Gorizia, vista da chi è arrivato

Un paio di giorni fa ho incontrato alcuni discendenti della famiglia Bacichi / Bonazza. Non mi aspetto che tutti sappiano chi sia stata Luisa Bacichi, ma posso anticiparlo senza esitazioni: sarà la protagonista della mia prossima fatica narrativa. Un lavoro che sto costruendo con pazienza, cercando tracce della sua vita negli archivi di mezzo mondo. Oggi la tecnologia ci permette di farlo senza muoverci da casa, ed è una fortuna. Ma non basta.

All’epoca le famiglie erano numerose e gli alberi genealogici diventavano labirinti. Per questo l’aver ritrovato dei cugini è stato, per me, motivo di autentica gioia: mi hanno consegnato frammenti di vita che, considerando che Luisa ha vissuto a lungo a Buenos Aires, mi sarebbero stati difficilissimi da recuperare altrimenti. Sono arrivati con quei meravigliosi album di famiglia di una volta, in velluto, colmi di fotografie: Luisa, sua figlia Rufina, istanti privati che ora chiedono di essere rimessi in ordine, compresi, raccontati. Da qui nasce il tentativo – ambizioso, lo so – di ricostruire la storia di una donna straordinaria, che fu anche la compagna del primo presidente dell’Argentina eletto democraticamente.

Eppure, tra tutto questo, una cosa mi ha colpita più di altre. Uno di questi parenti, giornalista sportivo di grande livello, nato a Trieste, ha scelto di venire a vivere a Gorizia. Non per necessità. Per scelta. Una delle tante scelte silenziose che continuano a portare qui persone da fuori.

Ed è proprio a voi che mi rivolgo oggi. A chi non è nato a Gorizia, ma ha deciso di fermarsi. A chi l’ha scelta, magari senza proclami, magari con qualche dubbio iniziale. Vi va di raccontarmi, con onestà, cosa funziona e cosa no? Cosa vi ha convinti. E cosa invece vi lascia perplessi, vi manca, vi sembra ancora irrisolto. Non per fare classifiche o lamentele. Ma perché credo che chi sceglie una città abbia uno sguardo prezioso: meno indulgente, meno abituato, spesso più lucido.

Se vi va, scrivetelo qui sotto o mandatemi un messaggio personale. Ascoltare chi ha scelto Gorizia, e non l’ha semplicemente ereditata, può aiutarci a capire meglio non solo questa città, ma anche il modo in cui la stiamo raccontando.

Dall’annessione all’Italia in poi, Gorizia ha attraversato il Novecento come poche altre città: da luogo di confine dell’Impero a periferia dello Stato nazionale, da città multiculturale a spazio forzatamente uniformato, poi divisa, ferita, silenziata. Ha conosciuto l’italianizzazione, la guerra, l’esodo, il confine tracciato a pochi metri dalle case, la lunga stagione dell’attesa e quella della rimozione. Eppure non ha mai smesso di essere un luogo di passaggio, di stratificazione, di incontri imprevisti. Forse per questo oggi ha ancora senso chiedere la parola a chi è arrivato da fuori e ha scelto di viverci: perché Gorizia, più che essere spiegata, ha sempre avuto bisogno di essere attraversata e raccontata, anche da chi non le apparteneva per nascita, ma per scelta.

La foto è di Beny Kosic

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