Vado a vivere nel Goriziano
Mutuando il titolo di un programma televisivo di successo, vorrei proprio che Gorizia fosse considerata, di nuovo, città d'eccellenza del bel vivere: una città a misura d'uomo. Una città, insomma, dove si va a vivere con piacere. Per non parlare, poi, del suo territorio, ricchissimo di storia, tradizioni, luoghi bellissimi da scoprire.
Redenzione, una parola che stona
In questi giorni ho sentito ripetere più volte un'espressione che mi ha fatto riflettere: "la seconda redenzione di Gorizia". E confesso che quella parola, redenzione, mi disturba, non perché voglia negare ciò che il 16 settembre 1947 significò per moltissimi goriziani: dopo la guerra, l'occupazione jugoslava, gli arresti, le deportazioni, la paura che Gorizia potesse non rimanere italiana, il ritorno della città alla sovranità italiana fu vissuto da una parte consistente della popolazione come una liberazione, e questo va ricordato. Il problema comincia quando una memoria, legittima e dolorosa, smette di essere una memoria e pretende di diventare la memoria di tutti.
La centrale di Doblar e il lago di Santa Lucia
Il lago di Santa Lucia l'ho costeggiato decine di volte, durante una delle tante gitarelle fuori confine. Bello, quieto, perfettamente inserito nel paesaggio, talmente naturale, almeno ai miei occhi, che non mi ero mai chiesta se fosse sempre stato lì. Invece è artificiale, nato in funzione della centrale idroelettrica di Doblar.
Lo scopro soltanto adesso grazie ad Ana, amica e guida turistica abilitata — tesserino compreso, ci tiene giustamente a precisarlo — che con una certa regolarità riesce a trascinarci alla scoperta di pezzi di Slovenia che abbiamo magari sotto il naso da una vita e dei quali sappiamo pochissimo.
La visita alla centrale è possibile soltanto il sabato e l'organizzazione segue il nostro collaudatissimo metodo: giro di messaggi WhatsApp, adesioni, rinunce, ripensamenti dell'ultimo minuto e, alla fine, conta dei presenti. La giornata, per fortuna, non è particolarmente calda. Ci troviamo al parcheggio prima del ponte del Sabotino, a Salcano, riduciamo il numero delle auto raggruppandoci alla meglio e, in una mezz'ora, siamo davanti alla centrale.
Antonio Pelizon: violini, botteghe e una dinastia goriziana
Domenica 13 settembre a Gorizia si conclude il 45° Concorso internazionale di violino “Premio Rodolfo Lipizer”. È una coincidenza che invita a guardare indietro, perché il rapporto della città con il violino non comincia affatto con Lipizer e neppure con il Novecento. Bisogna risalire di oltre un secolo e incontrare un uomo che lavorava il legno, costruiva violini, viole, violoncelli e contrabbassi e che avrebbe dato origine a una vera dinastia di liutai: Antonio Pelizon.
Il collegamento con Rodolfo Lipizer è molto più stretto di quanto si potrebbe immaginare. Antonio Pelizon era infatti il suo bisnonno materno. La genealogia è precisa: Antonio ebbe tra i suoi figli Filippo Giovanni Battista Pelizon; Filippo fu padre di Ludovica Maria Pellizon, che sposò Rodolfo Antonio Lipizer, cancelliere del tribunale imperialregio; dal loro matrimonio nacque a Gorizia, il 16 gennaio 1895, Rodolfo Lipizer. Treccani ricorda esplicitamente come l’interesse del giovane Rodolfo per il violino potesse riallacciarsi all’attività del nonno materno Filippo, ultimo rappresentante di una famiglia di liutai operante nella regione da più di un secolo.
Le alessandrine e quel sospetto che non vuole morire
Un festival sulle frontiere. Ma Gorizia dov'è?
Il festival Frontiere porta a Gorizia otto lectio magistralis sui confini del mondo. Nessuna sul confine di casa.
Dal 2 al 4 ottobre Gorizia ospiterà "Frontiere – Dove i mondi si incontrano", un nuovo festival dedicato al significato della frontiera, promosso da Nord Est Multimedia–Il Piccolo, Editori Laterza, Fondazione Carigo, Comune di Gorizia e Regione Friuli Venezia Giulia.
Un festival importante, con nomi importanti. E un titolo che, per una città come la nostra, sembra quasi inevitabile.
A Gorizia la parola frontiera non è un concetto astratto. Qui la frontiera è stata vissuta: ha attraversato strade e campagne, diviso famiglie, proprietà, paesi, cambiato le cittadinanze senza che le persone cambiassero casa, trasformato maggioranze in minoranze e vicini in cittadini di Stati diversi. Prima ancora, questa stessa città aveva conosciuto la convivenza – tutt'altro che sempre pacifica, ma reale – di italiani, sloveni, friulani, tedeschi, ebrei, dentro uno spazio asburgico nel quale lingue, culture e appartenenze si sovrapponevano.
Due enti, Friuli e Trieste. E Gorizia?
Una proposta di legge vuole dividere il Friuli Venezia Giulia in due soli enti, Friuli e Trieste. E Gorizia? Una riflessione sul suo posto nella Regione.
C'è una proposta di legge regionale di iniziativa popolare che merita più attenzione di quella che finora le è stata riservata. L'obiettivo dichiarato è semplice: superare l'attuale frammentazione e istituire in Friuli Venezia Giulia due soli enti territoriali di area vasta, intermedi tra Regione e Comuni. Uno per il Friuli e uno per Trieste.
La proposta parte da un'affermazione precisa: il Friuli Venezia Giulia sarebbe una regione «geograficamente, storicamente, linguisticamente, culturalmente quantomeno duale». Da qui la conseguenza: se due sono le grandi realtà che compongono la Regione, due dovrebbero essere anche gli enti chiamati a rappresentarle.
È una costruzione che ha una sua logica, ma letta da Gorizia solleva una domanda che non mi sembra affatto secondaria: se l'intera Regione si spieghi davvero soltanto attraverso Friuli e Trieste.
Il confine del 1947 come «amputazione»: trauma reale, storia lunga. I nodi critici di Gorizia
Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Il 16 agosto è seguito il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Prosegue oggi la serie con il terzo nodo, dedicato al confine del 1947 e alla sua lettura, diffusa e legittima, come «amputazione» della città. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale, non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.






