diciotto anni e ha preso la patente. Prima di allora, Tarvisio la si raggiungeva così: seduti sul treno, con lo zaino sulle ginocchia, a guardare il paesaggio che cambiava fuori dal finestrino mentre il paese lasciava posto ai prati e i prati alle montagne.

Camminavo dietro ai miei genitori cercando di tenere il passo, guardando più i sassi del sentiero che il paesaggio intorno. Poi, a un certo punto, mio padre si fermava. Senza preavviso, senza annuncio. Si abbassava su un fianco del sentiero, tra l'erba alta e le foglie basse, e indicava qualcosa con il dito. Io mi avvicinavo, mi abbassavo anche io, e lì le vedevo.

Fragoline di bosco. Piccole come un'unghia, rosse quasi bordeaux, nascoste tra le foglie come se non volessero farsi trovare. Ce n'erano poche — ci sono sempre poche, delle cose preziose — e bisognava raccoglierle una ad una con quella delicatezza che si riserva alle cose che si rompono. Le mettevamo nel palmo della mano, non nel sacchetto, perché nel sacchetto si sarebbero schiacciate. E poi in bocca, subito, prima che qualcuno ce le rubasse.

Quel sapore è impossibile da descrivere a chi non l'ha mai assaggiato. È fragola, sì, ma concentrata, intensa, come se in quel corpicino minuscolo ci fosse tutto il sole di tre settimane e tutta la pioggia di un temporale estivo. C'è un'acidità che punge appena, poi una dolcezza che arriva dopo, lunga, quasi infinita. E un profumo — il profumo sopra tutto — che ti rimane nelle narici per ore. Eravamo lenti, in quei giorni, sul sentiero. Ci fermavamo spesso. Nessuno si lamentava. Anche mia madre, che normalmente era quella che spingeva il passo, si abbassava tra le foglie con la stessa pazienza silenziosa. In quei momenti la montagna diventava qualcos'altro — non un percorso da fare, ma un posto dove stare.

Il rito della terrinetta. Se la giornata era stata generosa e le fragole erano tante, tornavamo a casa con un sacchettino pieno — fragoline di bosco, ma anche le cugine più grandi raccolte nell'orto di qualche vicino o comprate da qualche contadino lungo la strada. E allora scattava il rito. Mia madre tirava fuori la terrinetta di ceramica bianca — sempre quella, non se ne poteva usare un'altra — e cominciava a lavare le fragole con una cura quasi esagerata, una per una, sotto l'acqua fredda del rubinetto. Le asciugava, le sistemava nella ciotola, e poi arrivava il momento dello zucchero. Non poco. Una spolverata generosa, coraggiosa, senza sensi di colpa. Poi il limone: mezzo limone, appena spremuto, con quei semini che bisognava togliere a uno a uno.

Si mescolava piano, con un cucchiaio grande. E poi — la parte più difficile — si aspettava. Dieci minuti, un quarto d'ora. Quel tempo in cui lo zucchero si scioglie lentamente nel succo che la fragola rilascia, il limone entra e taglia la dolcezza, e nella ciotola si forma quel liquido rubino, denso, profumatissimo, che è quasi meglio delle fragole stesse. Si aspettava in silenzio, girando intorno alla ciotola come gatti intorno al latte, fingendo di fare altro ma controllando ogni trenta secondi se era pronta. Quando finalmente si portava in tavola — fuori, in giardino, nel tardo pomeriggio con le ombre lunghe — c'era sempre un momento di silenzio. Il primo cucchiaio. Tutti lo prendevano nello stesso istante, e per qualche secondo nessuno parlava. Non ce n'era bisogno. Quel sapore diceva tutto. Poi sei cresciuto. E hai smesso di cercare.

Succede a tutti, in modo diverso ma identico nella sostanza. La vita si accelera, le domeniche in montagna diventano rare, e per la spesa si va dove è comodo. Il supermercato sotto casa, la corsia della frutta, le fragole sempre disponibili, in ogni stagione, in ogni mese dell'anno. Grandi, rosse, lucidissime, con quella forma perfetta che sembra disegnata al computer.

Le compri, le porti a casa, le metti nella ciotola con lo zucchero e il limone. Aspetti quei quindici minuti. E poi le assaggi. Niente. O quasi niente. Un'ombra di sapore, un ricordo sbiadito, la fotocopia di una fotocopia. Pensi che forse è la memoria che inganna, che le cose da bambini sembrano sempre più buone. Ma non è così. È che quella fragola non ha mai vissuto davvero. È stata coltivata in fretta, raccolta prima di maturare, tenuta in cella frigo per giorni, trasportata per centinaia di chilometri. Bella come una modella di plastica. Vuota come lei.

Il sapore non si fabbrica. Non si ottiene con la chimica, non si recupera con la catena del freddo. O la fragola è cresciuta lentamente, sotto il sole vero, in una terra vera, raccolta quando era pronta — o non ha niente da dirti.

La risposta: cercare chi le produce. La buona notizia è che quel sapore esiste ancora. Non bisogna tornare in montagna a cercarlo tra i sentieri, anche se non sarebbe una cattiva idea. Basta uscire dal supermercato e trovare chi le fragole le coltiva davvero. Un'azienda agricola, un contadino con il banchetto sul ciglio della strada, un mercato contadino del sabato mattina. Quelle fragole sanno ancora di fragole. Sono piccole, spesso irregolari, con qualche imperfezione. Ma mordile — e capisci tutto.

Io le trovo in due posti qui da noi. Dall'Azienda Feresin a Fiumicello — verdura, frutti di stagione e anche fiori, con quella cura che riconosci subito quando qualcuno fa le cose per bene. E da Donat a San Pier d'Isonzo, un'altra realtà che conosco e di cui mi fido. Non li cito per farvi pubblicità. Li cito perché sono i miei riferimenti, perché quando porto a casa le loro fragole e preparo la ciotola di mia madre — zucchero, limone, quindici minuti di attesa — quel profumo finalmente torna. Quello stesso profumo di trent'anni fa, in giardino, con le ombre lunghe del pomeriggio.

Ma ogni zona ha i suoi. Cercate intorno a voi. Chiedete al vicino, fermatevi a quel banchetto che avete sempre superato senza guardare, andate al mercato contadino del fine settimana. I produttori locali esistono, resistono, e meritano di essere trovati. Non solo per le fragole — per tutto. Ma le fragole, adesso, sono il motivo perfetto per cominciare.

Siamo in piena stagione. Fuori ci sono le fragole più buone dell'anno. Non sprecate questa finestra — dura poco, come tutte le cose belle. Trovate il vostro produttore, comprate troppo, preparate la ciotola, aspettate i vostri quindici minuti. E poi ditemi se avevo torto.

Chi era Ossi Czinner: l’artista del confine dimenticata tra Trieste e il Friuli

Ci sono storie che non arrivano dai libri, ma affiorano quasi per caso, come se fossero rimaste in attesa del momento giusto. Tra i ricordi della mia esperienza lavorativa, ce n’è uno che mi è rimasto particolarmente impresso. Avevo appena iniziato a lavorare nell’ufficio tecnico quando l’ingegnere capo mi fece chiamare nel suo ufficio e mi presentò Agostino Piazza, Tino da Noale. Fu in quell’occasione che compresi quale sarebbe stato il mio incarico: occuparmi dei bandi di concorso nazionali per l’abbellimento artistico degli edifici pubblici. Per me, che non avevo alcuna preparazione artistica, si trattò di una vera rivelazione. Entrai in contatto con artisti non solo regionali, ma anche nazionali, e un mondo che fino a quel momento mi era rimasto estraneo cominciò lentamente a parlarmi.

Il cavallino d’oro celebra i trent’anni dell’Isola della Cona

Riserva naturale della Foce dell’Isonzo: natura, birdwatching e itinerari a pochi chilometri da Gorizia

In un anno in cui il nostro territorio è sempre più al centro dell’attenzione per il turismo culturale e di prossimità, può sembrare quasi paradossale dover ricordare che a pochi chilometri da Gorizia esiste uno degli ambienti naturali più significativi dell’intero Nord Adriatico. Eppure è così. L’Isola della Cona, che proprio quest’anno celebra i trent’anni dall’istituzione della riserva naturale, continua a essere per molti un luogo “vicino ma sconosciuto”, una meta rimandata, una gita che si promette di fare prima o poi.

Nei mesi scorsi ho scritto un libro di fiabe ambientate nei luoghi del nostro territorio. La tipografia me ne ha consegnato le copie proprio nei giorni scorsi: hanno ancora quel buon odore delle cose fresche di stampa, che invita ad aprirle e sfogliarle piano. Un modo semplice, quasi giocoso, per invitare i bambini — e con loro anche i genitori — a fare quelle gite “fuori porta” che a volte dimentichiamo di fare proprio dove viviamo. Nel libro si incontrano le gallerie del Brestovec, la grotta di San Giovanni d’Antro, le cicogne di Fagagna ed anche l’Isola della Cona. Qui vive il cavallo Lino, che deve ancora decidere cosa vuole essere.

Pasquale De Simone: l’esule che costruì il dialogo sul confine di Gorizia

C’è un’assenza che pesa. Nel tempo in cui Gorizia e Nova Gorica sono state Capitale europea della cultura, il nome di Pasquale De Simone è rimasto ai margini del racconto pubblico. Non per mancanza di merito, ma forse per quella discrezione che ha caratterizzato tutta la sua vita. Eppure, proprio nel momento in cui la città ha celebrato il superamento del confine, sarebbe stato naturale — e doveroso — ricordare chi, quando quel confine era ancora chiuso e carico di tensioni, ha lavorato perché diventasse uno spazio di relazione.

Il giorno della sua morte è allora l’occasione per restituire questa mancanza, senza polemica ma con chiarezza. Perché alcune figure non chiedono celebrazioni, ma attenzione. E se non vengono nominate, il rischio non è solo l’oblio: è la perdita di continuità tra ciò che siamo stati e ciò che diciamo di essere oggi.

Giardini, Balconi Fioriti e Orti 2026 Facciamo rifiorire le nostre città con i migliori spazi verdi di casa

Torna per il settimo anno il concorso più verde della città! Il Centro per la Conservazione e Valorizzazione delle Tradizioni Popolari di Borgo San Rocco, instancabile custode delle tradizioni cittadine ed anche super attivo nel promuovere il territorio, lancia la nuova edizione del concorso dedicato ai giardini, ai balconi fioriti e agli orti domestici. Coopera alla realizzazione del concorso, per il quarto anno consecutivo, l'associazione Turistično Društvo di Nova Gorica, partner convinto ed entusiasta dell'iniziativa, e collabora inoltre, per il secondo anno consecutivo, l'Associazione goriziana Animalíe odv.

Anche nel 2026 il concorso si amplierà con ulteriori offerte formative e di reciproca conoscenza: saranno proposte conferenze tematiche e passeggiate in città alla scoperta del verde pubblico e privato. Il concorso e tutti gli eventi sono aperti alle cittadinanze e saranno sempre garantite le traduzioni simultanee in italiano e sloveno.

Eredità interrotte. La casa rossa sotto il monte

Se c’è una cosa che mi dispiace molto è che i miei cugini abbiano demolito la casa dove mia nonna visse a Palazzo, subito sotto il monte. Capisco le loro necessità. Capisco il modernismo. Capisco anche che quella casa probabilmente non aveva fondamenta solide. Ma il ricordo di quella facciata rossa con la riga bianca, quasi sotto il sasso di San Belin, è rimasto immutato nella mia mente.

Era una casa povera, essenziale, costruita per resistere più che per durare. Eppure dentro quelle mura si custodiva un sapere che non ha mai trovato posto nei libri.