Perché il Risorgimento non basta a spiegare Gorizia: quattro identità arrivate da fuori in un secolo, mai scelte da chi la città la abitava.
Un amico, storico, mi ha scritto in questi giorni alcune considerazioni a proposito di un mio post sul Risorgimento. Mi ha fatto notare che a Gorizia, nell'Ottocento, non ci fu un solo Risorgimento: ce ne furono più d'uno, paralleli e concorrenti — italiano, sloveno, croato, tedesco — e nemmeno uno riuscì a imporsi come processo compiuto prima che l'esito arrivasse, nel 1918, da fuori.
Mi ha dato ragione senza volerlo. Perché se è vero che nessuno di quei risorgimenti prevalse, allora la domanda che mi porto dietro da anni non riguarda solo il Risorgimento. Riguarda l'identità di questa città in generale: chi ha deciso, di volta in volta, chi fossimo?
Ho ripensato alla mia elementare, nel 1961, quando le suore Orsoline ci facevano marciare in giardino sulle note di un altoparlante che gracchiava "Il Piave mormorava" per il centenario dell'Unità d'Italia. Una canzone della vittoria del 1918, cantata per celebrare una data del 1861. Nessuno, credo, si accorse della sovrapposizione — Risorgimento e Grande Guerra fusi in un'unica liturgia patriottica, come se fossero la stessa cosa raccontata due volte. O forse la sovrapposizione era già il punto: a Gorizia le identità non sono mai state scelte da chi le abitava. Sono arrivate, per lo più, da fuori.
Ci ho contato quattro, di queste arrivate. Le chiamo invasioni non per retorica, ma perché nessuna delle quattro fu invitata, e ognuna lasciò la città diversa da come l'aveva trovata.
La prima fu l'esercito, nella Grande Guerra. Fu la fine di Gorizia asburgica, la città di frontiera con il suo mosaico di lingue: la popolazione sfollata, i fronti dell'Isonzo, la Sesta battaglia, l'ingresso italiano nell'agosto 1916, poi Caporetto, poi di nuovo la guerra fin sotto le mura. Chi tornò nel dopoguerra non tornò nella stessa città. Tornò in un'altra, che si chiamava allo stesso modo. Cambiarono i nomi delle strade. Si fece di tutto, sistematicamente, per rimuovere la memoria storica della città che era stata prima.
La seconda furono i tecnici e i burocrati della ricostruzione, e poi, con il fascismo, gli apparati dello Stato tout court. Amministratori, ingegneri, funzionari mandati a rifare una città di frontiera secondo un disegno pensato altrove. Ricostruirono le case. L'identità no — quella la scrissero loro, con le nuove insegne, le nuove scuole, la nuova lingua degli uffici, una nuova architettura. E scrissero anche, con la snazionalizzazione forzata delle comunità slovena e croata, chi non aveva più diritto di dirsi ciò che era: scuole chiuse, cognomi italianizzati d'ufficio, l'uso pubblico dello sloveno messo fuori legge. Non fu solo ricostruzione. Fu cancellazione, con metodo.
La terza furono gli esuli. Arrivarono dopo la seconda guerra, dall'Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, portando un senso di appartenenza tutto loro — feritissimo, esatto, mai negoziabile — che si sovrappose a quello dei goriziani senza davvero incontrarlo. È un'invasione diversa dalle altre, va detto: non arrivarono per imporre un disegno dall'alto, come l'esercito o i burocrati, ma spinti loro stessi da un'espropriazione. Due comunità nella stessa città, due modi diversi di aver perso qualcosa, raramente raccontati insieme.
La quarta fu di nuovo l'esercito, questa volta a presidiare la cortina di ferro. Gorizia, per quarant'anni, città di caserme, di militari di leva arrivati da tutta Italia, di un confine armato che era anche l'ultimo lembo occidentale dell'Europa. Un'identità da avamposto, costruita non per chi ci viveva ma per chi doveva difenderla.
C'è una differenza, in tutto questo, che vale la pena isolare. Un conto è l'identità — ciò che ciascuno di quei gruppi si portava già dietro, arrivando: l'essere italiani, l'essere esuli, l'essere soldati di leva, l'essere funzionari in missione. Un altro conto è il senso di appartenenza — che non è ciò che si è, ma il luogo di cui ci si sente parte. I quattro arrivi ebbero un'identità solida, definita altrove, prima ancora di mettere piede in città. Il loro senso di appartenenza, però, restò quasi sempre rivolto altrove: all'Italia, all'Istria perduta, alla caserma, al ministero che li aveva mandati. A Gorizia non chiesero di appartenerle. Le chiesero di riconoscersi in loro.
Quattro volte, in un secolo, qualcun altro ha deciso chi fossimo. Quattro volte la città si è ritrovata a indossare un'identità cucita altrove, e ha dovuto portarla come se fosse la sua.
Forse è per questo che mi si accappona la pelle, quando sento parlare di Risorgimento a Gorizia come se bastasse quella parola sola. Non perché la parola sia falsa. Perché è troppo piccola per contenere quattro arrivi che nessuno di noi ha scelto.

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