Il maj: storia, simboli e futuro della tradizione di confine tra Gorizia e Slovenia

Martedì ero a Vipava. Ci sono andata per i sarcofagi di Lavrin. Vipava è uno di quei posti che ho nel cuore da anni e che ogni volta che ci torno mi regala qualcosa di diverso. La luce del mattino era ancora fresca, la valle stava svegliandosi piano, e io avevo quella sensazione che ho quasi sempre quando mi avvicino a certi luoghi: che il tempo lì si muova a un ritmo suo. Ma non è di Lavrin che voglio raccontarvi oggi. È di quello che ho visto sulla strada.

A un certo punto, in mezzo al verde della campagna slovena, ho cominciato ad avvistarli. Prima uno, poi un altro, poi ancora un altro. Alberi alti, scortecciati, con in cima una corona di rami e nastri colorati che ondeggiavano nell'aria. Qualcuno con una bandierina. Qualcuno con ghirlande. Tutti con quella strana eleganza verticale che hanno le cose fatte con le mani e con un senso preciso.

Il maj e il mlaj: un rito europeo di primavera che resiste in Slovenia e rischia di sparire a Gorizia. Storia, incidenti e futuro di una tradizione di confine. I mlaji. Gli alberi del maggio. Li conoscevo, certo. Vivo a Gorizia, non potrei non conoscerli. Ma vederli lì, uno dopo l'altro lungo la strada, mi ha fatto fermare — mentalmente, almeno — e pensare. Qui, in Slovenia, sono ancora lì. Belli, vivi, piantati con cura davanti alle case o nei centri dei paesi. Dall'altra parte del confine, invece, la situazione è molto più complicata. Ho preso il telefono e ho chiamato la mia amica Marcella. Marcella è storica e antropologa, e conosce questa zona come la sua tasca. Le ho detto: "Marta, devo fare un podcast sul maj. Prima che sparisca del tutto." Lei ha riso. Ma poi ha detto: "Hai ragione. Facciamolo."

Per chi legge questo blog da fuori regione, un piccolo contesto. Il maj — o mlaj nella forma slovena — è un albero, in genere un abete o un'altra conifera, che viene tagliato, scortecciato, decorato con nastri, ghirlande e una chioma verde in cima, e poi innalzato in piedi. Si fa nella notte tra il 30 aprile e il Primo Maggio. È un rito di primavera, un rito di comunità, spesso un rito di passaggio per i ragazzi che compiono i diciotto anni — sono loro, tradizionalmente, a partecipare all'alzata.

Non è una cosa solo goriziana, né solo slovena. È un rito europeo, con radici antichissime e forme diverse in ogni paese: il Maibaum bavarese con le insegne dei mestieri, il maypole inglese con la danza dei nastri, il midsommarstång svedese che scivola verso il solstizio estivo, il majpan croato che nasce come gesto d'amore verso una ragazza del villaggio. La grammatica simbolica è sempre la stessa: primavera, rinascita, comunità, festa.

Da noi, in questa fascia adriatico-mitteleuropea, c'è anche una sovrapposizione con il Primo Maggio operaio — e allora il maj diventa anche simbolo di lavoro e di memoria collettiva. La bandiera rossa che a volte lo corona non è "il significato originario" del rito: è uno strato più recente, novecentesco, che racconta come le tradizioni non siano mai fossili, ma strati su strati di significato.

Quello che è successo nel 2022, e quello che è successo dopo.

La sera del 30 aprile 2022, a Piedimonte — quartiere di Gorizia — un mlaj è caduto durante l'innalzamento. Una donna di trent'anni è rimasta gravemente ferita. Non voglio fare cronaca di un incidente. Voglio capire cosa è successo dopo. Dopo, il Comune di Gorizia ha fatto rimuovere gli altri alberi presenti nei quartieri, perché nessuno aveva richiesto le autorizzazioni necessarie. Il sindaco ha detto che in futuro sarebbero servite norme specifiche. Nel 2023 si è aperto un dibattito politico e istituzionale in regione — 32 indagati per lesioni colpose, un percorso per trovare regole condivise, un fronte che si è chiamato "Salviamo il maj". Nel 2024 la querela penale è stata ritirata dopo un accordo economico, ma il rito a Piedimonte non è stato ripreso. Si aspetta ancora un regolamento che non è arrivato. Nel frattempo, a Vipava, gli alberi infiochettati ondeggiavano al vento.

Non è una questione di burocrazia contro tradizione Sarebbe troppo facile raccontarla così. La verità è che il maj deve cambiare, se vuole sopravvivere. Ha sempre cambiato — è passato da rito agrario a emblema civico, da gesto amoroso a simbolo del lavoro, da pratica di villaggio a rito urbano. Il problema non è la sicurezza in sé: è trovare regole che supportino la tradizione invece di schiacciarla. In Slovenia ci sono già esempi chiari: a Kanal ob Soča, per alzare un albero grande in un centro urbano, si usano i vigili del fuoco e un camion-gru. La tradizione resta, la tecnica cambia. Non è un tradimento — è evoluzione.

Da noi, invece, l'assenza di un regolamento chiaro ha lasciato le comunità in un limbo. Troppa burocrazia implicita per chi vuole farlo bene, nessun supporto concreto, e il rischio che il rito scivoli nell'irregolarità o scompaia del tutto.

Per questo ho chiamato Marcella. E per questo, sul podcast Voci dal Confine troverete una conversazione con lei: sul maj, sulla sua storia lunga e stratificata, su quello che rischiamo di perdere e su come forse — forse — si può ancora salvare qualcosa. Nel frattempo, se passate per la Slovenia in questi giorni, guardate gli alberi lungo la strada. C'è ancora qualcuno che li alza con le mani.

Il podcast è disponibile a questo indirizzo. https://youtu.be/6VBYNy-H8hE

Mussolini e le origini del fascismo: dalla Grande Guerra alla marcia su Roma


di Tassilo Del Franco

(prima parte)
 
La sciagurata Grande Guerra, voluta dagli irredentisti dei circoli di patrioti, giornalisti, poeti, artisti della borghesia, che in Italia erano una parte decisamente minoritaria ma in vista della società, aveva coinvolto tutto il paese, e aveva portato i suoi uomini, a milioni, a sacrificarsi al fronte. 
670 mila furono i morti accertati, dall’Isonzo al Carso, dal Grappa al Piave. E molto più di 500 mila i mutilati e invalidi. L’Italia contava allora 36 milioni di abitanti, di cui uno su trentuno era morto o rimasto inabile, lasciando spesso la famiglia in miseria. 
Non c’era stato un solo motivo razionale per entrare in conflitto con paesi alleati dal 1882, per puntare alla “liberazione” di genti che, per una buona parte, non desideravano affatto di essere annesse al regno d’Italia.
Tra gli irrequieti agitatori c’era stato il giovane Mussolini, cresciuto in una modesta famiglia di artigiani, cui il padre romagnolo aveva imposto il nome di Benito, in onore di Benito Juarez, quello che nel 1865 aveva fatto fucilare l’imperatore del Messico, Ferdinando Massimiliano, unico fratello di Francesco Giuseppe. 
Il violento ragazzo, a scuola, aveva accoltellato un compagno, come riporta Paolo Monelli nella sua biografia. Dopo varî periodi turbolenti della sua vita, in cui subì arresti e condanne, ed era sfuggito alla polizia austriaca nel Trentino, dove aveva anche messo incinta una ragazza da abile millantatore di credito, divenne direttore del quotidiano socialista,
l’ “Avanti”. Il suo partito operaio, lo stesso del compagno Pietro Nenni, era però pacifista e neutralista, e gli stava stretto, specialmente da quando Cesare Battisti, un trentino deputato al parlamento di Vienna, aveva diffuso menzogne sulla condizione degli italiani nella duplice monarchia, descrivendoli in una condizione assai misera e desiderosi di essere liberati dal pesante giogo asburgico.
La propaganda di Battisti non ebbe successo nel Trentino, ma in Italia ebbe grande seguito, alimentando il movimento irredentista. Come quella del pescarese Gabriele D’Annunzio, che ammantava di immaginifiche fantasie il suo irredentismo poco basato sulla realtà, e aveva indispettito Benedetto Croce. Come anche Benito Mussolini, il futuro Duce, ora convertito alla guerra contro l’Austria. Lasciato il socialismo per un nazionalismo fortemente interventista, era poi finito al fronte, sul Carso, e aveva combattuto da caporale fino ad essere ferito da schegge alle gambe. 
Nel dopoguerra il “biennio rosso” sconvolgeva campagne e fabbriche, sull’onda della rivoluzione russa. Un periodo propizio per una controrivoluzione, in cui Mussolini e i “quadrumviri” (termine improntato alla tetrarchia della Roma di Diocleziano) De Bono, De Vecchi, Grandi e Balbo formarono squadracce di camicie nere che difendevano, con la violenza maturata in guerra, i proprietari e i loro beni da distruzioni e saccheggi. Nel 1922, con il debole governo Facta, venne la sorprendente resa dell’Italia liberale a queste forze nuove, che reclamavano il potere con la “marcia su Roma”, una poco seria, rumorosa messa in scena che l’esercito avrebbe potuto disperdere.
A capo delle camicie nere era il cavalier Benito Mussolini, pronto a smentire i camerati da Milano, e ora quasi incredulo di essere chiamato dal re a formare il nuovo governo. Per tutti sarebbe diventato il Duce, dopo aver preso in mano tutto il potere nel 1924.
 
La seconda ed ultima parte sarà pubblicata la prossima settimana. 

Ervino Pocar, l'uomo che ci ha regalato Kafka

Ervino Pocar nasce a Pirano nel 1892, cresce a Gorizia tra lingue e frontiere, e diventa il più grande traduttore dal tedesco che l'Italia abbia avuto. Kafka, Thomas Mann, Hermann Hesse: trecento opere portate in italiano nel corso di cinquant'anni alla Mondadori. Una figura che Gorizia, Capitale Europea della Cultura, ha inspiegabilmente ignorato. Questo post è un piccolo debito saldato.


Ogni volta che incontro Hans Kitzmüller — germanista, traduttore, testimone instancabile della cultura tedesca a Gorizia — succede la stessa cosa. Mi chiede del mio lavoro, io racconto, e a un certo punto lui alza lo sguardo e dice, con quella pazienza bonaria che nasconde una punta di rimprovero:

Ha ragione. Ce l'ha sempre avuta.

La verità è che sono fatta così: mi lascio catturare dalle storie più antiche, da quelle che rischiano di sparire del tutto se nessuno le racconta adesso. E intanto Pocar aspetta. Eppure anche la sua è una storia che rischia di perdersi — e c'è qualcosa di paradossale nel fatto che Gorizia, Capitale Europea della Cultura, non abbia ancora dedicato a questo suo figlio l'attenzione che merita. Un uomo che ha portato la grande letteratura tedesca in Italia, traduzione dopo traduzione, per cinquant'anni. Ignorarlo è una lacuna che pesa.

Oggi colmo il debito. Con Hans, e con me stessa.

Il nome è Ervino Pocar. Suona friulano, istriano, mitteleuropeo tutto insieme. Forse non lo conosci. Eppure se hai mai letto Kafka in italiano — il Processo, la Metamorfosi, il Castello — hai letto parole che sono passate attraverso le sue mani.

Una vita nata tra tre lingue. Ervino nasce nel 1892 a Pirano, in Istria, da una famiglia di origini contadine. Suo padre Giovanni è friulano di Cormòns, sua madre Giovanna è istriana. Crescere in quella casa significa già fare i conti con mondi diversi: il friulano, lo sloveno, e poi il tedesco che arriva con le scuole elementari, quasi come una lingua di adozione.

Quando la famiglia si trasferisce a Gorizia per dare una buona istruzione ai quattro figli, Ervino entra allo Staatgymnasium di via Mameli — quello che oggi è la Biblioteca Statale Isontina. Tra i banchi incontra ragazzi che diventeranno qualcuno: Biagio Marin, il poeta del mare di Grado; Antonio Morassi, futuro soprintendente alle Belle Arti; Umberto Cuzzi, architetto razionalista a Torino. Una generazione di frontiera, nel senso più bello del termine.

Nel 1912 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Vienna. La guerra arriva a spezzare tutto: viene fatto prigioniero e confinato perché irredentista. La laurea, prevista per il 1915, arriva solo nell'ottobre del 1917, nel mezzo del conflitto.

Milano, i libri, la MondadoriDopo la guerra Pocar si stabilisce a Milano. Lavora al Touring Club, dirige una rivista per ragazzi, La Sorgente. Ma il suo destino vero è altrove: nel 1934 entra alla Mondadori come traduttore ufficiale dal tedesco. Ci rimarrà per decenni, diventando redattore capo del settore libri.

In quegli anni l'Italia scopre la grande letteratura di lingua tedesca in gran parte attraverso di lui. Thomas Mann, Hermann Hesse, Hugo von Hofmannsthal, Erich Maria Remarque, Novalis, Heinrich von Kleist: sono circa trecento traduzioni nell'arco di mezzo secolo. Un numero che fa girare la testa, se si pensa a cosa significa tradurre davvero — non trasportare parole da una lingua all'altra, ma ricostruire un mondo intero con strumenti diversi.

"Tradurre non si può, ma si deve". Pocar aveva una sua filosofia della traduzione, semplice e profonda insieme. Diceva che tradurre è impossibile in senso assoluto — e che proprio per questo è necessario farlo. Il paradosso lo affascinava: i più grandi pensatori che avevano dichiarato l'intraducibilità della letteratura erano spesso gli stessi che si erano messi a tradurre. Per lui la chiave era l'onestà: stare di fronte al testo senza trucchi, senza scorciatoie, cercando di capire non solo le parole ma lo spirito di chi le aveva scritte.

Questa onestà si vede nelle sue traduzioni di Kafka più che altrove. Nel 1963 la Mondadori gli affida un progetto monumentale: l'edizione critica completa di tutte le opere di Franz Kafka. Pocar si procura riproduzioni fotografiche dei manoscritti originali conservati alla Bodleian Library di Oxford, studia i diari curati da Max Brod, accumula anni di note e appunti. È un lavoro che porta avanti fino alla vecchiaia, con quella testardaggine silenziosa che appartiene alle persone che sanno esattamente cosa stanno facendo e perché.

Un uomo di frontiera, dimenticato in casa propria. C'è qualcosa di malinconico nella storia di Ervino Pocar. Nasce in un mondo — quello dell'Adriatico orientale, di Gorizia, dell'Istria — che nel corso della sua vita cambia faccia più volte, si spezza, si ricompone. Porta dentro di sé lingue e culture che la storia del Novecento cercherà in ogni modo di separare. E lui, invece, le tiene insieme: traduce, media, costruisce ponti.

Nel 1977 l'Università di Trieste gli conferisce la laurea honoris causa in lingue e letterature straniere. Dal 1957 è membro della Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, l'accademia tedesca della lingua e della poesia — un riconoscimento rarissimo per uno studioso italiano. Diventa presidente onorario dell'Associazione Italiana Traduttori e Interpreti.

Muore a Milano il 17 agosto 1981, a quasi novant'anni, ancora al lavoro.

Perché parlarne oggiQuando Hans mi rimprovera — con gentilezza, ma mi rimprovera — sa benissimo cosa sta facendo. Sa che certe storie non aspettano. Sa che una città può celebrarsi come capitale della cultura europea e dimenticarsi, nel frattempo, di chi quella cultura l'ha costruita mattone dopo mattone, parola dopo parola.

Pocar non ha mai cercato la ribalta. È uno di quegli uomini che lavorano nell'ombra perché il loro lavoro, quando è fatto bene, non si vede. Leggere una sua traduzione è come guardare attraverso un vetro pulitissimo: vedi il paesaggio, non il vetro. Ed è proprio lì, in quella trasparenza guadagnata con fatica, che sta la grandezza.

La prossima volta che apri un Kafka, pensa a lui. A un ragazzo di Pirano che ha imparato il tedesco alle scuole elementari e ha finito per restituircelo, trasformato in letteratura italiana.

Se vuoi ascoltare il podcast di Voci dal confine lo trovi qua! 

Giolitti, la guerra di Libia e il mito coloniale italiano


Dall’età giolittiana alla guerra di Libia: tra ambizioni coloniali, propaganda e realtà di un territorio povero e conteso.

Questi approfondimenti nascono dall’incontro con Tassilo del Franco, tenutosi lo scorso 14 aprile presso la Sala Dora Bassi.
Un’occasione preziosa per rileggere, con maggiore consapevolezza, pagine spesso semplificate della nostra storia. 

di Tassilo Del Franco 

Giovanni Giolitti, piemontese di Mondovì, caratterizzò l’ultimo decennio dell’’800 e il primo ventennio del ‘900 italiano, l’ “età giolittiana”. 
Formò, tra interruzioni e riprese, parecchi governi, e fu uomo pragmatico, duttile, usando l’arte tutta italiana di tenersi a galla tra i flutti impetuosi delle polemiche e instabilità politiche, caratteristiche del paese che governava. Uscito dalla sinistra storica e poi divenuto convinto liberale, cercò sempre il consenso dell’opposizione, specie tra gli amici moderati dell’altro schieramento, tanto da venir considerato un socialista dalla destra e un conservatore dalla sinistra. In realtà la sua opera portò notevoli vantaggi agli umili e agli svantaggiati della società, che uscirono in buona parte dall’indigenza, per la sua opera di governo.

25 aprile: le due liberazioni di Trieste e Gorizia — storia, memoria e confine


Il 25 aprile sul confine orientale ha due volti. Con Raoul Pupo e le storie di Alma e Ana, raccontate nel podcast Voci dal confine.

Il 25 aprile, l'Italia celebra la Liberazione. Ma chi conosce Trieste e Gorizia sa che questa data, qui, non ha mai avuto un significato unico. Non una sola voce, non una sola memoria, non una sola bandiera

Per capire perché, dobbiamo leggere ed ascoltare lo storico Raoul Pupo, già professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste e uno dei massimi studiosi del confine orientale. Nel suo video "Le due liberazioni di Trieste", realizzato per l'IRSREC FVG nel 2020, Pupo offre una chiave di lettura che vale per tutta la Venezia Giulia — e che cambia il modo in cui guardiamo al 25 aprile su questo confine.

Le nozze coi fichi secchi: Crispi, Dogali e Adua – il disastro coloniale italiano in Etiopia

 


di Tassilo Del Franco


Dalla spedizione di Dogali alla disfatta di Adua: la politica coloniale di Francesco Crispi e l’illusione italiana di conquistare l’Etiopia. Una storia di errori, arroganza e umiliazione.
 
Francesco Crispi era stato un garibaldino siciliano, e aveva avuto un ruolo di rilievo nella spedizione dei mille. 
Il padre era alberëshë, della comunità albanese cristiana insediata nel Sud nel XV e XVI secolo, per sfuggire ai musulmani turchi, e conservava la lingua degli antichi antenati. La madre era siciliana. 

Due sarcofagi egizi in Slovenia: la storia incredibile di Anton Lavrin e del cimitero di Vipava

Cosa ci fanno due sarcofagi egizi in un piccolo cimitero di Vipava?

La storia di Anton Lavrin, console austro-ungarico in Egitto nell’Ottocento, ci porta tra le piramidi di Giza — o forse Saqqara — tra collezionismo, misteri e documenti ancora da verificare.

Nel 1845, due antichi sarcofagi in granito rosso arrivano in Europa e vengono riutilizzati come tomba di famiglia.