I. Il radioso maggio
Il 24 maggio 1915 era una mattina di tarda primavera. Le truppe
italiane varcarono la frontiera verso il Friuli orientale ancora prima che il sole
fosse alto, mentre a Venezia — quasi in risposta — due aerei
austro-ungarici lanciavano le prime bombe sulla città. Quattro feriti, e
i veneziani che guardavano dai balconi come se fosse uno spettacolo,
seguendo le nuvolette di fumo prodotte dalla contraerea con quella che
un giornalista dell'epoca chiamò «serenità goldoniana». Sulle altane si
scherzava, si facevano commenti, si tirava su il morale come si fa a una
partita. Nessuno sembrava ancora capire — o forse nessuno voleva capire
— cosa stesse davvero cominciando.
Era cominciata così, con quella leggerezza un po' incredula che si
ha quando qualcosa di enorme accade davvero dopo tanto aspettarlo.
Un paese diviso in due, in silenzio
L'Italia era entrata in guerra dieci mesi dopo tutti gli altri. Il
resto d'Europa bruciava dall'estate del 1914: la Germania,
l'Austria-Ungheria, la Russia, la Francia, la Gran Bretagna e la Serbia erano già
nel mezzo di una guerra che nessuno aveva previsto così lunga e così
sanguinosa. L'Italia, membro della Triplice Alleanza con Germania e
Austria, aveva deciso di restare neutrale, sostenendo che il trattato
riguardava solo guerre difensive e che l'Austria aveva attaccato per
prima la Serbia senza consultarla. Era una posizione legalmente
sostenibile, politicamente ambigua, praticamente comoda.
Per quasi un anno il paese era rimasto fermo, mentre le piazze si
dividevano. Da una parte c'erano i neutralisti: i cattolici, che
obbedivano a un Papa contrario alla guerra; i socialisti, guidati da una
retorica internazionalista per cui i lavoratori non avevano patria da
difendere; i liberali giolittiani, convinti che l'Italia non fosse
ancora pronta militarmente e che si potesse ottenere qualcosa per via
diplomatica senza sparare un colpo. Giolitti stesso, l'ex presidente del
consiglio più potente d'Italia, aveva scritto apertamente che con la
neutralità si poteva ottenere «parecchio» dall'Austria. Era un
ragionamento freddo, cinico, probabilmente realistico.
Dall'altra parte c'erano gli interventisti: i nazionalisti, che
vedevano nella guerra un'occasione di grandezza nazionale; gli
irredentisti, che sognavano il completamento del Risorgimento con il
recupero delle terre ancora sotto l'Austria; i futuristi, che amavano la
guerra in astratto come igiene del mondo, come accelerazione della
storia; e poi una parte del mondo socialista che aveva abbandonato il
partito proprio su questa questione — tra cui un giovane giornalista di
nome Benito Mussolini, che aveva fondato il suo giornale passando dal
"no alla guerra" all'"intervento immediato" in pochi mesi.
L'oratore ufficiale di quella stagione fu Gabriele D'Annunzio.
Tornato dall'esilio francese proprio in quei mesi, riempì le piazze con
un'oratoria di fuoco, insultando i neutralisti come «leccatori di sudici
piedi prussiani», incitando alla guerra con immagini di gloria e
sacrificio che facevano vibrare le folle. Le cosiddette «radiose
giornate di maggio» — gli ultimi giorni prima della dichiarazione di
guerra — furono il momento di massima pressione interventista:
manifestazioni, scontri, minacce. Il Parlamento era a maggioranza
neutralista, ma la piazza sembrava dire altro.
Il patto che nessuno conosceva
Quello che la piazza non sapeva — quello che quasi nessuno sapeva —
era che la decisione era già stata presa un mese prima, in segreto, a
Londra.
Il 26 aprile 1915, l'ambasciatore italiano Guglielmo Imperiali
aveva firmato con Francia, Gran Bretagna e Russia il Patto di Londra: un
accordo con cui l'Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese
in cambio di cospicui vantaggi territoriali in caso di vittoria. Il
Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia Giulia, parte della Dalmazia, alcune
isole adriatiche. Il testo diceva esplicitamente che l'accordo sarebbe
rimasto segreto.
Erano a conoscenza del patto in pochissimi: Salandra, Sonnino, il
re Vittorio Emanuele III. Il governo venne informato solo il 7 maggio.
Il Parlamento non lo seppe mai, almeno non prima della fine della
guerra. Le condizioni del Patto divennero pubbliche soltanto nel 1917,
quando i bolscevichi, preso il potere in Russia, recuperarono l'accordo
dalla cancelleria zarista e lo pubblicarono per denunciare le politiche
imperialiste delle potenze borghesi. Fu uno scandalo, ma ormai la guerra
era quasi finita.
La decisione di entrare in guerra — una delle più grandi e
irreversibili della storia italiana moderna — era stata presa da tre
persone, a insaputa del Parlamento, senza consultare il paese. La
Camera, di fronte al fatto compiuto, il 20 maggio aveva approvato i
pieni poteri all'esecutivo con una maggioranza schiacciante. Non perché
avesse cambiato idea: perché a quel punto non c'era più niente da
decidere.
La dichiarazione di guerra arrivò in diciannove parole secche,
consegnate a Vienna il 23 maggio dall'ambasciatore Giuseppe Avarna: S.M. il Re dichiara che l'Italia si considera in istato di guerra con
l'Austria-Ungheria da domani.
Da domani. Come se bastasse dirlo per essere pronti.
Quello che si immaginava e quello che era
Gli italiani che marciarono verso l'Isonzo quel 24 maggio avevano
in testa immagini di guerra che venivano dal Risorgimento, da Garibaldi,
dalle battaglie che si studiavano a scuola: movimenti rapidi, eroismi
individuali, vittorie decisive. Nessuno di loro aveva visto cosa stava
succedendo in Francia da quasi un anno: le trincee, i reticolati, i
cannoni che sparavano per giorni senza fermarsi, i morti a centinaia di
migliaia per qualche chilometro di fango.
L'esercito italiano aveva gravi carenze. Mancavano artiglierie
pesanti, mancavano mitragliatrici in numero sufficiente, mancava
esperienza tattica nella guerra moderna. I quadri ufficiali erano stati
formati per una guerra diversa. Il generale Cadorna, capo di stato
maggiore, era un uomo d'ordine, rigido, convinto che la disciplina e la
determinazione potessero sopperire a qualunque deficit materiale.
Avrebbe dimostrato nei mesi successivi di avere torto, a un costo
spaventoso.
Ma quel mattino del 24 maggio, tutto questo non si sapeva ancora.
Le truppe marciavano, le bande suonavano, le madri salutavano dai bordi
della strada. Qualcuno piangeva, qualcuno agitava il cappello. Venezia
guardava i bombardieri austriaci come fosse una sagra.
Due Italie, quindi, già dal primo giorno. Ma solo una aveva la voce.
II. Una parola carica di tutto
Per capire perché Gorizia pesasse così tanto, bisogna capire la
forma di quella guerra. E per capire la forma di quella guerra, bisogna
cominciare dalla carta geografica.
Il fronte italiano si estendeva per centinaia di chilometri, dalle
Alpi fino al mare Adriatico. Ma non era un fronte omogeneo. C'era la
parte alpina — alta, innevata, lenta, combattuta palmo a palmo tra
alpini e kaiserjäger su cime dove il freddo uccideva quanto i
proiettili. E c'era la parte orientale, quella dell'Isonzo, su cui si
concentrò fin dall'inizio la grande scommessa strategica italiana.
L'Isonzo era il fiume su cui tutto dipendeva. L'obiettivo a breve
termine dell'Alto Comando italiano era la conquista di Gorizia, situata
poco più a nord di Trieste, mentre quello a lungo termine, ben più
ambizioso, prevedeva di avanzare verso Vienna passando per Trieste
stessa. Nella testa di Cadorna c'era ancora il sogno napoleonico:
sfondare le difese nemiche sull'Isonzo, dilagare nella pianura slovena,
marciare su Vienna. Una guerra di movimento, rapida, definitiva.
Quello che trovarono i soldati italiani fu tutt'altro.
La geografia che non perdona
L'Isonzo non è un fiume qualunque. Scorre in una stretta valle
affiancata da rilievi aspri, e chi arrivava da ovest — come gli italiani
— si trovava sistematicamente in posizione di svantaggio. Gli
austro-ungarici avevano occupato sin dal primo giorno le alture
dominanti sulla riva orientale, e da lassù controllavano ogni movimento.
Dal Sabotino le trincee austro-ungariche difendevano la città di
Gorizia, fino a oltrepassare nuovamente l'Isonzo per innestarsi sulle
quattro cime del massiccio del San Michele e proseguire infine fino al
mare lungo il primo ciglione del Carso.
Gorizia stava al centro di questo sistema difensivo come il cardine
di una porta. A nord, il monte Sabotino sovrastava la città e
l'approccio al fiume. A sud, il San Michele chiudeva l'accesso
all'altopiano carsico. Tra i due, la città. Prendere Gorizia senza prima
prendere quelle alture era impossibile: chiunque scendesse verso la
pianura sarebbe stato falciato dall'artiglieria austriaca schierata in
alto. E prendere quelle alture, protette da trincee, reticolati,
mitragliatrici e anni di lavoro di scavo, si era rivelato un compito che
sembrava non finire mai.
La trappola del Carso
A sud di Gorizia cominciava il Carso, un altopiano di pietra
calcarea, grigio e tagliente, che i soldati italiani avrebbero imparato a
odiare come si odia soltanto qualcosa con cui si convive troppo a
lungo. Il terreno carsico non permetteva di scavare trincee normali:
dove la roccia affiorava, bisognava costruire muri di pietra a secco,
tenuti insieme da cemento e filo di ferro spinato. Il suolo non
assorbiva le schegge — le rimbalzava, moltiplicando il potere letale di
ogni esplosione. Ogni avanzamento di qualche centinaio di metri costava
centinaia di uomini.
Eppure su quel terreno l'esercito italiano combatté, dall'estate
del 1915 in avanti, battaglia dopo battaglia. La prima, la seconda, la
terza, la quarta, la quinta battaglia dell'Isonzo: cinque offensive in
poco più di un anno, con perdite enormi e guadagni territoriali minimi.
Il potere distruttivo di mitragliatrici, artiglierie e trincee si era
rivelato insormontabile. La guerra di movimento che Cadorna aveva
immaginato non era mai cominciata. Era diventata subito, come su tutti i
fronti europei, una guerra di posizione: chi resiste di più, chi erode
l'altro, chi sopravvive.
Perché Gorizia e non altrove
In questo contesto di stasi e logoramento, Gorizia aveva assunto un
significato che andava ben oltre la sua importanza militare diretta.
Era diventata la somma di tutto ciò che si stava cercando di fare e non
si riusciva a fare.
C'era anzitutto la ragione strategica pura. Gorizia controllava la
pianura oltre l'Isonzo, il passaggio obbligato verso Trieste. Senza
Gorizia non si poteva avanzare a est. Non era un obiettivo tra tanti:
era il primo gradino di una scala senza la quale tutti i gradini
successivi erano irraggiungibili. Il fiume e la valle dell'Isonzo
avevano sempre avuto una notevole importanza militare, fin dall'Alto
Medioevo, come chiave strategica per l'accesso alla pianura veneta — e
Gorizia ne era il punto focale, il luogo dove il controllo del fiume si
traduceva in controllo del territorio.
C'era poi la ragione politica e diplomatica. L'Italia era entrata
in guerra come alleata di Francia, Gran Bretagna e Russia, ma
all'interno della coalizione occupava una posizione periferica. I grandi
eserciti si ammazzavano a Verdun e sulla Somme; il fronte italiano
sembrava, visto da Londra e da Parigi, un teatro secondario, quasi una
distrazione. La conquista di Gorizia rappresentò la fine del ruolo di
comprimaria dell'Italia nella prima guerra mondiale, permettendole di
assumere un maggior rilievo in tutta l'economia del conflitto.
Conquistare la prima città significativa dell'Impero austro-ungarico —
la prima a cadere nelle mani dell'Intesa, e per giunta grazie al solo
esercito italiano — era una prova di forza che aveva un peso diplomatico
concreto. E i risultati arrivarono: la battaglia di Gorizia ottenne
l'effetto di convincere la Romania, il 27 agosto, a scendere in guerra
contro gli Imperi Centrali.
C'era infine la ragione che non si nominava nei comunicati
ufficiali ma che ogni soldato capiva perfettamente: il bisogno di aver
combattuto per qualcosa che si potesse indicare su una mappa.
Il peso del nome
Trieste, Trento, Gorizia: erano i nomi delle terre irredente, i
luoghi che l'Italia aveva dichiarato di voler liberare dall'Austria, i
nomi per cui si era deciso di andare in guerra. Il concetto di "terre
irredente" — terre non ancora "redente", non ancora restituite — era al
cuore della cultura politica italiana degli ultimi decenni del
Risorgimento. Dopo il 1866, quando l'Italia aveva ottenuto il Veneto ma
non il Trentino né la Venezia Giulia, una generazione intera era
cresciuta con l'idea che l'unificazione nazionale fosse incompiuta, che
mancassero ancora dei pezzi. Gorizia aveva costituito uno dei centri più
attivi dell'irredentismo italiano fra il 1866 e il 1918 — una città con
una presenza italiana significativa, con una storia intrecciata a
quella del Risorgimento, con generazioni di goriziani che avevano
guardato verso l'Italia come verso una possibilità di libertà.
Quando i soldati italiani entravano in trincea sull'Isonzo e
alzavano lo sguardo verso est, vedevano Gorizia. Non una quota, non un
numero, non un punto su un reticolato di coordinate militari. Una città
vera, con campanili, case, strade. Così vicina da sembrare raggiungibile
a piedi in un'ora, così lontana da essere costata migliaia di morti
senza ancora cedere.
Dopo quindici mesi di guerra — cinque battaglie, centinaia di
migliaia di uomini fuori combattimento, un Carso che si mangiava i corpi
senza restituirli — Gorizia era diventata la risposta alla domanda che
ogni fante si faceva in trincea ogni notte: a cosa serve tutto questo?
Se Gorizia cadeva, la risposta aveva un nome. Se Gorizia non
cadeva, la domanda restava senza risposta, sospesa sopra i reticolati
come il fumo dei cannoni.
III. O Gorizia tu sei maledetta
Nell'agosto del 1916, Gorizia cadde.
Il 6 agosto l'artiglieria italiana aprì il fuoco da Tolmino al mare
— settantasei batterie leggere e quarantotto pesanti che nel volgere di
poche ore distrussero, secondo la relazione ufficiale austriaca, tutto
il lavoro di mesi di sistemazione difensiva. Era la sesta battaglia
dell'Isonzo, ma stavolta qualcosa era diverso: la preparazione era stata
più accurata, la sorpresa maggiore, la coordinazione tra fanteria e
artiglieria finalmente migliore delle volte precedenti. Il monte
Sabotino, considerato quasi inespugnabile, cadde in poche ore grazie ai
lavori preparatori dell'allora colonnello Badoglio, che aveva fatto scavare in
segreto gallerie e appostamenti avanzati. Il Podgora cedette. Il
generale austriaco Zeidler, perdute le alture dominanti, capì che
resistere in pianura era impossibile e ordinò la ritirata.
La città sospesa
L'8 agosto Gorizia era quasi priva di difensori. Ci fu un momento —
strano, sospeso, quasi irreale — in cui la città non apparteneva a
nessuno. Gli austriaci se ne stavano andando verso le nuove linee a est,
gli italiani non erano ancora entrati. Restava solo un reggimento
croato, con una mitragliatrice che presidiava l'unico ponte rimasto
intatto sull'Isonzo. La città era deserta o quasi: buona parte della
popolazione civile era già fuggita nei mesi e negli anni precedenti, man
mano che i combattimenti si avvicinavano. Chi era rimasto si era
adattato alla vita di una città in prima linea — coprifuoco, penuria,
cantine usate come rifugi, oltre 400 civili morti per cause belliche nel
corso della guerra.
In quel vuoto improvviso, un giovane sottotenente del 28° fanteria
"Pavia", Aurelio Baruzzi, attraversò l'Isonzo con una bandiera italiana. Raggiunta l'altra sponda, la issò nei
pressi della stazione ferroviaria. Era il gesto di cui aveva bisogno una
nazione intera: semplice, visibile, fotografabile. Baruzzi ottenne la
medaglia d'oro al valor militare. La Brigata Pavia entrò in città. Le
campane, che erano rimaste silenziose per mesi, ricominciarono a
suonare.
La festa e la crepa
La notizia arrivò in Italia con la velocità che i giornali
permettevano. I titoli erano enormi, le parole trionfanti. Per la prima
volta, dopo quindici mesi di guerra, c'era qualcosa di concreto da
celebrare. Come scrisse poi lo storico Piero Pieri, era la prima volta,
dopo quindici secoli di storia, che un esercito tutto italiano
sconfiggeva in una grande battaglia un esercito tutto straniero. Non era
solo propaganda: era un fatto, e come fatto aveva un peso.
Tutta l'Italia è in festa, annotò sul suo diario l'onorevole
Ferdinando Martini il 10 agosto. Poi aggiunse, quasi sottovoce, una
frase che merita di essere letta per intero: «bisogna che il governo e
la stampa facciano il loro dovere, affinché non si creda che la presa di
Gorizia sia un successo quasi definitivo e che la pace è prossima».
Era un funzionario di governo che scriveva sul suo diario privato,
non un oppositore, non un disfattista. Eppure già in quel momento, nella
stessa frase in cui celebrava la vittoria, sentiva il bisogno di
mettere le mani avanti. Capiva — o temeva — che l'entusiasmo sarebbe
diventato aspettativa, e che l'aspettativa avrebbe trovato una realtà
molto diversa.
La realtà era questa: l'avanzata era stata di circa cinque
chilometri su un fronte di venticinque. Appena fuori dalla città, le
fanterie italiane avevano trovato una nuova cortina di alture — il Kuk,
il Vodice, il Monte Santo, il San Gabriele, il San Marco — ancora
saldamente in mano austriaca, ancora da conquistare, ancora pronte a
costare sangue. Gli austro-ungarici non erano stati sconfitti: si erano
ritirati in modo ordinato su nuove linee difensive. La guerra di
logoramento era ripresa esattamente dove si era interrotta, qualche
chilometro più a est.
### Il canto che rovescia tutto
In questo spazio tra la festa pubblica e la realtà privata nacque
la canzone. Nessuno sa con certezza chi la scrisse — è anonima, come
spesso accade alle canzoni vere, quelle che nascono dal basso e
circolano senza firme. La sua prima strofa recita:
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza.
Dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.
Il gesto letterario era insieme semplice e devastante: prendere la
parola che riempiva i titoli di giornale trionfanti — Gorizia
conquistata, Gorizia liberata, Gorizia italiana — e trasformarla in una
maledizione. Non una parola diversa, non un'altra città, non un concetto
astratto. La stessa parola. Rovesciata.
Maledire Gorizia significava maledire la ragione per cui si stava
morendo. Significava dire: tutto quello che ci avete raccontato su
questo nome, tutto il peso simbolico che gli avete dato, tutto il sangue
che ci avete chiesto di versare per conquistarlo — noi vi mandiamo
indietro in forma di maledizione. Non rinneghiamo il sacrificio, lo
stiamo vivendo sulla nostra pelle. Ma rifiutiamo la narrazione che lo
circonda.
La canzone aveva anche una strofa finale, quella più pericolosa,
quella che veniva spesso omessa per non rischiare denunce per vilipendio
delle forze armate:
Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini.
Qui si muore gridando assassini!
Maledetti sarete un dì.
Era un'accusa diretta ai comandi, alla classe politica, a chi aveva
deciso la guerra stando lontano dal fronte. E il fatto che venisse
cantata sottovoce, durante le marce, lontano dalle orecchie degli
ufficiali, dice tutto sulla distanza che si era creata tra chi
combatteva e chi comandava.
Il registro doppio dell'esperienza
Erano cinquantamila gli italiani fuori combattimento in quei dieci
giorni di agosto. Cinquantamila per un avanzamento di cinque chilometri.
A livello militare, la realtà era molto più sobria dell'entusiasmo
delle piazze: cento mila uomini tra morti, feriti e dispersi in dieci
giorni, per un risultato che non aveva cambiato la situazione strategica
in modo significativo.
Il giorno dopo la conquista, la guerra era esattamente uguale a
prima. Nuove trincee, nuove alture, nuovi assalti da preparare. Il fante
che era entrato in Gorizia il mattino dell'8 agosto con la bandiera al
vento si ritrovava il pomeriggio del 10 agosto sotto il fuoco delle
nuove posizioni austriache, a chiedersi se fosse davvero cambiato
qualcosa.
L'artigliere Achille Fontana, 22 anni, di Como, lasciò nelle sue
pagine di diario la testimonianza più precisa di questo sdoppiamento.
Esultanza e sconforto convivono sullo stesso foglio, nella stessa mano, a
volte nella stessa frase. Non era un ipocrita, non era un uomo diviso
in due. Era semplicemente qualcuno che stava vivendo due cose vere nello
stesso momento, senza poterle riconciliare e senza il lusso di
scegliere quale delle due fosse reale.
Questa è la struttura dell'esperienza bellica che la Grande Guerra
ha consegnato alla letteratura e alla memoria: non il contrasto netto
tra eroi e vigliacchi, tra chi crede e chi non crede, tra chi festeggia e
chi protesta. Ma la coesistenza, dentro la stessa persona e nello
stesso momento, di impulsi contraddittori che non si annullano a
vicenda. Si può correre all'assalto urlando Savoia e poi piangere di
notte pensando ai compagni morti. Si può essere orgogliosi di aver
conquistato una città e sapere che quella conquista è costata troppo. Si
può cantare una canzone che maledice Gorizia e sentire che Gorizia
valeva qualcosa.
Ogni 24 maggio ci troviamo davanti alla stessa domanda che
quell'artigliere di 22 anni non riuscì a risolvere: come si tiene
insieme la necessità di un significato e la consapevolezza del costo?
Come si onora una data che è insieme l'inizio di qualcosa e l'inizio di
una perdita enorme, irreparabile?
Forse non si tiene insieme. Forse il lavoro della memoria non è
riconciliare le contraddizioni ma impararle a portare entrambe, senza
lasciare che l'una cancelli l'altra. Tenere vicine la festa e la
maledizione, il nome glorioso e il nome maledetto, sapendo che sono la
stessa parola.
Il podcast su Maria Bergamas, la madre del milite ignoto, per chi lo desidera,
è disponibile qua!
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