Nel maggio del 1966, in una città dove il confine si vedeva dalle finestre, poeti dell’Est e dell’Ovest europeo si ritrovarono insieme nel Castello di Gorizia, nella sala degli stati provinciali. Oggi può sembrare normale. Allora non lo era affatto.
L’Europa era ancora divisa dalla Guerra fredda. A Gorizia quella divisione non era una metafora geopolitica ma una presenza concreta: reti, controlli, diffidenze, famiglie separate, lingue improvvisamente trasformate in appartenenze politiche. Bastava attraversare una strada per entrare in un altro mondo.
Eppure, dal 19 al 22 maggio 1966, proprio in quella città di frontiera si tenne il primo Incontro Culturale Mitteleuropeo, dedicato alla poesia contemporanea. Una scelta che poteva apparire marginale, quasi evasiva, rispetto ai grandi conflitti ideologici del tempo. Ma dietro quella apparente leggerezza si nascondeva un’intuizione molto precisa.
Parlare apertamente di politica avrebbe reso quasi impossibile la partecipazione degli intellettuali provenienti dai paesi dell’Est. La poesia, invece, permetteva di creare uno spazio meno rigido, più ambiguo, più libero. Un terreno apparentemente neutro, capace però di aprire varchi dove il linguaggio diplomatico tradizionale si sarebbe fermato.
La poesia come leva culturale. Come strumento di avvicinamento. Quasi un cavallo di Troia costruito con versi e metafore invece che con slogan.
I lavori furono coordinati da Mario Luzi, mentre ospite d’onore era Giuseppe Ungaretti, tornato a Gorizia cinquant’anni dopo la sua esperienza sul Carso durante la Prima guerra mondiale. La sua presenza aveva un valore simbolico fortissimo: il poeta delle trincee ritornava in una terra che continuava a essere una linea di frattura europea.
Accanto a lui sedeva Biagio Marin, che quel confine lo conosceva intimamente, quasi fisicamente. Nella sua poesia convivevano il mare di Grado, la cultura veneziana, il mondo slavo, l’eredità asburgica. Non rappresentava soltanto una voce locale: incarnava l’identità stratificata di una terra che non era mai appartenuta completamente a una sola cultura.
Arrivarono poeti da sei paesi europei. E già durante quel primo incontro emerse qualcosa di interessante: le affinità culturali spesso superavano le appartenenze politiche. Talvolta un poeta dell’Est sembrava più vicino, per sensibilità e inquietudine, a un collega occidentale che agli intellettuali del proprio sistema ideologico.
Per qualche giorno, almeno dentro quelle sale del Castello, la geografia culturale dell’Europa sembrò diversa da quella disegnata dai blocchi della Guerra fredda.
La stampa seguì l’evento con attenzione, anche a livello internazionale. Ma la notizia che più colpì fu forse un’assenza. Pier Paolo Pasolini non si presentò.
Eppure il suo nome aleggiava inevitabilmente attorno all’iniziativa. Pasolini aveva radici friulane profonde e conosceva bene quella terra di confine, le sue tensioni linguistiche, il mondo contadino che proprio in quegli anni stava rapidamente scomparendo sotto la pressione del boom economico e dell’omologazione culturale.
Le ragioni della sua mancata partecipazione non sono mai state chiarite del tutto. Ed è forse proprio questo a rendere l’episodio così suggestivo ancora oggi. Perché da quell’incontro mancato sarebbe potuto nascere qualcosa di straordinario.
Da una parte c’era l’eresia individuale di Pasolini, la sua denuncia contro il conformismo consumistico, la distruzione delle culture popolari, la perdita delle identità locali. Dall’altra, nel Goriziano, si muoveva una parte della gioventù cattolica di confine che aspirava — spesso controcorrente — a superare le divisioni ideologiche e nazionali imposte dal dopoguerra. Due esperienze molto diverse. Ma entrambe accomunate dal rifiuto delle semplificazioni dominanti.
Cosa sarebbe accaduto se Pasolini fosse arrivato davvero a Gorizia in quei giorni? Se avesse incrociato quel clima inquieto, sospeso, ancora profondamente mitteleuropeo? È impossibile dirlo. Ma proprio questa domanda irrisolta continua a rendere quell’assenza così carica di significato.
E il dato forse più sorprendente è che, nello stesso periodo, a poche centinaia di metri dal Castello, un’altra rivoluzione stava prendendo forma. Nell’ospedale psichiatrico di via Vittorio Veneto, Franco Basaglia stava iniziando il suo lavoro di smantellamento dell’istituzione manicomiale. Anche lì si trattava di abbattere un confine. Non geografico, ma umano: quello tra “normali” e “matti”, tra cittadini e internati, tra chi aveva diritto alla parola e chi ne era stato privato.
È difficile non cogliere oggi una consonanza profonda tra queste due esperienze nate nella stessa città nello stesso anno. Da una parte la cultura che tenta di incrinare la cortina di ferro. Dall’altra Basaglia che mette in discussione un altro muro, invisibile ma altrettanto duro.
Due movimenti paralleli, forse inconsapevoli l’uno dell’altro, ma accomunati dalla stessa idea: che le divisioni non siano inevitabili. Un ruolo fondamentale nell’organizzazione del convegno lo ebbe Bino Rebellato, poeta, editore e instancabile promotore culturale, che grazie ai suoi contatti riuscì a coinvolgere alcuni dei maggiori protagonisti della poesia italiana contemporanea.
E durante gli incontri non mancarono nemmeno confronti accesi tra tradizione e neoavanguardia. Particolarmente vivaci furono gli interventi di Emilio Isgrò, Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, segno che il convegno non era soltanto una raffinata operazione diplomatica, ma anche un luogo reale di dibattito culturale.
Al termine dei lavori, i partecipanti vennero ricevuti ufficialmente in Municipio a Trieste e al Castello di Udine. Visitarono anche Aquileia e Cividale del Friuli. Gli organizzatori avevano compreso subito che quell’esperienza non poteva restare confinata a una singola città: doveva coinvolgere l’intera regione di frontiera.
Fu un’intuizione lungimirante. Negli anni successivi gli Incontri Culturali Mitteleuropei continuarono infatti a costruire relazioni attraverso il confine, diventando uno degli strumenti più longevi e discreti del dialogo europeo ben prima che si parlasse di cooperazione transfrontaliera o integrazione culturale.
Oggi, a sessant’anni di distanza, quella scelta di usare la poesia come terreno d’incontro appare molto meno ingenua di quanto potesse sembrare allora. Perché i muri raramente crollano all’improvviso. Prima si incrinano lentamente. Attraverso le parole, le relazioni, le idee, la curiosità reciproca. Nel 1966, a Gorizia, qualcuno aveva già intuito che anche la poesia poteva fare questo.

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