Oggi ricorre l'anniversario della morte di Paolo Maurensig. Sono passati cinque anni da quel 29 maggio 2021 in cui si spense a Udine uno degli scrittori più originali e internazionali espressi dal Friuli Venezia Giulia. Eppure la giornata è trascorsa quasi nel silenzio. Nessuna grande celebrazione, pochi anzi pochissimi ricordi pubblici, quasi nessun richiamo a un autore che ha portato il nome di Gorizia nelle librerie di mezzo mondo.
Forse non se ne sarebbe stupito. Maurensig non amava le luci della
ribalta. Preferiva i libri alle interviste, il lavoro paziente della
scrittura alla costruzione del personaggio pubblico. Ma proprio per
questo vale la pena fermarsi a ricordarlo.
Paolo Maurensig nacque a Gorizia il 26 marzo 1943, mentre l'Europa
era ancora in guerra e la città si preparava inconsapevolmente a
diventare uno dei luoghi simbolo delle fratture del Novecento. Nel giro
di pochi mesi sarebbero arrivati l'armistizio, l'occupazione tedesca, la
guerra partigiana e, negli anni successivi, il confine avrebbe
diviso territori, famiglie e memorie. Forse non è un caso che nei suoi
libri ricorrano così spesso il doppio, l'identità sfuggente, le verità
nascoste e i mondi che si sovrappongono. Sono temi che appartengono alla
grande letteratura mitteleuropea, ma anche alla storia della città in
cui venne al mondo.
Per molti anni visse lontano dai riflettori. Dopo gli studi
classici si trasferì a Milano, lavorò nell'editoria e svolse diversi
mestieri prima di approdare alla letteratura. Il successo arrivò tardi,
quando aveva già superato i cinquant'anni. Ma quando arrivò fu
travolgente.
Nel 1993 pubblicò La variante di Lüneburg, il romanzo che lo impose
all'attenzione internazionale. Apparentemente una storia di scacchi,
era in realtà un racconto sulla memoria, sul male e sulle ferite
lasciate dal Novecento. In quelle pagine molti lettori riconobbero
l'eredità di Stefan Zweig e della grande letteratura dell'Europa
centrale. Il libro venne tradotto in numerose lingue e divenne un caso
editoriale.
Tre anni dopo uscì Canone inverso, forse il suo romanzo più amato.
Se nella Variante il linguaggio era quello degli scacchi, qui era la
musica a guidare la narrazione. Violini, identità che si confondono,
amicizie ambigue, passioni e segreti compongono una storia costruita
come una partitura musicale. Dal romanzo venne tratto anche un film
diretto da Ricky Tognazzi.
Da quel momento Maurensig costruì un'opera coerente e
riconoscibile. Pubblicò romanzi come L'ombra e la meridiana, Gli amanti
fiamminghi, Vukovlad, L'arcangelo degli scacchi, Teoria delle ombre, Il
diavolo nel cassetto e Il gioco degli dèi. Scacchi, musica, fotografia,
pittura e storia non erano mai semplici argomenti narrativi: diventavano
strumenti per indagare i lati più nascosti dell'animo umano.
I suoi personaggi vivono spesso esistenze sdoppiate, indossano
maschere, inseguono identità che sfuggono. Nei suoi romanzi la verità
arriva quasi sempre alla fine, come una mossa inattesa sulla scacchiera.
È una letteratura costruita sull'attesa, sull'ambiguità e sulla
rivelazione.
Pur essendo tradotto in molti Paesi e apprezzato dalla critica
internazionale, Maurensig mantenne sempre un profilo schivo. Non
apparteneva alla categoria degli scrittori mediatici. Preferiva il
lavoro solitario, il silenzio, la pazienza della scrittura. Chi lo
incontrava aveva l'impressione di trovarsi davanti a un uomo più
interessato ai libri che alla propria immagine pubblica.
Eppure, dietro il successo, si nascondeva una costante
insoddisfazione. Nelle sue ultime interviste emerge un tratto poco
conosciuto del suo carattere: una severità quasi spietata nei confronti
di se stesso. «Il mio avversario sono io da sempre», confessò una volta.
Una frase che aiuta a comprendere molto della sua personalità.
Il successo editoriale gli aveva aperto le porte di un sistema che
chiedeva continuità e nuove pubblicazioni. Ma Maurensig non era uno
scrittore capace di produrre libri in serie. Ogni romanzo richiedeva
tempo, ricerca, riscritture. La sua era una scrittura lenta, costruita
con la precisione di un restauratore o di un giocatore di scacchi. Per
questo motivo non sempre si sentiva soddisfatto di ciò che pubblicava e
avvertiva il peso delle aspettative che accompagnano il successo.
Forse proprio qui si trova la chiave più autentica della sua figura. Nonostante i premi, le traduzioni e il riconoscimento internazionale, continuò a considerare la letteratura una ricerca mai conclusa. Non aiutava il fatto che, come mi ha raccontato il poeta Ivan Crico, amico di lunga data dello scrittore, Maurensig sentisse spesso «il fiato sul collo dell'editore». Una pressione che mal si conciliava con il suo modo di intendere la scrittura: lenta, esigente e profondamente artigianale. Scriveva inseguendo un ideale molto alto e raramente riteneva di averlo raggiunto.
Morì a Udine il 29 maggio 2021, dopo aver consegnato all'editore il
suo ultimo romanzo, Il quartetto Razumovsky, pubblicato postumo l'anno
successivo.
Forse il modo migliore per ricordarlo oggi non è una celebrazione
ufficiale. È riaprire uno dei suoi libri. Perché le sue storie
continuano a fare ciò che fanno i libri migliori: porre domande,
inquietare, costringere a guardare oltre la superficie. E ricordarci che
la partita più difficile, come lui sapeva bene, è spesso quella che
giochiamo contro noi stessi.

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