Intervista al prof. Raoul Pupo — Confini, frontiere, storia e memoria

Ho incontrato il professor Raoul Pupo in occasione del convegno itinerante Storie di confine, che ha fatto tappa a Gorizia dedicando l’appuntamento al tema del confine politico. Nei prossimi mesi il percorso proseguirà a Pordenone, Udine e Trieste, affrontando rispettivamente il confine culturale, economico e umano.

Tra i relatori, l’intervento del professor Pupo è stato quello che più ha centrato il tema: non soltanto per la chiarezza espositiva, ma per la capacità di mostrare come il concetto di confine acquisti senso solo se messo in relazione con quello di frontiera, e come la storia e la memoria incidano concretamente nella vita delle comunità. Per questo ho cercato, insieme a lui, di ricondurre in forma di dialogo i nodi principali della sua riflessione. Il suo percorso di studioso — anche come membro della Commissione mista storico-culturale italo-slovena — costituisce infatti un osservatorio privilegiato per comprendere queste dinamiche. Era inoltre un incontro che desideravo da tempo: alcuni suoi lavori fanno parte della bibliografia consigliata nel mio volume Donne tra due mondi, proprio perché aiutano a leggere le esperienze individuali dentro la complessità delle terre di frontiera.

Professore, partiamo dal luogo in cui ci troviamo: Gorizia. È più corretto definirla un confine o una frontiera? Direi una frontiera. Il confine è una linea: stabilisce dove finisce una sovranità e ne inizia un’altra. È una costruzione giuridica e politica, tipica dello Stato moderno. La frontiera invece è uno spazio, una zona di contatto. Qui convivono da secoli il mondo latino, quello slavo e quello germanico; lungo l’Adriatico orientale si aggiungono il mondo ungherese e quello marittimo. Per gran parte della storia questa pluralità non ha creato particolari problemi: era la normalità di società abituate all’incontro.

E allora perché nel Novecento questa area diventa una delle più violente d’Europa? Perché la frontiera viene forzata dentro la logica del confine. Dalla metà dell’Ottocento si affermano le grandi “religioni civili” — nazionalismi e poi ideologie totalitarie — che chiedono una corrispondenza perfetta tra popolo, identità e territorio. Ma la frontiera è, per definizione, mista. Quando si pretende l’omogeneità dove esiste la mescolanza, nascono fratture. Da qui l’urto dei nazionalismi, le guerre mondiali, le persecuzioni, gli esodi. L’Adriatico orientale diventa così un laboratorio della contemporaneità: un luogo dove si concentrano in forma estrema i conflitti del Novecento.

È una storia difficile da raccontare? Molto. Perché non può essere spiegata usando una sola storia nazionale. In una frontiera ogni evento è il risultato di più logiche contemporaneamente. Se si guarda solo da una parte, non si capisce. Bisogna accettare la pluralità dei punti di vista: è un esercizio complesso ma indispensabile.

Dopo la fase dei conflitti cosa cambia? Avviene prima la pacificazione, a partire dagli anni Sessanta. La pace non nasce da un’improvvisa bontà degli uomini, ma da condizioni concrete: interessi comuni, cooperazione economica, equilibri internazionali. Il confine rimane, ma diventa attraversabile; si sviluppano pratiche di collaborazione quotidiana. Tuttavia la pacificazione significa solo che non ci si combatte più: non implica ancora comprensione reciproca.

Il passo successivo è la riconciliazione? Sì, ma richiede un’altra condizione: la fine della paura. Finché l’altro è percepito come minaccia, nessun dialogo sul passato è possibile. A partire dagli anni Novanta, con il crollo del comunismo e della Jugoslavia, questa paura scompare e diventa possibile aprire il confronto. Si comincia dagli storici: lavorano insieme sui nodi più difficili e abbassano la temperatura del conflitto. È una riconciliazione inizialmente fredda, ma necessaria.

Qui emerge la differenza tra storia e memoria. Qual è? La storia è ricerca critica: confronta fonti, analizza contesti, spiega la complessità. In un certo senso raffredda il conflitto. La memoria invece è il vissuto collettivo: selettiva, emotiva, identitaria. Non attenua il trauma, spesso lo intensifica. Ogni comunità tende a costruire una memoria unilaterale, e quando memorie diverse si incontrano nascono tensioni.

Come si supera questa tensione? Non eliminando le memorie, ma riconoscendole reciprocamente. A un certo punto il confronto non resta più solo tra studiosi: diventa pubblico e politico. Gli incontri simbolici tra capi di Stato servono proprio a questo, a legittimare anche il dolore dell’altro. Solo allora la riconciliazione diventa effettiva.

Quindi la pace è una scelta politica? Sempre. La politica può investire sul conflitto — spesso con ritorni di consenso — oppure sulla convivenza. La storia di queste terre mostra entrambe le possibilità: irrigidimento identitario oppure apertura. Nulla è automatico.

La storia offre indicazioni sul presente? Non dice cosa accadrà, ma mostra che nulla è inevitabile. Il passato è fatto di bivi. Anche oggi siamo dentro una fase di transizione: possiamo avanzare oppure tornare indietro. La pace non è un punto d’arrivo, è un processo che va continuamente alimentato.

Lei ha concluso il suo intervento con un invito alla partecipazione. Che rapporto c’è tra cittadinanza e pace? Si tende a pensare che la storia sia qualcosa che succede sopra le nostre teste. In realtà succede anche perché noi facciamo — o non facciamo — delle scelte. La pace non si mantiene da sola: se i cittadini si tirano indietro, qualcun altro deciderà al loro posto, e non sempre nella direzione della convivenza. Non esiste la garanzia che le cose vadano bene: esiste solo il lavoro quotidiano. Partecipare, informarsi, votare, discutere civilmente — sono gesti piccoli, ma sono quelli che tengono in piedi le democrazie. Lo storico non può promettere il futuro; può solo dire che quando le persone smettono di occuparsi della cosa pubblica, prima o poi qualcun altro riempie quel vuoto. E raramente lo fa in nome della pace.

In definitiva, cosa insegna una frontiera? Che le identità non sono linee ma relazioni. Il confine separa, la frontiera costringe a convivere. E la convivenza non nasce spontaneamente: è sempre una costruzione storica, fragile e reversibile, che dipende dalle scelte degli uomini.

Il dialogo con il professor Pupo mostra come il confine non sia mai soltanto una linea geografica, ma il risultato di processi storici, scelte politiche e memorie collettive spesso divergenti. Le frontiere, prima ancora di dividere, obbligano a confrontarsi: e la convivenza non nasce spontaneamente, ma attraverso passaggi graduali — pacificazione, confronto storiografico, riconoscimento reciproco — sempre esposti al rischio di regressione. In questo senso la storia non offre rassicurazioni sul futuro, ma indica una responsabilità: quella della partecipazione. La stabilità non è acquisita una volta per tutte e la pace non è uno stato naturale delle società, bensì un equilibrio mantenuto da comportamenti concreti e quotidiani. Comprendere il passato delle terre di frontiera significa quindi anche interrogarsi sul presente: non su ciò che inevitabilmente accadrà, ma su ciò che scegliamo di rendere possibile.

La puntata del podcast Voci dal confine è disponibile su youtube a questo indirizzo. https://youtu.be/wjC54evT_0Y

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