Due enti, Friuli e Trieste. E Gorizia?


Una proposta di legge vuole dividere il Friuli Venezia Giulia in due soli enti, Friuli e Trieste. E Gorizia? Una riflessione sul suo posto nella Regione.

C'è una proposta di legge regionale di iniziativa popolare che merita più attenzione di quella che finora le è stata riservata. L'obiettivo dichiarato è semplice: superare l'attuale frammentazione e istituire in Friuli Venezia Giulia due soli enti territoriali di area vasta, intermedi tra Regione e Comuni. Uno per il Friuli e uno per Trieste.

La proposta parte da un'affermazione precisa: il Friuli Venezia Giulia sarebbe una regione «geograficamente, storicamente, linguisticamente, culturalmente quantomeno duale». Da qui la conseguenza: se due sono le grandi realtà che compongono la Regione, due dovrebbero essere anche gli enti chiamati a rappresentarle.

È una costruzione che ha una sua logica, ma letta da Gorizia solleva una domanda che non mi sembra affatto secondaria: se l'intera Regione si spieghi davvero soltanto attraverso Friuli e Trieste.

Un grande Friuli con capitale Aquileia

La proposta non prevede la ricostituzione delle vecchie Province, ma qualcosa di più ambizioso. Il confine tra i due nuovi enti sarebbe collocato sul Timavo: da una parte Trieste, dall'altra tutto il Friuli, comprendendo quindi gli attuali territori di Udine, Pordenone e Gorizia. Il capoluogo del nuovo ente friulano sarebbe Aquileia.

È una scelta tutt'altro che banale. Evita innanzitutto che il nuovo ente diventi, nei fatti e persino simbolicamente, una grande Provincia di Udine alla quale Gorizia e Pordenone vengano aggregate. Aquileia appartiene alla storia di tutti e non coincide con nessuno degli attuali centri di potere.

La proposta prevede inoltre che lo statuto disciplini la turnazione delle riunioni degli organi collegiali e la sede degli uffici presso gli attuali capoluoghi provinciali di Gorizia, Pordenone e Udine: l'intenzione è costruire un Friuli policentrico, ed è un aspetto che va riconosciuto.

Non sarebbero Province con un altro nome

Anche questo va chiarito: i due enti avrebbero un'autonomia considerevole, con un Consiglio, una Giunta e un Presidente, Consiglio e Presidente eletti direttamente dai cittadini, oltre ad autonomia statutaria e regolamentare, funzioni proprie e altre funzioni trasferite dalla Regione. La proposta affronta anche la questione delle risorse, prevedendo autonomia finanziaria e un trasferimento regionale pari almeno a una determinata quota delle compartecipazioni erariali provenienti dai rispettivi territori.

L'idea politica è più interessante della semplice resurrezione delle Province abolite qualche anno fa: spostare potere dalla Regione verso due grandi territori dotati di rappresentanza democratica diretta. Credo che su questo valga la pena discutere senza pregiudizi.

Poi però arriva Gorizia

È qui che la geometria apparentemente perfetta comincia a complicarsi. Che Gorizia appartenga anche alla storia friulana è evidente. Il friulano fa parte della sua storia, della sua cultura e del territorio che la circonda. I rapporti con Cormons, Gradisca, Cividale e Udine sono antichi e profondissimi.

Per secoli, però, Gorizia e Udine sono state vicinissime geograficamente e lontanissime politicamente. Quando Udine entrò stabilmente nella Repubblica di Venezia nel Quattrocento, Gorizia seguì un'altra strada. Alla morte dell'ultimo conte, Leonardo, nel 1500, la Contea passò agli Asburgo. Da quel momento le due città, separate da poche decine di chilometri, appartennero per secoli a mondi politici differenti: Udine guardava a Venezia, Gorizia a Vienna.

Gorizia condivideva con Trieste l'appartenenza alla monarchia asburgica, pur conservando rispetto a Trieste una storia, una struttura sociale e una funzione completamente diverse. Questa lunga esperienza è sopravvissuta al 1918. Già dal 1920, negli ambienti della Società Filologica Friulana, circolava il progetto di un'unica «grande provincia friulana» con centro a Udine, che considerava l'esistenza di una provincia autonoma di Gorizia un ostacolo alla riunificazione amministrativa del Friuli; il fascismo friulano ne fece presto un proprio obiettivo programmatico. La decisione arrivò comunque da Roma: nell'aprile 1922 un comitato governativo si espresse 22 a 12 contro il mantenimento delle autonomie provinciali, e il regio decreto del 18 gennaio 1923 soppresse la provincia di Gorizia, assegnandone gran parte del territorio a Udine — ribattezzata provincia del Friuli — e il resto a Trieste. Pesò anche il voto: alle elezioni del 1921 il collegio goriziano aveva eletto quattro deputati sloveni cattolici e un comunista, e le carte preparatorie del 1923 calcolavano la rappresentanza della nuova provincia anche in base alla nazionalità della popolazione.

Una città difficile da mettere in una casella

La specificità goriziana nasce proprio dalla sovrapposizione. Gorizia è friulana e insieme asburgica, italiana e insieme portatrice di una componente slovena radicata nella sua storia, città di confine che per lunghi periodi è stata anche centro di un territorio che il confine attuale ha poi spezzato. Ha conosciuto il tedesco dell'amministrazione imperiale, l'italiano, il friulano e lo sloveno, e ha guardato insieme verso Udine, Trieste, Lubiana e Vienna.

Nel Novecento questa complessità è diventata ancora più evidente. Il confine del 1947 ha separato due Stati e insieme tagliato il territorio storico della città. Dall'altra parte è nata Nova Gorica. Per decenni le due città si sono guardate attraverso una frontiera che sembrava destinata a durare.

Oggi quella stessa frontiera è diventata uno spazio di cooperazione. Dopo l'esperienza di GO! 2025, pensare al futuro di Gorizia senza pensare contemporaneamente a Nova Gorica sarebbe davvero difficile. È questo elemento che rende Gorizia diversa sia da Udine sia da Trieste.

La tutela delle lingue non risolve tutto

Va riconosciuto alla proposta un altro elemento importante: non dimentica le minoranze linguistiche. Il testo contiene specifiche garanzie per i gruppi linguistici riconosciuti e prevede che gli statuti dei nuovi enti ne assicurino tutela e promozione. È importante, soprattutto per il territorio goriziano, ma qui farei una distinzione: proteggere una lingua non equivale necessariamente a riconoscere una specificità territoriale.

La questione goriziana nasce da una storia istituzionale, politica, culturale e geografica particolare, di cui la presenza della comunità slovena è solo una parte. Ed è questo che temo possa risultare attenuato dentro una rappresentazione della Regione fondata essenzialmente su due soggetti: Friuli e Trieste.

Il rischio Udine

È probabilmente la questione più concreta. La scelta di Aquileia come capoluogo cerca di evitarlo, ma le leggi possono stabilire le sedi; molto più difficilmente possono distribuire il peso reale. Udine è più grande, dispone di strutture amministrative più consistenti e rappresenta naturalmente un polo di attrazione per una parte considerevole del Friuli.

Non è la prima volta che la geografia amministrativa del Friuli si gioca su questo braccio di ferro. Nel dicembre 1922, mentre si discuteva la sorte della provincia di Gorizia, circolava anche un progetto che le avrebbe assegnato i mandamenti di Palmanova e Latisana: i sindaci della Bassa friulana si riunirono e respinsero unanimemente l'ipotesi, rivendicando che la vita economica e amministrativa di quei territori faceva capo a Udine. Il baricentro, insomma, non è mai stato scontato nemmeno un secolo fa.

Alla distanza amministrativa si aggiunge una distanza di conoscenza reale. Un anno fa sono andata a Udine a presentare il mio libro Donne tra due mondi, e mi sono resa conto che a Udine della storia di Gorizia non si sapeva nulla, ma proprio nulla. Siamo due mondi completamente diversi.

In un ente territoriale che comprendesse l'intero Friuli, bisognerà quindi chiedersi quali strumenti garantirebbero che il policentrismo previsto sulla carta rimanga tale anche dopo dieci o vent'anni. Non basta dire che una riunione si terrà una volta a Gorizia, una a Pordenone e una a Udine. La questione è dove saranno prese realmente le decisioni, dove si concentreranno gli uffici, dove andranno gli investimenti, quale capacità di rappresentanza conserveranno i territori meno popolosi. Sono domande, non obiezioni pregiudiziali, ma domande alle quali una riforma di questa portata dovrebbe rispondere.

Anche restare piccoli ha un prezzo

Sarebbe troppo facile fermarsi qui, perché esiste anche l'argomento contrario. Un grande ente del Friuli avrebbe dimensioni, risorse e peso politico incomparabilmente superiori a quelli di una piccola Provincia di Gorizia. Potrebbe ottenere dalla Regione competenze importanti, programmare infrastrutture su scala più ampia, razionalizzare servizi e presentarsi con maggiore forza nei confronti dello Stato e della stessa amministrazione regionale.

Bisogna chiedersi che cosa Gorizia perderebbe, ma anche che cosa potrebbe guadagnare. Forse un piccolo territorio autonomo conserva meglio la propria identità ma conta meno, mentre un territorio più grande conta di più ma rischia di rendere meno visibili le proprie differenze interne. È il vecchio problema della rappresentanza e dell'efficienza, senza soluzioni miracolose.

Una Regione forse non così duale

È soprattutto sulla premessa culturale della proposta che, da goriziana, sento il bisogno di riflettere. Friuli e Trieste sono certamente due grandi componenti della nostra Regione, ma non credo siano le sole. La stessa denominazione Friuli Venezia Giulia, con tutta la tormentata storia che porta con sé, dovrebbe metterci in guardia dalle semplificazioni.

Gorizia è il luogo in cui le categorie diventano meno nette. Non è una piccola Udine orientale né una piccola Trieste senza mare: con Nova Gorica sta tentando qualcosa che in Europa ha pochi precedenti, trasformare una delle frontiere più drammatiche del Novecento in uno spazio urbano condiviso. Questo dovrebbe entrare anche nella discussione sul suo futuro istituzionale.

La domanda che dovremmo porci

Per questo credo che la proposta dei due enti abbia il merito di costringerci finalmente a discutere di una questione che troppo spesso viene affrontata soltanto attraverso la nostalgia delle vecchie Province. Proprio perché la proposta è ambiziosa, merita domande ambiziose. Le domande vere non riguardano soltanto quanto costerà, quali competenze avrà, o se il capoluogo sarà Aquileia, Udine o Trieste. Per noi la domanda dovrebbe essere un'altra: quale posto vogliamo dare a Gorizia nella Regione dei prossimi cinquant'anni?

Se il nuovo grande ente del Friuli saprà riconoscere Gorizia come uno dei suoi poli autentici, garantendole funzioni, rappresentanza e capacità decisionale, la proposta può diventare un'occasione interessante. Se invece "Friuli" finirà per significare, nella pratica, progressiva concentrazione verso Udine, avremo semplificato l'amministrazione al prezzo di impoverire la complessità del territorio: un paradosso, perché proprio mentre Gorizia e Nova Gorica stanno imparando a superare un confine, rischieremmo di costruire una nuova geografia amministrativa incapace di vedere ciò che sta nascendo sulla vecchia frontiera.

Forse, allora, prima ancora di decidere quanti enti debba avere il Friuli Venezia Giulia, dovremmo decidere che cosa vogliamo che Gorizia diventi: non tanto dove collocarla sulla carta, quanto quale ruolo affidarle — due cose molto diverse.

 

Il confine del 1947 come «amputazione»: trauma reale, storia lunga. I nodi critici di Gorizia


Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Il 16 agosto è seguito il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Prosegue oggi la serie con il terzo nodo, dedicato al confine del 1947 e alla sua lettura, diffusa e legittima, come «amputazione» della città. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale, non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.

Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini: dal podcast alla mostra

Questa mattina, aprendo la pagina culturale del Piccolo, ho trovato un ampio articolo di Andrea Giuseppe Cerra dedicato a "La libertà irrequieta. In viaggio con Elio Vittorini e Rosa Quasimodo tra fughe e soggiorni di frontiera", la mostra che sarà inaugurata il 12 settembre alla Biblioteca Museo "Elio Vittorini" di Siracusa e che arriverà a Gorizia nel settembre 2027. 

Leggerlo mi ha fatto un effetto particolare, perché all'origine di questo progetto - fatto oggi di ricerche, documenti, fotografie e opere d'arte - c'è anche una puntata del mio podcast Voci dal confine.

Tutto era cominciato dal desiderio di raccontare Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore e moglie di Elio Vittorini: non solo la ragazza protagonista della celebre "fuitina", ma una donna che visse Gorizia, in Piazzautta al n. 16, (nello stesso cortile dove nacque e visse Antonio Bonne, il primo sindaco della Gorizia italiana),  come parte profonda della propria identità, tanto da definirsi, molti anni dopo, una "donna di confine".

Luigi Cargnel e Gorizia: l’archivio fotografico da riscoprire


Luigi Cargnel raccontò Gorizia e il Friuli attraverso migliaia di immagini. Il suo archivio esiste ancora: un patrimonio fotografico da riscoprire, catalogare e restituire alla città. Ne ho parlato, o meglio scritto per l'ultimo numero di Gorizia news e views, attualmente in corso di stampa. Mi accorgo, costantemente, (anche grazie ai lettori e ascoltatori del podcast i quali mi segnalano nomi sconosciuti) che Gorizia può vantare un numero incredibile di cittadini illustri che hanno raccontato la città in diversi modi. E' con piacere, quindi, che oggi racconto quella di Luigi, detto Gigi, Cargnel, il fotografo da riscoprire.

La mostra fotografica di Paolo Gasperini a Casa Morassi mi ha riportato alla mente un pensiero che coltivo da tempo: Gorizia ha sempre avuto, e continua ad avere, un rapporto speciale con la fotografia. È quasi una vocazione della città, più che una questione di singoli fotografi, più o meno conosciuti. Forse dipende dal paesaggio, dalla luce, dal confine, dal bisogno di fermare ciò che cambia e ciò che rischia di scomparire. Gorizia è stata fotografata molto, ma soprattutto ha prodotto persone capaci di guardarla.

Controlli al confine: perchè questa volta Dipiazza ha ragione


Non amo Dipiazza, ma sui controlli alla frontiera slovena ha ragione: tre anni di proroghe, un parere critico di Bruxelles e numeri che vanno letti bene.

Non ho mai nascosto di non amare particolarmente il sindaco di Trieste, alcuni suoi atteggiamenti e alcune sue uscite nei confronti delle donne non contribuiscono certo a renderlo simpatico al pubblico femminile, e personalmente sono sempre stata lontana dal suo modo di intendere e rappresentare la politica. Ma l'onestà intellettuale impone di riconoscere quando una persona con cui spesso non si è d'accordo pone una domanda giusta. E sui controlli alla frontiera con la Slovenia, questa volta, Dipiazza una domanda giusta l'ha posta. 

Enrico de Calice: il goriziano ambasciatore a Costantinopoli

Heinrich von Calice: Wikipedia

Da Gorizia a Shanghai, dal Giappone Meiji a Costantinopoli: la storia di Enrico de Calice, diplomatico asburgico dimenticato e decano d'Europa.


C'è un crocicchio, a Gorizia, accanto alla vecchia Casa Rossa, dove per generazioni le famiglie borghesi si sono salutate prima delle grandi partenze. Anton von Mailly lo ricordava così: un ultimo sorso alla salute, un ultimo bacio, una stretta di mano, e poi il fazzoletto colorato tirato fuori dalla marsina per asciugare le lacrime. Perché separarsi, scriveva, è sempre una sofferenza — soprattutto quando chi parte va a Vienna a studiare legge, e la ferrovia non esiste ancora, e la distanza si misura in giorni di carrozza e in mesi di silenzio.

La libertà irrequieta: Vittorini e Rosa Quasimodo tra Gorizia e Siracusa


“La libertà irrequieta” racconta il viaggio umano, letterario e sentimentale di Elio Vittorini e Rosa Quasimodo. La mostra apre a Siracusa a settembre e arriverà a Gorizia nel 2027. A metà settembre il catalogo sarà presentato alla libreria Voltapagina di Gorizia.

 C’è un tratto poco conosciuto della biografia di Elio Vittorini che passa per Gorizia e incrocia la storia di Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore e prima moglie dello scrittore. Da questo legame, rimasto a lungo ai margini della narrazione più conosciuta del Novecento letterario italiano, nasce “La libertà irrequieta. In viaggio con Elio Vittorini e Rosa Quasimodo tra fughe e soggiorni di frontiera”, mostra documentaria e d’arte curata da Livio Caruso.