Caterina di Gara: dietro la leggenda della Dama Bianca, una donna che sfidò il potere


Una storia ritrovata in funzione del prossimo copione teatrale, una leggenda goriziana e la ricerca di una giovane amica.

In questi giorni sto preparando il copione del prossimo spettacolo teatrale dedicato alle donne che hanno fatto la storia di Gorizia. È un lavoro che mi appassiona, perché ogni volta che torno a incontrare queste figure femminili mi accorgo di quanto la storia della nostra città sia ricca di donne straordinarie, spesso dimenticate, poco raccontate o nascoste dietro i nomi degli uomini che le hanno accompagnate.

Mentre leggevo, mi è tornata in mente una figura misteriosa, legata a uno dei luoghi più suggestivi della città: la Dama Bianca del Castello di Gorizia.

L'uso strumentale dell'italianità di confine

Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all’esodo. Il 16 agosto è seguito il secondo, sulla denazionalizzazione fascista della comunità slovena, e poi il terzo, sul confine del 1947 e sulla sua lettura come «amputazione». Oggi la serie prosegue con il quarto nodo: l’uso strumentale dell’«italianità di confine».

Nei primi tre capitoli ho seguito lo stesso metodo. Parto dalla lettura più diffusa, ne mostro i limiti senza negarla e la confronto con la ricerca storica. Sulle foibe ho cercato di tenere insieme due letture che di solito si escludono: la violenza contro gli italiani come fatto da ricordare in sé, e il ciclo di violenza cominciato con la snazionalizzazione fascista. Sulla comunità slovena ho ricostruito una persecuzione cominciata prima della marcia su Roma e riconosciuta tardi dalla memoria pubblica italiana. Sul 1947 ho riconosciuto il trauma della separazione e insieme la sequenza che lo aveva reso possibile, da Rapallo all’aggressione alla Jugoslavia. Ne sono uscite tre amputazioni, non una sola.

Il quarto nodo riguarda una parola che a Gorizia si usa da quasi due secoli senza che nessuno senta il bisogno di spiegarla. La presenza italiana in città è un fatto storico e non la metto in discussione. Mi interessa capire quando e perché è diventata un argomento politico, fino a essere presentata come il carattere esclusivo della città. Il percorso va dalla Gorizia asburgica, dove si poteva parlare italiano e restare fedeli all’imperatore, fino a GO!2025. In mezzo ci sono i censimenti usati come prova, la memoria della redenzione, il fascismo, il baluardo della Guerra fredda. C’è anche Antonio Bonne, eletto sindaco nel 1922 con il sostegno della lista slovena e costretto alle dimissioni dagli squadristi.

Come gli altri, anche questo è un capitolo del libro che sto preparando, Nodi di frontiera. Gorizia tra storia e memoria. Lo scrivo perché la storia di Gorizia è poco presente nelle fonti da cui oggi si attinge per informarsi, comprese quelle che alimentano l’intelligenza artificiale. Restano due nodi: il rischio retorico di GO!2025 e la comunità ebraica goriziana.

Dall'Egitto a Miramare, passando per Vipava: la colonna che non arrivò mai a Trieste


Una
lettura casuale, una scoperta sorprendente e un viaggio nell'Ottocento, quando Trieste guardava all'Egitto. Dalla colonna donata da Anton von Lavrin ai sarcofagi di Vipava, fino alla mostra dedicata alle collezioni egizie di Massimiliano d'Asburgo a Miramare. 

Costretta a letto per cause di forza maggiore, ne approfitto per recuperare qualche lettura rimasta in sospeso. Tra queste c'è il numero autunnale di Giro FVG, che mi ha riservato una curiosa sorpresa. Sfogliando la rivista, infatti, mi sono imbattuta in un nome che conosco bene: Anton von Lavrin, il diplomatico austriaco e appassionato di antichità egizie del quale avevo parlato in una puntata del mio podcast Voci dal confine.

In quell'occasione avevo raccontato la storia dei due sarcofagi egizi che Lavrin fece trasportare fino a Vipava, dove ancora oggi si trovano. Leggendo Giro FVG ho scoperto però un particolare che non conoscevo e che merita di essere raccontato.

Arcidiocesi di Gorizia, 275 anni tra due confini


Verso i 275 anni dell’Arcidiocesi, una storia che da Maria Teresa al Novecento intreccia la vita religiosa con quella politica della nostra città.

Il 18 aprile 2027 l’Arcidiocesi di Gorizia compirà 275 anni, e da questo ottobre è in programma una serie di iniziative per ricordarlo. È un anniversario che riguarda anche chi non frequenta le chiese, perché la storia della Chiesa goriziana è anche la storia di una città che ha conosciuto imperi, guerre, cambi di sovranità, conflitti nazionali e confini. Una città nella quale, per secoli, la convivenza fra lingue e culture diverse è stata una condizione quotidiana, prima di diventare un argomento di dibattito politico.

L’Arcidiocesi nasce nel Settecento per effetto di un confine politico e, due secoli più tardi, un altro confine ne modifica profondamente il territorio. Fra il 1752 e il 1947 si svolge una vicenda che appartiene alla memoria collettiva del Goriziano.

Filippo Betto, l'inquietudine di uno scrittore di confine


Da
Pier Vittorio Tondelli a Fabrica, una vita nella letteratura e nella cultura italiana. Il ritratto di uno scrittore che la sua città non ha mai davvero riconosciuto.

 Nato a Gorizia nel 1966 e morto a soli 42 anni, Filippo Betto ha attraversato una delle stagioni più vivaci della letteratura italiana contemporanea, tra Pier Vittorio Tondelli, la narrativa degli anni Novanta, il teatro e l'esperienza internazionale di Fabrica. A raccontarlo oggi sono anche le persone che lo hanno conosciuto e sua sorella Michela, che ha contribuito a ricostruire alcuni passaggi della sua breve vita.

«Forse è quella più vera come foto». Così mi ha scritto Michela Betto, sorella di Filippo, inviandomi una fotografia scattata a Treviso da un collega, quando lo scrittore lavorava a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. È un'immagine degli ultimi anni della sua vita. Filippo guarda l'obiettivo attraverso gli occhiali dalla montatura scura, con una sigaretta tra le dita. Michela riconosce in quel ritratto i segni della sua personalità, comprese le cicatrici lasciate dalle numerose cadute, materiali e psicologiche, che avevano segnato la sua esistenza.

Quando si spengono le luci, che cosa resta?


Fondazione Carigo, grandi eventi e associazionismo: il confronto con CRTrieste pone una domanda sul futuro delle risorse del territorio

Una pagina intera del Piccolo, una sola parola a caratteri enormi: «GRAZIE!». È il ringraziamento pubblicato dopo i tre giorni di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, manifestazione organizzata con il coinvolgimento di Nord Est Multimedia, Editori Laterza, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Comune e Regione. Il testo celebra il successo dell’iniziativa, ringrazia pubblico, istituzioni, università, commercianti e collaboratori e attribuisce esplicitamente alla «fiducia e alla visione» della Fondazione Carigo un ruolo determinante, ricordando inoltre che per sua «iniziativa e intuizione» il festival è stato integrato con Crossroads, il programma diffuso che per tre giorni ha coinvolto la città. Nulla di illegittimo, naturalmente, ma quella pagina, apparsa proprio sul quotidiano appartenente al gruppo editoriale coinvolto nell’organizzazione, finisce involontariamente per porre una domanda che va ben oltre il bilancio della manifestazione: è questo il ruolo che dovrebbe assumere una fondazione nata dal patrimonio e dalla storia economica di una comunità?

Storia locale o cronaca? Gorizia, Antonio Bonne e la fine della città liberale

Un commento su Facebook e la risposta di un insegnante di storia: "la storia locale è cronaca". Ma la storia di Gorizia è storia europea, e la vicenda di Antonio Bonne, sindaco nel 1922, lo dimostra.

Qualche giorno fa avevo pubblicato su Facebook uno dei tanti post con cui segnalo ciò che scrivo nel blog Vado a vivere a Gorizia e racconto nel podcast Voci dal confine. Tra i commenti mi ha colpito quello di un'amica virtuale, peraltro anonima, perché di lei conosco soltanto ciò che lascia affiorare attraverso i social, che ha raccontato un episodio dei suoi anni di liceo.

Alcuni studenti avevano chiesto all'insegnante di storia di dedicare un po' di spazio alla storia locale. La risposta era stata, più o meno, che si trattava di provincialismo: quelle vicende appartenevano alla cronaca, non alla storia. Questa frase mi è rimasta in testa perché contiene due equivoci: uno sulla differenza tra cronaca e storia, l'altro, forse più interessante, su che cosa consideriamo degno di diventare storia.