Un anno senza Sergio Tavano. Lo storico che insegnò a Gorizia a guardarsi allo specchio

C’è un modo particolare con cui alcune città ricordano i propri studiosi: citandoli. Gorizia, invece, Sergio Tavano lo ascoltava. Lo ascoltava nelle conferenze affollate, nei corridoi delle biblioteche, nelle presentazioni di libri dove la storia non era mai una sequenza di date ma una trama di vite. Un anno fa scompariva uno degli studiosi più autorevoli e insieme più riconoscibili del panorama culturale goriziano: medievista di fama internazionale, accademico rigoroso, ma soprattutto interprete della memoria profonda di un territorio di frontiera. Ridurre Tavano a “storico dell’arte medievale” sarebbe corretto e allo stesso tempo insufficiente. Il suo lavoro, infatti, non si limitava allo studio delle opere: era uno studio delle relazioni. Tra popoli, tra lingue, tra confessioni religiose, tra epoche diverse che a Gorizia non si sono mai succedute davvero — hanno sempre convissuto.

Il Medioevo come presente Per Tavano il Medioevo non era un passato remoto: era la chiave per capire perché questa città esiste così com’è. Le sue ricerche su Aquileia, sul Patriarcato, sulle chiese del territorio isontino, sulla cultura figurativa tra mondo latino, slavo e germanico, mostravano una verità semplice ma spesso dimenticata: il confine qui non nasce nel Novecento. È molto più antico, ed è sempre stato permeabile. Nei suoi studi l’arte non era decorazione, ma documento civile. Un affresco diventava prova di convivenza linguistica. Un capitello raccontava una circolazione di maestranze. Una devozione popolare rivelava il dialogo tra culture. Era una storia senza retorica identitaria: non negava i conflitti, ma neppure li trasformava in destino.

Lo studioso pubblico Tavano apparteneva a una generazione di intellettuali per cui la ricerca non terminava nella pubblicazione scientifica. Doveva tornare alla città. Non c’era distinzione, per lui, tra l’aula universitaria e la sala civica. Il medesimo rigore con cui parlava a un convegno internazionale lo manteneva davanti a un pubblico di cittadini curiosi. E forse proprio qui sta la cifra del suo ruolo: ha contribuito a formare una coscienza storica locale senza mai indulgere nella divulgazione semplificata. Spiegava. Non semplificava. E la città, lentamente, imparava.

Una memoria non militante In un territorio dove la storia del Novecento è ancora terreno sensibile, Tavano ha rappresentato una posizione rara: la profondità temporale. Mostrare che Gorizia esiste prima delle appartenenze nazionali significava relativizzare — non cancellare — le fratture più recenti. La sua opera non era politica, ma aveva effetti civili: restituiva complessità. Era una memoria che non chiedeva di scegliere una parte, ma di comprendere il lungo processo che ha reso possibile l’esistenza stessa delle parti.

L’eredità A un anno dalla scomparsa, resta evidente quanto la sua figura sia stata più necessaria di quanto si percepisse mentre era presente. Non solo per la mole di studi, ma per un metodo: leggere il territorio prima delle ideologie. Oggi, in una città che prova a ridefinire il proprio ruolo europeo, la lezione di Tavano appare ancora più attuale. Capire il confine non come margine, ma come stratificazione. È forse questo il lascito più importante: aver insegnato che la storia locale non è mai piccola storia. È un punto di osservazione privilegiato sulla storia d’Europa. E che Gorizia — per comprenderla davvero — va guardata in profondità prima che in larghezza.

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