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Simon Gregorčič, il poeta dell'Isonzo e della Gorizia di confine

 

Simon Gregorčič, poeta sloveno di Gorizia, ritratto

C'è un momento, nella poesia Soči, in cui l'Isonzo smette di essere soltanto un fiume. Fino a quel punto Simon Gregorčič lo ha guardato come si guarda qualcosa di intimamente familiare: acqua limpida, montagne, la valle dell'infanzia. Poi il paesaggio cambia. Compaiono le tombe, la patria, una minaccia che arriva da sud, il piombo, il sangue. E quel componimento scritto alla fine degli anni Settanta dell'Ottocento, molti decenni prima delle battaglie dell'Isonzo, finirà per essere letto come una profezia della Grande guerra.
È questa probabilmente l'immagine più nota di Gregorčič.

A Gorizia, città del dialogo, le contrapposizioni non fanno una frontiera.

Un festival intitolato “Frontiere” costruisce il suo programma su una serie di contrapposizioni: Cina/USA, Oriente/Occidente, maschile/femminile, naturale/artificiale. Ma la frontiera non è una barra obliqua tra due termini opposti. È lo spazio complesso nel quale mondi diversi si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. Ridurla a un binomio significa impoverirne il significato, proprio in un territorio che della frontiera ha fatto la propria specificità e, probabilmente, una delle sue maggiori ricchezze. 

 

Qualche settimana fa, alla presentazione del programma di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, avevo posto una domanda molto semplice: Gorizia dov'è?
Non era una provocazione fine a se stessa, e tanto meno la pretesa che un festival organizzato a Gorizia dovesse parlare soltanto di Gorizia. Era, e rimane, una domanda sul senso della parola scelta per intitolare la manifestazione.
Mi è tornata in mente oggi, leggendo sul Piccolo l'intervista della presidente della Fondazione Carigo Roberta Demartin. La presidente definisce Gorizia città di idee e cultura, sostiene che Frontiere ne rafforzi l'identità, ricorda che l'evento rinnova lo spirito di GO!2025 e dice che la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio, da una comunità che ha "fame di conoscenza". Sono considerazioni nelle quali è difficile non riconoscersi.

Redenzione, una parola che stona


In questi giorni ho sentito ripetere più volte un'espressione che mi ha fatto riflettere: "la seconda redenzione di Gorizia". E confesso che quella parola, redenzione, mi disturba, non perché voglia negare ciò che il 16 settembre 1947 significò per moltissimi goriziani: dopo la guerra, l'occupazione jugoslava, gli arresti, le deportazioni, la paura che Gorizia potesse non rimanere italiana, il ritorno della città alla sovranità italiana fu vissuto da una parte consistente della popolazione come una liberazione, e questo va ricordato. Il problema comincia quando una memoria, legittima e dolorosa, smette di essere una memoria e pretende di diventare la memoria di tutti. 

Un festival sulle frontiere. Ma Gorizia dov'è?


Il festival Frontiere porta a Gorizia otto lectio magistralis sui confini del mondo. Nessuna sul confine di casa.
 

Dal 2 al 4 ottobre Gorizia ospiterà "Frontiere – Dove i mondi si incontrano", un nuovo festival dedicato al significato della frontiera, promosso da Nord Est Multimedia–Il Piccolo, Editori Laterza, Fondazione Carigo, Comune di Gorizia e Regione Friuli Venezia Giulia.

Un festival importante, con nomi importanti. E un titolo che, per una città come la nostra, sembra quasi inevitabile.

A Gorizia la parola frontiera non è un concetto astratto. Qui la frontiera è stata vissuta: ha attraversato strade e campagne, diviso famiglie, proprietà, paesi, cambiato le cittadinanze senza che le persone cambiassero casa, trasformato maggioranze in minoranze e vicini in cittadini di Stati diversi. Prima ancora, questa stessa città aveva conosciuto la convivenza – tutt'altro che sempre pacifica, ma reale – di italiani, sloveni, friulani, tedeschi, ebrei, dentro uno spazio asburgico nel quale lingue, culture e appartenenze si sovrapponevano.

Le Aleksandrinke: le donne del Goriziano che conquistarono l’Egitto

IL COMMIATO è il primo passo dalla porta chiusa nel silenzio della rugiada del primo mattino mentre mi allontano oltre le case ferite e spente sola muovo i passi silenziosa e invisibile verso l'alone di luce dove la mia e le altre solitudini si incontrano... siamo in tre insieme scivoliamo nell'angoscia le ruote del treno soffocano l'inquietudine della partenza oltre il Carso verso Trieste dove la folla ci stringe in un triplice abbraccio una minuta pioggia salata ci veste di un manto umido e grigio sulla nave a vapore ci stringiamo fra le corde e il parapetto onde umane scivolano via porgiamo il volto ai raggi del sole che dora le vetrate delle case abbarbicate sul monte tendiamo le braccia in un addio doloroso nel fischio della nave annega il suono delle campane oscilliamo oscilliamo sempre più forte il mondo vacilla è mezzogiorno le famiglie siedono a tavola anche le nostre senza di noi senza la mamma

La ricchezza culturale del Goriziano: Un riconoscimento a Hans Kitzmuller

Gorizia, città di confine, ed il suo territorio da sempre hanno rappresentato il punto d'incontro di culture diverse: slava, friulana, tedesca e italiana. Questa commistione di identità ha dato vita a una ricchezza culturale che non dobbiamo dimenticare, e uno dei protagonisti che da anni contribuisce a questa valorizzazione è Hans Kitzmuller, con la sua piccola ma preziosa casa editrice Braitan.

La sua attività editoriale ha avuto il merito di dare voce a poeti e scrittori del Goriziano ovvero Friuli, Slovenia e Carinzia, un'area geografica e culturale che, nonostante le divisioni storiche e politiche, conserva una straordinaria affinità nelle tradizioni letterarie e nei temi. In un contesto così delicato, dove spesso le frontiere invisibili rischiano di isolare piuttosto che unire, Kitzmuller ha saputo abbattere questi muri, offrendo uno spazio di dialogo e reciproca comprensione.

Recentemente, la sua casa editrice ha festeggiato un traguardo importante: i 40 anni di attività. Un'occasione che è stata celebrata con letture pubbliche dedicate, tra gli altri, a uno degli autori più significativi di questa tradizione, Alojz Gradnik. La raccolta di poesie di Gradnik, recentemente ripubblicata, è solo l'ultima di una lunga serie di opere che testimoniano l'importanza di mantenere viva la memoria storica e culturale di questa regione.

Gradnik, poeta di origine slovena, ha scritto poesie che raccontano la terra, il popolo e la storia di una Gorizia che, oggi come ieri, è un punto di confluenza di linguaggi, tradizioni e sensibilità diverse. È proprio su queste fondamenta che Kitzmuller ha costruito la sua casa editrice, facendo in modo che la bellezza della diversità culturale non fosse solo un tema da celebrare, ma anche un valore da difendere.

Nel cuore di Gorizia, quindi, la sua piccola casa editrice continua a essere un faro di speranza, un ponte tra le culture che si affacciano sul nostro territorio, un luogo dove la poesia e la letteratura diventano linguaggio universale e senza confini.

In un mondo in cui spesso sembra che le differenze separino, è fondamentale ricordare che la bellezza della nostra città risiede proprio nel confronto e nel dialogo tra culture diverse. Hans Kitzmuller, con il suo lavoro editoriale, ci offre ogni giorno un esempio di come, attraverso la parola scritta, possiamo costruire ponti anziché muri. La raccolta di poesie è disponibile in tutte le librerie