Da Gorizia a Shanghai, dal Giappone Meiji a Costantinopoli: la storia di Enrico de Calice, diplomatico asburgico dimenticato e decano d'Europa.
C'è un crocicchio, a Gorizia, accanto alla vecchia Casa Rossa, dove per
generazioni le famiglie borghesi si sono salutate prima delle grandi partenze.
Anton von Mailly lo ricordava così: un ultimo sorso alla salute, un ultimo
bacio, una stretta di mano, e poi il fazzoletto colorato tirato fuori dalla
marsina per asciugare le lacrime. Perché separarsi, scriveva, è sempre una
sofferenza — soprattutto quando chi parte va a Vienna a studiare legge, e la
ferrovia non esiste ancora, e la distanza si misura in giorni di carrozza e in
mesi di silenzio.
Nel 1848, in uno di quei saluti, un diciassettenne lasciò la tenuta di famiglia
a Farra al fratello maggiore e prese la strada per l'università. Si chiamava
Enrico de Calice. Nessuno, in quel momento, avrebbe potuto immaginare che quel
ragazzo di famiglia agiata ma non nobile, cresciuto tra il ginnasio di Gorizia
e le vacanze estive nel Collio, sarebbe diventato uno dei più autorevoli
diplomatici dell'Impero asburgico: il primo rappresentante stabile della
Duplice Monarchia in Estremo Oriente, ambasciatore a Costantinopoli per un
quarto di secolo, decano del corpo diplomatico europeo alla vigilia della
Grande Guerra.
Un bambino "particolarmente
brutto".
Enrico de Calice nacque a Gorizia — quasi certamente il 31 marzo 1831, giovedì
santo, come lui stesso annotò in un'autobiografia scritta in tedesco e in gran
parte perduta durante la Prima guerra mondiale. Un'unica fonte di segno
diverso, l'*Österreichisches Biographisches Lexikon*, indica come luogo di
nascita Costantinopoli: un'indicazione isolata, che non trova riscontro altrove
e che sembra un errore, ma che vale la pena segnalare piuttosto che ignorare in
nome della narrazione più comoda.
Della propria nascita Calice lasciò un ricordo insolitamente ironico: era,
scrisse, "un bebè particolarmente forte ma talmente brutto" che il
padre — uomo di bell'aspetto e vanitoso — la prese come una punizione, e la
sorella maggiore Carolina per giorni non si capacitò di avere un fratello così
sgraziato.
La famiglia veniva da Paularo, in Carnia: il nonno Giovanni Nepomuceno l'aveva
lasciata per la più prospera Gorizia, portando con sé un titolo nobiliare
veneziano che contava poco presso l'aristocrazia della Contea. Il padre
Francesco sposò Maria del Colle di Farra e acquistò, insieme alla tenuta di
campagna, il palazzo già appartenuto agli Strassoldo — oggi sede del municipio
di Farra d'Isonzo. Fu un'infanzia segnata presto dal lutto: la madre, che
Enrico ricordava come donna "forte, di grande e naturale
intelligenza", morì di scarlattina nel dicembre 1838, contagiata mentre
assisteva la figlia malata di un'amica. Enrico aveva sette anni.
Crebbe tra Gorizia e Farra, "la mia deliziosa città natale",
frequentando al ginnasio i rampolli della nobiltà locale — Attems, Benigni,
Coronini, Strassoldo — e stringendo con Leopoldo Strassoldo un'amicizia che
sarebbe durata tutta la vita. Fu sempre il primo della classe, divorò i
classici italiani e tedeschi, spese ogni risparmio in libri. E coltivò, fin da
allora, una passione che lo avrebbe accompagnato per tutta l'esistenza: il
friulano, lingua di famiglia, che considerava — sulla scia dell'abate Jacopo
Pirona — non un dialetto ma un idioma autonomo, disceso direttamente dal latino
dei legionari e dei coloni di Aquileia. Vi avrebbe tradotto e composto per
tutta la vita.
L'allievo consolare. Terminato il liceo nel 1848, l'anno delle rivoluzioni che travolsero Vienna e
posero fine al lungo dominio di Metternich, Calice si trasferì nella capitale
per studiare giurisprudenza, perfezionandosi anche a Heidelberg. Fece pratica
forense al Tribunale marittimo di Trieste — allora crocevia di tutti i traffici
tra l'Oriente e la Mitteleuropa, dove l'italiano era lingua veicolare
obbligatoria per gli allievi dell'Accademia Consolare austriaca. Fu lì, nel
1855, che iniziò davvero la sua carriera: ammesso come allievo consolare,
ottenne nel 1857 il primo incarico all'estero, vicecancelliere al consolato di
Costantinopoli.
Il viaggio verso la capitale ottomana, due settimane di navigazione lungo la
rotta Ancona-Corfù-Smirne fino ai Dardanelli, fu la sua prima vera immersione
nel mondo che avrebbe dominato la sua carriera. Tornò a Vienna l'anno seguente
per il servizio al Ministero del Commercio, quindi, nel 1859, passò stabilmente
al neonato Ministero degli Esteri: vi sarebbe rimasto per i successivi
quarantasette anni.
La carriera diplomatica asburgica era, all'epoca, un ambiente fortemente
selettivo e legato al lignaggio: pochi giovani di famiglia borghese riuscivano
a scalarne i vertici. Calice vi arrivò per merito, superando i durissimi esami
previsti dalle riforme del servizio estero, e nel 1864 ottenne la nomina a
console a Liverpool — scelto non a caso perché di lingua madre italiana e
formato a Trieste, in risposta alle proteste degli armatori triestini contro i
consoli onorari inglesi, poco inclini a tutelare gli interessi austriaci. Fu a
Liverpool che conobbe Mary Castellain de Vendeville, di una famiglia
legittimista francese rifugiata in Inghilterra dopo la Rivoluzione. Sarebbero
passati dieci anni prima che potessero sposarsi: l'autorizzazione imperiale al
matrimonio con una straniera, per giunta anglicana, richiedeva un'istruttoria
lunga e severa.
Verso l'Estremo Oriente.
Nel 1868 il ministro degli Esteri Beust chiese a Calice di lasciare Liverpool
per imbarcarsi nella spedizione austro-ungarica in Asia orientale, guidata dal
contrammiraglio Anton von Petz — la prima missione navale asburgica nell'Oceano
Indiano e nel Pacifico. Fu un salto nel vuoto: il Giappone era uscito
dall'isolamento solo da pochi anni, la Cina usciva umiliata dalle guerre
dell'oppio, il Siam restava un regno che gli europei conoscevano appena.
La squadra salpò da Trieste il 18 ottobre 1868 e, dopo un viaggio di mesi
attraverso Gibilterra, Tenerife, il Capo di Buona Speranza e Singapore,
raggiunse Bangkok in aprile. Il 17 maggio 1869 Petz firmò con il governo
siamese il trattato di amicizia e commercio; a giugno la delegazione trattò a
Canton con le autorità cinesi, e il 2 settembre l'accordo con Pechino fu
siglato in un padiglione imperiale. Il 18 ottobre 1869, infine, a Yokohama, fu
concluso il primo trattato tra l'Austria-Ungheria e il Giappone: firmato dal
contrammiraglio Petz come plenipotenziario, con Calice — rappresentante del
Ministero degli Esteri — che ne condusse in gran parte le trattative materiali,
come testimoniano gli attriti tra i due, arrivati fino a discussioni accese
sulla conduzione della missione.
È una precisazione che vale la pena mantenere con chiarezza, perché la vulgata
— ripresa talvolta anche nelle presentazioni editoriali della biografia di
Federico Vidic — vuole Calice "primo occidentale a firmare un trattato con
l'imperatore del Giappone". La documentazione ufficiale giapponese
attribuisce quella firma a Petz. Ma tre anni dopo, il 12 gennaio 1872, fu
Calice — ormai promosso ministro residente, accreditato su Cina, Giappone e
Siam — a presentarsi da solo davanti al giovane imperatore Meiji, Mutsuhito,
per l'udienza formale: consegnò le credenziali scritte in latino dalla
Cancelleria di Vienna, pose nelle mani del tenno le copie ratificate del
trattato, e pronunciò il discorso ufficiale in cui annunciava l'invito di
Francesco Giuseppe all'Esposizione universale di Vienna. Fu, questo sì, il
primo accordo internazionale a essere consegnato con il sigillo del sovrano
considerato di origine divina — un atto diverso dalla firma del 1869, ma non
meno significativo per la storia delle relazioni tra Vienna e Tokyo.
L'affare della fotografia. L'udienza del 12 gennaio 1872 rischiò però di saltare per un incidente che
meriterebbe da solo un capitolo a parte. Pochi giorni prima, l'austriaco
Raimund von Stillfried, fotografo attivo a Yokohama, si era nascosto su
un'imbarcazione ormeggiata lungo il percorso del corteo imperiale e, attraverso
un foro nel telone, aveva scattato di nascosto un ritratto del Mikado —
violando il divieto assoluto di riprodurre l'immagine del sovrano, la cui vista
era proibita persino ai sudditi comuni.
Il governatore di Kanagawa, Mutsu Munemitsu — giovane, colto, e già figura di
spicco del nuovo regime Meiji — protestò con veemenza presso le autorità
consolari britanniche, che rappresentavano provvisoriamente gli interessi
austriaci in assenza di relazioni ufficiali. Calice, informato, ordinò il
sequestro coattivo di negativo e stampe. Stillfried non si diede per vinto:
rivendicò il diritto di fotografare chi volesse, minacciò di vendere comunque
le copie, e trovò l'appoggio della stampa occidentale di Yokohama, che accusò
il ministro austriaco di aver fatto, testualmente, "di una mosca... un
elefante". Calice non arretrò: gli intimò che, in caso di ulteriore
violazione, l'avrebbe fatto arrestare e deportare. Il sequestro fu eseguito con
la forza dalla polizia del porto franco.
Fu un episodio minore nella grande storia diplomatica del tempo, ma rivelatore:
mostra un funzionario disposto a scontrarsi apertamente con un proprio
connazionale — un aristocratico, per giunta — pur di non compromettere una
relazione bilaterale ancora fragile, in un momento politicamente delicatissimo
per il nuovo Giappone.
Il ritorno e gli anni romeni. Nel 1873 Francesco Giuseppe riconobbe a Calice il titolo ereditario di barone e
lo richiamò in patria, chiudendo la lunga missione asiatica. Poté finalmente
sposare Mary, il 10 settembre 1874, a Grassendale, sobborgo di Liverpool;
l'anno dopo nacque l'unico figlio, Franz.
La missione successiva lo portò a Bucarest (1874-1876), come ministro in un
principato ancora formalmente tributario del sultano. Vi negoziò un delicato
trattato commerciale che riconosceva di fatto l'autonomia romena dalla Porta
ottomana, superando le resistenze sia turche sia — internamente — dei
latifondisti ungheresi, timorosi della concorrenza del grano romeno sui mercati
asburgici. Dovette occuparsi anche della sensibile questione dei diritti di
proprietà degli ebrei romeni, trovando un compromesso che concedeva la parità
sui beni urbani ma demandava alle amministrazioni locali le questioni fondiarie
— un tema che, se letto in controluce, dice qualcosa sulla natura sempre
negoziata e mai lineare dei diritti delle minoranze nell'Europa ottocentesca,
tanto ai margini dell'Impero ottomano quanto, in tutt'altro contesto, nella
Gorizia dei secoli precedenti.
Il vertice: Costantinopoli. Nel 1876, mentre l'Europa intera guardava allo scoppio della crisi balcanica,
Calice fu richiamato a Vienna come secondo capo sezione del Ministero degli
Esteri e inviato a Costantinopoli per i lavori preparatori della celebre
conferenza internazionale di fine anno. L'ambasciatore titolare, Franz Zichy,
si indignò che "un uomo di rango tanto inferiore al suo" gli fosse
messo a fianco; il *New York Times*, con più equanimità, si congratulò con il
governo austriaco per aver scelto una persona così preparata, al di là delle
convenzioni gerarchiche. La conferenza si chiuse senza risultati concreti — il
sultano neutralizzò ogni pressione annunciando una nuova costituzione — ma
segnò l'inizio del ruolo di Calice come uno dei principali architetti della
politica balcanica austro-ungarica: sua fu, tra l'altro, la convenzione che nel
1879 regolò l'amministrazione asburgica della Bosnia-Erzegovina dopo il
Congresso di Berlino.
Il 15 luglio 1880 arrivò la nomina che avrebbe definito il resto della sua
vita: ambasciatore a Costantinopoli. Vi rimase fino al 1906, ventisei anni
ininterrotti, attraversando la crisi armena, le tensioni cretesi del 1896, i
nazionalismi balcanici in crescita, il confronto permanente con Russia, Gran
Bretagna e Germania per gli equilibri del Mediterraneo orientale. Negoziò un
trattato commerciale con la Turchia, sostenne lo sviluppo delle ferrovie
orientali, elaborò con l'ambasciatore russo Zinov'ev un piano di riforme
congiunte per la Macedonia. La sua permanenza eccezionalmente lunga — priva di
qualunque obbligo di rotazione ai vertici della carriera — lo rese, per
giudizio unanime dei colleghi, il decano del corpo diplomatico della capitale
ottomana e il più anziano diplomatico ancora in servizio in Europa. Fu nominato
conte nel 1906, alla vigilia del pensionamento.
Morì a San Pietro presso Gorizia — oggi Šempeter pri Gorici — il 29 agosto
1912, secondo la maggior parte delle fonti (una sola, l'*Österreichisches
Biographisches Lexikon*, indica il 28: una discrepanza minima ma da segnalare,
non da sciogliere per comodità narrativa).
Un goriziano tra gli imperi. Colpisce, in questa vicenda, quanto poco ci sia di eccezionale nelle premesse e
quanto di straordinario negli esiti. Calice non nacque nell'aristocrazia di
corte, non ereditò contatti a Vienna, non ebbe scorciatoie. Nacque in una
famiglia della borghesia agiata di Farra, in una contea che si affacciava
sull'Adriatico ma che restava, agli occhi di molti, un margine dell'Impero.
Eppure proprio da quel margine — e forse proprio grazie a esso, alla sua
abitudine plurisecolare alla mediazione linguistica e culturale — Calice trovò
gli strumenti per diventare uno degli uomini che tennero insieme, per un quarto
di secolo, l'equilibrio più fragile d'Europa.
Non è un caso isolato, se si pensa che un altro goriziano, Ludovico Cobenzl,
aveva ottenuto secoli prima per l'Austria il possesso delle due legazioni
veneziane di Roma e Costantinopoli — entrambe chiamate ancora "Palazzo di
Venezia" quando Calice vi si insediò. C'è, in questa continuità, qualcosa
che dice della Gorizia asburgica più di molti trattati di storia istituzionale:
una città piccola, plurilingue, abituata da secoli a stare fra mondi diversi
senza appartenere interamente a nessuno, che proprio da quella condizione seppe
generare uomini capaci di muoversi — letteralmente — fino ai confini più remoti
dell'Impero e oltre, a Shanghai, a Bangkok, alla corte del Mikado, sulle rive
del Bosforo.
Enrico de Calice tornò a morire a pochi passi da dove era nato. Nel mezzo,
aveva attraversato sette imperi.
Fonti principali:
Federico Vidic, Enrico de Calice. Un diplomatico goriziano tra il Sol Levante e il Corno d'Oro, Istituto di Storia Sociale e Religiosa, Gorizia, 2017;
Gabriele Zanello, Calice (de) Enrico, diplomatico e letterato", in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei friulani, vol. 3, Udine, Forum, 2009;
Österreichisches Biographisches Lexikon 1815-1950, vol. 1,
1954.






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