Dall'Egitto a Miramare, passando per Vipava: la colonna che non arrivò mai a Trieste


Una
lettura casuale, una scoperta sorprendente e un viaggio nell'Ottocento, quando Trieste guardava all'Egitto. Dalla colonna donata da Anton von Lavrin ai sarcofagi di Vipava, fino alla mostra dedicata alle collezioni egizie di Massimiliano d'Asburgo a Miramare. 

Costretta a letto per cause di forza maggiore, ne approfitto per recuperare qualche lettura rimasta in sospeso. Tra queste c'è il numero autunnale di Giro FVG, che mi ha riservato una curiosa sorpresa. Sfogliando la rivista, infatti, mi sono imbattuta in un nome che conosco bene: Anton von Lavrin, il diplomatico austriaco e appassionato di antichità egizie del quale avevo parlato in una puntata del mio podcast Voci dal confine.

In quell'occasione avevo raccontato la storia dei due sarcofagi egizi che Lavrin fece trasportare fino a Vipava, dove ancora oggi si trovano. Leggendo Giro FVG ho scoperto però un particolare che non conoscevo e che merita di essere raccontato.

Arcidiocesi di Gorizia, 275 anni tra due confini


Verso i 275 anni dell’Arcidiocesi, una storia che da Maria Teresa al Novecento intreccia la vita religiosa con quella politica della nostra città.

Il 18 aprile 2027 l’Arcidiocesi di Gorizia compirà 275 anni, e da questo ottobre è in programma una serie di iniziative per ricordarlo. È un anniversario che riguarda anche chi non frequenta le chiese, perché la storia della Chiesa goriziana è anche la storia di una città che ha conosciuto imperi, guerre, cambi di sovranità, conflitti nazionali e confini. Una città nella quale, per secoli, la convivenza fra lingue e culture diverse è stata una condizione quotidiana, prima di diventare un argomento di dibattito politico.

L’Arcidiocesi nasce nel Settecento per effetto di un confine politico e, due secoli più tardi, un altro confine ne modifica profondamente il territorio. Fra il 1752 e il 1947 si svolge una vicenda che appartiene alla memoria collettiva del Goriziano.

Filippo Betto, l'inquietudine di uno scrittore di confine


Da
Pier Vittorio Tondelli a Fabrica, una vita nella letteratura e nella cultura italiana. Il ritratto di uno scrittore che la sua città non ha mai davvero riconosciuto.

 Nato a Gorizia nel 1966 e morto a soli 42 anni, Filippo Betto ha attraversato una delle stagioni più vivaci della letteratura italiana contemporanea, tra Pier Vittorio Tondelli, la narrativa degli anni Novanta, il teatro e l'esperienza internazionale di Fabrica. A raccontarlo oggi sono anche le persone che lo hanno conosciuto e sua sorella Michela, che ha contribuito a ricostruire alcuni passaggi della sua breve vita.

«Forse è quella più vera come foto». Così mi ha scritto Michela Betto, sorella di Filippo, inviandomi una fotografia scattata a Treviso da un collega, quando lo scrittore lavorava a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. È un'immagine degli ultimi anni della sua vita. Filippo guarda l'obiettivo attraverso gli occhiali dalla montatura scura, con una sigaretta tra le dita. Michela riconosce in quel ritratto i segni della sua personalità, comprese le cicatrici lasciate dalle numerose cadute, materiali e psicologiche, che avevano segnato la sua esistenza.

Quando si spengono le luci, che cosa resta?


Fondazione Carigo, grandi eventi e associazionismo: il confronto con CRTrieste pone una domanda sul futuro delle risorse del territorio

Una pagina intera del Piccolo, una sola parola a caratteri enormi: «GRAZIE!». È il ringraziamento pubblicato dopo i tre giorni di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, manifestazione organizzata con il coinvolgimento di Nord Est Multimedia, Editori Laterza, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Comune e Regione. Il testo celebra il successo dell’iniziativa, ringrazia pubblico, istituzioni, università, commercianti e collaboratori e attribuisce esplicitamente alla «fiducia e alla visione» della Fondazione Carigo un ruolo determinante, ricordando inoltre che per sua «iniziativa e intuizione» il festival è stato integrato con Crossroads, il programma diffuso che per tre giorni ha coinvolto la città. Nulla di illegittimo, naturalmente, ma quella pagina, apparsa proprio sul quotidiano appartenente al gruppo editoriale coinvolto nell’organizzazione, finisce involontariamente per porre una domanda che va ben oltre il bilancio della manifestazione: è questo il ruolo che dovrebbe assumere una fondazione nata dal patrimonio e dalla storia economica di una comunità?

Storia locale o cronaca? Gorizia, Antonio Bonne e la fine della città liberale

Un commento su Facebook e la risposta di un insegnante di storia: "la storia locale è cronaca". Ma la storia di Gorizia è storia europea, e la vicenda di Antonio Bonne, sindaco nel 1922, lo dimostra.

Qualche giorno fa avevo pubblicato su Facebook uno dei tanti post con cui segnalo ciò che scrivo nel blog Vado a vivere a Gorizia e racconto nel podcast Voci dal confine. Tra i commenti mi ha colpito quello di un'amica virtuale, peraltro anonima, perché di lei conosco soltanto ciò che lascia affiorare attraverso i social, che ha raccontato un episodio dei suoi anni di liceo.

Alcuni studenti avevano chiesto all'insegnante di storia di dedicare un po' di spazio alla storia locale. La risposta era stata, più o meno, che si trattava di provincialismo: quelle vicende appartenevano alla cronaca, non alla storia. Questa frase mi è rimasta in testa perché contiene due equivoci: uno sulla differenza tra cronaca e storia, l'altro, forse più interessante, su che cosa consideriamo degno di diventare storia.

Simon Gregorčič, il poeta dell'Isonzo e della Gorizia di confine

 

Simon Gregorčič, poeta sloveno di Gorizia, ritratto

C'è un momento, nella poesia Soči, in cui l'Isonzo smette di essere soltanto un fiume. Fino a quel punto Simon Gregorčič lo ha guardato come si guarda qualcosa di intimamente familiare: acqua limpida, montagne, la valle dell'infanzia. Poi il paesaggio cambia. Compaiono le tombe, la patria, una minaccia che arriva da sud, il piombo, il sangue. E quel componimento scritto alla fine degli anni Settanta dell'Ottocento, molti decenni prima delle battaglie dell'Isonzo, finirà per essere letto come una profezia della Grande guerra.
È questa probabilmente l'immagine più nota di Gregorčič.

A Gorizia, città del dialogo, le contrapposizioni non fanno una frontiera.

Un festival intitolato “Frontiere” costruisce il suo programma su una serie di contrapposizioni: Cina/USA, Oriente/Occidente, maschile/femminile, naturale/artificiale. Ma la frontiera non è una barra obliqua tra due termini opposti. È lo spazio complesso nel quale mondi diversi si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. Ridurla a un binomio significa impoverirne il significato, proprio in un territorio che della frontiera ha fatto la propria specificità e, probabilmente, una delle sue maggiori ricchezze. 

 

Qualche settimana fa, alla presentazione del programma di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, avevo posto una domanda molto semplice: Gorizia dov'è?
Non era una provocazione fine a se stessa, e tanto meno la pretesa che un festival organizzato a Gorizia dovesse parlare soltanto di Gorizia. Era, e rimane, una domanda sul senso della parola scelta per intitolare la manifestazione.
Mi è tornata in mente oggi, leggendo sul Piccolo l'intervista della presidente della Fondazione Carigo Roberta Demartin. La presidente definisce Gorizia città di idee e cultura, sostiene che Frontiere ne rafforzi l'identità, ricorda che l'evento rinnova lo spirito di GO!2025 e dice che la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio, da una comunità che ha "fame di conoscenza". Sono considerazioni nelle quali è difficile non riconoscersi.