25 aprile: le due liberazioni di Trieste e Gorizia — storia, memoria e confine


Il 25 aprile sul confine orientale ha due volti. Con Raoul Pupo e le storie di Alma e Ana, raccontate nel podcast Voci dal confine.

Il 25 aprile, l'Italia celebra la Liberazione. Ma chi conosce Trieste e Gorizia sa che questa data, qui, non ha mai avuto un significato unico. Non una sola voce, non una sola memoria, non una sola bandiera

Per capire perché, dobbiamo leggere ed ascoltare lo storico Raoul Pupo, già professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste e uno dei massimi studiosi del confine orientale. Nel suo video "Le due liberazioni di Trieste", realizzato per l'IRSREC FVG nel 2020, Pupo offre una chiave di lettura che vale per tutta la Venezia Giulia — e che cambia il modo in cui guardiamo al 25 aprile su questo confine.

La rottura all'interno della Resistenza. Pupo parte dalla fine della Seconda guerra mondiale e dal ruolo strategico che la Venezia Giulia aveva assunto per tutte le forze in campo. Non era solo una questione militare: Trieste e Gorizia erano diventate un simbolo di divisione — tra tedeschi e Alleati, tra fascisti e antifascisti, ma anche all'interno della stessa coalizione antinazista e persino all'interno delle forze resistenziali.

Il punto di rottura decisivo arriva già nell'autunno del 1944. Il Fronte di liberazione sloveno — l'OF — rende esplicito il suo programma annessionista e chiede alle unità partigiane italiane di passare sotto il comando dell'Esercito popolare jugoslavo. Il Comitato di Liberazione Nazionale rifiuta. Da quel momento ogni forma di collaborazione tra le due anime della Resistenza cessa. Ognuno organizza la propria insurrezione finale contro i tedeschi, in modo autonomo e parallelo.

Così, all'alba del 30 aprile 1945, accade qualcosa di unico nel panorama resistenziale europeo: scattano quasi contemporaneamente due insurrezioni parallele e concorrenziali. Da una parte il CLN, dall'altra il Fronte di liberazione sloveno con le sue unità del IX Korpus. Non un fronte unico, ma due fronti separati che combattono lo stesso nemico con obiettivi radicalmente diversi.

La corsa per Trieste e Gorizia. Ne consegue quella che Pupo chiama la "corsa per Trieste" — la competizione tra jugoslavi e anglo-americani per arrivare primi ad occupare la città. Gli jugoslavi entrano a Trieste il 1° maggio 1945. A Gorizia accade lo stesso: il 1° maggio il IX Korpus sloveno raggiunge la città, la libera definitivamente dai tedeschi e vi mette in atto le politiche di repressione dei "nemici del popolo", ovvero tutti gli oppositori alla linea annessionista jugoslava, compresi alcuni membri dello stesso CLN.

Per molti goriziani, sia italiani che sloveni, i 42 giorni in cui Gorizia rimane sotto amministrazione jugoslava — dal 1° maggio al 12 giugno 1945 — sono giorni di grandi incertezze e contraddizioni, segnati dalla paura delle violenze ricordate sotto il nome di "foibe". Arresti, deportazioni e uccisioni da parte dell'esercito jugoslavo riguardano soprattutto italiani, ma anche sloveni accusati di essere "nemici del popolo".

Il 9 giugno, con gli accordi di Belgrado tra Tito e gli Alleati, l'esercito jugoslavo abbandona i territori della zona A il 12 giugno 1945. La linea Morgan divide la Venezia Giulia in due zone di occupazione: Gorizia e Trieste restano sotto il controllo anglo-americano, ma il confine è ormai tracciato nel cuore delle persone ancora prima che sulle mappe.

Due memorie che non si parlano. Da questo groviglio di eventi nasce la frattura che Pupo descrive con grande precisione. Per una parte della popolazione — gli sloveni e gli italiani di orientamento comunista — il 1° maggio è la data della liberazione: non solo dall'occupazione nazista, ma dal fascismo, dallo Stato italiano e dal capitalismo. Una liberazione totale, rivoluzionaria.

Per l'altra parte — i filo-italiani — quegli stessi giorni furono vissuti come una catastrofe nazionale. La loro liberazione fu il 12 giugno, con il ritiro delle truppe jugoslave e l'instaurazione del Governo militare alleato.

Per chi sosteneva la causa slovena, il 1° maggio era il giorno della definitiva affermazione dell'identità slava della città grazie all'azione liberatrice dei partigiani. Per chi invece si riconosceva nel CLN e nelle forze filo-italiane, l'arrivo dei partigiani jugoslavi era tutt'altro che una liberazione.

La stessa città. Le stesse strade. Gli stessi vicini di casa. Due esperienze opposte, due memorie che per decenni non si sono parlate, che si sono ignorate o combattute, che hanno alimentato rancori profondi e silenzi pesanti.

Come scrive Pupo nel suo Trieste '45 (Laterza), su questo piccolo fazzoletto di terra si sono sovrapposte due guerre, due occupazioni e due liberazioni, concorrenziali l'una all'altra. E dietro la crisi sui confini si giocava una partita ancora più grande: democrazia o rivoluzione?

Gorizia, la città spezzata. Per Gorizia la frattura fu ancora più visibile che altrove, perché si materializzò fisicamente nel paesaggio. Con il Trattato di Parigi del 1947, la città perse il suo retroterra naturale. Poco più in là, sul territorio rimasto alla Jugoslavia, nacque Nova Gorica — la "Gorizia nuova" — costruita da zero come città socialista. Il filo spinato divideva non solo due stati, ma famiglie, lingue, memorie.

Le geografie delle formazioni partigiane che operavano nei dintorni di Gorizia erano complesse. Da un lato i partigiani garibaldini, per lo più di orientamento comunista, disposti a collaborare con la Resistenza slovena privilegiando il comune obiettivo di vittoria contro il nazifascismo. Dall'altro, le brigate autonome Osoppo si opponevano con forza ai tentativi jugoslavi di prendere il controllo sull'intero territorio.

Questa divisione interna alla Resistenza goriziana non era solo militare: era politica, identitaria, esistenziale. E sopravvisse alla guerra molto più a lungo della guerra stessa.

Alma e Ana: le due liberazioni incarnate. È in questo contesto che ho scritto, nel mio libro Donne tra due mondi, le storie di due donne che incarnano questa doppia anima della Resistenza sul confine goriziano.

Ana è la partigiana slovena cattolica. Ha combattuto la Resistenza non per ideologia, ma per giustizia — portando messaggi di notte tra i sentieri del Sabotino, con la croce al collo e il dubbio nel cuore. Ma quando i reparti partigiani jugoslavi entrarono in città nel maggio del 1945, Ana non festeggiò. Aveva lottato per la libertà, non per una nuova occupazione. Rimase in lei una crepa — quella di chi ha scelto per il bene e si ritrova stritolata tra bandiere che non riconosce. La sua storia sfugge a entrambe le narrative: non è né la liberatrice del 1° maggio né la filo-italiana del 12 giugno. È qualcosa di più difficile da raccontare.

Alma è la partigiana internazionalista, figlia di un ferroviere italiano e di una sarta, aderente alla Brigata Garibaldi "Natisone". Per lei il 1° maggio fu liberazione — scese in città con i volantini scritti in due lingue, a mani nude, mentre la gente attorno abbassava gli occhi. Ma quando tornò a casa, suo padre urlò: "Noi siamo italiani!" E quella frattura non si richiuse mai del tutto.

Due donne. Due scelte radicalmente diverse. Eppure nessuna delle due si lascia incasellare in modo semplice. La storia di Ana ci ricorda che esisteva anche una terza posizione: quella di chi aveva combattuto per la libertà e si ritrovava a non riconoscersi in nessuna delle bandiere che sventolavano alla fine.

Perché questo ci riguarda ancora. Raoul Pupo, in una recente conferenza alla Risiera di San Sabba per l'80° anniversario delle insurrezioni del 30 aprile 1945, ha ricordato che Trieste era allora "divisa come non mai", eppure uomini e donne coraggiosi, pur nelle loro profonde differenze, avevano deciso di prendere in mano il proprio destino e di fare una scelta per la libertà.

È una lezione che vale ancora oggi. Non per equiparare tutto, non per dire che avevano torto o ragione in ugual misura. Ma per riconoscere che la storia di questo confine non si lascia semplificare, non si lascia ridurre a una sola narrativa, non si lascia celebrare senza fare i conti con la sua complessità.

Le "due liberazioni" di Trieste e Gorizia non sono una curiosità storica. Sono lo specchio di una terra dove la libertà è stata cercata — e talvolta tradita — da direzioni diverse, con sacrifici reali e memorie ancora aperte.

Alma e Ana, con le loro scelte scomode e impossibili, sono parte di questa storia. Dar loro voce, oggi, è ancora un atto necessario.


Ascolta l'episodio dedicato ad Alma nel podcast Voci dal confine.

Riferimento storico principale: Raoul Pupo, "Le due liberazioni di Trieste", IRSREC FVG, 2020 · Raoul Pupo, Trieste '45, Laterza, 2010

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Ci sono storie che non arrivano dai libri, ma affiorano quasi per caso, come se fossero rimaste in attesa del momento giusto. Tra i ricordi della mia esperienza lavorativa, ce n’è uno che mi è rimasto particolarmente impresso. Avevo appena iniziato a lavorare nell’ufficio tecnico quando l’ingegnere capo mi fece chiamare nel suo ufficio e mi presentò Agostino Piazza, Tino da Noale. Fu in quell’occasione che compresi quale sarebbe stato il mio incarico: occuparmi dei bandi di concorso nazionali per l’abbellimento artistico degli edifici pubblici. Per me, che non avevo alcuna preparazione artistica, si trattò di una vera rivelazione. Entrai in contatto con artisti non solo regionali, ma anche nazionali, e un mondo che fino a quel momento mi era rimasto estraneo cominciò lentamente a parlarmi.