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| Una dolina carsica, la formazione naturale da cui prendono il nome le foibe |
Il 18 luglio ho pubblicato la mappa dei sei nodi critici della storia goriziana che questa serie intende affrontare, uno per uno, con gli strumenti della storiografia invece che della memoria pubblica contesa. Si comincia, come promesso, dal primo dei sei.
Tra tutti i nodi della storia goriziana e giuliana, quello delle foibe e dell'esodo resta il più esposto: non c'è quasi mai spazio, nel dibattito pubblico, per una via di mezzo, e chi prova a percorrerla rischia di essere letto come reticente da entrambe le parti.
Le due letture
La prima lettura — quella più diffusa nella memoria pubblica italiana e istituzionalizzata dal Giorno del Ricordo — inquadra le foibe e l'esodo giuliano-dalmata come un episodio di violenza etnica e politica contro la popolazione italiana, un evento che va ricordato nella sua specificità, senza subordinarlo ad altro. Le vittime, gli infoibati, i profughi non sono una conseguenza: sono il punto di partenza del racconto.
La seconda lettura, più radicata nella storiografia accademica italiana e slovena degli ultimi trent'anni, colloca lo stesso evento dentro una sequenza più lunga, che parte dalle politiche di snazionalizzazione messe in atto dal regime fascista negli anni '20 e '30 contro la componente slovena e croata della Venezia Giulia — chiusura delle scuole, scioglimento delle associazioni, italianizzazione forzata dei cognomi — e prosegue con la violenza dell'occupazione italiana in Jugoslavia durante la guerra. In questa lettura, la violenza del 1943 e del 1945 non nasce dal nulla, ma si inserisce in quello che lo storico Raoul Pupo ha descritto come un ciclo dove una semina di violenza genera un'abitudine alla violenza, esasperata dalle esperienze estreme vissute dalla società di frontiera.
Un punto di attenzione
È importante essere precisi su un aspetto, perché è qui che il dibattito pubblico tende a scivolare: collocare le foibe dentro una sequenza storica più lunga non significa giustificarle, né equipararle proporzionalmente alle violenze precedenti. Lo stesso Pupo, che è tra gli storici che più hanno insistito su questa lettura processuale, si interroga esplicitamente se le foibe e l'esodo possano essere considerati semplicemente il lascito di morte che il fascismo e la sua guerra hanno trasmesso al dopoguerra, e nota che la risposta va articolata, non data per scontata in un senso o nell'altro.
Il rischio, insomma, è duplice e simmetrico: da un lato isolare le foibe come evento senza contesto, utile solo a una memoria identitaria; dall'altro usare il contesto come attenuante, per minimizzarne la gravità specifica. Tenere insieme le due letture senza che l'una cancelli l'altra è, storiograficamente, la sfida più difficile.
Il nodo dei numeri
Anche sul piano meramente quantitativo il tema resta controverso. Le stime più accreditate, secondo Pupo, indicano circa 600-700 vittime nel 1943, quando fu coinvolta soprattutto l'Istria, e oltre 10.000 arresti nel 1945, concentrati soprattutto a Trieste, Gorizia e Fiume, con un ordine di grandezza complessivo stimato tra le 4.000 e le 5.000 vittime. Numeri lontani sia dalle cifre gonfiate che talvolta circolano nel discorso pubblico, sia dai tentativi opposti di minimizzazione.
Un aggiornamento più recente arriva da Nevenka Troha stessa — la storica slovena già citata come membro della Commissione mista — che continua a lavorare sul tema a venticinque anni dalla relazione del 2000. In un articolo pubblicato nelle scorse settimane, (ed indicato in bibliografia) Troha riporta che per le sole province di Trieste e Gorizia è stato possibile accertare documentalmente un dato parziale di 1.501 persone arrestate dalle autorità jugoslave e successivamente scomparse; sul totale complessivo, la storiografia italiana e quella slovena convergono in larga misura su una forbice tra 3.000 e 4.000 vittime — un dato coerente con le stime di Pupo appena citate, e un ulteriore segnale che, sul piano dei numeri accertati, le due storiografie nazionali sono più vicine tra loro di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.
Una storiografia non del tutto unificata
Non tutti gli storici, va detto, condividono la stessa impostazione, ed è utile spiegare in che cosa differiscono, non solo elencare i nomi.
Raoul Pupo ha lavorato soprattutto sul dettaglio del 1943-1945: la violenza politica delle foibe, i meccanismi decisionali jugoslavi, il "ciclo" che lega snazionalizzazione fascista e rappresaglia. È una storiografia che si muove per approfondimenti mirati su singoli snodi.
Marina Cattaruzza, nel suo L'Italia e il confine orientale 1866-2006 (Il Mulino, 2007), sceglie invece una prospettiva più ampia: ricostruisce centocinquant'anni di storia del confine orientale, dal Risorgimento fino all'istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004, leggendo foibe ed esodo non come evento isolato da spiegare in sé, ma come uno dei tanti prodotti di una "zona di frizione e scontro" che attraversa un secolo e mezzo — dall'irredentismo alla Grande Guerra, dal fascismo di frontiera alla Guerra Fredda. In questa lettura di lungo periodo, crimini di guerra, esodo e foibe restano sullo sfondo di una più ampia "corsa per Trieste" tra le potenze in gioco negli ultimi mesi del conflitto — un contesto geopolitico più che etnico. È una differenza di messa a fuoco rispetto a Pupo, non un'opposizione: entrambi collocano l'evento in un processo, ma Cattaruzza allarga la cornice temporale fino a rendere le foibe un capitolo tra i tanti di una storia di confine strutturalmente conflittuale.
Jože Pirjevec, storico sloveno-triestino, ha proposto nel suo libro Foibe. Una storia d'Italia (Einaudi, 2009) una lettura più spinta: sostiene che l'obiettivo delle violenze del 1945 non fosse colpire gli italiani in quanto tali, ma punire i responsabili e i complici del fascismo e del nazismo. È una tesi che ha suscitato critiche dure da parte di altri storici e delle istituzioni italiane, arrivate ad accusare il libro di minimizzare, se non di negare, la componente di pulizia etnica dell'evento. Va segnalata come posizione realmente in campo, non come dato acquisito.
Marta Verginella lavora invece a monte del problema, ricostruendo con metodo biografico il ventennio di italianizzazione forzata della minoranza slovena dopo il 1920 — chiusura delle scuole, processi politici, oltre 100.000 emigrati sloveni e croati tra le due guerre. Il suo lavoro non entra nel merito diretto delle foibe, ma spiega da dove nasce il risentimento che la lettura di Pupo colloca all'origine del ciclo di violenza.
Quattro approcci diversi, dunque, non conciliabili in una sintesi unica: chi lavora sul dettaglio del singolo evento, chi lo allarga a un secolo e mezzo di storia di confine, chi ne propone una lettura che gran parte della storiografia italiana considera problematica, chi ricostruisce le premesse dalla parte della minoranza slovena.
La relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena
C'è un documento che merita di essere conosciuto meglio di quanto lo sia, perché è il tentativo più serio mai fatto per arrivare a una ricostruzione condivisa — non a una memoria condivisa, ma a una storia i cui fatti fossero riconosciuti da entrambe le parti.
La distinzione non è nominalistica. La memoria è per definizione soggettiva e di parte: quella di un esule istriano che ha perso la casa, quella del figlio di un infoibato, quella di una famiglia slovena colpita dalle leggi di snazionalizzazione fascista, sono tutte memorie legittime, ed è impossibile — oltre che sbagliato — chiedere loro di fondersi in un unico sentire condiviso. Nessuna commissione, per quanto autorevole, può decidere che cosa una comunità debba provare di fronte al proprio lutto. La storia, invece, lavora su un piano diverso: non chiede a nessuno di sentire le stesse cose, ma prova a stabilire, con metodo e fonti verificabili, che cosa sia effettivamente accaduto, in che ordine, e per quali cause concorrenti. È un obiettivo più modesto nelle pretese, ma proprio per questo raggiungibile: due storiografie nazionali possono arrivare a condividere una cronologia e un'interpretazione dei fatti, pur restando ciascuna legata alla propria memoria collettiva. È esattamente questo, e non altro, che la Commissione storico-culturale italo-slovena ha provato a fare.
Nell'ottobre 1993 i ministeri degli Esteri di Italia e Slovenia istituirono una Commissione mista storico-culturale, con il compito di ricostruire i rapporti tra i due popoli nel periodo 1880-1956 — quindi anche foibe ed esodo, oltre alla snazionalizzazione fascista che li precede. La commissione era composta da sette storici per parte: per l'Italia, tra gli altri, Angelo Ara e Fulvio Salimbeni, e — significativamente — sia Marina Cattaruzza sia Raoul Pupo, entrati a far parte del gruppo in corso d'opera; per la Slovenia, storiche e storici come Milica Kacin-Wohinz e Nevenka Troha.
Dopo sette anni di lavoro, il 25 luglio 2000 la commissione approvò all'unanimità — un dato non scontato, vista la materia — la relazione finale, intitolata I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956. È un fatto storiografico rilevante: la componente italiana e quella slovena, storici di formazione ed estrazione diverse, sono arrivate a un testo comune su un secolo di storia contesa, incluso il nodo delle foibe, senza che il documento venisse spaccato in due relazioni separate.
Il documento, però, ha avuto una ricezione difficile. Fu consegnato ai due governi nel luglio 2000, ma reso pubblico solo nell'aprile 2001, dopo mesi di silenzio nonostante le sollecitazioni, compreso un voto unanime della Camera dei Deputati che ne chiedeva la diffusione. Ancora oggi diversi osservatori — dalle associazioni degli esuli agli storici che se ne occupano — segnalano che le sue conclusioni, frutto di un lavoro comune tra le due storiografie nazionali, sono rimaste largamente estranee al racconto pubblico e mediatico del confine orientale, che ha continuato a muoversi secondo le proprie linee di frattura consolidate, come se quella relazione non fosse mai stata scritta.
È un paradosso su cui vale la pena riflettere: la storia condivisa, quando viene effettivamente scritta insieme da chi ha gli strumenti per farlo, non basta da sola a diventare racconto pubblico condiviso. Restano due percorsi paralleli — quello della ricerca storica e quello della memoria pubblica — che comunicano meno di quanto dovrebbero.
Perché conta, per Gorizia in particolare
Gorizia è uno dei luoghi dove questo nodo si materializza fisicamente: la città fu tra gli epicentri delle violenze del maggio 1945, e insieme fu la città che il confine del 1947 avrebbe tagliato in due, separandola dal proprio entroterra sloveno. Qui più che altrove, foibe ed esodo da una parte, e snazionalizzazione fascista dall'altra, non sono due capitoli distanti: sono due facce della stessa frontiera, vissute da due comunità che hanno continuato per decenni a raccontarsele in modo diverso.
Un'ipotesi concreta, allora, prima ancora di tornare a discutere di memoria: far uscire quella relazione del 2000 dal cono d'ombra in cui è rimasta per venticinque anni. Non servono nuove commissioni per riscrivere ciò che è già stato scritto e sottoscritto da entrambe le parti; serve piuttosto portarlo dove non è mai davvero arrivato — nelle scuole, nei materiali informativi delle celebrazioni pubbliche, negli stessi archivi digitali che oggi alimentano anche le risposte di un'intelligenza artificiale. Proprio a Gorizia, dove GO! 2025 ha offerto e ancorìoggi offre una vetrina internazionale rara, ci sarebbe lo spazio giusto per farlo: non un nuovo documento diplomatico, ma la divulgazione seria di quello che già esiste.
Nota bibliografica
- Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale 1866-2006, Bologna, il Mulino, 2007.
- Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003.
- Raoul Pupo, Trieste '45, Roma-Bari, Laterza, 2010.
- Raoul Pupo, Il confine scomparso, Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
- Jože Pirjevec, Foibe. Una storia d'Italia, Torino, Einaudi, 2009.
- Marta Verginella, Il confine degli altri. La questione giuliana e la memoria slovena, Roma, Donzelli, 2008.
- Nevenka Troha, Spet sprevračanje dejstev. Mladina, n. 27, 10 luglio 2026, p. 38.
- Commissione mista storico-culturale italo-slovena, Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena. I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956, Koper-Capodistria, 25 luglio 2000 (consegnata ai due governi nel 2000, resa pubblica nell'aprile 2001).

Un ringraziamento a Kaja Širok, storica slovena, che mi ha segnalato il recente aggiornamento di Nevenka Troha sui numeri delle persone scomparse nell'area di Trieste e Gorizia, poi inserito nell'articolo. Un piccolo esempio, mi pare, di quella storia condivisa di cui parla il pezzo: si costruisce anche così, con storici e storiche che si scambiano segnalazioni al di qua e al di là del confine.
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