Ervino Pocar, l'uomo che ci ha regalato Kafka

Ervino Pocar nasce a Pirano nel 1892, cresce a Gorizia tra lingue e frontiere, e diventa il più grande traduttore dal tedesco che l'Italia abbia avuto. Kafka, Thomas Mann, Hermann Hesse: trecento opere portate in italiano nel corso di cinquant'anni alla Mondadori. Una figura che Gorizia, Capitale Europea della Cultura, ha inspiegabilmente ignorato. Questo post è un piccolo debito saldato.


Ogni volta che incontro Hans Kitzmüller — germanista, traduttore, testimone instancabile della cultura tedesca a Gorizia — succede la stessa cosa. Mi chiede del mio lavoro, io racconto, e a un certo punto lui alza lo sguardo e dice, con quella pazienza bonaria che nasconde una punta di rimprovero:

Ha ragione. Ce l'ha sempre avuta.

La verità è che sono fatta così: mi lascio catturare dalle storie più antiche, da quelle che rischiano di sparire del tutto se nessuno le racconta adesso. E intanto Pocar aspetta. Eppure anche la sua è una storia che rischia di perdersi — e c'è qualcosa di paradossale nel fatto che Gorizia, Capitale Europea della Cultura, non abbia ancora dedicato a questo suo figlio l'attenzione che merita. Un uomo che ha portato la grande letteratura tedesca in Italia, traduzione dopo traduzione, per cinquant'anni. Ignorarlo è una lacuna che pesa.

Oggi colmo il debito. Con Hans, e con me stessa.

Il nome è Ervino Pocar. Suona friulano, istriano, mitteleuropeo tutto insieme. Forse non lo conosci. Eppure se hai mai letto Kafka in italiano — il Processo, la Metamorfosi, il Castello — hai letto parole che sono passate attraverso le sue mani.

Una vita nata tra tre lingue. Ervino nasce nel 1892 a Pirano, in Istria, da una famiglia di origini contadine. Suo padre Giovanni è friulano di Cormòns, sua madre Giovanna è istriana. Crescere in quella casa significa già fare i conti con mondi diversi: il friulano, lo sloveno, e poi il tedesco che arriva con le scuole elementari, quasi come una lingua di adozione.

Quando la famiglia si trasferisce a Gorizia per dare una buona istruzione ai quattro figli, Ervino entra allo Staatgymnasium di via Mameli — quello che oggi è la Biblioteca Statale Isontina. Tra i banchi incontra ragazzi che diventeranno qualcuno: Biagio Marin, il poeta del mare di Grado; Antonio Morassi, futuro soprintendente alle Belle Arti; Umberto Cuzzi, architetto razionalista a Torino. Una generazione di frontiera, nel senso più bello del termine.

Nel 1912 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Vienna. La guerra arriva a spezzare tutto: viene fatto prigioniero e confinato perché irredentista. La laurea, prevista per il 1915, arriva solo nell'ottobre del 1917, nel mezzo del conflitto.

Milano, i libri, la MondadoriDopo la guerra Pocar si stabilisce a Milano. Lavora al Touring Club, dirige una rivista per ragazzi, La Sorgente. Ma il suo destino vero è altrove: nel 1934 entra alla Mondadori come traduttore ufficiale dal tedesco. Ci rimarrà per decenni, diventando redattore capo del settore libri.

In quegli anni l'Italia scopre la grande letteratura di lingua tedesca in gran parte attraverso di lui. Thomas Mann, Hermann Hesse, Hugo von Hofmannsthal, Erich Maria Remarque, Novalis, Heinrich von Kleist: sono circa trecento traduzioni nell'arco di mezzo secolo. Un numero che fa girare la testa, se si pensa a cosa significa tradurre davvero — non trasportare parole da una lingua all'altra, ma ricostruire un mondo intero con strumenti diversi.

"Tradurre non si può, ma si deve". Pocar aveva una sua filosofia della traduzione, semplice e profonda insieme. Diceva che tradurre è impossibile in senso assoluto — e che proprio per questo è necessario farlo. Il paradosso lo affascinava: i più grandi pensatori che avevano dichiarato l'intraducibilità della letteratura erano spesso gli stessi che si erano messi a tradurre. Per lui la chiave era l'onestà: stare di fronte al testo senza trucchi, senza scorciatoie, cercando di capire non solo le parole ma lo spirito di chi le aveva scritte.

Questa onestà si vede nelle sue traduzioni di Kafka più che altrove. Nel 1963 la Mondadori gli affida un progetto monumentale: l'edizione critica completa di tutte le opere di Franz Kafka. Pocar si procura riproduzioni fotografiche dei manoscritti originali conservati alla Bodleian Library di Oxford, studia i diari curati da Max Brod, accumula anni di note e appunti. È un lavoro che porta avanti fino alla vecchiaia, con quella testardaggine silenziosa che appartiene alle persone che sanno esattamente cosa stanno facendo e perché.

Un uomo di frontiera, dimenticato in casa propria. C'è qualcosa di malinconico nella storia di Ervino Pocar. Nasce in un mondo — quello dell'Adriatico orientale, di Gorizia, dell'Istria — che nel corso della sua vita cambia faccia più volte, si spezza, si ricompone. Porta dentro di sé lingue e culture che la storia del Novecento cercherà in ogni modo di separare. E lui, invece, le tiene insieme: traduce, media, costruisce ponti.

Nel 1977 l'Università di Trieste gli conferisce la laurea honoris causa in lingue e letterature straniere. Dal 1957 è membro della Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, l'accademia tedesca della lingua e della poesia — un riconoscimento rarissimo per uno studioso italiano. Diventa presidente onorario dell'Associazione Italiana Traduttori e Interpreti.

Muore a Milano il 17 agosto 1981, a quasi novant'anni, ancora al lavoro.

Perché parlarne oggiQuando Hans mi rimprovera — con gentilezza, ma mi rimprovera — sa benissimo cosa sta facendo. Sa che certe storie non aspettano. Sa che una città può celebrarsi come capitale della cultura europea e dimenticarsi, nel frattempo, di chi quella cultura l'ha costruita mattone dopo mattone, parola dopo parola.

Pocar non ha mai cercato la ribalta. È uno di quegli uomini che lavorano nell'ombra perché il loro lavoro, quando è fatto bene, non si vede. Leggere una sua traduzione è come guardare attraverso un vetro pulitissimo: vedi il paesaggio, non il vetro. Ed è proprio lì, in quella trasparenza guadagnata con fatica, che sta la grandezza.

La prossima volta che apri un Kafka, pensa a lui. A un ragazzo di Pirano che ha imparato il tedesco alle scuole elementari e ha finito per restituircelo, trasformato in letteratura italiana.

Se vuoi ascoltare il podcast di Voci dal confine lo trovi qua! 

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Formò, tra interruzioni e riprese, parecchi governi, e fu uomo pragmatico, duttile, usando l’arte tutta italiana di tenersi a galla tra i flutti impetuosi delle polemiche e instabilità politiche, caratteristiche del paese che governava. Uscito dalla sinistra storica e poi divenuto convinto liberale, cercò sempre il consenso dell’opposizione, specie tra gli amici moderati dell’altro schieramento, tanto da venir considerato un socialista dalla destra e un conservatore dalla sinistra. In realtà la sua opera portò notevoli vantaggi agli umili e agli svantaggiati della società, che uscirono in buona parte dall’indigenza, per la sua opera di governo.

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Non è stato solo per un fatto personale — anche se sì, un pezzettino di quella storia lo sento anche mio. Ho partecipato alla ristrutturazione di quell’immobile alla fine degli anni ’80, e tornarci oggi, così trasformato, ha avuto qualcosa di profondamente intimo. È stato come rivedere un luogo conosciuto in un’altra vita, ma con occhi nuovi.