Intervista al prof. Raoul Pupo — Confini, frontiere, storia e memoria

Ho incontrato il professor Raoul Pupo in occasione del convegno itinerante Storie di confine, che ha fatto tappa a Gorizia dedicando l’appuntamento al tema del confine politico. Nei prossimi mesi il percorso proseguirà a Pordenone, Udine e Trieste, affrontando rispettivamente il confine culturale, economico e umano.

Tra i relatori, l’intervento del professor Pupo è stato quello che più ha centrato il tema: non soltanto per la chiarezza espositiva, ma per la capacità di mostrare come il concetto di confine acquisti senso solo se messo in relazione con quello di frontiera, e come la storia e la memoria incidano concretamente nella vita delle comunità. Per questo ho cercato, insieme a lui, di ricondurre in forma di dialogo i nodi principali della sua riflessione. Il suo percorso di studioso — anche come membro della Commissione mista storico-culturale italo-slovena — costituisce infatti un osservatorio privilegiato per comprendere queste dinamiche. Era inoltre un incontro che desideravo da tempo: alcuni suoi lavori fanno parte della bibliografia consigliata nel mio volume Donne tra due mondi, proprio perché aiutano a leggere le esperienze individuali dentro la complessità delle terre di frontiera.

La cappella tra le montagne e la storia di Paola Gonzaga

Tra le montagne dell’Alta Pusteria esiste una piccola cappella dedicata a Santa Maria Maddalena che, a uno sguardo distratto, potrebbe sembrare solo una delle tante chiese votive alpine. Non domina il paesaggio, non possiede la monumentalità delle grandi architetture rinascimentali, non racconta vittorie militari né trionfi dinastici. Eppure quella cappella è legata a una figura che attraversa un momento cruciale della storia tra Italia e mondo germanico: Paola Gonzaga.

Un anno senza Sergio Tavano. Lo storico che insegnò a Gorizia a guardarsi allo specchio

C’è un modo particolare con cui alcune città ricordano i propri studiosi: citandoli. Gorizia, invece, Sergio Tavano lo ascoltava. Lo ascoltava nelle conferenze affollate, nei corridoi delle biblioteche, nelle presentazioni di libri dove la storia non era mai una sequenza di date ma una trama di vite. Un anno fa scompariva uno degli studiosi più autorevoli e insieme più riconoscibili del panorama culturale goriziano: medievista di fama internazionale, accademico rigoroso, ma soprattutto interprete della memoria profonda di un territorio di frontiera. Ridurre Tavano a “storico dell’arte medievale” sarebbe corretto e allo stesso tempo insufficiente. Il suo lavoro, infatti, non si limitava allo studio delle opere: era uno studio delle relazioni. Tra popoli, tra lingue, tra confessioni religiose, tra epoche diverse che a Gorizia non si sono mai succedute davvero — hanno sempre convissuto.

Valentin Stanič Il prete che insegnò a parlare al silenzio

All’inizio dell’Ottocento Gorizia è una piccola città di frontiera dell’Impero asburgico, incastonata tra colline e Isonzo. Le cronache la descrivono come un crocevia di civiltà: si parla italiano nei salotti borghesi, sloveno nei mercati, tedesco negli uffici amministrativi. È una città periferica rispetto a Vienna o Praga, ma sorprendentemente viva: elegante, multilingue, attraversata dalle idee dell’Illuminismo e del Romanticismo.

In questo scenario emerge la figura di Valentin Stanič (1774-1847), sacerdote di origine slovena destinato a lasciare tracce profonde ben oltre i confini cittadini. Il suo nome riecheggerà dalle vette alpine fino alle aule di una scuola molto speciale. Sacerdote, alpinista, educatore, tipografo, promotore della vaccinazione e difensore degli animali: una personalità impossibile da rinchiudere in una sola definizione. La sua è una storia di montagne scalate e silenzi spezzati, di fede e scienza, di cultura e compassione.

I cosacchi in Carnia. E fino a Gorizia

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo. Questa, invece, è accaduta davvero, nelle montagne della Carnia.
Tra il 1944 e il 1945, una parte del Friuli divenne teatro di uno degli episodi più singolari e meno conosciuti della Seconda guerra mondiale: l’arrivo dei cosacchi, trasferiti dall’esercito tedesco in seguito alla ritirata dal fronte orientale. Non si trattò soltanto di reparti armati. Con loro arrivarono famiglie, carri, cavalli, masserizie. Un popolo in movimento, che per alcuni mesi si insediò nei paesi e nelle vallate della Carnia, con l’illusione di una nuova terra in cui stabilirsi.

Questo tentativo di creare una sorta di Kosakenland nel Nord Italia ebbe conseguenze profonde sulle comunità locali. Case requisite, campi occupati, risorse sottratte, convivenze forzate. Per le popolazioni civili fu un’esperienza traumatica, fatta di paura, adattamento e silenzio. Una guerra vissuta non nei grandi fronti, ma nella quotidianità.

Gorizia, vista da chi è arrivato

Un paio di giorni fa ho incontrato alcuni discendenti della famiglia Bacichi / Bonazza. Non mi aspetto che tutti sappiano chi sia stata Luisa Bacichi, ma posso anticiparlo senza esitazioni: sarà la protagonista della mia prossima fatica narrativa. Un lavoro che sto costruendo con pazienza, cercando tracce della sua vita negli archivi di mezzo mondo. Oggi la tecnologia ci permette di farlo senza muoverci da casa, ed è una fortuna. Ma non basta.

All’epoca le famiglie erano numerose e gli alberi genealogici diventavano labirinti. Per questo l’aver ritrovato dei cugini è stato, per me, motivo di autentica gioia: mi hanno consegnato frammenti di vita che, considerando che Luisa ha vissuto a lungo a Buenos Aires, mi sarebbero stati difficilissimi da recuperare altrimenti. Sono arrivati con quei meravigliosi album di famiglia di una volta, in velluto, colmi di fotografie: Luisa, sua figlia Rufina, istanti privati che ora chiedono di essere rimessi in ordine, compresi, raccontati. Da qui nasce il tentativo – ambizioso, lo so – di ricostruire la storia di una donna straordinaria, che fu anche la compagna del primo presidente dell’Argentina eletto democraticamente.

L’ultima vendemmia di Damijan. Appunti da un incontro tra vento, vino e silenzio

Sono stata a trovarlo domenica scorsa. Avevo bisogno di staccare, di respirare un’aria diversa — e lì, su quel monte che sembra sfiorare il cielo, ci sono riuscita. Lui ed Elena, come sempre, mi hanno accolta con gentilezza. In quel luogo magico, dove il silenzio sa parlare, perfino la mia fastidiosa irritazione agli occhi (che il medico attribuisce allo stress) si è fatta più leggera. Come se anche il corpo, per un attimo, avesse trovato quiete.

L’ho conosciuto che non aveva nemmeno diciott’anni. Un ragazzino magro, curioso, con quella luce negli occhi che hanno solo quelli che sanno già cosa vogliono, anche se non lo dicono. Ci siamo conosciuti per lavoro, con una simpatia mai venuta meno. E in tutti questi anni l’ho visto crescere. No, Damijan Podversic non è un vignaiolo qualsiasi. È uno di quelli che ha scelto di fare il vino come si fa una poesia. Con ascolto. Con ostinazione. Con visione. Ha fatto del vino un linguaggio. Lo ha lasciato respirare, gli ha permesso di dire qualcosa che andasse oltre il bicchiere. Perché ci sono persone che coltivano la vite. E poi ci sono persone che coltivano un’idea.