Un museo della moda a Villa Louise? Una proposta che viene dalla scuola

A volte, per guardare avanti, basta ascoltare chi lavora nel silenzio. Nel nuovo episodio del mio podcast *Voci dal Confine*, ho avuto il piacere di conversare con Elisabetta Loricchio, docente presso la sezione moda del Cossar Da Vinci di Gorizia. Una scuola viva, concreta, dove ogni giorno si costruisce futuro con pazienza e dedizione. Nella sezione moda si lavora con le mani e con la testa.

Gli studenti – e non solo le studentesse – imparano fin dalla prima superiore a ideare, progettare e realizzare capi di abbigliamento e accessori, partendo da uno schizzo e arrivando alla confezione finale.

Si usano macchine da cucire professionali, si studiano le tecniche sartoriali, il disegno, la progettazione e la storia delle arti applicate.

Ma non è solo una scuola tecnica: è un luogo dove si sperimenta. Si lavora con materiali riciclati, si costruiscono borse di stoffa, si incolla la sabbia sulla carta per creare texture sorprendenti.

Ogni anno, una sfilata interna mette in mostra questo lavoro corale: gli abiti realizzati dagli studenti sfilano sulle note scelte e montate dalla sezione cultura e spettacolo. È una festa, ma è anche un segno di competenza.

Da questa esperienza così ricca e concreta nasce, con la semplicità delle cose giuste, una proposta: perché non spostare il museo della moda, oggi sacrificato a Borgo Castello, nella vicina Villa Louise?

Una sede ampia, luminosa, a pochi passi dalla scuola. Un luogo che potrebbe diventare un vero centro culturale delle arti applicate, in dialogo con le scuole, con il territorio, con le nuove generazioni.

Villa Louise è attualmente in fase di restauro grazie a importanti fondi regionali. È di proprietà della Fondazione Coronini, e proprio nei giorni scorsi il direttore – in un’intervista apparsa sulla stampa locale – ha dichiarato che la struttura verrà “messa a reddito” una volta ultimati i lavori, attraverso affitti da incamerare.

Lo dico con rispetto, ma anche con chiarezza: se i fondi sono pubblici, è legittimo domandarsi a chi sarà destinato lo spazio una volta finiti i lavori. Non si tratta di contrapporre privato e pubblico, ma di ricordare che il bene comune non è un concetto astratto: è fatto di luoghi, scelte, priorità.

Una parte di quella villa potrebbe davvero accogliere il museo della moda.

Potrebbe diventare uno spazio di bellezza accessibile, capace di raccontare il lavoro degli studenti, il valore della scuola, la ricchezza dei saperi artigianali.

In questi anni di preparazione a GO!2025, si è parlato tanto di cultura.

Ma la cultura vera – quella che resta – è fatta anche di bottoni cuciti a mano, di gonne disegnate su carta velina, di laboratori rumorosi e sfilate inventate in classe.

Ascoltare queste realtà è già un modo per ripensare Gorizia.

Forse, anche per amarla di più.

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Nazario Sauro: quando la patria non è la stessa per tutti

Quando ho comprato casa in via Sauro, qualche anno fa, non sapevo bene chi fosse l’uomo che dava il nome alla mia nuova strada. Mi piaceva il palazzo anni ’30, i soffitti alti, il portone in legno massiccio. E mi piaceva il suono di quel nome, “Sauro”, breve e deciso. A Gorizia siamo abituati a vie che raccontano storie di confine e di irredentismo: Oberdan, Mameli, Battisti… nomi che evocano un’Italia da conquistare o da difendere, a seconda di chi li pronuncia. Ma di lui, di Nazario Sauro, non sapevo quasi nulla.

Oggi, sfogliando il giornale, leggo che domani a Trieste lo celebreranno come eroe nazionale. Allora mi fermo. Lo cerco, lo leggo, lo scopro. E capisco che la sua storia è un confine in sé: per alcuni un simbolo di coraggio e lealtà, per altri un nome da maledire.

Nazario Sauro era nato a Capodistria, quando apparteneva all’Impero austro-ungarico. Suddito fedele sulla carta, irredentista nell’animo. Allo scoppio della Prima guerra mondiale attraversò il mare e si arruolò nella Regia Marina italiana, combattendo contro lo stesso impero che gli aveva dato la cittadinanza e che governava la sua città natale. Per Vienna, un traditore da processare e impiccare. Per l’Italia, un martire da onorare e imitare.

E dietro questa scelta c’era anche una vita familiare. Sauro era sposato con Anna De Rin e aveva quattro figli: Nino, Italo, Libero e Anita. Quando partì per l’Italia nel 1915, sapeva che difficilmente li avrebbe rivisti. La moglie, rimasta a Capodistria, visse sotto la stretta sorveglianza delle autorità austriache, subendo pressioni e privazioni. A poche ore dall’esecuzione, scrisse al figlio maggiore Nino una lettera che è rimasta nella memoria collettiva: “Caro Nino, quando saprai che tuo padre è morto per la sua patria, tu devi esserne fiero.” Una frase che racchiude l’essenza del suo sacrificio e la consapevolezza del dolore che lasciava dietro di sé.

E qui si apre la domanda che mi ronza in testa: la patria è quella scritta sul passaporto o quella che batte nel cuore? Lo Stato pretende fedeltà alle proprie leggi, ma l’individuo può scegliere di essere fedele a un’idea di patria che esiste solo nella sua visione. Da un lato, il codice militare: tradimento. Dall’altro, la storia scritta dai vincitori: eroismo.

Sauro non è un caso isolato. In molte storie di confine, soprattutto qui, l’eroe di una parte è il traditore dell’altra. Basta cambiare prospettiva, spostarsi di pochi chilometri, per vedere la stessa vita raccontata al contrario. E la memoria pubblica, con le sue targhe, le sue cerimonie, i suoi monumenti, sceglie sempre una versione sola, quella che si vuole tramandare.

A Gorizia, dove ogni pietra conosce due versioni della stessa storia, questo non sorprende. Ma a volte mi chiedo quanto perdiamo quando riduciamo una vita a una parola incisa su una lastra di marmo: “eroe” o “traditore”. Forse la verità sta nel mezzo. Forse la patria è un luogo che, quando la scegli, ti chiede di rompere con un’altra patria. E forse la memoria, più che un ricordo, è una scelta di campo.

Forse la soluzione sta nel raccontare entrambe le versioni, senza paura che si contraddicano. Onorare il coraggio senza santificare, e trasformare ogni via, ogni monumento, in un punto di partenza per un dialogo, non in un altare muto. Perché solo così, forse, potremo imparare che la storia non ha una sola voce, e che anche i nomi incisi sul marmo hanno bisogno di essere ascoltati da più lati.

Ivan Crico – Le parole che dipingono il confine

Un’intervista per il podcast “Voci dal Confine”

Insegnante al Liceo Artistico “Max Fabiani” di Gorizia, poeta in bisiaco, pittore dell’anima. Ivan Crico è una delle voci più profonde e autentiche del nostro territorio. Lo abbiamo incontrato per il podcast Voci dal Confine in un momento particolare: è tra i protagonisti della programmazione artistica dell’associazione QuiAltrove, impegnata a rivitalizzare via Rastello nel cuore di Gorizia, nell’ambito di GO!2025. Ma Ivan non si limita a esporre: lui semina, riflette, denuncia, costruisce connessioni. Quella che segue è l’intervista integrale, in forma scritta. Un viaggio tra paesaggi interiori, lingua madre, visione e responsabilità artistica.

Marilisa: Ivan, grazie per aver accettato il nostro invito. Iniziamo dal tuo legame con il Friuli. Non è solo il luogo in cui vivi, ma è il tuo paesaggio interiore?

Ivan Crico: Sono nato in una casa a poche decine di metri dall’argine dell’Isonzo, a Pieris, una delle ultime case del paese, al confine con un mondo selvaggio che mi chiamava — e al quale rispondevo ogni giorno con lunghissime camminate, spingendomi quasi fino alle foci del fiume. Sentivo, fin da bambino, che solo lasciando da parte ogni sovrastruttura, dimenticandomi di me stesso per potermi fondere con quel paesaggio, sarei riuscito a emanciparmi dalle gabbie interpretative in cui, come accade a ogni bambino, ero stato rinchiuso fin dalla nascita. Questi paesaggi sono dunque soprattutto interiori. Ma il luogo in cui sono nato è anche un paesaggio esteriore ricchissimo e variegato: in pochi chilometri si incontrano il mare, il fiume, il Carso, la pianura, le foci del Timavo — un fiume oscuro, misterioso. Questo paesaggio è diventato per me una porta, una soglia da cui accedere alla complessità del mondo. Ecco perché non mi sono mai accontentato di ciò che ci viene spacciato come vero, di ciò che crediamo certo. Non bisogna mai fidarsi della strada più breve o più comoda.

Marilisa: Scrivi in bisiaco, una lingua minoritaria che pochi conoscono davvero. Perché hai scelto – o forse dovremmo dire: perché ti ha scelto – questa lingua?

Ivan Crico: Ho iniziato a nominare le cose del mondo esclusivamente nella lingua di mia madre: la parlata bisiaca. L’ho assorbita vivendo con lei, con i suoi parenti, nel paese in cui sono nato. Fin dai primi giorni di vita, quella era l’unica lingua che conoscevo. Le prime parole in italiano le ho pronunciate soltanto quando sono andato alle scuole elementari, e per questo ho sempre percepito l’italiano come la mia seconda lingua. Sono arrivato alla scrittura in bisiac dopo aver letto le poesie friulane di Pasolini. Fu per me una vera e propria folgorazione ritrovare, in versi di così alta poesia, gli stessi termini che usavamo in casa. Da lì è nata la scelta di scrivere impiegando il linguaggio che avevo ascoltato fin da bambino: la lingua di mia madre, che proviene da una famiglia molto antica di Pieris, la cui presenza è attestata sin dall’epoca medievale. Ho avuto il privilegio di sentirla parlare il bisiac in una forma ancora molto ricca, solo in parte segnata dall’influenza dell’italiano e del triestino.

Marilisa: Cosa cambia, secondo te, nel dire le cose in bisiaco? Cosa può fare la poesia in una lingua fragile?

Ivan Crico: Nel mio caso, questo idioma così particolare mi aiuta profondamente: le sue parole, forgiate dal paesaggio e dal lavoro delle genti, sono per me una manifestazione sorgiva dell’essenza più autentica di questi luoghi. Proprio grazie alla sua ricchezza e varietà, mi permette di esprimere con maggiore precisione ciò che sento e penso, mentre mi muovo all’interno di questo mio mondo. Ogni lingua, del resto, possiede una sua nobiltà. E ogni poeta ha il compito di filtrarne, nel modo più intenso ed esatto possibile, la sua essenza.

Marilisa: Accanto alla parola, c’è la pittura. I tuoi quadri sono come poesie visive. Cosa ti spinge a unire questi due linguaggi?

Ivan Crico: Nel momento in cui sento il bisogno di comunicare qualcosa — di portare alla luce e dare forma a sensazioni, visioni o pensieri — non mi pongo alcun problema nel scegliere, di volta in volta, gli strumenti che mi sembrano più adatti per portare a termine questa urgenza espressiva. A volte sono le parole a imporsi, attraverso la poesia, la prosa o la riflessione critica. Altre volte, invece, è il silenzio del gesto a dominare: i colori che si dispongono sulla carta o sulla tela. Ma ho lavorato anche con altri linguaggi espressivi, più vari: dalla fotografia alla performance. Non voglio pormi limiti nel momento in cui sento la necessità di condividere qualcosa e strutturarla all’interno di una forma compiuta.

Marilisa: In via Rastello, a Gorizia, è stata aperta da poco una sala mostre dove stai esponendo in questo momento dei tuoi lavori. Che tipo di spazio è? E perché è stata scelta proprio quella via, così simbolica per la città?

Ivan Crico: Sono felice di poter contribuire, assieme all’artista Manuela Sedmach, allo sviluppo dell’associazione culturale QuiAltrove, vincitrice di un bando molto interessante volto alla rivitalizzazione di una storica via di Gorizia. Le attività che si stanno svolgendo in questo momento, all’interno della ricca proposta di GO!2025 – Gorizia/Nova Gorica, Capitale Europea della Cultura, hanno infatti bisogno di non restare semplici eventi estemporanei, ma di diventare semi: semi da piantare nel cuore della città, con uno sguardo rivolto al futuro. Per questo motivo anche la nostra mostra non è pensata solo come un’occasione per esporre dei lavori, ma come un progetto espositivo articolato, che comprende presentazioni di libri, performance musicali, letture poetiche. Tutto è nato dall’idea di un’arte che sia strumento di condivisione e di dialogo tra le persone.

Marilisa: Sei molto presente anche sui social, e non solo per parlare d’arte. Denunci con forza certe derive, certe ipocrisie del nostro tempo. È una forma di militanza artistica?

Ivan Crico: Ogni artista deve attraversare un lungo e silenzioso apprendistato interiore per affinare la propria attenzione, imparando a scorgere, anche negli aspetti più umili della realtà, paesaggi meravigliosi. Come si può, allora, non contrastare chi agisce in direzione opposta, perseguendo scopi meramente venali? Chi sceglie consapevolmente la semplificazione al posto della complessità, il bianco e nero al posto delle sfumature, creando confini tra gli esseri umani, dividendo le persone tra amici e nemici? È per questo che l’arte non può essere disgiunta da un impegno civile. Non avrebbe senso battersi per liberarsi da visioni preconcette e poi lasciarsi soggiogare da chi trae forza proprio da quelle stesse visioni.

Marilisa: L’arte, la lingua, l’impegno: tutto sembra intrecciarsi nel tuo lavoro. Cosa ti auguri che resti, un giorno, delle tue parole e dei tuoi colori?

Ivan Crico: Ho sempre inteso l’arte — fino a quando mi sono imbattuto nelle opere dei grandi maestri, da Leonardo a Bach — come un invito ad oltrepassare se stessi. Questo è ciò che spero possa trasparire dalle tracce di me stesso che sono le mie opere, se mai sopravviveranno nel tempo e raggiungeranno qualcun altro, in questo o in altri tempi, disposto, come me, a mettersi in gioco per vedere cosa può accadere nel momento in cui ci si avventura lungo le strade - prive sempre di ogni protezione - della ricerca.

Bruna Muzzolini Tomasini – La donna che ha creduto nella carta e nella memoria

Ci sono persone che passano nella vita di una città come venti forti e silenziosi: lasciano un segno, ma non fanno rumore. Bruna Muzzolini Tomasini è stata una di queste.

Il 27 luglio 1985, mentre Gorizia viveva il suo consueto torpore estivo, Bruna firmava l’atto costitutivo di una cooperativa che avrebbe dato origine a qualcosa di straordinario: il Centro Studi e Restauro Carta di Gorizia. Un laboratorio unico, che da allora si prende cura della memoria scritta, dei fogli dimenticati, dei documenti ammalati, dei libri segnati dal tempo e dalla Storia.

Bruna non era soltanto una restauratrice. Era una visionaria concreta. Aveva vissuto in prima persona l’alluvione di Firenze del 1966, lavorando tra i “ragazzi del fango” per salvare libri e codici ricoperti di melma. Aveva visto la carta morire. E rinascere. E aveva portato a Gorizia quell’energia fatta di pazienza, di mani in ascolto, di cura lenta. Ma non cercava seguaci. Cercava complici. Complici della memoria. Fu così che, durante un’assemblea scolastica al Max Fabiani, lanciò il suo appello a un gruppo di studenti. Non offriva un lavoro. Offriva una responsabilità. Un gesto. Un’eredità.

Tra quei ragazzi c’era Adriano Macchitella, oggi uno dei restauratori più esperti del Centro, che ha voluto raccontare questa storia in un’intervista che ho raccolto per il mio podcast Voci dal Confine. Non una celebrazione, ma un racconto vero. Di carta, di fango, di biscotti duri e colla d’amido. Di silenzi che insegnano più di mille parole. Ascoltando Adriano, si capisce che Bruna non ha fondato solo un centro di restauro. Ha fondato un modo di stare al mondo: delicato, tenace, resistente. Ha trasformato un’idea “impossibile” in un presidio di bellezza e rigore. Ha trasmesso una filosofia in cui ogni foglio salvato è anche un atto di amore civile.

A distanza di quarant’anni, il Centro Studi e Restauro Carta di Gorizia continua il suo lavoro in silenzio, ma con lo stesso sguardo lucido e rispettoso. E io sono grata di poter raccontare questa storia. Perché è una storia che ci riguarda tutti. Perché in fondo, anche noi, siamo fatti di carta, di segni, di strappi da ricucire.

Ascolta la puntata speciale di Voci dal Confine su youtube dedicata a Bruna e alla nascita del Centro. E se un giorno vi capita di passare davanti al laboratorio… in via Rabatta, fermatevi un attimo. Anche la carta, qui a Gorizia, ha un respiro. E qualcuno, grazie a Bruna, ha imparato ad ascoltarlo.

Osimo. La ferita, la strada e il confine che non c’è più

Per chi vive a Gorizia, certi nomi non suonano come altrove. Osimo, ad esempio. In molti la ricordano come una parola amara, il simbolo di una resa firmata lontano, quasi di nascosto. Per Trieste, fu la fine di un sogno nazionale. Per Gorizia, la cicatrice aperta nel fianco del Sabotino. Ma anche – col tempo – un varco.

Gli Accordi di Osimo vennero firmati il 10 novembre 1975, in una villa privata delle Marche. Niente Palazzi romani, niente comunicazioni ufficiali. Nessuna preparazione dell’opinione pubblica. Solo una firma, all’apparenza tecnica, che in realtà cambiava molte cose. Si trattava di due documenti: un Trattato che definiva definitivamente i confini tra Italia e Jugoslavia, e un Accordo per la cooperazione economica. Ma dietro la forma si nascondeva la sostanza: l’Italia rinunciava ufficialmente alla Zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste. Una parte d’Istria che, fino ad allora, era amministrata dalla Jugoslavia ma senza un riconoscimento formale di sovranità.

Il Memorandum di Londra del 1954, infatti, aveva congelato la questione, lasciando aperta una speranza: che quell’amministrazione fosse solo temporanea. Gli esuli istriani ci avevano creduto. Anche lo Stato italiano, almeno in apparenza. Ma Osimo cambiò tutto. In silenzio, si chiudeva una pagina di storia. «Una dolorosa rinuncia», la chiamò Aldo Moro. Per altri, una vergogna, un tradimento.

Come racconta lo storico Roberto Spazzali, fu la realpolitik a prevalere: in piena Guerra Fredda, con gli USA ancora scossi dal Vietnam e dal Watergate, Tito – leader comunista ma non allineato al Patto di Varsavia – doveva essere “accompagnato” verso l’Occidente. Roma, in cambio della stabilità, cedette. Senza chiedere molto, forse nulla. Né risarcimenti adeguati agli esuli, né garanzie sulle infrastrutture che avrebbero potuto aiutare Trieste a superare la crisi industriale. Anzi, Capodistria divenne la nuova stella portuale. E le tutele alle minoranze, previste dal Memorandum, vennero spazzate via.

Ma a Gorizia, accanto alla ferita, ci fu anche un cambiamento fisico. Una strada. L’articolo 9 degli Accordi prevedeva espressamente la costruzione di un collegamento diretto tra il Collio sloveno e la valle dell’Isonzo, allora divisi da confini rigidi e orari doganali che spezzavano la vita quotidiana. Fino a quel momento, per raggiungere Nova Gorica bisognava allungare il percorso fino a Plava. Il nuovo tracciato, elaborato da una commissione mista italo-jugoslava e finanziato da entrambi i Paesi, venne costruito proprio lungo il versante del Sabotino. Nel 1978, l’Italia stanziò oltre un miliardo e mezzo di lire per il suo tratto. Una strada che divenne presto qualcosa di più: un simbolo di continuità, uno squarcio nel confine, una finestra da cui guardare l’altro.

Certo, ci vollero anni perché le due città – Nova Gorica e Gorizia – si riconoscessero parte di uno stesso destino. Eppure quella strada, nata da un accordo controverso, oggi è percorsa da chi lavora, da chi va in bici, da chi ha dimenticato, o forse elaborato, quella pagina di storia.

Oggi Nova Gorica e Gorizia sono Capitale Europea della Cultura 2025. E proprio lì, sulla linea che un tempo separava, si costruisce una nuova narrazione comune. Palcoscenici condivisi, eventi transfrontalieri, piazze ibride, installazioni che sfumano i bordi. Un’occasione per ripensare la storia e riconoscere che l’Europa vera nasce dove si imparano a vivere i margini. Dove ogni ferita può diventare soglia. E anche un trattato iniquo può, col tempo, diventare le fondamenta di un ponte.

Un approfondimento o, meglio ancora, un punto di vista è disponibile in questa pagina.

Italiani e sloveni a Gorizia: Una storia di convivenza e memoria

Gorizia non è una città qualsiasi. È una terra sospesa, un luogo dove culture diverse si sfiorano, si incontrano, a volte si scontrano. Italiani e sloveni convivono qui da generazioni, condividendo spazi, commerci, passioni e anche tensioni. È un rapporto dinamico e complesso, che racconta tanto di cooperazione e amicizia quanto di diffidenza e incomprensioni.

Raoul Pupo, storico e attento osservatore del confine orientale italiano, in un approfondimento pubblicato sul quotidiano "Il Piccolo" il 12 giugno 2025, evidenzia come le tracce del passato siano ancora vive e forti. A partire dagli anni ’60 dell’800, scrive Pupo, Trieste si era definita – per bocca della sua classe dirigente – prima città italiana e poi città italianissima e irredenta, proiettando tale immagine anche all’indietro nei secoli e finendo per diventare il simbolo stesso dell’identità nazionale ai tempi della Grande guerra, combattuta proprio per lei e per Trento. Ma il 1° maggio del 1945 questa narrazione si interrompe bruscamente, per lasciar spazio a un’altra storia: quella di Trieste come polmone della Slovenia, simbolo del riscatto degli slavi del sud oppressi dal fascismo, della rivincita dello Stato jugoslavo aggredito e sbranato da Mussolini e da Hitler, della conquista del cielo da parte di una classe operaia che alla patria del Risorgimento preferisce quella del socialismo. Un rovesciamento sconvolgente, aggravato dai modi in cui è avvenuto: attraverso un vero e proprio bagno di sangue.

Quella che si è abbattuta sul colle di San Giusto – continua Pupo – è l’onda di una rivoluzione, in cui antagonismi nazionali e sociali si fondono. E le rivoluzioni si fanno con il terrore. Le autorità comuniste jugoslave, in tutta la Venezia Giulia, usarono il pugno di ferro contro i loro avversari. L'occupazione jugoslava del 1945, gli esodi e le dolorose divisioni politiche hanno segnato indelebilmente le comunità locali, lasciando ferite che, in qualche misura, sono ancora aperte.

Kaja Širok, storica e museologa slovena, già direttrice del progetto GO!2025, aggiunge un tassello fondamentale a questa riflessione nel suo saggio "La fragilità della memoria", pubblicato sulla rivista "Qualestoria" nel giugno 2016. Širok ci spiega che la memoria collettiva non è un semplice ricordo: è una narrazione potente, costruita su storie familiari, emozioni profonde e percezioni soggettive. La storia della frontiera orientale italiana, e del suo versante sloveno occidentale, è una storia complessa e difficile da spiegare: lapidi e monumenti, vie e piazze, città multiculturali con rivalità interne e diverse interpretazioni del passato, manifestazioni territoriali e scelte identitarie, ricordi personali e memorie collettive. Quasi sempre le interpretazioni hanno radici familiari, cariche di emozioni trasmesse da nonni a nipoti: storie di sopravvivenza e protezione dei confini dello spazio e delle comunità. Il modo in cui le memorie sono collegate a eventi passati riflette l’appartenenza individuale che si costruisce nel modo in cui i gruppi diversi ricordano e mantengono le loro rappresentazioni del passato. Questa memoria, come una mappa mentale, influenza il presente e guida le aspettative per il futuro, mantenendo spesso vivi stereotipi e divisioni.

Tuttavia, qualcosa sta cambiando. Dal 2004, con l'abbattimento della frontiera fisica, italiani e sloveni si incontrano sempre di più. Associazioni culturali transfrontaliere e festival condivisi, come Gusti di Frontiera, mostrano il lato migliore di questa convivenza, evidenziando quanto la diversità possa essere una risorsa e una ricchezza.

E ora, con Gorizia e Nova Gorica, Capitali Europee della Cultura nel 2025, si apre una nuova grande occasione: quella di superare finalmente il confine più ostinato, quello che ciascuno di noi porta dentro sé stesso. Una sfida che, forse per la prima volta, potrà trasformare la convivenza tra italiani e sloveni da semplice vicinanza a un vero incontro.

A casa Ascoli una mostra imperdibile. Gorizia: cinque lingue, una città

A Gorizia, in via Ascoli 1, nella sede della Società Filologica Friulana, è visitabile una mostra piccola ma preziosa. Racconta una storia che pochi conoscono davvero: quella di una città dove, in una sola strada, si potevano sentire cinque lingue diverse – l’italiano, il tedesco, lo sloveno, il friulano e l’ebraico. Questa era, per secoli, la normalità a Gorizia. Una città di confine, sì, ma anche un crocevia culturale unico in Europa.

Il nome stesso della città, di origine slava, compare per la prima volta nel 1001, in un documento imperiale. Da allora Gorizia ha intrecciato popoli, idiomi, religioni. Non solo convivevano: si parlavano, si ascoltavano. La Chiesa locale predicava regolarmente in quattro lingue, e il Seminario Teologico Centrale – fondato nel 1818 – formava appositamente il clero per servire comunità multilingui. Anche la nobiltà si muoveva tra più mondi: famiglie italiane, tedesche, slovene che parlavano quattro o cinque lingue e ricevevano incarichi diplomatici per la loro capacità di “abitare” il confine.

E poi c’era la letteratura: in friulano, più di seicento opere dal Cinquecento a oggi. In sloveno, la voce potente di Alojz Gradnik, che tradusse Dante. In tedesco, gli scritti di Otto von Leitgeb, primo autore a raccontare il Friuli in quella lingua. Ma tutto questo subì una drammatica cesura nel Novecento. Il fascismo vietò l’uso pubblico delle lingue diverse dall’italiano. E nel 1947, il nuovo confine tagliò in due la città, dividendo famiglie, storie, memorie. Fu una ferita profonda.

Eppure Gorizia ha continuato, silenziosamente, a conservare il seme della sua pluralità. Come scriveva lo storico Sergio Tavano, il Goriziano è una “somma inestricabile di componenti”. Non è solo questione di lingue diverse che coesistono, ma di un’identità complessa, fluida, stratificata. Una città europea prima ancora che l’Europa esistesse, come ricordava Graziadio Isaia Ascoli. Non semplicemente “austriaci” o “italiani”: europei. Questa mostra, che consiglio davvero di visitare, non è solo un racconto del passato. È un invito a guardare Gorizia con occhi nuovi. A riscoprire la sua anima plurale in un momento storico in cui la convivenza sembra sempre più difficile. Perché, come ci insegna la storia di questa città, la diversità non è un ostacolo. È una ricchezza da custodire, da raccontare, da vivere.

P.S.: La mostra alla Filologica Friulana in via Ascoli 1 è aperta al pubblico e merita davvero una visita. Ci sono pannelli, documenti, libri e storie che raccontano un’altra Gorizia – più profonda, più vera. Io ci sono stata, e ne sono uscita con una domanda in testa: E se il futuro passasse proprio da qui, da una città che ha saputo far dialogare le differenze?