Ci sono figure che arrivano nel momento in cui si è pronti a incontrarle. Ester Pastorello, nata l'8 dicembre 1884 a Montagnana, è una di queste. Direttrice della Biblioteca isontina di Gorizia dal 1925 al 1927, è una donna che ha attraversato il suo mestiere con una lucidità e una coerenza rare: un'idea precisa di cosa significhi prendersi cura di un patrimonio e, attraverso quel patrimonio, della comunità che gli ruota attorno.
Quando Ester arriva a Gorizia ha alle spalle otto anni di lavoro alla Marciana di Venezia e un concetto di biblioteca che non segue la retorica del tempo: per lei un fondo librario è un sistema, non un magazzino da smontare e rimontare secondo convenienze politiche. Trova una città ancora attraversata da tre lingue — italiano, sloveno, tedesco — e una biblioteca che riflette quella pluralità, nonostante l'aria del nuovo regime stia già cercando di normalizzare tutto.
La notte del 4 novembre 1926, anniversario della vittoria italiana nella Grande Guerra, gli squadristi assaltano il Trgovski dom. Devastano gli uffici delle associazioni slovene, distruggono arredi, archivi, strumenti musicali, appiccano il fuoco. La comunità slovena perde in una notte il suo centro culturale più significativo. Non sappiamo cosa pensò Ester di quell'atto, perché non lo scrisse. Sappiamo però cosa fece all'interno della biblioteca: mantenne integro l'ordinamento, non smembrò fondi, non operò distinzioni linguistiche. La sua tutela non fu ideologica, ma professionale e quindi concreta. Il suo modo di opporsi fu custodire.
Lasciata Gorizia nel 1927, Ester continua a muoversi da una biblioteca all'altra — Pavia, Modena, Palermo — fino a quando, nel 1937, le viene affidata la Biblioteca Nazionale di Torino. È lì che la sua idea di tutela smette di essere solo metodo e diventa coraggio fisico. Fin dall'inizio si preoccupa delle misure preventive in caso di guerra: valuta personalmente l'adeguatezza dei luoghi scelti per il ricovero dei libri, entra in conflitto con i superiori, chiede mezzi e personale che non arrivano. Uno dei suoi collaboratori, Giulio Biglieri, viene assunto nel luglio 1940 e richiamato alle armi sei mesi dopo. Ester chiede più volte al Ministero un sostituto, senza ottenere risposta. Biglieri aderisce alla Resistenza e viene fucilato nell'aprile del 1944. La biblioteca perde un uomo; Ester perde qualcosa di più difficile da nominare.
La notte dell'8 dicembre 1942 la Biblioteca Nazionale di Torino viene bombardata dalla RAF. Ester accorre a bombardamento ancora in corso. Entra tra i primi nell'edificio, organizza le operazioni di spegnimento e il salvataggio dei manoscritti e dei libri rari. Per questo le viene conferito un Attestato di Benemerenza. Trovato nel marchese Ignazio Borsarelli di Rifreddo un alleato inatteso, organizza il trasporto di circa 400 casse di libri al Castello di Montiglio, in quattro viaggi. I libri sopravvivono. L'edificio no — i bombardamenti del luglio e dell'agosto 1943 lo danneggiano ulteriormente, e in agosto Ester chiede al questore il permesso di restare in biblioteca anche oltre il coprifuoco per organizzare il ripristino del servizio.
Nel 2026 la Fondazione Gariwo ha inserito Ester Pastorello tra i Giusti del Patrimonio Culturale — la stessa categoria che comprende Aida Buturović e Dervis Korkut, il bibliotecario che salvò l'Haggadah di Sarajevo. Un riconoscimento tardivo, come spesso accade con le donne che hanno fatto il loro lavoro senza cercare visibilità.
Quando ho scritto Jelena, la bibliotecaria di Sarajevo del mio libro, il modello era proprio Ester. Non una trasposizione narrativa, ma un riferimento etico e professionale: la figura di una donna che protegge la cultura non per ideologia, ma per responsabilità. Jelena nasce nella mia immaginazione come erede ideale di ciò che Ester rappresenta — la convinzione che i libri non siano oggetti decorativi, ma colonne portanti di una città.
C'è però un'altra figura che mi ha accompagnata, distante nello spazio e nel tempo ma vicina nello stesso gesto: Aida Buturović. Bibliotecaria della Vijećnica di Sarajevo, perse la vita nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, mentre l'esercito serbo bombardava la Biblioteca Nazionale con bombe incendiarie. Aveva trentadue anni. Fu colpita da una scheggia di granata mentre tornava a casa, dopo aver partecipato alla catena umana che cercava di strappare i volumi alle fiamme. Non cercava il martirio: faceva il suo mestiere fino in fondo, in mezzo alla guerra. Quando lessi la sua storia capii che Jelena non poteva nascere solo dal rigore di Ester. Doveva portare dentro di sé anche Sarajevo. Jelena è figlia di entrambe: della disciplina professionale di una e del coraggio silenzioso dell'altra.
Il legame tra queste storie porta inevitabilmente al Trgovski dom. L'edificio, devastato la notte del 4 novembre 1926 e trasformato poi in Casa del Littorio, è rimasto per decenni proprietà del Demanio italiano. La legge 38 del 2001 ha previsto la restituzione alla comunità slovena, e il processo è avvenuto per gradi: una prima parte dei locali è stata consegnata nel 2014, una seconda nel 2015. Ma il trasferimento non è ancora completo — porzioni dell'edificio rimangono nella disponibilità dello Stato, e la questione è ancora aperta. A quasi cent'anni dall'assalto del 1926, il Trgovski dom non è ancora interamente tornato a chi apparteneva. Non è una questione sentimentale: è un percorso storico che attende ancora di essere concluso.
Scrivere di Ester significa riconoscere un metodo che continua a parlare. Scrivere di Jelena significa portare quella stessa idea nel presente, in un'altra città e in un'altra storia, con la stessa radice. Da dove viene quella radice è chiaro: Jelena esiste perché un giorno ho incontrato Ester — e perché la storia di Aida ha confermato che certe scelte non appartengono a un'epoca, ma a un modo di stare al mondo.

Nessun commento:
Posta un commento