La regina di Alessandria veniva da Santa Croce


Perché le Alessandrine ci affascinano ancora: la storia di Joza Sedmak Finney

Giovedì 28 maggio, lo stesso giorno dell'inaugurazione di èStoria, la sala del Centro culturale Bratuž non era gremita. Eppure c'era molta più gente di quanta me ne aspettassi. La cosa non avrebbe dovuto sorprendermi, perché le Alessandrine continuano a suscitare interesse ovunque se ne parli.

Perché accade? È una domanda che ha una risposta quasi ovvia, una volta che ci si ferma a pensarci. La loro vicenda racchiude infatti molti dei temi che toccano più profondamente la nostra sensibilità: la migrazione femminile — e non maschile, di fine 800 cosa già insolita per l'epoca — il sacrificio silenzioso, l'assenza vissuta come forma d'amore, la lontananza, la nostalgia e la ricerca di un futuro migliore.

C'è poi una doppia invisibilità che rende queste storie ancora più potenti. Invisibili in Egitto, dove erano spesso soltanto lavoratrici straniere. Invisibili nelle loro terre d'origine, dove per molto tempo non sono state considerate protagoniste della storia. Eppure furono loro a sostenere intere famiglie e a costruire, con il proprio lavoro, un ponte tra due sponde del Mediterraneo.

Esiste anche una dimensione quasi straniante. Donne provenienti da piccoli villaggi del Carso e della Valle del Vipacco che si ritrovano nelle case della borghesia di Alessandria e del Cairo, a crescere bambini, amministrare case, attraversare mondi lontanissimi da quelli in cui erano nate. Una distanza geografica e culturale così grande da possedere, da sola, una straordinaria forza narrativa.

A rendere queste vicende ancora più affascinanti è il silenzio che le ha accompagnate. Molte famiglie ne parlavano poco. Le lettere si perdevano, le fotografie restavano come uniche testimonianze. E proprio quel silenzio lascia spazio alle domande, alla ricerca, alla necessità di ricostruire. Quando una storia è incompleta, sentiamo il bisogno di cercarla.

Infine c'è il tema del confine. Le Alessandrine provenivano da un territorio plurale, di lingua slovena, italiana e friulana, da comunità che vivevano in una terra di passaggio e di incontro. Per lungo tempo la loro esperienza è rimasta ai margini sia della storiografia italiana sia di quella slovena. Forse anche per questo chi oggi si avvicina alle loro vicende avverte di non compiere soltanto una ricerca storica, ma una restituzione.

È partendo da queste riflessioni che ho scelto di raccontare la storia di Joza Sedmak, una donna che Alessandrina non fu nel senso tradizionale del termine, ma che rappresenta una delle più sorprendenti connessioni tra il nostro territorio e l'Egitto.

Joza Sedmak nacque a Santa Croce, il borgo carsico affacciato sul mare poco distante da Trieste nel 1892. La sua storia sembra uscita da un romanzo, e forse è proprio per questo che ho scelto di raccontarla giovedì scorso.

Ho iniziato il mio intervento, nel convegno “Lontane da casa – storie di Alessandrine” organizzato nell’ambito della 13° edizione di Espansioni, e al quale era relatrice anche l’ing. Darinka Kozinc, presidente della associazione per la conservazione del patrimonio culturale delle Alexandrinke, partendo da una lettura che mi aveva profondamente colpita molti anni fa: Utz di Bruce Chatwin. Il protagonista del romanzo dedica la propria vita alla collezione di porcellane di Meissen, considerandole molto più che semplici oggetti d'arte. Quando ho scoperto la storia di Joza Sedmak, quel libro mi è immediatamente tornato alla mente. Anche il marito di Joza, Oswald James Finney, era infatti un appassionato collezionista. Nella loro casa di Alessandria d'Egitto erano custoditi dipinti, arazzi, mobili pregiati e una straordinaria raccolta di porcellane di Meissen. Nel 1982, ormai anziana, Joza donò tutte e ventisette le statuette di sua proprietà al Victoria and Albert Museum di Londra, affidando a una delle più importanti istituzioni museali del mondo una parte della memoria della sua famiglia.

Quella di Joza non è però la storia di un'Alessandrina nel senso tradizionale del termine. Non partì per l'Egitto per lavorare, come fecero migliaia di donne provenienti dal nostro territorio. Partì per sposarsi. Il giorno stesso in cui compì diciotto anni diventò la moglie di Oswald James Finney, appartenente a una delle più importanti famiglie britanniche di Alessandria d'Egitto.

Come si siano conosciuti non lo sappiamo. La documentazione disponibile non lo racconta e il silenzio delle fonti è stato spesso riempito da racconti, supposizioni e pettegolezzi. Del resto, nella rigida comunità britannica di Alessandria non doveva essere facile accettare che una ragazza proveniente da un piccolo villaggio del Carso diventasse la moglie di uno degli uomini più ricchi e influenti della città. Le malelingue non mancarono, ma raccontano molto di più sui pregiudizi dell'epoca che sulla realtà dei fatti.

Accanto a Oswald Finney, Joza si trovò al centro di una delle stagioni più affascinanti della storia di Alessandria. Suo marito era imprenditore, editore, finanziere, collezionista d'arte e protagonista della vita economica egiziana. Possedeva giornali, partecipava ai consigli di amministrazione delle principali società del cotone e contribuì allo sviluppo urbanistico di alcuni dei quartieri più eleganti del Cairo. Le feste organizzate nella loro residenza di Rolo Street erano leggendarie. Attorno a quella casa passavano diplomatici, uomini d'affari, aristocratici, artisti e rappresentanti delle molte comunità che facevano di Alessandria una città unica nel Mediterraneo.

Quel mondo raffinato e cosmopolita fu però travolto dagli eventi della Seconda guerra mondiale. Quando l'avanzata delle truppe di Rommel fece apparire concreta la minaccia di un'invasione dell'Egitto, i coniugi Finney decisero di lasciare Alessandria e rifugiarsi in Sudafrica, a Città del Capo. Fu lì che Oswald James Finney morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel settembre del 1942. Joza gli sopravvisse per oltre quarant'anni. Morì a Roma nel 1983, ma il legame con la città che aveva segnato la sua vita non si spezzò mai. Oggi entrambi riposano nella chiesa del Sacro Cuore di Alessandria d'Egitto, quasi a testimoniare che, nonostante i viaggi, gli esili e il trascorrere del tempo, quella città rimase per sempre la loro vera casa.

Un aspetto interessante emerso durante la ricerca riguarda il possibile legame tra i coniugi Finney e il mondo letterario di Lawrence Durrell. La stessa Lawrence Durrell Society ha infatti segnalato come le leggendarie feste organizzate dai Finney e l'ambiente cosmopolita che essi contribuirono a creare possano aver avuto qualche influenza sull'immaginario dell'autore del Quartetto di Alessandria, il celebre ciclo di quattro romanzi ambientato nella città egiziana. Non esistono prove definitive, ma l'ipotesi è affascinante. Fa immaginare che una ragazza partita da Santa Croce possa essersi ritrovata al centro di quel mondo elegante e internazionale che avrebbe poi trovato spazio nella letteratura del Novecento.

La storia di Joza collega due luoghi apparentemente lontanissimi: un piccolo borgo del Carso e una delle città più internazionali del Novecento. È una vicenda che dimostra come la grande storia e le storie personali si intreccino spesso in modi sorprendenti e imprevedibili.

Non a caso il ritratto di Joza è oggi esposto al Museo delle Alessandrine di Prvačina. A prima vista potrebbe sembrare una presenza insolita, poiché Joza non fu un'Alessandrina nel senso tradizionale del termine. Eppure è proprio la sua eccezione a confermare la grandezza di quell'esperienza. Se migliaia di donne partirono dal nostro territorio per lavorare in Egitto e costruirsi un futuro, Joza percorse una strada diversa. La sua vicenda, straordinaria e fuori dall'ordinario, testimonia quanto profondi fossero i legami tra queste terre e Alessandria d'Egitto. Accanto alle storie delle balie, delle governanti e delle domestiche, anche la sua merita di essere ricordata.

Ho concluso il mio intervento con una riflessione che considero fondamentale. Le storie devono essere raccontate. Se non vengono raccontate, si perdono. La memoria è fragile come una porcellana di Meissen. Può attraversare i secoli, sopravvivere ai viaggi, alle guerre e ai cambiamenti della storia. Ma basta una caduta perché si frantumi. Raccontare queste vite significa cercare di proteggerle dall'oblio, perché ciò che non viene tramandato finisce inevitabilmente per scomparire. E sarebbe un peccato perdere storie come quella di Joza Sedmak Finney, partita da Santa Croce e diventata, per un tratto della sua vita, la regina di Alessandria d'Egitto.

 

Nessun commento:

Posta un commento