Chi era davvero Carlo Battisti? Molti lo ricordano come il protagonista di Umberto D.. Pochi sanno che fu uno dei maggiori linguisti italiani del Novecento e l'uomo che, nel 1919, riaprì la Biblioteca di Gorizia dopo la Grande Guerra.
Ci sono personaggi che sembrano attraversare il Novecento seguendo una sola strada. Carlo Battisti, invece, ne percorse molte contemporaneamente.
Fu linguista, glottologo, bibliotecario, docente universitario, studioso dell'Alto Adige, fondatore di riviste scientifiche e autore di opere che ancora oggi vengono consultate dagli specialisti. Eppure milioni di italiani lo ricordano soprattutto per un ruolo che non aveva mai cercato: quello del pensionato Umberto Domenico Ferrari nel film Umberto D. di Vittorio De Sica.
La sua vita sembra un romanzo. E in parte lo è stata davvero.
Da Trento a Vienna. Carlo Battisti nacque a Trento nell'ottobre del 1882, quando la città apparteneva ancora all'Impero austro-ungarico. Figlio di Giuseppe Battisti e Teresa Bentivoglio, proveniva da una famiglia originaria di Fondo, in Val di Non.
Nel 1901 si trasferì a Vienna per studiare filologia romanza. Furono anni decisivi. Ebbe come maestri studiosi del calibro di Wilhelm Meyer-Lübke, Adolfo Mussafia e Karl von Ettmayer e si laureò nel 1905 con una tesi dedicata al vocalismo dell'antico trentino.
La sua carriera fu rapidissima. Nel 1909 ottenne la venia legendi, equivalente alla libera docenza, e iniziò a insegnare all'Università di Vienna. Parallelamente lavorava presso la Biblioteca Universitaria della capitale asburgica, dove si occupava delle acquisizioni nel settore della filologia romanza e delle culture dell'Europa mediterranea.
Sembrava destinato a una brillante carriera accademica nell'Impero. Poi arrivò la guerra.
La prigionia in Russia. Richiamato nei Kaiserjäger, fu inviato sul fronte orientale. Nel settembre del 1914 venne ferito e catturato dai russi durante la battaglia di Uhnów.
Cominciò così una vicenda quasi incredibile. Internato prima nel Turkestan, poi sul Pamir e infine in Siberia, riuscì a trasformare la prigionia in un'occasione di studio. A Tomsk arrivò addirittura a insegnare francese e francese antico all'università locale.
Quando nel 1918 riuscì a rientrare in Europa, attraversando il caos della Russia rivoluzionaria, il mondo che aveva lasciato non esisteva più.
L'uomo che riaprì la Biblioteca di Gorizia. La svolta arrivò nel 1919. Il 17 luglio di quell'anno Carlo Battisti giunse a Gorizia insieme alla moglie Frida Frenner. La città usciva devastata dalla guerra e una delle istituzioni culturali più importanti, la Biblioteca degli Studi, era chiusa dal maggio del 1915. Lo Stato italiano gli affidò il compito di riaprirla.
Come ha ricostruito lo storico e bibliotecario Marco Menato, Battisti si trovò di fronte a una situazione difficilissima: libri dispersi, cataloghi da ricostruire, patrimonio da riordinare, personale insufficiente e una città che cercava di ritrovare una propria normalità culturale dopo il conflitto. Battisti si gettò nell'impresa con un'energia impressionante.
Riorganizzò le raccolte, costruì una rete di rapporti con le principali biblioteche italiane, ottenne donazioni librarie da tutta Italia e ampliò notevolmente l'orario di apertura al pubblico. Secondo Menato, riuscì anche a circondarsi di collaboratori di valore, tra i quali il giovane Ervino Pocar, destinato a diventare uno dei maggiori traduttori italiani del Novecento.
La nascita di Studi Goriziani. L'intuizione più importante fu però un'altra. Battisti comprese che una biblioteca non poteva limitarsi a conservare libri. Doveva produrre cultura.
Nel 1923 fondò la rivista Studi Goriziani, destinata a diventare uno dei principali strumenti di ricerca e divulgazione storica del territorio. Ancora oggi, a più di un secolo dalla sua nascita, la rivista continua a rappresentare una fonte fondamentale per chiunque si occupi della storia di Gorizia e dell'Isontino.
Il suo periodo goriziano durò soltanto fino al 1925, ma lasciò un'impronta profonda. Non si limitò a gestire una biblioteca: contribuì a costruire l'infrastruttura culturale della nuova provincia italiana.
Firenze e la grande stagione degli studi linguistici. Nel 1925 si trasferì a Firenze. Qui divenne professore di Glottologia e uno dei maggiori linguisti italiani del suo tempo. Insegnò per decenni all'università e diresse la Scuola speciale per bibliotecari e archivisti paleografi. La sua produzione scientifica superò i cinquecento titoli.
Tra le opere più importanti figurano il Dizionario etimologico italiano, realizzato con Giovanni Alessio, il Dizionario toponomastico atesino, l'Atlante toponomastico della Venezia Tridentina e numerosi studi sulla dialettologia, la fonetica e la questione ladina. Nel 1955 fu nominato corrispondente dell'Accademia della Crusca e nel 1964 ne divenne accademico effettivo.
Quando De Sica lo fermò per strada. Se la sua storia si fosse fermata qui, Carlo Battisti sarebbe ricordato come uno dei grandi linguisti italiani del Novecento. Invece accadde qualcosa di inatteso. Nel 1951 Vittorio De Sica cercava il protagonista per il suo nuovo film. Non voleva un attore professionista. Cercava un volto vero.
Secondo una celebre ricostruzione pubblicata all'epoca da L'Europeo, alcuni collaboratori del regista notarono Battisti a Roma e lo convinsero a incontrare De Sica. Appena lo vide, il regista capì di aver trovato il suo Umberto. Un professore universitario di quasi settant'anni divenne così protagonista di uno dei film più importanti della storia del cinema.
Umberto D. uscì nel 1952 e raccontava la solitudine e la dignità di un pensionato costretto a sopravvivere in una società che sembrava averlo dimenticato. Battisti non aveva mai recitato prima. Non avrebbe mai recitato dopo. Eppure il risultato fu straordinario.
Non solo attore. L'esperienza non si esaurì con il film. Da linguista qual era, Battisti iniziò a riflettere sul linguaggio cinematografico. Pubblicò saggi come La lingua e il cinema, Come divenni Umberto D. e Il linguaggio del cinema, diventando uno dei primi studiosi italiani a considerare il cinema come un fenomeno linguistico e comunicativo degno di analisi scientifica. Fu, in un certo senso, un precursore.
Una figura complessa. La figura di Carlo Battisti non è priva di aspetti controversi. Molti suoi studi sull'Alto Adige e sulla questione ladina furono influenzati da una forte visione nazionalista italiana, che oggi viene discussa criticamente dalla storiografia. Alcune sue interpretazioni risultano difficilmente sostenibili alla luce delle ricerche più recenti. Proprio per questo Battisti non può essere ridotto a una semplice celebrazione.
Fu un uomo del suo tempo: figlio delle tensioni nazionali dell'Europa di confine, della cultura austro-italiana e delle grandi battaglie identitarie del Novecento.
L'eredità. Carlo Battisti morì a Empoli il 6 marzo 1977. Riposa nel cimitero di Fondo, il paese d'origine della sua famiglia.
A Gorizia il suo nome rimane legato soprattutto alla rinascita della Biblioteca di Stato e alla fondazione di Studi Goriziani. Come osserva Marco Menato, proprio grazie alla sua energia e alla sua visione culturale la città poté ricostruire uno dei suoi principali punti di riferimento intellettuali dopo la tragedia della Prima guerra mondiale. Forse è questo il tratto più affascinante della sua vicenda.
Prima di diventare il volto malinconico di Umberto D., Carlo Battisti era già stato qualcosa di altrettanto importante: uno studioso capace di restituire una biblioteca a una città ferita dalla guerra. E, con essa, una parte della sua memoria.
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