Il filo invisibile di Guido Fink, goriziano dimenticato del cinema italiano

Guido Fink, tra i più raffinati critici cinematografici del Novecento
Ieri si è chiusa a Gorizia la 45ª edizione del Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei", sette giorni dedicati a quella dimensione del cinema che precede ogni immagine: la scrittura. È un tema che, quest'anno, ha portato un nome scelto con cura — "il filo invisibile delle idee" — e che sembra chiamare in causa, quasi per destino, un altro figlio di questa città che di quel filo ha fatto il mestiere di una vita: Guido Fink.

Nato a Gorizia il 28 luglio 1935, Fink è stato uno dei critici cinematografici, letterari e teatrali più raffinati che l'Italia del Novecento abbia avuto. Eppure il suo nome, fuori dagli ambienti accademici e cinefili, resta poco conosciuto anche qui, nella città che gli ha dato i natali. Il novantesimo anniversario della sua nascita, caduto lo scorso anno proprio mentre Gorizia e Nova Gorica indossavano la fascia di Capitale Europea della Cultura, è passato quasi in sordina. Vale la pena ricordarlo ora, in chiusura di una rassegna che della scrittura per lo schermo fa la propria ragione d'essere.

Un bambino in fuga, una vocazione che nasce dal trauma. La storia di Fink comincia con un'emigrazione e si intreccia presto con la persecuzione. Il nonno Benzion arriva a Gorizia dalla Russia agli inizi del Novecento; qui nel 1907 nasce il padre Isacco, che sposerà la ferrarese Laura Bassani. Quando le leggi razziali del 1938 privano Isacco del lavoro, la famiglia si trasferisce a Ferrara dai suoceri: Guido ha appena due anni. Il padre sarà poi deportato ad Auschwitz, da cui non tornerà. Nel novembre del 1943, all'età di otto anni, Guido e la madre sfuggono per un soffio a un rastrellamento fascista — un episodio che, raccontato anni dopo all'amico di famiglia Giorgio Bassani, diventerà il racconto "Una notte del '43" e poi il film di Florestano Vancini "La lunga notte del '43".

Da quella soglia tra la vita e la sua negazione nasce, sorprendentemente, uno sguardo. Fink comincia a scrivere di cinema a soli diciassette anni, su testate come "L'Unità" e "La Nuova Scintilla". Laureato in Letteratura inglese a Bologna, diventerà uno dei più autorevoli anglisti italiani, insegnando a Bologna, Firenze e in importanti università statunitensi — Columbia, UCLA, Princeton, Berkeley — fino a dirigere, tra il 1999 e il 2003, l'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles.

Il critico che inventò un altro modo di guardare il cinema americano. È però nel campo della critica cinematografica che il contributo di Fink resta più originale. Negli anni Settanta fonda, insieme ad Adelio Ferrero e Lorenzo Pellizzari, la rivista "Cinema & Cinema", che rompe con l'impostazione ideologica allora dominante e apre la critica italiana a nuovi sguardi, generi e cinematografie meno frequentate. Fink si dedica in particolare a una Hollywood fuori norma: i grandi irregolari come William Wyler e Robert Altman, un emigrato mitteleuropeo come Billy Wilder, e poi Lubitsch e Woody Allen, di cui indaga il rapporto tra cultura ebraica e cinema americano — un tema che, per la sua storia personale, non poteva che sentire come proprio.

I suoi scritti sul cinema, apparsi tra il 1977 e il 2001, sono stati raccolti nel volume "La doppia porta dei sogni" (2022), curato da Alessandra Calanchi e Paola Cristalli per la Cineteca di Bologna, dove è oggi conservato anche il suo fondo archivistico, donato dalla moglie Daniela Sani e dal figlio Enrico.

Perché ricordarlo oggi, qui . C'è qualcosa di significativo nel far coincidere il ricordo di Fink con la chiusura del Premio Amidei. Sergio Amidei, sceneggiatore goriziano tra i padri del Neorealismo, e Guido Fink, critico goriziano che ha insegnato all'Italia a guardare il cinema con occhi nuovi, sono due facce della stessa vocazione di una città di confine: quella di raccontare, e di raccontarsi, attraverso lo sguardo di chi sta sulla soglia tra mondi diversi.

Gorizia, si dice spesso, è una città che non sempre riconosce i suoi figli migliori. Guido Fink ha lasciato la città a due anni e non vi ha più vissuto, ma il suo modo di leggere il cinema — analitico e insieme romantico, mai compiaciuto, sempre attento al filo che lega la scrittura all'immagine — porta impresso qualcosa di quella condizione di confine che la città conosce bene. Chiudere questa 45ª edizione del Premio Amidei con un pensiero a lui significa restituire alla rassegna una radice più profonda, e restituire a Gorizia un pezzo della propria memoria che rischia altrimenti di sbiadire.

Come scriveva lui stesso, imparare a vedere è un esercizio etico prima che estetico. Da questa città di soglie e di sguardi, forse, possiamo ancora imparare a vedere meglio.

 

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