Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini: dal podcast alla mostra

Questa mattina, aprendo la pagina culturale del Piccolo, ho trovato un ampio articolo di Andrea Giuseppe Cerra dedicato a "La libertà irrequieta. In viaggio con Elio Vittorini e Rosa Quasimodo tra fughe e soggiorni di frontiera", la mostra che sarà inaugurata il 12 settembre alla Biblioteca Museo "Elio Vittorini" di Siracusa e che arriverà a Gorizia nel settembre 2027. 

Leggerlo mi ha fatto un effetto particolare, perché all'origine di questo progetto - fatto oggi di ricerche, documenti, fotografie e opere d'arte - c'è anche una puntata del mio podcast Voci dal confine.

Tutto era cominciato dal desiderio di raccontare Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore e moglie di Elio Vittorini: non solo la ragazza protagonista della celebre "fuitina", ma una donna che visse Gorizia, in Piazzautta al n. 16, (nello stesso cortile dove nacque e visse Antonio Bonne, il primo sindaco della Gorizia italiana),  come parte profonda della propria identità, tanto da definirsi, molti anni dopo, una "donna di confine".

Nel podcast avevo cercato di riportare alla luce proprio quel passaggio poco conosciuto: l'arrivo di Rosa ed Elio a Gorizia, la vita in Piazzutta, le difficoltà economiche, la nascita del loro primo figlio e gli anni in cui un giovanissimo Vittorini cominciava a trovare la propria strada. 

Quella puntata fu ascoltata da Marco Menato, già direttore della Biblioteca Statale Isontina. Da lì nacque l'idea di costruire un progetto dedicato agli anni goriziani di Vittorini e Rosa. Nel catalogo della mostra, il curatore Livio Caruso lo ricorda espressamente: lo spunto per l'esposizione partì da Marco Menato «sull'onda del podcast di Marilisa Bombi».

Lo scrivo non per attribuirmi meriti che appartengono a molte persone - una mostra così ricca nasce dall'incontro di competenze, sensibilità e passioni diverse - ma perché mi sembra una dimostrazione concreta di cosa può fare un podcast quando prova a restituire le storie alla comunità, invece di limitarsi a raccontarle.

Il progetto unisce Gorizia e Siracusa attraverso documenti d'archivio, fotografie del Fondo Luigi Crocenzi, opere di artisti friulani e siciliani e nuovi contributi di ricerca. Tra le scoperte più interessanti c'è anche "La càtarsi", una poesia giovanile di Salvatore Quasimodo pubblicata nel maggio 1926 sulla rivista goriziana
Squille isontine
e rimasta a lungo fuori dalle bibliografie del poeta.

La mostra non si fermerà a Siracusa. Nel 2027 tornerà nel luogo in cui una parte di questa storia si svolse: Gorizia, nel centenario dell'arrivo di Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini. Qui il percorso sarà ampliato con nuovi documenti e nuove opere. Si pensa già anche a una successiva tappa milanese.

Nel catalogo ho avuto inoltre il piacere di contribuire con il saggio "Una città di confine, uno scrittore inquieto. Elio Vittorini e Gorizia". È stato un modo per proseguire la ricerca iniziata davanti a un microfono e per interrogarmi ancora sul ruolo della nostra città nella formazione dello scrittore.

Gorizia non fu una parentesi geografica nella vita di Vittorini, ma un luogo di passaggio e trasformazione, una città complessa dove lingue, culture e identità diverse si trovavano a confrontarsi ogni giorno. Un terreno che poteva lasciare un segno profondo in un giovane già mosso dal desiderio di conoscere il mondo.

Sono grata al Piccolo per avere dedicato oggi tanto spazio a questa iniziativa, e felice di vedere fin dove può arrivare una storia quando qualcuno decide di ascoltarla. È partita da un podcast ed è diventata un libro, una mostra, un viaggio tra Gorizia e Siracusa. Questa volta, lo confesso, la soddisfazione è davvero grande.

Luigi Cargnel e Gorizia: l’archivio fotografico da riscoprire


Luigi Cargnel raccontò Gorizia e il Friuli attraverso migliaia di immagini. Il suo archivio esiste ancora: un patrimonio fotografico da riscoprire, catalogare e restituire alla città. Ne ho parlato, o meglio scritto per l'ultimo numero di Gorizia news e views, attualmente in corso di stampa. Mi accorgo, costantemente, (anche grazie ai lettori e ascoltatori del podcast i quali mi segnalano nomi sconosciuti) che Gorizia può vantare un numero incredibile di cittadini illustri che hanno raccontato la città in diversi modi. E' con piacere, quindi, che oggi racconto quella di Luigi, detto Gigi, Cargnel, il fotografo da riscoprire.

La mostra fotografica di Paolo Gasperini a Casa Morassi mi ha riportato alla mente un pensiero che coltivo da tempo: Gorizia ha sempre avuto, e continua ad avere, un rapporto speciale con la fotografia. È quasi una vocazione della città, più che una questione di singoli fotografi, più o meno conosciuti. Forse dipende dal paesaggio, dalla luce, dal confine, dal bisogno di fermare ciò che cambia e ciò che rischia di scomparire. Gorizia è stata fotografata molto, ma soprattutto ha prodotto persone capaci di guardarla.

 Questa tradizione non si è interrotta. Basta pensare all'attività di Mitteldream, il progetto ideato e animato dall'instancabile Alida Cantarut, per capire quanto la fotografia continui a essere, anche oggi, uno degli strumenti attraverso i quali la città racconta se stessa. Io quella storia l'ho osservata da una posizione molto semplice: quella di cliente.

Ricordo bene due negozi che frequentavo abitualmente. Il primo era Fotocinetex, in via Rabatta, nei locali dove oggi lavora un calzolaio. Il secondo era Medeot, in corso Verdi, un'attività che continua ancora oggi con la seconda generazione. Naturalmente a Gorizia esistevano anche altri negozi e studi fotografici, ma quelli erano i miei punti di riferimento. Vi si poteva acquistare una macchina fotografica nuova oppure usata e, soprattutto, si poteva pagarla a rate. Un dettaglio tutt'altro che secondario per una ragazza appena entrata nel mondo del lavoro.

 Fu così che, nei primi anni Settanta, dopo aver conquistato — per dirla con Checco Zalone — il sospirato posto fisso, comprai la mia Nikkormat. La Fiat 500 L con il tettuccio apribile, il dizionario enciclopedico Treccani e una macchina fotografica come si deve: furono i grandi investimenti dei miei vent'anni. Oggi fanno sorridere, ma allora rappresentavano qualcosa di molto preciso. L'autonomia, la curiosità, il desiderio di conoscere il mondo e, possibilmente, di conservarne qualche immagine.

In quegli anni a Gorizia un ruolo importante lo aveva anche Giuseppe Assirelli. Lo ricordo fin dalle prime gite scolastiche. Frequentavamo lo stesso istituto per geometri, in classi parallele, e lui girava sempre con la macchina fotografica al collo e una folta chioma riccia che ricordava quella di Lucio Battisti. Ma prima ancora c'era stata un'altra generazione. Quella dei fotografi già affermati, quelli bravi davvero, quelli le cui immagini venivano pubblicate nei libri e sulle riviste.

Tra questi ricordo perfettamente Luigi Cargnel. Nato a Lucinico il 3 maggio 1926, Luigi, chiamato dagli amici Gigi, fu un fotografo autodidatta, ma esercitò la fotografia professionalmente. Morì il 17 luglio 1979, a soli cinquantatré anni, dopo una lunga malattia. La sua attività fu molto più ampia di quanto oggi la memoria collettiva sembri ricordare. Fotografò Gorizia, l'Isontino, il Friuli, i fiumi, le case, i cortili, le edicole votive, le architetture rurali e i volti delle persone. Cercava i segni del tempo, più che la bella immagine.

 Le sue fotografie hanno oggi un valore che va oltre quello estetico. Sono documenti della città com'era, delle sue trasformazioni, delle sue scomparse. In alcuni casi sono rimaste l'unica testimonianza di luoghi demoliti o profondamente modificati.

Una parte importante della sua attività si legò alla rivista Iniziativa Isontina e alla collaborazione con Celso Macor. Il loro fu un incontro particolarmente felice: Macor raccontava il territorio attraverso la scrittura, Cargnel attraverso le immagini.

 Nel 1965 lavorarono insieme a Isonzo: finalmente fiume di pace. L'anno successivo uscì Torre: fiume del Friuli, un viaggio tra paesaggio, memoria e civiltà contadina. Nel 1970 Cargnel firmò il servizio e l'idea fotografica di Gorizia: le rughe del suo volto, con testo di Sergio Tavano. Già il titolo racconta molto del suo modo di fotografare: la città come un volto segnato dal tempo, nel quale ogni ruga custodiva una storia.

 Nel 1974 il Comune pubblicò L'immagine di Gorizia, probabilmente l'opera che più chiaramente restituisce il suo rapporto con la città. Monumenti e strade convivono con cortili, statue, portoni e piccoli segni della devozione popolare. È una Gorizia osservata con attenzione, senza retorica, ma con una profonda partecipazione. Nel 1977 Cargnel realizzò inoltre le fotografie per Case friulane. Architettura spontanea della Bassa, dedicato a un patrimonio edilizio allora ancora diffuso e oggi in larga parte trasformato. Lavorò anche presso il centro regionale di documentazione e catalogazione di Villa Manin, occupandosi della riproduzione fotografica di opere d'arte, edifici e beni culturali. Un lavoro prezioso, spesso poco visibile, ma fondamentale per la conoscenza e la tutela del patrimonio regionale.

 Cargnel fu anche un organizzatore. Nel 1970 fu tra i fondatori del Circolo Fotografico Isontino, che presiedette fino alla morte. Promosse mostre, concorsi e rapporti con i fotografi di Nova Gorica, Lubiana e Klagenfurt. Fu tra gli animatori della rassegna triangolare tra Carinzia, Slovenia e Friuli Venezia Giulia. Anche attraverso la fotografia, quindi, cercò di costruire relazioni oltre il confine. In anni nei quali quel confine era una presenza concreta, politica e psicologica, le immagini diventavano una lingua comune, capace di superare barriere che le parole non sempre riuscivano ad attraversare.

 Dopo la sua morte il Circolo Fotografico Isontino gli dedicò una mostra retrospettiva, allestita a Gorizia dal 22 al 29 settembre 1979. Nel 1996 il Comune pubblicò inoltre una monografia intitolata semplicemente Luigi Cargnel, primo numero della collana Quaderni di fotografia, con un testo di Celso Macor. Eppure oggi la sua figura sembra essere scivolata ai margini della memoria cittadina.

 Il suo nome riemerge qua e là: nei cataloghi delle biblioteche, negli archivi regionali, nei vecchi numeri delle riviste, nei libri fotografici e in qualche articolo dedicato alla Gorizia scomparsa. Manca però una visione complessiva della sua opera. Manca soprattutto un luogo, fisico o digitale, nel quale poterla finalmente conoscere. Perché certamente le 65 fotografie messe online dall’Erpac, non sono che una briciola dell’immenso patrimonio che Gigi Cargnel ci ha lasciato. Ed è qui che la storia assume un risvolto inatteso.

 Pochi giorni fa l'amico ed editore Carlo Giovanella si trovava a Napoli, in visita al figlio che lavora nello staff di Luna Rossa. Per una di quelle coincidenze che sembrano costruite apposta per rimettere in movimento i ricordi, mi ha passato al telefono Massimo Cargnel, il figlio di Luigi. Lo avevo conosciuto molti anni fa, quando insegnava in un corso per fotografi professionisti al Cifap di via Cappuccini.

Durante la telefonata Massimo mi ha dato un'informazione decisiva: l'archivio fotografico del padre è nella disponibilità del fratello Fausto. Dunque l'archivio esiste, e sappiamo dove si trova.

 Significa che la memoria visiva prodotta da Luigi Cargnel potrebbe non essere dispersa in modo irreparabile tra vecchi libri, ritagli di giornale e fondi archivistici diversi. Potrebbe esistere ancora un nucleo importante di negativi, stampe e documenti capace di ricostruire il lavoro di uno dei fotografi più significativi della Gorizia del secondo Novecento.

 Da qui si potrebbe partire per organizzare una mostra, ma anche per avviare un lavoro di catalogazione e digitalizzazione: un omaggio a un fotografo dimenticato, e un modo per restituire alla città una parte della propria memoria. Nelle fotografie di Luigi Cargnel c'è la Gorizia che fu, e il modo in cui la città guardava se stessa.

Non autodidatta, ma cresciuto a bottega. Definire Luigi “Gigi” Cargnel un fotografo autodidatta non è del tutto esatto. Come ricorda il figlio Massimo, negli anni della sua formazione non esistevano vere scuole professionali di fotografia: il mestiere, come accadeva per molti artigiani, si imparava andando a bottega. Gigi scelse il laboratorio dei fratelli Aldo e Giulio Mazzucco, due fotografi con sensibilità diverse e complementari. Aldo prediligeva le colline, Giulio era invece affascinato dalla laguna. Per il giovane Cargnel fu una scuola sul campo: paesaggi diversi, luci diverse, modi differenti di osservare la natura. È anche lì che maturò quella particolare capacità di leggere il territorio che sarebbe poi diventata una delle caratteristiche più riconoscibili delle sue fotografie. La fotografia, tuttavia, non fu mai per lui un’attività esercitata a scopo di lucro. Cargnel fotografava prima di tutto per passione. Soltanto alla fine della sua vita lavorativa, accettò dalla Regione l’incarico di responsabile del gabinetto fotografico del Centro di catalogazione di Villa Manin.

Tra le opere alle quali era maggiormente legato, Massimo ne ricorda in particolare due, entrambe curate dalla sezione goriziana di Italia Nostra su richiesta dell’allora presidente, il conte Coronini: Gorizia viva, pubblicata nel 1973, e un volume fotografico dedicato a Grado, uscito nel 1971, costruito interamente attraverso immagini in bianco e nero. Accanto alle soddisfazioni ci fu però anche un’amarezza che Cargnel non dimenticò. Riguardava Carnia. Incontro e scoperta. Il progetto editoriale era stato pensato e costruito insieme agli altri autori del volume, i cui nomi comparivano in copertina. Quello di Cargnel, invece, venne relegato all’indicazione delle fotografie. Una scelta che gli pesò, perché per lui quelle immagini non erano semplicemente un corredo illustrativo: erano parte integrante dell’idea stessa del libro.

 

Controlli al confine: perchè questa volta Dipiazza ha ragione


Non amo Dipiazza, ma sui controlli alla frontiera slovena ha ragione: tre anni di proroghe, un parere critico di Bruxelles e numeri che vanno letti bene.

Non ho mai nascosto di non amare particolarmente il sindaco di Trieste, alcuni suoi atteggiamenti e alcune sue uscite nei confronti delle donne non contribuiscono certo a renderlo simpatico al pubblico femminile, e personalmente sono sempre stata lontana dal suo modo di intendere e rappresentare la politica. Ma l'onestà intellettuale impone di riconoscere quando una persona con cui spesso non si è d'accordo pone una domanda giusta. E sui controlli alla frontiera con la Slovenia, questa volta, Dipiazza una domanda giusta l'ha posta. 

Enrico de Calice: il goriziano ambasciatore a Costantinopoli

Heinrich von Calice: Wikipedia

Da Gorizia a Shanghai, dal Giappone Meiji a Costantinopoli: la storia di Enrico de Calice, diplomatico asburgico dimenticato e decano d'Europa.


C'è un crocicchio, a Gorizia, accanto alla vecchia Casa Rossa, dove per generazioni le famiglie borghesi si sono salutate prima delle grandi partenze. Anton von Mailly lo ricordava così: un ultimo sorso alla salute, un ultimo bacio, una stretta di mano, e poi il fazzoletto colorato tirato fuori dalla marsina per asciugare le lacrime. Perché separarsi, scriveva, è sempre una sofferenza — soprattutto quando chi parte va a Vienna a studiare legge, e la ferrovia non esiste ancora, e la distanza si misura in giorni di carrozza e in mesi di silenzio.

Nel 1848, in uno di quei saluti, un diciassettenne lasciò la tenuta di famiglia a Farra al fratello maggiore e prese la strada per l'università. Si chiamava Enrico de Calice. Nessuno, in quel momento, avrebbe potuto immaginare che quel ragazzo di famiglia agiata ma non nobile, cresciuto tra il ginnasio di Gorizia e le vacanze estive nel Collio, sarebbe diventato uno dei più autorevoli diplomatici dell'Impero asburgico: il primo rappresentante stabile della Duplice Monarchia in Estremo Oriente, ambasciatore a Costantinopoli per un quarto di secolo, decano del corpo diplomatico europeo alla vigilia della Grande Guerra.

 Un bambino "particolarmente brutto".  Enrico de Calice nacque a Gorizia — quasi certamente il 31 marzo 1831, giovedì santo, come lui stesso annotò in un'autobiografia scritta in tedesco e in gran parte perduta durante la Prima guerra mondiale. Un'unica fonte di segno diverso, l'*Österreichisches Biographisches Lexikon*, indica come luogo di nascita Costantinopoli: un'indicazione isolata, che non trova riscontro altrove e che sembra un errore, ma che vale la pena segnalare piuttosto che ignorare in nome della narrazione più comoda.

Della propria nascita Calice lasciò un ricordo insolitamente ironico: era, scrisse, "un bebè particolarmente forte ma talmente brutto" che il padre — uomo di bell'aspetto e vanitoso — la prese come una punizione, e la sorella maggiore Carolina per giorni non si capacitò di avere un fratello così sgraziato.

La famiglia veniva da Paularo, in Carnia: il nonno Giovanni Nepomuceno l'aveva lasciata per la più prospera Gorizia, portando con sé un titolo nobiliare veneziano che contava poco presso l'aristocrazia della Contea. Il padre Francesco sposò Maria del Colle di Farra e acquistò, insieme alla tenuta di campagna, il palazzo già appartenuto agli Strassoldo — oggi sede del municipio di Farra d'Isonzo. Fu un'infanzia segnata presto dal lutto: la madre, che Enrico ricordava come donna "forte, di grande e naturale intelligenza", morì di scarlattina nel dicembre 1838, contagiata mentre assisteva la figlia malata di un'amica. Enrico aveva sette anni.

Crebbe tra Gorizia e Farra, "la mia deliziosa città natale", frequentando al ginnasio i rampolli della nobiltà locale — Attems, Benigni, Coronini, Strassoldo — e stringendo con Leopoldo Strassoldo un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita. Fu sempre il primo della classe, divorò i classici italiani e tedeschi, spese ogni risparmio in libri. E coltivò, fin da allora, una passione che lo avrebbe accompagnato per tutta l'esistenza: il friulano, lingua di famiglia, che considerava — sulla scia dell'abate Jacopo Pirona — non un dialetto ma un idioma autonomo, disceso direttamente dal latino dei legionari e dei coloni di Aquileia. Vi avrebbe tradotto e composto per tutta la vita.

 L'allievo consolare.  Terminato il liceo nel 1848, l'anno delle rivoluzioni che travolsero Vienna e posero fine al lungo dominio di Metternich, Calice si trasferì nella capitale per studiare giurisprudenza, perfezionandosi anche a Heidelberg. Fece pratica forense al Tribunale marittimo di Trieste — allora crocevia di tutti i traffici tra l'Oriente e la Mitteleuropa, dove l'italiano era lingua veicolare obbligatoria per gli allievi dell'Accademia Consolare austriaca. Fu lì, nel 1855, che iniziò davvero la sua carriera: ammesso come allievo consolare, ottenne nel 1857 il primo incarico all'estero, vicecancelliere al consolato di Costantinopoli.

Il viaggio verso la capitale ottomana, due settimane di navigazione lungo la rotta Ancona-Corfù-Smirne fino ai Dardanelli, fu la sua prima vera immersione nel mondo che avrebbe dominato la sua carriera. Tornò a Vienna l'anno seguente per il servizio al Ministero del Commercio, quindi, nel 1859, passò stabilmente al neonato Ministero degli Esteri: vi sarebbe rimasto per i successivi quarantasette anni.

La carriera diplomatica asburgica era, all'epoca, un ambiente fortemente selettivo e legato al lignaggio: pochi giovani di famiglia borghese riuscivano a scalarne i vertici. Calice vi arrivò per merito, superando i durissimi esami previsti dalle riforme del servizio estero, e nel 1864 ottenne la nomina a console a Liverpool — scelto non a caso perché di lingua madre italiana e formato a Trieste, in risposta alle proteste degli armatori triestini contro i consoli onorari inglesi, poco inclini a tutelare gli interessi austriaci. Fu a Liverpool che conobbe Mary Castellain de Vendeville, di una famiglia legittimista francese rifugiata in Inghilterra dopo la Rivoluzione. Sarebbero passati dieci anni prima che potessero sposarsi: l'autorizzazione imperiale al matrimonio con una straniera, per giunta anglicana, richiedeva un'istruttoria lunga e severa.

 Verso l'Estremo Oriente. 
Nel 1868 il ministro degli Esteri Beust chiese a Calice di lasciare Liverpool per imbarcarsi nella spedizione austro-ungarica in Asia orientale, guidata dal contrammiraglio Anton von Petz — la prima missione navale asburgica nell'Oceano Indiano e nel Pacifico. Fu un salto nel vuoto: il Giappone era uscito dall'isolamento solo da pochi anni, la Cina usciva umiliata dalle guerre dell'oppio, il Siam restava un regno che gli europei conoscevano appena.

La squadra salpò da Trieste il 18 ottobre 1868 e, dopo un viaggio di mesi attraverso Gibilterra, Tenerife, il Capo di Buona Speranza e Singapore, raggiunse Bangkok in aprile. Il 17 maggio 1869 Petz firmò con il governo siamese il trattato di amicizia e commercio; a giugno la delegazione trattò a Canton con le autorità cinesi, e il 2 settembre l'accordo con Pechino fu siglato in un padiglione imperiale. Il 18 ottobre 1869, infine, a Yokohama, fu concluso il primo trattato tra l'Austria-Ungheria e il Giappone: firmato dal contrammiraglio Petz come plenipotenziario, con Calice — rappresentante del Ministero degli Esteri — che ne condusse in gran parte le trattative materiali, come testimoniano gli attriti tra i due, arrivati fino a discussioni accese sulla conduzione della missione.

È una precisazione che vale la pena mantenere con chiarezza, perché la vulgata — ripresa talvolta anche nelle presentazioni editoriali della biografia di Federico Vidic — vuole Calice "primo occidentale a firmare un trattato con l'imperatore del Giappone". La documentazione ufficiale giapponese attribuisce quella firma a Petz. Ma tre anni dopo, il 12 gennaio 1872, fu Calice — ormai promosso ministro residente, accreditato su Cina, Giappone e Siam — a presentarsi da solo davanti al giovane imperatore Meiji, Mutsuhito, per l'udienza formale: consegnò le credenziali scritte in latino dalla Cancelleria di Vienna, pose nelle mani del tenno le copie ratificate del trattato, e pronunciò il discorso ufficiale in cui annunciava l'invito di Francesco Giuseppe all'Esposizione universale di Vienna. Fu, questo sì, il primo accordo internazionale a essere consegnato con il sigillo del sovrano considerato di origine divina — un atto diverso dalla firma del 1869, ma non meno significativo per la storia delle relazioni tra Vienna e Tokyo.

 L'affare della fotografia. L'udienza del 12 gennaio 1872 rischiò però di saltare per un incidente che meriterebbe da solo un capitolo a parte. Pochi giorni prima, l'austriaco Raimund von Stillfried, fotografo attivo a Yokohama, si era nascosto su un'imbarcazione ormeggiata lungo il percorso del corteo imperiale e, attraverso un foro nel telone, aveva scattato di nascosto un ritratto del Mikado — violando il divieto assoluto di riprodurre l'immagine del sovrano, la cui vista era proibita persino ai sudditi comuni.

Il governatore di Kanagawa, Mutsu Munemitsu — giovane, colto, e già figura di spicco del nuovo regime Meiji — protestò con veemenza presso le autorità consolari britanniche, che rappresentavano provvisoriamente gli interessi austriaci in assenza di relazioni ufficiali. Calice, informato, ordinò il sequestro coattivo di negativo e stampe. Stillfried non si diede per vinto: rivendicò il diritto di fotografare chi volesse, minacciò di vendere comunque le copie, e trovò l'appoggio della stampa occidentale di Yokohama, che accusò il ministro austriaco di aver fatto, testualmente, "di una mosca... un elefante". Calice non arretrò: gli intimò che, in caso di ulteriore violazione, l'avrebbe fatto arrestare e deportare. Il sequestro fu eseguito con la forza dalla polizia del porto franco.

Fu un episodio minore nella grande storia diplomatica del tempo, ma rivelatore: mostra un funzionario disposto a scontrarsi apertamente con un proprio connazionale — un aristocratico, per giunta — pur di non compromettere una relazione bilaterale ancora fragile, in un momento politicamente delicatissimo per il nuovo Giappone.

 Il ritorno e gli anni romeni.  Nel 1873 Francesco Giuseppe riconobbe a Calice il titolo ereditario di barone e lo richiamò in patria, chiudendo la lunga missione asiatica. Poté finalmente sposare Mary, il 10 settembre 1874, a Grassendale, sobborgo di Liverpool; l'anno dopo nacque l'unico figlio, Franz.

La missione successiva lo portò a Bucarest (1874-1876), come ministro in un principato ancora formalmente tributario del sultano. Vi negoziò un delicato trattato commerciale che riconosceva di fatto l'autonomia romena dalla Porta ottomana, superando le resistenze sia turche sia — internamente — dei latifondisti ungheresi, timorosi della concorrenza del grano romeno sui mercati asburgici. Dovette occuparsi anche della sensibile questione dei diritti di proprietà degli ebrei romeni, trovando un compromesso che concedeva la parità sui beni urbani ma demandava alle amministrazioni locali le questioni fondiarie — un tema che, se letto in controluce, dice qualcosa sulla natura sempre negoziata e mai lineare dei diritti delle minoranze nell'Europa ottocentesca, tanto ai margini dell'Impero ottomano quanto, in tutt'altro contesto, nella Gorizia dei secoli precedenti.

 Il vertice: Costantinopoli.  Nel 1876, mentre l'Europa intera guardava allo scoppio della crisi balcanica, Calice fu richiamato a Vienna come secondo capo sezione del Ministero degli Esteri e inviato a Costantinopoli per i lavori preparatori della celebre conferenza internazionale di fine anno. L'ambasciatore titolare, Franz Zichy, si indignò che "un uomo di rango tanto inferiore al suo" gli fosse messo a fianco; il *New York Times*, con più equanimità, si congratulò con il governo austriaco per aver scelto una persona così preparata, al di là delle convenzioni gerarchiche. La conferenza si chiuse senza risultati concreti — il sultano neutralizzò ogni pressione annunciando una nuova costituzione — ma segnò l'inizio del ruolo di Calice come uno dei principali architetti della politica balcanica austro-ungarica: sua fu, tra l'altro, la convenzione che nel 1879 regolò l'amministrazione asburgica della Bosnia-Erzegovina dopo il Congresso di Berlino.

Il 15 luglio 1880 arrivò la nomina che avrebbe definito il resto della sua vita: ambasciatore a Costantinopoli. Vi rimase fino al 1906, ventisei anni ininterrotti, attraversando la crisi armena, le tensioni cretesi del 1896, i nazionalismi balcanici in crescita, il confronto permanente con Russia, Gran Bretagna e Germania per gli equilibri del Mediterraneo orientale. Negoziò un trattato commerciale con la Turchia, sostenne lo sviluppo delle ferrovie orientali, elaborò con l'ambasciatore russo Zinov'ev un piano di riforme congiunte per la Macedonia. La sua permanenza eccezionalmente lunga — priva di qualunque obbligo di rotazione ai vertici della carriera — lo rese, per giudizio unanime dei colleghi, il decano del corpo diplomatico della capitale ottomana e il più anziano diplomatico ancora in servizio in Europa. Fu nominato conte nel 1906, alla vigilia del pensionamento.

Morì a San Pietro presso Gorizia — oggi Šempeter pri Gorici — il 29 agosto 1912, secondo la maggior parte delle fonti (una sola, l'*Österreichisches Biographisches Lexikon*, indica il 28: una discrepanza minima ma da segnalare, non da sciogliere per comodità narrativa).

 Un goriziano tra gli imperi.  Colpisce, in questa vicenda, quanto poco ci sia di eccezionale nelle premesse e quanto di straordinario negli esiti. Calice non nacque nell'aristocrazia di corte, non ereditò contatti a Vienna, non ebbe scorciatoie. Nacque in una famiglia della borghesia agiata di Farra, in una contea che si affacciava sull'Adriatico ma che restava, agli occhi di molti, un margine dell'Impero. Eppure proprio da quel margine — e forse proprio grazie a esso, alla sua abitudine plurisecolare alla mediazione linguistica e culturale — Calice trovò gli strumenti per diventare uno degli uomini che tennero insieme, per un quarto di secolo, l'equilibrio più fragile d'Europa.

Non è un caso isolato, se si pensa che un altro goriziano, Ludovico Cobenzl, aveva ottenuto secoli prima per l'Austria il possesso delle due legazioni veneziane di Roma e Costantinopoli — entrambe chiamate ancora "Palazzo di Venezia" quando Calice vi si insediò. C'è, in questa continuità, qualcosa che dice della Gorizia asburgica più di molti trattati di storia istituzionale: una città piccola, plurilingue, abituata da secoli a stare fra mondi diversi senza appartenere interamente a nessuno, che proprio da quella condizione seppe generare uomini capaci di muoversi — letteralmente — fino ai confini più remoti dell'Impero e oltre, a Shanghai, a Bangkok, alla corte del Mikado, sulle rive del Bosforo.

Enrico de Calice tornò a morire a pochi passi da dove era nato. Nel mezzo, aveva attraversato sette imperi.

Fonti principali:

Federico Vidic, Enrico de Calice. Un diplomatico goriziano tra il Sol Levante e il Corno d'Oro, Istituto di Storia Sociale e Religiosa, Gorizia, 2017;

Gabriele Zanello, Calice (de) Enrico, diplomatico e letterato", in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei friulani, vol. 3, Udine, Forum, 2009;

Österreichisches Biographisches Lexikon 1815-1950, vol. 1, 1954.
 

La libertà irrequieta: Vittorini e Rosa Quasimodo tra Gorizia e Siracusa


“La libertà irrequieta” racconta il viaggio umano, letterario e sentimentale di Elio Vittorini e Rosa Quasimodo. La mostra apre a Siracusa a settembre e arriverà a Gorizia nel 2027. A metà settembre il catalogo sarà presentato alla libreria Voltapagina di Gorizia.

 C’è un tratto poco conosciuto della biografia di Elio Vittorini che passa per Gorizia e incrocia la storia di Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore e prima moglie dello scrittore. Da questo legame, rimasto a lungo ai margini della narrazione più conosciuta del Novecento letterario italiano, nasce “La libertà irrequieta. In viaggio con Elio Vittorini e Rosa Quasimodo tra fughe e soggiorni di frontiera”, mostra documentaria e d’arte curata da Livio Caruso.

La prima tappa sarà a Siracusa dal 12 al 30 settembre 2026, nella città natale di Vittorini, in coincidenza con il sessantesimo anniversario della sua morte. La mostra arriverà poi a Gorizia dal 13 al 29 settembre 2027, al Kulturni Center Lojze Bratuž, nel centenario dell’arrivo in città di Vittorini e Rosa Quasimodo.

Il progetto è nato proprio a Gorizia. Nella premessa al catalogo Caruso racconta che l’idea iniziale, maturata insieme a Marco Menato, si è sviluppata anche sull’onda dell’episodio del podcast Voci dal Confine dedicato a Rosa Quasimodo e al periodo goriziano della coppia. L’intenzione è stata fin dall’inizio quella di andare oltre una tradizionale mostra d’arte, costruendo un percorso capace di mettere in relazione ricerca storica, letteratura, fotografia, documenti e produzione artistica contemporanea.

Il punto di partenza è una vicenda privata che diventa storia culturale. Vittorini e Rosa, dopo la loro contrastata fuga d’amore e il matrimonio del settembre 1927, arrivano a Gorizia, dove si era già stabilito Vincenzo Quasimodo, fratello di Rosa. La città diventa per loro luogo di approdo, di ricomposizione familiare, ma anche spazio nel quale il giovanissimo Vittorini comincia a costruire il proprio percorso intellettuale. L’anagrafe goriziana registra la sua presenza dal settembre 1927 al febbraio 1929; la famiglia vive prima in Piazzutta, nella casa dalle persiane verdi di piazza Tommaseo, e successivamente in via dei Leoni.

Gorizia, dunque, non è soltanto una parentesi geografica. È uno dei luoghi nei quali esperienza personale e scrittura cominciano a intrecciarsi. Qui Vittorini lavora, mantiene i rapporti con il mondo letterario che lo porterà verso Firenze e Solaria, e qui nascono entrambi i figli della coppia. Rosa, a sua volta, conserverà della città una memoria profonda, fino a definirsi molti anni dopo una “donna di confine”, sospesa tra Sicilia e Gorizia.

La mostra costruisce attorno a questa storia una trama molto più ampia. Una parte importante è dedicata alla fotografia e, in particolare, al Fondo Luigi Crocenzi conservato dal CRAF di Spilimbergo. Crocenzi collaborò con Vittorini al Politecnico e soprattutto alla celebre edizione illustrata di Conversazione in Sicilia, uscita nel 1953. Il loro lavoro rappresentò una delle esperienze più innovative nel rapporto tra parola e immagine nell’Italia del dopoguerra: la fotografia non come semplice illustrazione del testo, ma come linguaggio narrativo autonomo.

Tra le presenze di particolare rilievo all’interno della mostra artistico-documentaria c’è anche Renato Guttuso. Della collezione della Biblioteca Museo “Elio Vittorini” di Siracusa fa infatti parte Le donne di Algeri, opera del 1957 che Guttuso dedicò personalmente a Vittorini e che, dopo la morte dello scrittore, passò alla sorella Jole. Il rapporto tra Guttuso e Vittorini, del resto, non fu occasionale: già tra il 1941 e il 1943 il pittore siciliano aveva realizzato una serie di disegni destinati a un progetto illustrato di Conversazione in Sicilia. Quelle tavole, rimaste a lungo inedite, furono poi pubblicate nell’edizione Rizzoli del romanzo del 1986. Un ulteriore tassello di quel dialogo fra letteratura e immagine che costituisce uno dei fili conduttori dell’intera esposizione.

Accanto ai documenti d’archivio, alle fotografie e alle testimonianze legate a Vittorini, il percorso comprende una vera e propria mostra d’arte contemporanea, con opere nate dal confronto con la figura dello scrittore, con Rosa e con i temi del viaggio, della libertà, della separazione, della frontiera e della scrittura. Vi partecipano, tra gli altri, Daniele Bredeon, Livio Caruso, Pranvera Gilaj, Francesca Graziano, Francesco Imbimbo, Lorella Klun, Giosuè Lizzio, Vera Elvira Mauri, Angelo Simonetti, Franco Spanò, Cristina Suligoi e Giuliana Susterini, oltre a Sergio Altieri e Vittorio Balcone nella sezione speciale.

Il progetto riserva inoltre uno spazio a Salvatore Quasimodo e ai suoi legami, meno noti, con Gorizia. Nel catalogo Antonella Gallarotti ricostruisce in particolare la pubblicazione, nel maggio 1926 sulla rivista goriziana Squille isontine, della poesia La càtarsi, una composizione giovanile rimasta fuori dalle principali raccolte e dalle bibliografie del poeta.

Ad accompagnare l’esposizione è un volume che, come sottolinea lo stesso curatore, difficilmente può essere definito un semplice catalogo d’arte. “La libertà irrequieta”, pubblicato da Lithos nella collana Studi e Strumenti, raccoglie contributi storici, letterari, archivistici e biografici, materiali documentari, fotografie, opere d’arte e poesia. Tra i testi figurano gli interventi di Marco Menato sui convegni goriziani dedicati a Vittorini, quello di Antonella Gallarotti sui frammenti goriziani di Salvatore Quasimodo, il contributo di Marilisa Bombi “Una città di confine, uno scrittore inquieto. Elio Vittorini e Gorizia” e il saggio di Giulia Letizia Sottile sulla storia d’amore tra Rosa ed Elio.

Il catalogo sarà presentato a metà settembre alla libreria Voltapagina di Gorizia, offrendo così al pubblico goriziano una prima occasione per conoscere il progetto un anno prima dell’arrivo in città della mostra.

È proprio questo doppio movimento, tra Siracusa e Gorizia, a dare senso all’intera iniziativa. Due città lontane, unite dalla vicenda di due giovani che nel 1927 cercarono altrove il proprio spazio di libertà. La Sicilia della partenza e il confine goriziano dell’approdo diventano così i due estremi di una storia privata che, quasi un secolo dopo, permette di rileggere da una prospettiva diversa anche la formazione di uno dei protagonisti della cultura italiana del Novecento.

La denazionalizzazione fascista della comunità slovena a Gorizia

Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Prosegue oggi la serie con il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale — non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.

Un capitolo riconosciuto tardi

Se il nodo delle foibe e dell'esodo è quello più esposto nel dibattito pubblico italiano, questo è per molti versi il suo speculare: un capitolo che la storiografia italiana ufficiale ha affrontato con anni di ritardo rispetto a quella slovena, e in modo parziale. Non a caso, gran parte della ricerca fondativa su questo tema porta la firma di storici sloveni — su tutti Milica Kacin Wohinz, il cui lavoro insieme a Jože Pirjevec resta il riferimento principale sulla storia della minoranza slovena in Italia tra il 1866 e il 1998.

Anche lui era un eroe. La storia dimenticata di Giuseppe Tuntar




Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso, a Pavana, a 86 anni. Nei giorni successivi ho riascoltato La locomotiva, come credo abbiano fatto in molti. La canzone nasce da un fatto realmente accaduto: il 20 luglio 1893 un fuochista della Rete Adriatica, Pietro Rigosi, si impossessò di una locomotiva e la lanciò verso Bologna. Guccini trasformò quella corsa, quasi ottant'anni dopo, in una delle canzoni più potenti di Radici, l'album pubblicato nel 1972. È la storia di un uomo qualunque che, per una notte, decide di non esserlo più e diventa protagonista della propria storia.

In quegli stessi giorni stavo terminando la revisione del mio libro su Antonio Bonne. Prima di mandarlo in tipografia mi era stato suggerito di aggiungere una sezione che mi è subito piaciuta: Dramatis personae, un elenco dei personaggi che attraversano il libro, accompagnati da poche righe per ricordare chi erano e dalle rispettive date di nascita e di morte. Ho quindi cominciato a controllare nomi e date e, tra quei nomi, c'era Giuseppe Tuntar.

Sapevo naturalmente chi fosse: socialista, poi comunista, deputato eletto a Gorizia nel 1921, uno dei personaggi che appartengono alla storia politica della città nei primi anni successivi alla Grande guerra. Come spesso accade quando si lavora soprattutto su un'altra figura, però, era rimasto sullo sfondo. Sono andata a cercarne le date e mi sono fermata, perché leggendo la sua storia mi è venuto in mente il macchinista della canzone di Guccini. Tuntar non era un ferroviere e non aveva mai guidato una locomotiva, né esisteva alcun collegamento tra lui e Pietro Rigosi. Eppure, senza sapere bene perché, ho pensato a quella frase della canzone: «anche lui era un eroe».

Ho continuato a leggere e Tuntar ha smesso quasi subito di essere una semplice voce delle Dramatis personae.

Giuseppe Tuntar nasce a Visinada d'Istria, oggi Vižinada, il 7 gennaio 1882. È figlio di una famiglia povera, in un'Istria che appartiene ancora all'Impero austro-ungarico, una terra nella quale lingue, nazionalità e appartenenze si sovrappongono molto prima che qualcuno decida di tracciare nuovi confini sulle carte geografiche. Studia a Capodistria e, secondo la ricostruzione di Luciano Patat, viene inizialmente avviato al seminario, ma la strada ecclesiastica dura poco. Nel 1901 arriva all'Università di Graz. Le fonti non concordano perfettamente sul suo percorso di studi, ma concordano invece sul motivo per cui è costretto ad abbandonarli: non ha denaro sufficiente per continuarli. È un particolare che ritornerà più volte nella sua vita.

Tornato in Istria, sceglie la politica e si avvicina al movimento socialista. Già nel 1904 compare in una riunione socialista a Buie e l'anno successivo è ormai pienamente inserito nell'attività politica. Scrive, collabora con Il Proletario e con Il Lavoratore, percorre paesi e campagne, tiene conferenze e comizi. Nel 1907 entra negli organismi dirigenti socialisti dell'Istria e, tra il 1908 e il 1910, diventa uno dei principali organizzatori del movimento.

Fin dall'inizio si confronta con un tema destinato ad accompagnarlo per tutta la vita: il rapporto tra questione sociale e questione nazionale. Tuntar viene da una terra nella quale italiani, sloveni e croati vivono gli uni accanto agli altri e non crede che la soluzione dei conflitti possa consistere semplicemente nel decidere da quale parte di un confine debba stare ciascuno. Per lui la questione sociale viene prima delle contrapposizioni nazionali e la condizione concreta dei lavoratori conta più delle appartenenze imposte o rivendicate.

Nel 1910 arriva a Gorizia. Ha ventotto anni e vince il concorso per dirigere la Cassa distrettuale per ammalati. Non è un incarico marginale, perché significa occuparsi concretamente della tutela dei lavoratori in caso di malattia, in un'epoca nella quale la protezione sociale che oggi consideriamo normale è ancora tutta da costruire. Nello stesso anno diventa il primo presidente della Federazione socialista friulana. Si interessa in particolare alla condizione dei contadini, dei mezzadri e dei braccianti, tiene conferenze sulla questione agraria e parla di proprietà della terra, salari e diritti. Prima di diventare il nome di un partito, insomma, Tuntar è soprattutto un organizzatore che gira, parla, scrive e mette insieme persone.

Poi arriva la guerra e la sua vita personale ne esce duramente segnata. Si trasferisce a Trieste, perde un figlio e si ammala gravemente. L'asma, contratta in quegli anni, non lo abbandonerà più. Secondo la ricostruzione di Patat, in un periodo di particolare difficoltà economica mantiene la famiglia anche traducendo in italiano, per Il Lavoratore, i bollettini di guerra del comando austriaco.

Alla fine del conflitto Tuntar non è più soltanto il socialista che era arrivato a Gorizia nel 1910. La guerra, la rivoluzione russa, la miseria del dopoguerra e la crescente violenza politica hanno radicalizzato le sue posizioni. Nel 1919 entra nella direzione nazionale del Partito socialista e, quando al congresso di Livorno del gennaio 1921 la componente comunista abbandona il PSI, partecipa alla nascita del Partito Comunista d'Italia.

Il 1921, nella Venezia Giulia, non è però soltanto l'anno delle scissioni politiche, ma anche quello della violenza. Il 10 febbraio gli squadristi assaltano la sede e la tipografia de Il Lavoratore a Trieste. Tuntar viene arrestato dopo la resistenza all'assalto e trascorre circa quaranta giorni in carcere. Pochi mesi dopo, alle elezioni politiche di maggio, viene eletto deputato nel collegio di Gorizia.

Ed è qui che la locomotiva, in maniera del tutto casuale, è tornata nella mia ricerca. Pietro Rigosi aveva lanciato la sua macchina verso Bologna il 20 luglio 1893. Esattamente ventotto anni dopo, il 20 luglio 1921, Giuseppe Tuntar prende la parola alla Camera dei deputati e pronuncia quello che è probabilmente il discorso più importante della sua breve carriera parlamentare.

Comincia quasi facendo salire i deputati su un treno: «Se voi prendete il treno a Mestre...». Da lì li conduce idealmente verso quella Venezia Giulia che molti di loro conoscono poco. Parla delle popolazioni slave, denuncia violenze e soprusi e racconta una regione nella quale l'annessione all'Italia non ha risolto i conflitti ma ne ha creati di nuovi. In quel discorso pronuncia anche una frase che, riletta un secolo dopo a Gorizia, conserva una forza sorprendente: la questione nazionale «non si risolve con lo spostamento dei confini». Era il 1921, a Gorizia un confine era appena cambiato e altri sarebbero arrivati.

Alla Camera Tuntar non si limita alle grandi questioni ideologiche. Interroga il governo sui lavoratori licenziati dopo gli scioperi, sugli ex internati ridotti in povertà, sulle condizioni dell'industria triestina e sulle discriminazioni nella Venezia Giulia. È inoltre un deputato poverissimo. Patat racconta un particolare che mi ha colpita più di molti discorsi politici: quando deve recarsi a Roma per partecipare alle sedute parlamentari, Tuntar non sempre può permettersi una pensione e gli capita quindi di trascorrere la notte nella sala d'attesa della stazione. L'immagine di un deputato del Regno d'Italia costretto a dormire in stazione dice forse più di molte definizioni sulla sua condizione personale.

Intanto la violenza fascista continua. Durante un viaggio politico in Sardegna Tuntar viene aggredito a Cagliari; colpi vengono sparati anche contro la sua abitazione. Nel settembre 1921 perde inoltre l'incarico alla Cassa ammalati di Gorizia. Su quest'ultimo episodio occorre essere prudenti, perché negli inventari dell'Archivio storico della Camera compare, per il 1922-1923, una richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, trasmessa dalla Procura di Gorizia, con l'ipotesi di furto o eventualmente di estorsione. La documentazione che ho potuto individuare non consente di trasformare quell'accusa in una colpa accertata e le stesse ricostruzioni biografiche non concordano sulle ragioni del suo allontanamento dalla Cassa. È quindi un elemento che va ricordato senza rimuoverlo, ma anche senza caricarlo di un significato che le fonti non consentono di attribuirgli.

Negli stessi mesi Gorizia tenta un'altra strada. Nel febbraio 1922 Antonio Bonne diventa sindaco alla guida di una maggioranza nata dalla collaborazione tra forze italiane e slovene. Non ho trovato, almeno finora, documenti che provino un rapporto personale diretto tra Bonne e Tuntar e sarebbe quindi scorretto inventarlo. I due, però, appartengono allo stesso momento della storia goriziana. Tuntar aveva sostenuto che la convivenza tra le popolazioni della Venezia Giulia non poteva essere costruita spostando confini e contrapponendo nazionalità; Bonne si trova a governare una città cercando, con strumenti diversi, una convivenza politica tra italiani e sloveni. L'esperimento dura pochissimo, perché il 2 novembre 1922, pochi giorni dopo della marcia su Roma, gli squadristi entrano nel municipio di Gorizia e costringono Bonne ad andarsene.

Per Tuntar lo spazio politico e personale si restringe rapidamente. Il suo rapporto con il Partito comunista diventa difficile e, con l'affermarsi del fascismo, il problema principale non è più soltanto quale tessera abbia in tasca, ma se possa ancora restare in Italia. Nel settembre 1924 parte per Buenos Aires con la moglie Anastasia Dosso e tre figli.

Dall'altra parte dell'Atlantico deve ricominciare quasi da zero. L'uomo che era stato deputato del Regno d'Italia si trova a vendere giornali per le strade di Buenos Aires. Anche questo episodio viene raccontato da Patat. Un conoscente lo avrebbe incontrato mentre vendeva giornali in un quartiere operaio; sapendo chi fosse e conoscendo la sua cultura e il suo passato, ne parlò alla direzione di Crítica, uno dei grandi quotidiani argentini. Tuntar trovò così un lavoro più adatto a ciò che sapeva fare, come giornalista e bibliotecario.

Conosceva più lingue, traduceva, scriveva e teneva conferenze. Le fonti gli attribuiscono anche attività didattica nel Colegio Libre de Estudios Superiores. Soprattutto, però, continuò a fare politica. L'esilio non lo rese più prudente. Frequentò gli ambienti comunisti argentini, collaborò con giornali dell'emigrazione italiana e partecipò alle organizzazioni antifasciste. Nel 1929 arrivò fino a Berlino per un congresso internazionale contro il fascismo.

In seguito entrò nuovamente in conflitto con il movimento comunista, perché non condivideva la linea che impediva la collaborazione con socialisti e altre componenti antifasciste. Riteneva che contro il fascismo fosse necessario un fronte più largo e, ancora una volta, preferì perdere un'appartenenza politica piuttosto che adeguarsi a una disciplina nella quale non si riconosceva.

Negli anni Trenta collaborò soprattutto con L'Italia del Popolo, si schierò contro la guerra d'Etiopia, sostenne la Repubblica spagnola e continuò a intervenire nel dibattito politico dell'emigrazione italiana. Il regime fascista, nel frattempo, continuava a occuparsi di lui: all'Archivio Centrale dello Stato esiste ancora il suo fascicolo nel Casellario Politico Centrale, busta 5240, «Tuntar Giuseppe». Anche da Buenos Aires restava dunque un uomo da sorvegliare.

Il 3 settembre 1934 la polizia argentina lo arrestò per possesso di materiale considerato sovversivo e lo liberò poco dopo. Aveva cinquantadue anni, soffriva da tempo di asma e viveva in Argentina ormai da un decennio, ma continuò a scrivere, a discutere e a schierarsi fino alla morte.

Sulla data esatta le fonti non sono tutte concordi. La Camera dei deputati e Istrapedia indicano il 2 luglio 1940, mentre una fonte biografica slovena indica il 17 luglio. Un elemento appare però particolarmente significativo: il 3 luglio L'Italia del Popolo pubblicò già in prima pagina il necrologio firmato da Vittorio Mosca, intitolato «La morte dell'On. Giuseppe Tuntar. Un lutto per la democrazia italiana nell'Argentina». Anche Crítica, quello stesso 3 luglio, ricordava «José Tuntar». È quindi assai probabile che Tuntar fosse morto il giorno precedente, il 2 luglio. Aveva cinquantotto anni e non tornò più a Gorizia.

A questo punto torno al punto da cui ero partita, Francesco Guccini e Pietro Rigosi. Naturalmente le due storie non hanno alcun rapporto tra loro. Rigosi era un fuochista delle ferrovie e compì un gesto individuale e disperato che Guccini avrebbe trasformato molti decenni dopo in un simbolo anarchico. Tuntar era un organizzatore politico, un socialista, poi un comunista, infine un antifascista insofferente anche alle discipline del proprio campo.

Continuando a leggere la sua vita, ho però capito forse che cosa mi aveva fatto accostare quei due uomini. Non era il treno, benché il treno ritorni curiosamente più volte: nella storia di Rigosi, nell'incipit del discorso parlamentare del 20 luglio 1921 e nelle notti trascorse da Tuntar nelle sale d'attesa perché non aveva il denaro per pagarsi una camera. Il vero punto di contatto era piuttosto l'ostinazione.

Tuntar aveva interrotto l'università perché non aveva soldi, aveva perso un figlio durante la guerra, si era ammalato, era stato arrestato, picchiato e minacciato. Aveva perso il lavoro, da deputato aveva dormito nelle stazioni, aveva lasciato il proprio paese con una moglie e tre figli e, dall'altra parte dell'oceano, aveva ricominciato vendendo giornali per strada. Era entrato in conflitto anche con le organizzazioni politiche alle quali aveva dedicato anni della propria vita ed era stato arrestato ancora una volta in Argentina. Nonostante tutto, aveva continuato.

Non occorre condividere le sue idee per riconoscere la coerenza di una vita spesa per esse. Forse è questo che Guccini aveva capito così bene raccontando Rigosi: la storia non è fatta soltanto dagli uomini ai quali vengono dedicate statue, piazze e targhe. A volte resta un nome in fondo a una pagina e, nel mio caso, quel nome era finito addirittura nell'elenco delle Dramatis personae di un libro dedicato a un altro uomo.

Giuseppe Tuntar, nato a Visinada il 7 gennaio 1882 e morto in esilio a Buenos Aires il 2 luglio 1940, avrebbe dovuto occupare due righe. Cercando quelle due righe ho trovato una storia. E ho capito perché, appena avevo cominciato a leggerla, mi era tornato in mente Guccini: anche lui era un eroe.

Fonti:

  1. Luciano Patat, «Giuseppe Tuntar», in Alle origini del socialismo isontino. Una raccolta di biografie, Il Territorio, 1993. Testo digitalizzato
  2. Marino Budicin, «Giuseppe Tuntar», 1984. Testo digitalizzato
  3. Camera dei deputati, Portale storico, «Giuseppe Tuntar». Scheda biografica
  4. Camera dei deputati, Portale storico, «Giuseppe Tuntar – Attività parlamentare». Interventi parlamentari
  5. Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 20 luglio 1921. Atti parlamentari
  6. Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 5 dicembre 1921. Atti parlamentari
  7. Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 12 maggio 1922. Atti parlamentari
  8. Camera dei deputati, Atti parlamentari, seduta del 16 maggio 1923. Atti parlamentari
  9. Slovenska biografija, «Tuntar, Giuseppe (1882–1940)». Voce biografica
  10. Österreichisches Biographisches Lexikon, «Tuntar, Giuseppe». Voce biografica
  11. Istrapedia, «Tuntar, Giuseppe (José)». Voce biografica
  12. Martino Contu, studio sull'antifascismo italiano in Argentina, RiMe. Rivista dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea, CNR. Testo digitalizzato
  13. Studio sull'antifascismo italiano in Argentina e sull'aggressione subita da Tuntar a Cagliari, Ammentu. Testo digitalizzato
  14. Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, relativa alla situazione politica goriziana del primo dopoguerra e contenente riferimenti a Giuseppe Tuntar e Antonio Bonne. Tesi