I cosacchi in Carnia. E fino a Gorizia

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo. Questa, invece, è accaduta davvero, nelle montagne della Carnia.
Tra il 1944 e il 1945, una parte del Friuli divenne teatro di uno degli episodi più singolari e meno conosciuti della Seconda guerra mondiale: l’arrivo dei cosacchi, trasferiti dall’esercito tedesco in seguito alla ritirata dal fronte orientale. Non si trattò soltanto di reparti armati. Con loro arrivarono famiglie, carri, cavalli, masserizie. Un popolo in movimento, che per alcuni mesi si insediò nei paesi e nelle vallate della Carnia, con l’illusione di una nuova terra in cui stabilirsi.

Questo tentativo di creare una sorta di Kosakenland nel Nord Italia ebbe conseguenze profonde sulle comunità locali. Case requisite, campi occupati, risorse sottratte, convivenze forzate. Per le popolazioni civili fu un’esperienza traumatica, fatta di paura, adattamento e silenzio. Una guerra vissuta non nei grandi fronti, ma nella quotidianità.

Gorizia, vista da chi è arrivato

Un paio di giorni fa ho incontrato alcuni discendenti della famiglia Bacichi / Bonazza. Non mi aspetto che tutti sappiano chi sia stata Luisa Bacichi, ma posso anticiparlo senza esitazioni: sarà la protagonista della mia prossima fatica narrativa. Un lavoro che sto costruendo con pazienza, cercando tracce della sua vita negli archivi di mezzo mondo. Oggi la tecnologia ci permette di farlo senza muoverci da casa, ed è una fortuna. Ma non basta.

All’epoca le famiglie erano numerose e gli alberi genealogici diventavano labirinti. Per questo l’aver ritrovato dei cugini è stato, per me, motivo di autentica gioia: mi hanno consegnato frammenti di vita che, considerando che Luisa ha vissuto a lungo a Buenos Aires, mi sarebbero stati difficilissimi da recuperare altrimenti. Sono arrivati con quei meravigliosi album di famiglia di una volta, in velluto, colmi di fotografie: Luisa, sua figlia Rufina, istanti privati che ora chiedono di essere rimessi in ordine, compresi, raccontati. Da qui nasce il tentativo – ambizioso, lo so – di ricostruire la storia di una donna straordinaria, che fu anche la compagna del primo presidente dell’Argentina eletto democraticamente.

L’ultima vendemmia di Damijan. Appunti da un incontro tra vento, vino e silenzio

Sono stata a trovarlo domenica scorsa. Avevo bisogno di staccare, di respirare un’aria diversa — e lì, su quel monte che sembra sfiorare il cielo, ci sono riuscita. Lui ed Elena, come sempre, mi hanno accolta con gentilezza. In quel luogo magico, dove il silenzio sa parlare, perfino la mia fastidiosa irritazione agli occhi (che il medico attribuisce allo stress) si è fatta più leggera. Come se anche il corpo, per un attimo, avesse trovato quiete.

L’ho conosciuto che non aveva nemmeno diciott’anni. Un ragazzino magro, curioso, con quella luce negli occhi che hanno solo quelli che sanno già cosa vogliono, anche se non lo dicono. Ci siamo conosciuti per lavoro, con una simpatia mai venuta meno. E in tutti questi anni l’ho visto crescere. No, Damijan Podversic non è un vignaiolo qualsiasi. È uno di quelli che ha scelto di fare il vino come si fa una poesia. Con ascolto. Con ostinazione. Con visione. Ha fatto del vino un linguaggio. Lo ha lasciato respirare, gli ha permesso di dire qualcosa che andasse oltre il bicchiere. Perché ci sono persone che coltivano la vite. E poi ci sono persone che coltivano un’idea.

Nora Pincherle. L'interprete di de Gaulle

Ci sono storie che non emergono dai grandi manuali, ma da un nome pronunciato quasi per caso, da una memoria custodita con discrezione, da una traccia che qualcuno ha saputo conservare. La storia di Nora Pincherle è una di queste.

Nora nasce a Fiume il primo aprile del 1914, in una città destinata a cambiare più volte confine e appartenenza. Cresce in una famiglia ebraica abituata al plurilinguismo come pratica quotidiana: italiano, tedesco, ungherese. Le lingue non sono un ornamento, ma un modo per stare al mondo. Negli anni Trenta si trasferisce a Roma, dove studia Scienze Politiche. È una scelta tutt’altro che scontata per una donna dell’epoca. Si laurea nel 1938, proprio mentre le leggi razziali la escludono improvvisamente dalla cittadinanza piena. Poco dopo sceglie Parigi. È un esilio, ma anche un approdo.