Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi
critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all’esodo. Il 16 agosto
è seguito il secondo, sulla denazionalizzazione fascista della comunità
slovena, e poi il terzo, sul confine del 1947 e sulla sua lettura come
«amputazione». Oggi la serie prosegue con il quarto nodo: l’uso strumentale
dell’«italianità di confine».
Nei primi tre capitoli ho seguito lo stesso metodo. Parto
dalla lettura più diffusa, ne mostro i limiti senza negarla e la confronto con
la ricerca storica. Sulle foibe ho cercato di tenere insieme due letture che di
solito si escludono: la violenza contro gli italiani come fatto da ricordare in
sé, e il ciclo di violenza cominciato con la snazionalizzazione fascista. Sulla
comunità slovena ho ricostruito una persecuzione cominciata prima della marcia
su Roma e riconosciuta tardi dalla memoria pubblica italiana. Sul 1947 ho
riconosciuto il trauma della separazione e insieme la sequenza che lo aveva
reso possibile, da Rapallo all’aggressione alla Jugoslavia. Ne sono uscite tre
amputazioni, non una sola.
Il quarto nodo riguarda una parola che a Gorizia si usa da
quasi due secoli senza che nessuno senta il bisogno di spiegarla. La presenza
italiana in città è un fatto storico e non la metto in discussione. Mi
interessa capire quando e perché è diventata un argomento politico, fino a
essere presentata come il carattere esclusivo della città. Il percorso va dalla
Gorizia asburgica, dove si poteva parlare italiano e restare fedeli
all’imperatore, fino a GO!2025. In mezzo ci sono i censimenti usati come prova,
la memoria della redenzione, il fascismo, il baluardo della Guerra fredda. C’è
anche Antonio Bonne, eletto sindaco nel 1922 con il sostegno della lista
slovena e costretto alle dimissioni dagli squadristi.
Come gli altri, anche questo è un capitolo del libro che sto
preparando, Nodi di frontiera. Gorizia tra storia e memoria. Lo scrivo
perché la storia di Gorizia è poco presente nelle fonti da cui oggi si attinge
per informarsi, comprese quelle che alimentano l’intelligenza artificiale.
Restano due nodi: il rischio retorico di GO!2025 e la comunità ebraica
goriziana.