Storia locale o cronaca? Gorizia, Antonio Bonne e la fine della città liberale

Un commento su Facebook e la risposta di un insegnante di storia: "la storia locale è cronaca". Ma la storia di Gorizia è storia europea, e la vicenda di Antonio Bonne, sindaco nel 1922, lo dimostra.

Qualche giorno fa avevo pubblicato su Facebook uno dei tanti post con cui segnalo ciò che scrivo nel blog Vado a vivere a Gorizia e racconto nel podcast Voci dal confine. Tra i commenti mi ha colpito quello di un'amica virtuale, peraltro anonima, perché di lei conosco soltanto ciò che lascia affiorare attraverso i social, che ha raccontato un episodio dei suoi anni di liceo.

Alcuni studenti avevano chiesto all'insegnante di storia di dedicare un po' di spazio alla storia locale. La risposta era stata, più o meno, che si trattava di provincialismo: quelle vicende appartenevano alla cronaca, non alla storia. Questa frase mi è rimasta in testa perché contiene due equivoci: uno sulla differenza tra cronaca e storia, l'altro, forse più interessante, su che cosa consideriamo degno di diventare storia.

Simon Gregorčič, il poeta dell'Isonzo e della Gorizia di confine

 

Simon Gregorčič, poeta sloveno di Gorizia, ritratto

C'è un momento, nella poesia Soči, in cui l'Isonzo smette di essere soltanto un fiume. Fino a quel punto Simon Gregorčič lo ha guardato come si guarda qualcosa di intimamente familiare: acqua limpida, montagne, la valle dell'infanzia. Poi il paesaggio cambia. Compaiono le tombe, la patria, una minaccia che arriva da sud, il piombo, il sangue. E quel componimento scritto alla fine degli anni Settanta dell'Ottocento, molti decenni prima delle battaglie dell'Isonzo, finirà per essere letto come una profezia della Grande guerra.
È questa probabilmente l'immagine più nota di Gregorčič.

A Gorizia, città del dialogo, le contrapposizioni non fanno una frontiera.

Un festival intitolato “Frontiere” costruisce il suo programma su una serie di contrapposizioni: Cina/USA, Oriente/Occidente, maschile/femminile, naturale/artificiale. Ma la frontiera non è una barra obliqua tra due termini opposti. È lo spazio complesso nel quale mondi diversi si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. Ridurla a un binomio significa impoverirne il significato, proprio in un territorio che della frontiera ha fatto la propria specificità e, probabilmente, una delle sue maggiori ricchezze. 

 

Qualche settimana fa, alla presentazione del programma di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, avevo posto una domanda molto semplice: Gorizia dov'è?
Non era una provocazione fine a se stessa, e tanto meno la pretesa che un festival organizzato a Gorizia dovesse parlare soltanto di Gorizia. Era, e rimane, una domanda sul senso della parola scelta per intitolare la manifestazione.
Mi è tornata in mente oggi, leggendo sul Piccolo l'intervista della presidente della Fondazione Carigo Roberta Demartin. La presidente definisce Gorizia città di idee e cultura, sostiene che Frontiere ne rafforzi l'identità, ricorda che l'evento rinnova lo spirito di GO!2025 e dice che la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio, da una comunità che ha "fame di conoscenza". Sono considerazioni nelle quali è difficile non riconoscersi.

Raimondo della Torre e la cappella dei Torriani ad Aquileia


Oggi, tornando da Grado, dove avevo appuntamento con la fotografa naturalista Margitta Thomann, mi sono fermata ad Aquileia, e non per caso. Volevo entrare nella Basilica e vedere finalmente la cappella dei Torriani. Da qualche tempo Raimondo della Torre è entrato quasi prepotentemente nelle mie ricerche e avevo una curiosità precisa: vedere il luogo in cui è sepolto, insieme ad altri membri di quella famiglia che per secoli ha attraversato la storia del Friuli.

Entrare in quella cappella è stata una piccola rivelazione e, lo confesso, un'emozione. Leggere un nome in un documento è molto diverso dal trovarsi davanti alla tomba dell'uomo che lo portava più di sette secoli fa. Raimondo non era più soltanto il patriarca di Aquileia nominato nel 1273, il Torriano venuto da Milano, l'uomo della Chiesa e insieme del potere. Era lì, e intorno a lui c'erano le tracce della sua famiglia, dei Della Torre che proprio con Raimondo misero radici in Friuli. 

Redenzione, una parola che stona


In questi giorni ho sentito ripetere più volte un'espressione che mi ha fatto riflettere: "la seconda redenzione di Gorizia". E confesso che quella parola, redenzione, mi disturba, non perché voglia negare ciò che il 16 settembre 1947 significò per moltissimi goriziani: dopo la guerra, l'occupazione jugoslava, gli arresti, le deportazioni, la paura che Gorizia potesse non rimanere italiana, il ritorno della città alla sovranità italiana fu vissuto da una parte consistente della popolazione come una liberazione, e questo va ricordato. Il problema comincia quando una memoria, legittima e dolorosa, smette di essere una memoria e pretende di diventare la memoria di tutti. 

La centrale di Doblar e il lago di Santa Lucia

Il lago di Santa Lucia l'ho costeggiato decine di volte, durante una delle tante gitarelle fuori confine. Bello, quieto, perfettamente inserito nel paesaggio, talmente naturale, almeno ai miei occhi, che non mi ero mai chiesta se fosse sempre stato lì. Invece è artificiale, nato in funzione della centrale idroelettrica di Doblar.

Lo scopro soltanto adesso grazie ad Ana, amica e guida turistica abilitata — tesserino compreso, ci tiene giustamente a precisarlo — che con una certa regolarità riesce a trascinarci alla scoperta di pezzi di Slovenia che abbiamo magari sotto il naso da una vita e dei quali sappiamo pochissimo.

La visita alla centrale è possibile soltanto il sabato e l'organizzazione segue il nostro collaudatissimo metodo: giro di messaggi WhatsApp, adesioni, rinunce, ripensamenti dell'ultimo minuto e, alla fine, conta dei presenti. La giornata, per fortuna, non è particolarmente calda. Ci troviamo al parcheggio prima del ponte del Sabotino, a Salcano, riduciamo il numero delle auto raggruppandoci alla meglio e, in una mezz'ora, siamo davanti alla centrale.

Antonio Pelizon: violini, botteghe e una dinastia goriziana


Domenica 13 settembre a Gorizia si conclude il 45° Concorso internazionale di violino “Premio Rodolfo Lipizer”. È una coincidenza che invita a guardare indietro, perché il rapporto della città con il violino non comincia affatto con Lipizer e neppure con il Novecento. Bisogna risalire di oltre un secolo e incontrare un uomo che lavorava il legno, costruiva violini, viole, violoncelli e contrabbassi e che avrebbe dato origine a una vera dinastia di liutai: Antonio Pelizon.

Il collegamento con Rodolfo Lipizer è molto più stretto di quanto si potrebbe immaginare. Antonio Pelizon era infatti il suo bisnonno materno. La genealogia è precisa: Antonio ebbe tra i suoi figli Filippo Giovanni Battista Pelizon; Filippo fu padre di Ludovica Maria Pellizon, che sposò Rodolfo Antonio Lipizer, cancelliere del tribunale imperialregio; dal loro matrimonio nacque a Gorizia, il 16 gennaio 1895, Rodolfo Lipizer. Treccani ricorda esplicitamente come l’interesse del giovane Rodolfo per il violino potesse riallacciarsi all’attività del nonno materno Filippo, ultimo rappresentante di una famiglia di liutai operante nella regione da più di un secolo.