La denazionalizzazione fascista della comunità slovena a Gorizia

Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Prosegue oggi la serie con il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale — non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.

Un capitolo riconosciuto tardi

Se il nodo delle foibe e dell'esodo è quello più esposto nel dibattito pubblico italiano, questo è per molti versi il suo speculare: un capitolo che la storiografia italiana ufficiale ha affrontato con anni di ritardo rispetto a quella slovena, e in modo parziale. Non a caso, gran parte della ricerca fondativa su questo tema porta la firma di storici sloveni — su tutti Milica Kacin Wohinz, il cui lavoro insieme a Jože Pirjevec resta il riferimento principale sulla storia della minoranza slovena in Italia tra il 1866 e il 1998.

Anche lui era un eroe. La storia dimenticata di Giuseppe Tuntar




Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso, a Pavana, a 86 anni. Nei giorni successivi ho riascoltato La locomotiva, come credo abbiano fatto in molti. La canzone nasce da un fatto realmente accaduto: il 20 luglio 1893 un fuochista della Rete Adriatica, Pietro Rigosi, si impossessò di una locomotiva e la lanciò verso Bologna. Guccini trasformò quella corsa, quasi ottant'anni dopo, in una delle canzoni più potenti di Radici, l'album pubblicato nel 1972. È la storia di un uomo qualunque che, per una notte, decide di non esserlo più e diventa protagonista della propria storia.

In quegli stessi giorni stavo terminando la revisione del mio libro su Antonio Bonne. Prima di mandarlo in tipografia mi era stato suggerito di aggiungere una sezione che mi è subito piaciuta: Dramatis personae, un elenco dei personaggi che attraversano il libro, accompagnati da poche righe per ricordare chi erano e dalle rispettive date di nascita e di morte. Ho quindi cominciato a controllare nomi e date e, tra quei nomi, c'era Giuseppe Tuntar.

Ho perso 16 chili. E il mio armadio ha aiutato i gatti

Sedici chili in meno e un armadio pieno di vestiti diventati troppo grandi. Invece di venderli tutti su Vinted, ho scelto di portarli a Zampette Cormonesi: così una giacca, un vestito o una camicetta possono avere una seconda vita e, nello stesso tempo, aiutare i gatti.

Mia figlia sostiene che io sia affetta da acquisto compulsivo.

Naturalmente non è vero. Assolutamente. Diciamo piuttosto che nel corso degli anni ho sviluppato un certo interesse per i vestiti. E, come tutte le passioni coltivate con costanza, anche questa ha lasciato qualche traccia. Soprattutto nell’armadio.

Foibe ed esodo: la lettura contesa nella storia di Gorizia

Una dolina carsica, la formazione naturale da cui prendono il nome le foibe

 Il 18 luglio ho pubblicato la mappa dei sei nodi critici della storia goriziana che questa serie intende affrontare, uno per uno, con gli strumenti della storiografia invece che della memoria pubblica contesa. Si comincia, come promesso, dal primo dei sei.

 Tra tutti i nodi della storia goriziana e giuliana, quello delle foibe e dell'esodo resta il più esposto: non c'è quasi mai spazio, nel dibattito pubblico, per una via di mezzo, e chi prova a percorrerla rischia di essere letto come reticente da entrambe le parti.

Beatrice di Gorizia: la contessa che resse la contea


Il 23 aprile 1323 il conte Enrico II di Gorizia muore improvvisamente a Treviso. Alle sue spalle lascia un dominio che va dal Brenta all'Isonzo, dalla val Pusteria al Quarnero — il punto più alto mai raggiunto dai conti di Gorizia — e una vedova poco più che ventenne, Beatrice di Baviera, con un figlio di pochi mesi, Giovanni Enrico.

Beatrice è nata nel 1302, figlia di Stefano I, duca della Bassa Baviera, e di Giuditta di Świdnica. Appartiene ai Wittelsbach, una delle case più potenti dell'Impero. Ha sposato Enrico II da poco, forse l'anno prima della sua morte: il tempo di dargli un erede e di restare vedova.

Non è la prima moglie di Enrico. Nel 1297 il conte aveva sposato un'altra Beatrice, della famiglia da Camino, signori di Treviso: un matrimonio che gli aveva aperto la strada verso il Veneto e messo in allarme il patriarcato di Aquileia. Quella Beatrice esce presto dalle carte. È la seconda, la bavarese, a restare sulla scena per un quindicennio, e a governare. 

Il filo invisibile di Guido Fink, goriziano dimenticato del cinema italiano

Guido Fink, tra i più raffinati critici cinematografici del Novecento
Ieri si è chiusa a Gorizia la 45ª edizione del Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura "Sergio Amidei", sette giorni dedicati a quella dimensione del cinema che precede ogni immagine: la scrittura. È un tema che, quest'anno, ha portato un nome scelto con cura — "il filo invisibile delle idee" — e che sembra chiamare in causa, quasi per destino, un altro figlio di questa città che di quel filo ha fatto il mestiere di una vita: Guido Fink.

Antonio Bonne, finalmente al suo posto

Con il sindaco di Gorizia davanti al ritratto 

Dal 30 giugno il ritratto di Antonio Bonne è esposto nella Galleria dei sindaci di Gorizia. La storia del primo sindaco eletto dopo l’annessione all’Italia. 

Ieri avevo appuntamento con il sindaco.

Entrando nella sala principale del Palazzo municipale, mi sono trovata davanti il ritratto di Antonio Bonne. Era lì, nella Galleria dei sindaci di Gorizia, insieme agli altri uomini che hanno guidato la città. E in quel momento mi sono resa conto di una cosa: non avevo ancora scritto niente. Niente del fatto che, dal 30 giugno, il suo ritratto si trova finalmente lì, dove avrebbe dovuto essere da sempre.