A Prvačina (Prevacina), piccolo paese della Valle del Vipacco, esiste un museo discreto, quasi raccolto, che racconta una storia sorprendente. Non parla di re, né di generali, né di grandi battaglie. Racconta di donne. Donne che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento lasciarono queste colline per attraversare il Mediterraneo e approdare ad Alessandria e al Cairo. Sono le Aleksandrinke , chiamate anche les Goriciens. Quando l’Egitto era più vicino di Milano. Migliaia di donne del Goriziano — dalla Valle del Vipacco, dall’Isontino, dal Carso — partirono per l’Egitto per lavorare come domestiche, balie, governanti. Provenivano da piccoli paesi rurali, da famiglie contadine segnate dalla crisi della viticoltura, dall’aumento della popolazione, dalla fragilità della piccola proprietà. Partivano per necessità, certo. Ma anche perché avevano qualcosa che altrove non era scontato: competenze linguistiche, rese possibili dall’obbligo scolastico introdotto da Maria Teresa d’Austria nei territori dell’Impero. Parlavano sloveno, italiano, tedesco. In Egitto, in un contesto cosmopolita animato da imprenditori europei e capitali legati al Canale di Suez, questa capacità faceva la differenza. E poi c’era il salario. In Egitto si guadagnava molto di più. Abbastanza per mandare denaro a casa, pagare una dote, salvare un terreno, far studiare un fratello. Un coraggio silenzioso Proviamo a immaginare la scena.
Fine Ottocento. Un piccolo villaggio. Strade sterrate. Orizzonti stretti. E una giovane donna che sale su una nave a Trieste diretta in Africa. Non per avventura. Per lavoro. Oggi parliamo di mobilità globale come di una conquista contemporanea. Eppure queste donne attraversavano il Mediterraneo quando scrivere una lettera era l’unico modo per restare in contatto con la propria famiglia, e il ritorno non era mai garantito. Non erano “emancipate” nel senso moderno del termine. Ma di fatto lo erano: si muovevano, guadagnavano, prendevano decisioni che modificavano gli equilibri familiari. In molti casi erano loro a sostenere economicamente l’intero nucleo. Le balie e il peso del giudizio. La figura più controversa fu quella della balia: la madre che lasciava il proprio figlio per allattare il bambino di una famiglia benestante in Egitto. La letteratura dell’epoca e l’opinione pubblica rurale le stigmatizzarono severamente. Venivano descritte come madri che abbandonavano il proprio ruolo naturale. I mariti erano guardati con sospetto, i figli crescevano con un’assenza difficile da spiegare. Ma dietro quella scelta non c’era superficialità. C’era bisogno. C’era una strategia familiare condivisa. C’era il tentativo di sopravvivere e, se possibile, di migliorare la propria condizione. La storia, a distanza di tempo, restituisce complessità dove un tempo c’era solo giudizio.
Alessandria: un mondo cosmopolita. L’Egitto che accolse le Aleksandrinke era un crocevia internazionale. Ad Alessandria e al Cairo convivevano comunità italiane, slovene, greche, francesi, inglesi. Le nostre donne entravano in famiglie borghesi europee, assumendo spesso un ruolo centrale nell’educazione dei bambini e nella gestione domestica. Molte svilupparono una straordinaria capacità di adattamento. Alcune non tornarono più. Altre rientrarono nei loro paesi con un’eleganza nuova, un portamento diverso, una consapevolezza che le rendeva quasi straniere in casa propria. Il ritorno, per alcune, fu la parte più difficile del viaggio. Dalla marginalità alla memoria. Per decenni questa storia è rimasta ai margini della narrazione ufficiale. Troppo femminile per essere celebrata, troppo quotidiana per essere considerata epica. Eppure quelle vite hanno attraversato confini geografici, culturali e sociali. Hanno anticipato dinamiche migratorie che oggi consideriamo moderne. Hanno dimostrato che anche nei piccoli paesi dell’entroterra goriziano esisteva una mobilità sorprendente. Non è un caso che proprio a Prvačina oggi un piccolo museo custodisca questa memoria. È un luogo raccolto, quasi silenzioso, che invita a fermarsi. Perché dietro ogni fotografia, ogni documento, ogni oggetto conservato, c’è una storia di Mediterraneo, di lavoro, di maternità sospesa e di futuro costruito lontano da casa.
Nel mio libro Donne tra due mondi ho voluto dedicare l’ultimo capitolo proprio a una di loro. Non si tratta della biografia di una donna realmente esistita, ma di una storia verosimile, costruita intrecciando testimonianze, documenti e frammenti di memoria. Ho scelto di raccontarla attraverso lo scambio di lettere tra Marija e sua madre: due voci separate dal mare, ma unite da un filo sottile fatto di parole. Nelle lettere ci sono la nostalgia, le piccole bugie per non far preoccupare chi è rimasto, il peso della distanza, la forza ostinata di chi parte e quella altrettanto silenziosa di chi resta. Perché, anche quando il nome è inventato, le emozioni non lo sono. Le Aleksandrinke non sono soltanto un capitolo di storia locale. Sono il racconto universale di donne sospese tra due mondi — e, forse, il modo più onesto per comprenderle è proprio ascoltare le loro lettere.
La poesia in apertura è da: Pesmi za aleksandrinke / Poesie per le aleksandrinke di Darinka Kozinc. Traduzione dallo sloveno di Aleksandra Devetak






