Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Prosegue oggi la serie con il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale — non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.
Un capitolo riconosciuto tardi
Se il nodo delle foibe e dell'esodo è quello più esposto nel dibattito pubblico italiano, questo è per molti versi il suo speculare: un capitolo che la storiografia italiana ufficiale ha affrontato con anni di ritardo rispetto a quella slovena, e in modo parziale. Non a caso, gran parte della ricerca fondativa su questo tema porta la firma di storici sloveni — su tutti Milica Kacin Wohinz, il cui lavoro insieme a Jože Pirjevec resta il riferimento principale sulla storia della minoranza slovena in Italia tra il 1866 e il 1998.
Non un fenomeno che nasce nel 1922
Un punto che la ricerca slovena ha messo in evidenza con forza, e che la vulgata pubblica italiana tende a ignorare, è che la repressione dell'identità slovena nella Venezia Giulia non comincia con la marcia su Roma. Le prime chiusure di scuole e le prime espulsioni di intellettuali sloveni furono opera delle autorità militari italiane di occupazione già nell'immediato primo dopoguerra, prima ancora dell'avvento del fascismo. Per la storiografia slovena, insomma, non c'è soluzione di continuità tra lo Stato liberale e il regime successivo: il fascismo non inventa la snazionalizzazione, la sistematizza e la porta a compimento dentro un progetto più ampio.
Gli strumenti della politica di snazionalizzazione
Tra la fine degli anni '20 e gli anni '30 il regime mette in campo un ventaglio coordinato di misure:
- lo smantellamento della rete scolastica slovena e croata — le stime della storiografia slovena parlano di circa 488 scuole soppresse nell'arco di pochi anni, con l'obbligo dell'italiano come unica lingua d'insegnamento;
- l'italianizzazione forzata dei cognomi e dei toponimi, in un intento che la Commissione mista storico-culturale italo-slovena — il gruppo di lavoro paritetico attivo tra il 1993 e il 2001 — ha definito un tentativo di arrivare a una vera e propria bonifica etnica della regione;
- lo scioglimento delle associazioni culturali, economiche e cooperative slovene, comprese casse rurali e latterie che costituivano l'ossatura economica delle comunità rurali slovene del Goriziano e del Carso;
- politiche di semplificazione sociale forzata, volte a colpire in particolare gli strati colti e dirigenti della società slovena, per renderla più facilmente assimilabile a uno stereotipo di popolazione rurale e subalterna;
- la repressione del clero sloveno, con processi e restrizioni all'uso della lingua slovena nella predicazione e nella vita religiosa, un fronte su cui anche la Chiesa cattolica giuliana visse tensioni interne significative;
- e infine la promozione dell'emigrazione della popolazione slovena verso l'interno del paese o le colonie, con l'avvio di progetti di colonizzazione agricola con elementi italiani.
Fonti per ciascun punto: la stima delle scuole soppresse e l'italianizzazione dei toponimi sono documentate da Regione Storia FVG e dalla Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena (1993-2001), che descrive esplicitamente l'obiettivo di "bonifica etnica" della regione; lo scioglimento delle associazioni e le politiche di semplificazione sociale sono ricostruiti da Kacin Wohinz e Pirjevec in Storia degli sloveni in Italia e confermati dalla stessa Relazione; la repressione del clero sloveno è documentata dal saggio di Kacin Wohinz Il clero sloveno della Venezia Giulia (1927-1936) e dal lavoro di Miccoli sulla Chiesa di fronte alla snazionalizzazione; la promozione dell'emigrazione è anch'essa descritta nella Relazione della Commissione mista.
Un fallimento, non solo una violenza
Un dato che la storiografia più recente ha valorizzato, e che complica la lettura di questo capitolo, riguarda l'esito reale di queste politiche. Un censimento riservato del 1939, condotto secondo il criterio della lingua d'uso su tutta la Venezia Giulia, mostrò alle stesse autorità fasciste che la presenza della popolazione slovena e croata restava sostanzialmente solida rispetto al 1921 — circa 395.000 persone alloglotte su una popolazione complessiva di un milione. Nonostante il profluvio di norme persecutorie e la fuoriuscita di molti intellettuali e dirigenti, la snazionalizzazione non riuscì a intaccare in modo significativo la consistenza numerica della minoranza. È per questo che parte della storiografia la definisce, nei risultati concreti, "brutale e fiacca": durissima negli strumenti, ma incapace di raggiungere l'obiettivo dichiarato.
Questo fallimento sostanziale aiuta a spiegare, retrospettivamente, un aspetto altrimenti sorprendente della storia successiva: la rapidità con cui la minoranza slovena in Italia, dopo la caduta del fascismo, poté ricostituire una propria rete di istituzioni culturali, scolastiche e associative nel dopoguerra, sia pure in un territorio ormai ridotto rispetto a quello prebellico. Una comunità linguistica e culturale che il regime non era riuscito a cancellare nella sostanza, per quanto duramente colpita nei suoi quadri dirigenti e nella sua vita pubblica, ritrovò relativamente presto — con il sostegno della nuova cornice costituzionale repubblicana, che riconosceva le minoranze linguistiche — gli strumenti per riorganizzarsi. Non fu un ritorno indolore né rapido, e restano tuttora aperte questioni di piena parità linguistica e istituzionale che vanno oltre l'ambito di questo capitolo; ma il punto di partenza, nel 1945, non era quello di una comunità annientata: era quello di una comunità duramente colpita ma tutt'altro che scomparsa.
La risposta clandestina: il TIGR
Le politiche di snazionalizzazione non produssero solo emigrazione e rassegnazione: generarono anche una risposta organizzata, che merita di essere ricostruita perché è parte integrante dello stesso nodo. Tra il 1924 e il 1927 nacque nella Venezia Giulia un'organizzazione clandestina nota con l'acronimo TIGR — Trst-Istra-Gorica-Reka, cioè Trieste-Istria-Gorizia-Fiume — che coordinava la resistenza slovena e croata contro la politica fascista, articolandosi sul territorio in nuclei locali (denominati "Organizacija" nel Goriziano) nati in buona parte dalle ceneri delle organizzazioni giovanili, culturali e sportive slovene sciolte dal regime proprio tra il 1926 e il 1927.
Il TIGR non si limitò alla propaganda clandestina — pubblicò a lungo giornali illegali come Borba ("Lotta") — ma condusse anche azioni dirette: sabotaggi, attentati, omicidi mirati contro i quadri del fascismo di confine, in particolare contro gli sloveni che avevano scelto la via opposta, quella dell'adesione al regime attraverso il piccolo partito filo-governativo Vladna Stranka, confluito nel 1925 nel Partito Nazionale Fascista. Il regime rispose con durezza: nel settembre 1930 il Tribunale speciale, trasferitosi appositamente a Trieste, condannò a morte quattro militanti del TIGR, fucilati a Basovizza nel giro di pochi giorni — un episodio che la memorialistica slovena colloca, non a caso, come proprio contraltare simbolico alle foibe, sullo stesso altopiano carsico dove si trova uno dei pozzi più noti legati alla violenza del 1945. La rete del TIGR, per quanto colpita duramente da questi processi, restò attiva fino all'inizio degli anni Quaranta, saldandosi poi con la Resistenza durante la guerra.
Includere il TIGR in questo capitolo non serve a bilanciare le violenze — sarebbe esattamente l'errore di simmetria facile di cui si dirà più avanti — ma a correggere un'immagine distorta: quella di una minoranza slovena puramente passiva di fronte alla snazionalizzazione. Una parte di quella comunità scelse la clandestinità organizzata e, in alcuni casi, la violenza politica; comprenderlo aiuta a spiegare, meglio di qualunque altra fonte, perché il regime percepisse la propria politica di snazionalizzazione come una battaglia aperta, e non come una semplice amministrazione del territorio.
Va aggiunta un'ultima notazione, utile a chi si avvicina per la prima volta a questa storia: la stessa sigla TIGR racconta, nella sua composizione, la geografia di un'appartenenza rivendicata più che di un confine riconosciuto. Le quattro lettere designano Trieste, Istria, Gorizia e Fiume — le stesse città che l'irredentismo italiano rivendicava come "italiane" nell'Ottocento, qui rivendicate in senso opposto come territorio da restituire al mondo slavo. È un rovesciamento speculare che si è già incontrato nel capitolo sull'uso strumentale dell'italianità di confine: due movimenti, entrambi nati come risposta a un'appartenenza imposta dall'esterno, che finiscono per rivendicare esattamente la stessa geografia con il segno opposto — a riprova che, su questa frontiera, la mappa e il racconto identitario che la giustifica sono sempre stati due cose diverse, negoziate e rinegoziate a ogni generazione.
Perché è un nodo ancora aperto
Tre elementi rendono questo capitolo tuttora delicato.
Il primo è l'asimmetria nella memoria pubblica: mentre le foibe e l'esodo hanno un giorno del ricordo istituzionale, una data e una liturgia pubblica consolidata, la snazionalizzazione della componente slovena non ha un equivalente nella memoria collettiva italiana diffusa, e resta patrimonio della ricerca specialistica più che del racconto pubblico.
Il secondo è il rischio della simmetria facile: mettere questo capitolo accanto a quello delle foibe non significa stabilire un'equivalenza matematica tra le due violenze, né usarlo come contrappeso per relativizzare l'una o l'altra — la Commissione mista italo-slovena stessa, nel suo lavoro pluriennale, ha cercato di restituire cronologia e responsabilità senza cadere né nella minimizzazione né nella bilancia dei torti.
Il terzo è la difficoltà delle fonti: buona parte della documentazione più fine — atti dei processi del Tribunale speciale, carteggi delle associazioni sciolte, memorie orali delle famiglie colpite — resta dispersa tra archivi italiani, sloveni e croati, spesso non digitalizzata, e richiede competenze linguistiche che pochi ricercatori possiedono su entrambi i versanti.
A questi tre elementi se ne può aggiungere un quarto, più sottile: la stessa parola "snazionalizzazione" fatica a entrare nel lessico pubblico italiano con la stessa naturalezza con cui vi sono entrate parole come "foiba" o "esodo". È un termine tecnico, quasi burocratico, che non evoca immagini concrete nello stesso modo in cui lo fanno una cavità carsica o una colonna di profughi in fuga: comunica un processo amministrativo — la privazione sistematica di una nazionalità riconosciuta — più che un evento drammatico circoscritto nel tempo. Questa differenza lessicale non è neutra: contribuisce essa stessa a spiegare perché un fenomeno durato quasi vent'anni e che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone resti, nella percezione pubblica italiana, meno vivido di eventi più brevi ma più narrativamente compatti.
Bibliografia
- Kacin Wohinz, M. – Pirjevec, J., Storia degli sloveni in Italia 1866-1998, Venezia, Marsilio, 1998.
- Apih, E., Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia 1918-1943, Bari, Laterza, 1966.
- Kacin Wohinz, M., I programmi fascisti di snazionalizzazione degli sloveni e croati nella Venezia Giulia, in «Storia contemporanea in Friuli», XVIII, 19, 1988.
- Stranj, P., La questione scolastica delle minoranze slave nella Venezia Giulia tra le due guerre, in «Storia contemporanea in Friuli», XVII, 18, 1987.
- Kacin Wohinz, M., Il clero sloveno della Venezia Giulia (1927-1936), in «Storia contemporanea in Friuli», 21-22, 1991.
- Miccoli, G., La Chiesa di fronte alla politica di snazionalizzazione, in «Bollettino dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia», 4, 2-3, 1976.
- Commissione mista storico-culturale italo-slovena, Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena. I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956, Koper-Capodistria, 25 luglio 2000 (consegnata ai due governi nel 2000, resa pubblica nell'aprile 2001).

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