L'avventurosa storia di Pierina Emma Savorgnan di Brazzà Cergneu da Gorizia al lago Bajkal

E’ comune che, quando si è giovani, si abbiano molti sogni e aspirazioni per il futuro. In questa fase della vita, si ha la possibilità di esplorare il mondo, di sperimentare nuove cose e di scoprire quali sono le nostre passioni e i nostri interessi. Molti giovani sognano di avere successo nella propria carriera, di trovare un lavoro gratificante e di fare la differenza nel mondo. Altri possono sognare di viaggiare, di esplorare nuovi luoghi e culture, di conoscere nuove persone e di ampliare i propri orizzonti.

I miei sogni d’avventura erano quelli di fare un viaggio lungo la ferrovia Transiberiana. L’immaginavo un'esperienza emozionante e avventurosa, anche se ne sapevo molto poco di essa prima. Questa ferrovia, che attraversa tutta la Russia, è una delle più lunghe e iconiche del mondo, offrendo ai passeggeri una vista spettacolare sulla vasta campagna siberiana e sulle città lungo la strada. Sognare il viaggio sulla Transiberiana rappresentava, per me, la sintesi del desiderio: scoprire luoghi nuovi e sperimentare qualcosa di diverso. Mi rendo conto oggi che, come tutti i sogni, non è sempre necessario prenderli alla lettera. Perché dovrebbe essere utile considerare il significato simbolico del sogno e capire cosa rappresenta per noi personalmente. Ad esempio, il viaggio lungo la Transiberiana potrebbe rappresentare la nostra ricerca interiore, la scoperta di nuove sfide e di nuove possibilità nella vita, o anche la necessità di abbandonare la nostra zona di comfort per raggiungere i nostri obiettivi. Sta di fatto che quello lungo la Transiberiana è un sogno che non ho mai realizzato. E credo proprio che mai realizzerò. Ma al di là del sogno ed in un approccio quindi molto più pratico, storico e geografico, tanto per rimanere coerenti con le nostre origini, c’è un elemento oggettivo di cui sono venuta a conoscenza in tempi molto recenti ed è quello che il lavoro dei friulani nella costruzione della Transiberiana è stato un contributo importante alla realizzazione di quella che può essere considerata una delle più grandi opere di ingegneria del mondo. E si tratta proprio della costruzione della ferrovia Transiberiana, che collega Mosca a Vladivostok, i cui lavori sono iniziati nel 1891 e si sono conclusi nel 1916. Molti operai italiani, tra cui appunto molti friulani, erano stati reclutati per lavorare alla costruzione della ferrovia. In particolare, tenuto conto che gli operai friulani erano noti per la loro abilità nella costruzione di gallerie e ponti. La loro esperienza nella costruzione di opere simili nelle Alpi italiane si era dimostrata utile nella costruzione della Transiberiana, che attraversava diverse catene montuose. La costruzione della ferrovia Transiberiana fu un'impresa monumentale che richiese decenni di lavoro, impegno e sacrificio umano.

I lavoratori impiegati nella costruzione della Transiberiana provenivano principalmente dalla Russia, ma vi erano anche molti lavoratori stranieri, oltre agli italiani, anche cinesi, giapponesi e coreani. Questi lavoratori erano sottoposti a turni di lavoro massacranti, spesso di 12-16 ore al giorno, e venivano pagati in base alla quantità di lavoro che riuscivano a completare. Le condizioni di vita erano estremamente precarie, con poche attrezzature di sicurezza, scarsa igiene e condizioni di lavoro pericolose. Inoltre, i lavoratori dovevano affrontare il clima rigido e i disastri naturali come valanghe, terremoti e inondazioni, che causavano danni alle infrastrutture e mettevano a rischio la vita dei lavoratori. Non è un caso, quindi, se la costruzione della Transiberiana è stata definita "la più grande tragedia umana del XIX secolo" a causa della perdita di vite umane e delle condizioni inumane in cui i lavoratori erano costretti a lavorare. Nonostante le difficoltà, la costruzione della ferrovia fu completata nel 1916, trasformando la Russia e aprendo nuove possibilità di commercio e viaggi.

Ed è su questo tracciato di sassi, di sudore e di sangue che ho scoperto l’incredibile storia della contessa Pierina Emma Savorgnan di Brazzà Cergneu nata a Gorizia il 14 novembre 1846. Era la figlia del conte Ludovico Savorgnan di Brazzà e di Anna Madalen, triestina, di famiglia non nobile. La famiglia non era goriziana; il casato infatti è di Nimis. Ma, come tante famiglie nobiliari aveva casa anche a Gorizia. Infatti, nei registri di nascita disponibili presso la Curia arcivescovile di Gorizia, la famiglia risultava residente al civico 8 di Studeniz, ovvero nell’area dove ancora (seppur in condizioni fatiscenti) si trova palazzo Studeniz, più noto come villa Louise.

Una regista francese, friulana d’origine, Christiane Rorato, nel 2017 ricostruisce una delle pagine dimenticate del lavoro friulano nel mondo e non a caso intitola il suo film I dimenticati della Transiberiana . Affascinata già da tempo dalla terra dei suoi antenati e specializzata nel recuperare fra le pieghe della storia episodi e personaggi poco noti o del tutto sconosciuti ma che si rivelano importanti e di grande fascino, Christiane Rorato ha regala una rappresentazione commovente sull’epopea degli emigranti friulani che, tra la fine del 1800 e gli inizi del ‘900, tra mille difficoltà e disagi, contribuirono alla costruzione della mitica ferrovia siberiana. Lo svolgimento della storia si arricchisce di tante vicende e intrecci nei quali si affacciano personaggi, a loro volta dimenticati, silenti protagonisti di quel tempo. Christiane Rorato è affascinata da uno di questi, tanto da assumerne lei stessa l’interpretazione nel suo film: la contessa Pierina di Brazzà Savorgnan Cergneu, discendente di una nobile famiglia friulana. Vissuta tra l’Austria e il Friuli, a 50 anni decise di seguire il marito ingegnere, Valentino Floreanut (o Floriani) impegnato nei lavori della ferrovia a Missavaia, sulla riva meridionale del lago Bajkal, dove nel tempo si fece conoscere come “la madre degli italiani”, poiché aiutava gli operai a compilare i documenti e a spedire le loro lettere alle famiglie. Fu coinvolta e travolta come tanti altri nostri connazionali dallo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre e, quindi, di un avventuroso rientro. La sceneggiatura del film ne riprende i passaggi salienti di questa esperienza, un libretto curato da Livia Giordani e le notizie legate alle vicende familiari ci consentono di ricostruire un ritratto di questa donna intrepida e coraggiosa che, rientrata in Friuli visse novant’anni, attraversando tutta la metà dell’Ottocento sino al 1936. Ma partiamo dall’inizio.

La contessa Pierina Savorgnan di Brazzà – secondo quanto racconta Alberto Vidon - arrivò in Siberia seguendo il marito, Valentino Floriani (o Floreanutti) di Nimis, impegnato come concessionario nei lavori sulla tratta della ferrovia Circumbaikalica. A partire dal 1897 si stabiliscono a Irkutsk dove assunse un ruolo di rilievo nella vita sociale sia per la sua condizione nobiliare che per la sua preparazione culturale attestata dalla conoscenza di più lingue. Ottenne anche l’incarico di insegnante di latino e tedesco nel locale ginnasio, e svolse il ruolo di corrispondente dalla Siberia di alcuni giornali europei, tra i quali il Fremdenblatt di Berlino. Negli anni della Prima Guerra Mondiale venne preposta al servizio sulla censura per la regione della Siberia orientale. Il professore Salvatore Minocchi dell’università di Pisa, dopo aver visitato i cantieri sulla Transiberiana nel 1903, così la ricordò in un discorso tenuto al Collegio Romano alla presenza della regina d’Italia Margherita: “Italiana di natali e di cuore, ella fa le veci di un console. A lei, colta e pratica della società, ricorrono i nostri operai, che ella accompagna dal medico, dall’avvocato, negli uffici di polizia e assiste chi ha da aggiornare i passaporti: e, occorrendo, ottiene per loro biglietti ferroviari gratuiti… Per suo interessamento, il dott. Bergmann fornisce medicine gratuite ai bisognosi e fa un trattamento di favore a chi ricorre alla sua clinica.” L’eccezionalità della figura si rivelò fin dall’inizio della sua permanenza in Siberia, infatti quando giunse a Irkutsk nel 1897 vi trovò molti lavoratori italiani che sono senza lavoro per una temporanea mancanza di fondi da parte delle autorità preposte alla realizzazione della Transiberiana. Essi si ritrovano bloccati perché il loro passaporto era scaduto senza che il consolato italiano di Mosca avesse risposto alle loro richieste di rinnovo dei documenti; la contessa allora si prodigò in prima persona, fece convocare gli emigrati e compilare una lista con i loro dati personali. Spedì al console la documentazione, dichiarandosi pronta a rivolgersi alle autorità superiori in assenza di un’adeguata e pronta risposta. Non solo il suo intervento risolse la questione, (infatti grazie al suo intervento deciso giunsero le concessioni dei documenti rinnovati necessari per permettere alle maestranze di riprendere il lavoro) ma poiché il consolato era troppo lontano anche geograficamente dalle necessità degli italiani Pierina Savorgnan di Brazzà ottenne di essere nominata quale rappresentante per la città di Irkutsk. Così continua Minocchi nel suo discorso elogiativo: “Grandi e molteplici sono le sue benemerenze. I nostri emigrati di Irkutsk e delle rive del Bajkal benedicono il nome della solerte e generosa nobildonna che essi amano chiamare col nome di Madre degli Italiani”.

Gli avvenimenti della Rivoluzione Russa travolsero, comunque, Pierina Savorgnan di Brazzà come i molti suoi compatrioti: la sua abitazione a Irkutszk fu oggetto di saccheggi da parte dei rivoluzionari. Nell’assalto e nei mesi successivi perse tutto. Memorie e averi frutto di vent’anni di lavoro e sacrifici, tutto ciò oltre all’età ormai avanzata la spinse a desiderare di tornare in Italia. Relativamente a questi drammatici avvenimenti, il volumetto di Livia Giordani traccia, anche attraverso gli scritti della contessa pubblicati sulla rivista La Patria del Friuli. Nel maggio del 1921 intraprese un avventuroso viaggio di rientro in patria; dopo aver raggiunto Vladivostok, s’imbarcò, infatti, per l’Europa su una nave giapponese: la Texas Maru, che tra gli altri passeggeri, riportava verso casa numerosi trentini e giuliani ex combattenti dell’Imperial Regio esercito austriaco i quali, fatti prigionieri dai russi durante la Prima Guerra Mondiale sul fronte della Galizia, subìrono la prigionia ed il lavoro forzato in Siberia. Assieme alla contessa e ad altri italiani protagonisti dell’epopea della Transiberiana, scapparono tutti dallo sconvolgimento rivoluzionario. Ma la cattiva sorte si abbattè su alcuni che non ce la fecero a raggiungere Trieste, porto di destinazione, perché morirono durante il lungo viaggio per tubercolosi o altri malanni. La contessa invece riuscì a raggiungere Nimis lasciando un memoriale nel quale descrive gli orrori della guerra civile e le condizioni avventurose del suo viaggio di rientro.”

Al di là della situazione tragica personale di chi ha perso tutto, per Pierina di Brazzà il dolore più grande è stato quello di rimanere inascoltata alla richiesta di aiuto per i tanti italiani che erano rimasti in Siberia senza avere la possibilità di fare ritorno a casa. In un apposito capitolo Per i dispersi e i prigionieri in Russia, Livia Giordani fa sintesi di ciò che è stato fatto e di ciò che si sarebbe potuto fare, portando anche alla luce l’energica azione di sensibilizzazione che don Roberto Merluzzi di Risano, “vulcanico sacerdote che aveva vissuto la trincea con i suoi alpini” e che con Pierina di Brazzà mantenne una fitta corrispondenza. Ma non ci fu “nessun intervento che rompesse il silenzio da parte del consolato italiano di Mosca, dell’Ufficio prigionieri della Santa Sede, della Croce rossa e delle organizzazioni umanitarie che operavano faticosamente.

i I dimenticati della Transiberiana in lingua francese (originale) sottotitolato in friulano è disponibile a questo indirizzo: https://arlef.it/it/progetti/viac-in-friul/

ii A. VIDON, in Sogni e lavoro nelle storie dei Friulani, Sot la nape, p. 84-85 https://opac.rivistefriulane.it/ricerca/dettaglio/sogni-e-lavoro-nelle-storie-dei-friulani-la-ferrovia-transiberiana-in-un-libro-c/8674

iii L.GIORDANI Una contessa italiana dalla Transiberiana alla Rivoluzione. Pierina Savorgnandi Brazzà Cergneu, Gaspari editore, collana i Gelsi, 2021

Ricordando Gorizia: racconto dal futuro

C'era una volta una splendida città situata al confine tra Italia e Slovenia chiamata Gorizia. Che nei primi decenni del secolo scorso divenne famosa perché, assieme a quella che era la parte nuova della città, all’epoca appartenente ad un altro Stato, era stata dichiarata capitale europea della cultura. Questo luogo magico era circondato da una bellezza naturale mozzafiato, con colline verdi, vigne rigogliose e un fiume, incredibilmente azzurro, che scorreva dolcemente attraverso la città. Gorizia era anche una città ricca di storia e cultura. Le sue strade acciottolate erano costellate di antichi edifici, chiese imponenti e piazze affascinanti. I suoi abitanti erano fieri della loro eredità e lavoravano istancabilmente per preservarla.

Un giorno, un giovane di nome Gianluca decise di visitare Gorizia. Aveva sentito parlare della sua bellezza e della sua ricca storia e voleva vederla con i suoi occhi. Gianluca arrivò in città con una valigia piena di aspettative e una mente aperta pronta ad immergersi in questa nuova avventura.

Appena piantò i piedi sulle antiche pietre del centro storico, Gianluca si sentì come se fosse tornato indietro nel tempo. Le vie strette e sinuose erano affollate di negozi pittoreschi, caffè accoglienti, trattorie ed osterie che emanavano deliziosi profumi. Si addentrò nel dedalo di strade e scopri un'atmosfera incantevole, dove il passato e il presente si mescolavano armoniosamente.

Gianluca decise di visitare il Castello di Gorizia, (che finalmente era stato riaperto al pubblico) una fortezza imponente che si ergeva maestosa sulla cima di una collina. Salì lungo un sentiero tortuoso, ammirando il panorama che si svelava man mano che saliva. Quando raggiunse la cima, rimase senza fiato. Il castello si ergeva maestoso, con le sue torri di pietra che sembravano toccare il cielo. Gianluca esplorò le sue sale antiche e ammirò le opere d'arte e gli oggetti storici che raccontavano la storia della città.

Poi, Gianluca si diresse verso il parco al di là dell'Isonzo, un'oasi verde nell'immediata periferia della città. Camminò lungo i sentieri ombrosi, ascoltando il canto degli uccelli e osservando gli alberi secolari. Incontrò anche alcuni abitanti del luogo che facevano pic-nic, suonavano la chitarra o leggevano libri all'ombra degli alberi. Gianluca si sentì ispirato dalla tranquillità del parco e si sedette su una panchina per riflettere sulla sua visita. Mentre osservava le persone che passavano felici per le strade ed i bambini che giocavano nei parchi, Gianluca capì che Gorizia era molto più di una semplice città. Era un luogo che catturava il cuore di chiunque lo visitasse. Era un connubio di cultura, storia e natura, un'esperienza che avrebbe arricchito la vita di chiunque avesse avuto la fortuna di scoprirlo. Dopo alcuni giorni meravigliosi trascorsi a Gorizia, Gianluca si preparò a partire, ma portava con sé i ricordi preziosi di quei giorni trascorsi nella splendida città. Aveva conosciuto persone affascinanti, assaggiato piatti deliziosi e creato ricordi indelebili.

Mentre si allontanava da Gorizia, Gianluca si rese conto che il suo viaggio aveva avuto un impatto profondo su di lui. Aveva imparato a valutare la bellezza delle cose semplici, ad apprezzare la storia e la cultura di un luogo e ad essere aperto alle nuove esperienze. Tornato a casa, Gianluca raccontò ai suoi amici e alla sua famiglia delle meraviglie di Gorizia. Parlò dell'atmosfera affascinante del centro storico, dei panorami mozzafiato dal castello e dell'armonia che pervadeva i diversi parchi e giardini. Raccontò di come ogni angolo della città fosse ricco di storie e di come la gente fosse accogliente e orgogliosa delle sue radici.

Le sue parole suscitarono curiosità e interesse in amici e conoscenti, che iniziarono a loro volta a visitare Gorizia. Gianluca aveva acceso una scintilla in loro, aveva trasmesso l'amore e l'entusiasmo che aveva vissuto nella città. Con il passare del tempo, Gorizia divenne una destinazione sempre più popolare. Le sue strade si riempiono di turisti affamati di scoperta, desiderosi di immergersi nell'atmosfera unica della città. I residenti di Gorizia, con il loro spirito caloroso e ospitale, accolsero i visitatori a braccia aperte, condividendo la loro storia e la loro passione per il luogo in cui vivono. Gorizia continuò a prosperare, mantenendo intatta la sua autenticità e la sua bellezza. Le generazioni future cammineranno sulle stesse pietre che Gianluca aveva calpestato, ammirando gli stessi panorami e creando nuovi ricordi indimenticabili. E così, la storia di Gorizia, con la sua magia intramontabile, si perpetuò nel tempo. Una città che aveva il potere di trasformare gli animi, di aprirli a nuove esperienze e di far scoprire la bellezza nascosta nelle cose più semplici. Gorizia era destinata a restare nel cuore di coloro che l'avevano visitata, come un tesoro prezioso da custodire per sempre.

Composto da ChatGPT (con soltanto alcune piccole integrazioni da parte mia)

Mi sono divertita moltissimo in questa esercitazione con l'AI. Scoprendo un mondo nuovo che, se ben utilizzato, potrà certamente facilitarci la vita.

La bellissima foto del castello è di Arianna Simcic. Donna e artista creativa le cui foto ho utilizzato più volte per questo blog.

Gorizia: appena un passo più in là dalla torta di ciliegie rosso sangue

Al principio fu infatuazione, ricordo i pomeriggi trascorsi su Youtube a cercare, guardare filmati e video su Gorizia, poi la prima visita di persona: nonostante fosse un novembre grigio e piovoso fu amore a prima vista; quello che prova la puerpera appena prende fra le braccia il cucciolo di uomo, paonazzo e smagrito per la fatica del parto ma, ai suoi occhi, per un funzionale eccesso chimico e ormonale, subito radioso e bellissimo. Forse una madre vede al di la della forma qualcosa che ha a che fare con il disegno spirituale che in ogni vita si cela. Così, anche senza i suoi giardini fioriti, lo spirito di questa città mi è apparso in tutta la sua potenza. Poi è iniziata la ricerca, curiosa di ogni aspetto: dalla cucina, ai palazzi, dalle piazze ai giardini, a coloro che questa città abitano ed hanno abitato, sempre avvertendo una eco lontana che mi suggeriva qualcosa che qui era stato ed ora sussurrava lieve come un vento appena accennato.

Dove oggi i visitatori poggiano spensierati i piedi, sulla targa di piazza Transalpina, che ricorda l'antico confine, divertiti da questa particolarità tutta goriziana, un tempo vi erano reti e postazioni di controllo e questa linea rossa segnava l'intera città snodandosi fra le strade, interrotta qua e là dai valichi. Dai racconti di un’amica goriziana ho appreso delle code per mostrare i documenti e poter passare il confine, era questa un’ esperienza che avevo fatto anche io, le tre volte in cui da Berlino ero stata portata nella “Ost Zone”. Cosi veniva chiamata, con un certo fastidio, la parte della città in mano ai sovietici, il cosiddetto settore orientale. Ero stata in coda anch’io, bambina, e ricordo bene la strana sensazione di avere accanto militari in assetto di guerra, piuttosto burberi e le tante squadre armate che giravano per Alexanderplatz, due mondi: da un lato la scarna austerità di una città socialista, i muri di molti palazzi ancora feriti dai proiettili dell'ultima guerra, dall'altro, a poche strade di distanza, la Berlino sfarzosa dell'imponente KaDeVe, il grande magazzino del lusso, nato nel 1907 per portare in città l'alta moda parigina, vero e proprio tempio del consumismo più sfrenato. Un piccolo mondo racchiuso, come quelle sfere di vetro che contengono un paesaggio miniaturizzato, circondato dal mondo reale, una dimensione segnata da una relazione schizofrenica, sempre in balia degli umori politici e di quanto “fredda” si facesse l'atmosfera; non ne comprendevo il motivo allora, ma ricordo molto bene i timori degli amici berlinesi, rinchiusi nella loro “riserva” e circondati da pressioni ostili.

Degli anni di Gottinga ricordo una coppia di professori, amici di famiglia, non dimenticherò mai la torta di ciliege dal sapore aspro e dolce insieme e dall'intensa colorazione rossa che spuntava formando macchie irregolari dentro la frolla friabile, con cui ci deliziava Tinka, la padrona di casa. Avevano finalmente, dopo svariati anni, raggiunto il traguardo della cittadinanza nello stato che li aveva accolti in fuga dalla Jugoslavia. Non so da che regione venissero della federazione, allora si diceva Jugoslavia e questo bastava, si sussurrava della loro fuga riuscita e di come la vita fosse tornata serena dopo lunga sofferenza.

Ho più volte notato che, dietro a discreta e composta bellezza si celi spesso altrettanta discreta e composta sofferenza e che sovente persone di grande umanità si portino nel cuore pesanti fardelli. Certe volte questi riescono a trasmutare, dalla notte buia, dalla nigredo di tormentate esperienze esistenziali ad una luce iniziatica di trasformazione. Si compie il passaggio alchemico verso la sublimazione del dolore, altre volte questo non accade, talmente profondo ed insopportabile il dolore da gettare ai limiti di se, verso la perdita della propria identità fino anche alla follia.< p> A Gorizia e a Nova Gorica ho avvertito riecheggiare un dolore sordo, lontano ma pure presente come un'ombra di Hiroshima, impronta stampata sui muri: polverizzato il soggetto, resta una traccia indelebile di quel passato dai risvolti talmente foschi da aver lasciato l'ombra silente di sè. Per cercare di comprendere una realtà tanto complessa ho dovuto gettare lo sguardo oltre quel confine che oggi non esiste più, ma che di tutto questo territorio ha probabilmente contribuito a forgiare la tempra. Ho fin da subito avvertito che vi era transitato il pesante fardello dell' identità nazionale, intesa come chiusura e operata attraverso la lingua e la rivendicazione di riconquiste e glorificazioni nazionali che troppo spesso, purtroppo, sono scivolate nelle atrocità del nazionalismo. La memoria è uno strumento identitario potente e sano purché si faccia portavoce di una sincera volontà di integrazione: una identità virtuosa dovrebbe declinarsi nell'accoglienza, nell'ascolto a e nell'apertura e la memoria stessa dovrebbe essere al servizio della messa in discussione della storia, solo così credo possa avere una funzione di vigilanza virtuosa contro tutti i risvolti autoritari e nefasti che da essa potrebbero scaturire.

Là dove la memoria resti viva, aderente alla realtà, le radici ben ancorate nella vita stessa nelle sue necessità più basiche: dal cibo, che non è mero alimentarsi, al modo di stare al mondo, come saper gioire e come soffrire, affrontare difficoltà, dolori immensi e piccole gioie quotidiane, perché è nell'osservazione delle anse esistenziali, in cui tutti ci muoviamo indistintamente che diviene chiara l'appartenenza ad una sola grande comunità umana. Questa osservazione ci risparmierebbe tante atrocità, nella semplicità della presa d'atto della comune storia che tutti i destini muove.

Gorizia è una città affacciata al balcone di un altrove e per un decina di giorni ha assistito da quella posizione, agli avvenimenti che ne avrebbero decretato la storia recente. Fu proprio in Slovenia infatti che il 27 giugno 1991 si compì il primo atto ufficiale di guerra, su territorio europeo, dal 1945. Episodio che decretò l'inizio della Guerra dei Balcani, quella che in Slovenia fortunatamente si protrasse per soli 10 giorni, ma che nei successivi quattro anni, porterà morte e distruzione in quei territori sgretolatisi dopo la caduta della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il 25 giungo del 1991 la Slovenia dichiara la propria indipendenza dalla Federazione jugoslava e due giorni dopo apre il fuoco contro l'esercito della JNA (Jugoslovenska narodna armija), nei cieli sopra Lubiana, colpendo due elicotteri dell'Armata Popolare Jugoslava. Ancora una volta, come già per la prima guerra mondiale, il centro radiante, la miccia che infiammerà il conflitto, allora ad opera di uno studente irredentista serbo, in nome della liberazione della sua terra dal dominio asburgico, avverrà in questi territori cerniera fra oriente e occidente.

La Slovenia con la tempestiva uscita dalla federazione è riuscita a limitare i danni con un conflitto lampo, definito la guerra dei 10 giorni, lo stesso purtroppo non è accaduto nelle altre regioni. La crescente radicalizzazione dovuta all’ impoverimento culturale e la mancanza di prospettive, sopratutto per i giovani, attori cui è rivolta particolare attenzione, in vista di strategie che pongano al centro dei loro interessi proprio questa importante categoria sociale. Con lo scopo di operare misure in risposta al terrorismo, alla radicalizzazione e all'estremismo violento nei Balcani occidentali, l'Unione Europea, attraverso progetti di cooperazione che hanno preso il via con il processo di Berlino del 2014, ha intrapreso negli anni iniziative in tal senso, ne è un esempio la Western Balkan Counter Terrorism initiative (WBCTI) che cerca di massimizzare le politiche di cooperazione regionale. Una parte dei progetti identifica i giovani come attori principali e proprio su questo segmento di società concentra i suoi obbiettivi: il potenziamento della resilienza, strumento ritenuto fondamentale in risposta e per l'attuazione di strategie atte a contrastare la minaccia estremista e questo attraverso operazioni volte ad aumentare opportunità formative ed economiche in quei territori, nella prospettiva di una graduale integrazione europea della regione balcanica.

Il dibattito è molto controverso e complesso e sono sprovvista di competenze adeguate per affrontarlo, tuttavia osservo uno slancio virtuoso nella collaborazione transfrontaliera, nell'ottica della cooperazione improntata a processi di ampliamento e collaborazione che scaturiscono da esigenze analizzate e riconosciute sul territorio. Ne è un esempio la strategia macroregionale EU Strategy for the Adriatic and Ionian Region ( EUSAIR) il cui fine è quello di affrontare coordinando insieme le esigenze dei diversi territori all'interno dei paesi partecipanti, tra i quali Italia e Slovenia. Una collaborazione specifica, all'interno della macroregione adriatico ionica, il cui obbiettivo generale è quello di promuovere la prosperità economica e sociale, affrontando insieme alcune sfide comuni. Gli obbiettivi, tutti volti alla sostenibilità ambientale attraverso strategie innovative in diversi settori: dalla mobilità urbana ai processi di trasformazione virtuosi dei sistemi produttivi, come anche l'incentivazione di un turismo consapevole e la creazione di tecnologie innovative per il contrasto ai cambiamenti climatici, dovrebbero, almeno nelle intenzioni, favorire una crescita armoniosa di tutti gli attori partecipanti. Il progetto è ambizioso, incontra ancora notevoli ostacoli sopratutto per la difficoltà di coordinamento dei vari soggetti. Ma la visione sussiste e, auspicabimente, anche l'impegno per la creazione di una nuova coesione sociale e territoriale nel cui quadro poter valorizzare le strategie macroregionali, per favorire l'integrazione e l'allargamento ad un più ampio respiro, superando barriere e confini, chiusure e introversioni terreno fertile di nuovi conflitti. Giovanna Campagna

Gorizia ed il cuore pulsante

di Giovanna Campagna

Forza Gorizia, rinasci! Alzati dal torpore dall' aver pianto troppo a lungo per un destino che non si è compiuto e che gli eventi hanno cancellato, poichè sempre, accanto alla città reale, ve n'è una che esiste parallela, occupando lo spazio della percezione e delle idee, una città invisibile, alla maniera di Calvino, che pure può plasmarsi da questa idea, sogno, immagine e diventar concreta, reale vissuta. La visione si fa “carne” e nasce lo spazio che si vorrebbe abitare.

Sono tornata a Gorizia a Febbraio scorso e vi ho, come sempre, lasciato il cuore, che spero di venirmi a riprendere presto... Fortuna ha voluto che incappassi proprio nel periodo della “Rosa di Gorizia”. Per due mattine mi sono intruffolata al mercato coperto, piccolo gioiello nel cuore pulsante della città ed ho potuto apprezzare, rigogliosi dentro le loro ceste, i carnosi boccioli dalle intense sfumature bordeaux del radicchio dalla sembianza di rosa, dal sapore dolce e delicato, vera e propria sorpresa per il palato che a questa insalata associa un gusto deciso, amarognolo e piuttosto severo. Spigolando per i banchi curiosa, ho raccolto le chiacchiere assonnate dei primi scambi, fra i fornitori appena giunti dalle campagne ed i commercianti, indaffarati ad esporre la merce appena scaricata dai furgoni, ancora profumata di terra, risultato trionfante di quella lenta e giusta crescita, che distingue il prodotto del mercato da quello standardizzato della grande distribuzione.

Da bimba, quando ancora i supermercati erano pochi e luogo del pellegrinaggio per effettuare la grossa spesa di famiglia, che riempiva la dispensa di casa, il Mercato di San Lorenzo, a Firenze, rappresentava il luogo degli acquisti quotidiani. All'aperto, nello spazio antistante il mercato coperto, erano i banchi dei verdurai e fruttivendoli. Ricordo i venditori imbacuccati e un poco goffi, con i guanti dalle dita scoperte per poter toccare con mano i frutti della terra e, al contempo, difendersi dai rigori dell'inverno. Alcuni anni dopo, anche a loro fu destinato il secondo piano dell'edificio e la vita si fece più confortevole. Ma nei primi anni 70 all'interno, dentro la struttura del mercato centrale, si alternavano i banchi del pesce e delle carni, i prodotti caseari e tutte le “delicatessen” che ne rendevano la visita piu ghiotta. Intorno al mercato antiche botteghe convivevano fianco a fianco, il lattaio, il panettiere che alla mattina presto sfornava le prime fragranti schacciate all'olio, vanto e delizia al palato del fiorentino; ad una di queste, vera e proprio boutique del gusto, il ricordo torna gravido di nostalgia.

I Calderai di via dell'Ariento, indiscusso tempio del cibo esotico e ricercato, che fa viaggiare in terre e sapori lontani. Qui bimba, entravo in punta di piedi, sempre preda di una certa eccitazione, attraversando la soglia sormontata dalla divertente insegna raffigurante un cuoco panciuto (secondo la più classica iconografia), a cavalcioni di un maiale, per accedere ad un mondo dai profumi intensi, le variegate forme e i tanti colori. Calderai era il solo luogo in città dove era possibile trovare il “Leberwurst” (patè di fegato di maiale, molto in uso nella cucina tedesca, quando ancora lo si mangiava con leggerezza e gusto e veniva ricavato da animali che avevano vissuto dignitosamente, fuori delle “gabbie di produzione”) il pane di segale, il burro salato ed il tè sfuso, che le mani svelte dei pizzicagnoli, dai grembiali sempre impeccabili, estraevano dagli eleganti scrigni verdi, i vasi metallici il cui compito era quello di preservarne intatto l'aroma. Oggi il tè, quello nero alla menta o al gelsomino non suscitano alcuno stupore, ma nella mia infanzia a Firenze la tazza di tè rappresentava la bevanda degli stati influenzali o del disturbo di stomaco, si prende il tè “quando si sta male” o al più si scimmiottano i “forsetieri” che di questa bevanda fanno uso. Del Calderai ricordo i grandi vasi (allora ai miei occhi di bimba apparivano immensi) ricolmi di escargot, i salumi e i formaggi, le agognate cioccolate, le gelatine di frutta e i bon bon, oltre a prelibatezze varie, provenienti da paesi lontani e dai sapori inusitati. Dal Calderai si andava il giorno prima del dì di festa, uscendone con piccoli cartocci ben confezionati, che racchiudevano, al loro interno, una promessa di evasione dal vivere quotidiano, un viaggio dei sapori sulle note profumante e attraverso l”assaggio pieno di curiosità di una prelibatezza esotica. L'officina del gusto, come sapientemente la descrive Manuela Plastina, nel gustoso, si può ben dirlo, libro a lei dedicato, ne racconta il suo passaggio in città: dalla nascita, sullo slancio di Firenze capitale, della neonata Italia unita, fino al 1984, anno in cui i costumi dei consumatori si orienteranno, inesorabilmente, sempre più verso una dimensione degli approvvigionamenti alimentari e non solo, rapida, di certo più pratica, nella gestione di tempi e logistica ma anche inevitabimente omologante.

A questo tramonto non è stato risparmiato neanche il Mercato centrale, anch'egli frutto del risanamento operato in città nella seconda metà dell'Ottocento: per renderla conforme al suo ruolo di capitale. Nasce, insieme ai suoi due fratelli, per rispondere alla crescita della popolazione, nonchè al nuovo assetto urbano. Per la sua realizzazione l'archietto Giuseppe Mengoni, già autore della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, si ispirerà alle Halles parigine e il risultato sarà un edificio in linea con i dettami del tempo attraverso un uso generoso dei materiali allora in voga: ferro, vetro, ghisa. L'esito fu uno spazio, ampio, abbondantemente illuminato, grazie ai grandi finestroni che lo inondano dall'alto di luce naturale.

Negli anni, lentamente il mercato è andato sopendosi, a causa dello svuotamento del centro cittadino in favore delle periferie, complici anche la maggiore comodità offerta dai centri commerciali. Il Mercato coperto stava inesorabilmente scivolando nella funzione di mero mercato rionale, con qualche guizzo pittoresco ad uso e consumo dei turisti, perdendo in tal modo la sua funzione di centro di aggregazione cittadino. Nel 2014 la svolta. Nasce il progetto Mercato centrale frutto della collaborazione fra Umberto Montano, imprenditore della ristorazione ed il gruppo Human Company che si occupa di turismo all'aria aperta. La sua realizzazione vede al centro di questa nuova “piazza”, reale e fruibile, artigiani della ristorazione, che hanno dato forma a veri e propri laboratori del gusto, dove è bello sostare, osservare e anche partecipare. Non solo un luogo per fare la spesa o per mangiare dunque, ma molto di più, uno spazio in cui prodotti e sapienza si incontrano per dar luogo alla cultura del buon cibo, consapevole, sostenibile, e dunque genuino e immancabilmente gustoso! Al ritorno in città un nuovo centro di aggregazione, non sono mancate le crtiche dei nostalgici del “mercato così com'era” ma del resto anche nel 1874, anno dell'inaugurazione dello storico edificio che lo avrebbe ospitato, non tutti lo accolsero con favore, come del resto accade spesso di fronte alla innovazione. A mio parere, nonostante si tratti indubbiamente di una perspicace operazione di marketing territoriale e luogo di innegabile forte attrattiva turistica, (del resto questa è una operazione in uso da tempo in diverse capitali europee, una per tutte il visitatissimo e pregevole Naschmarkt di Vienna, con i suoi banchi trionfanti di spezie) Mercato centrale è infatti un format che negli anni è stato replicato in diverse città italiane: Roma, Torino e, ultimo nato, Milano, ha l'innegabile pregio di riconsegnare al tessuto urbano un luogo di aggregazione e centralità. Ne scaturisce una formula basata sul binomio cibo di qualità e cultura, in uno spazio della convivialità che, favorendo lo scambio e la comunicazione, trovo sia oltremodo virtuoso in momenti di aridità non unicamnete riferita al suolo ed ai territori.

Credo che un tessuto urbano possa far tesoro di esperienze variegate, ben vengano i mercati rionali, come ad esempio a Firenze è Sant'Ambrogio, un mercato che mantiene un assetto più popolare ma ha appunto una funzione diversa. Diversificando dunque, anche lo spazio del mercato goriziano, potrebbe beneficiare di una iniezione di energia, una realtà multifunzionale che valorizzi le eccellenze locali di cui questo territorio è tanto ricco. Credo che una operazione simile potrebbe incontrare il favore dei Goriziani e non solo, ne è prova il successo e la grande affluenza in città, in occasione dell'appuntamento annuale con la manifestazione “Gusti di Frontiera”. Sarebbe bellissimo un luogo multifunzionale a Gorizia! La citta del bel vivere, dellle incantevoli passeggiate di cui si stanno ampliando i percorsi, penso alla passerella ciclopedonale Isonzo – Soca inaugurata solo un anno fa, all'interno del progetto europeo Parco transfrontaliero Isonzo Soca, che favorirà i collegamenti fra Gorizia, Nova Gorica e San Pietro Vertoiba.

Lascio infine la parola ancora a Calvino nel confermare che: “Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio: le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell'economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”

Gorizia, piccola mela d'oro

di Giovanna Campagna

A Gorizia, la città dei giardini, ma anche dei trascorsi fasti asburgici, nelle sue strade aleggia ancora l'atmosfera Viennese, una miniatura della "mela d'oro" come i turchi usavano definire la città tanto ambita. Ho visitato Vienna la prima volta da adolescente, in un breve soggiorno insieme all' amica Irene, ospite in casa del padre, il germanista professor Giuseppe Bevilacqua. Di quei giorni ricordo l'ebbrezza del primo viaggio da ragazza,  senza la supervisione dei genitori, la città, gli atelier, i musei e la Sacher Torte gustata nella saletta al primo piano della Kaffeehaus Demel, quando ancora ci si poteva trattenere con tranquillità; il laboratorio della pasticceria era celato alla vista e da quelle segrete stanze emanava un intenso sentore di vaniglia e cioccolato, mentre a ritmo regolare ne uscivano carrelli pieni di ogni genere di torte e pasticcini. Oggi la fruizione è molto piu svelta e si deve fare attenzione a non inciampare negli innumerevoli selfisti che si ritraggono di fronte alle teche e al laboratorio, trasformato in un grande acquario in cui si muovono, con eleganza un po' teatrale, gli esperti pasticcieri. La novità dei tempi....

Allora, negli anni ottanta, tutto questo non c'era ma, nonostante i musei non offrissero esperienze immersive attraverso la realà aumentata, sono rimasta molto colpita dalla imponente mostra sul secondo assedio turco di Vienna, l' evento storico che fece dell'Austria il catalizzatore del grande scontro fra gli imperi centrali europei, riunitisi in un esercito multiforme, vera e propria coalizione occidentale e quello ottomano.

Era il 1983 e all' Historisches Museum der Stadt Wien era stata allestita questa esposizione straordinaria per celebrare il trecentenario dell' assedio e la definitiva sconfitta ottomana, evento che ne decretò l'inizio del declino.

Sono più volte tornata nella capitale austriaca mai sazia delle sue atmosfere, degli innumerevoli parchi e giardini,  vanto intramontato degli Stadtgärtner (i giardinieri della città) nella cui sede/scuola, nel quartiere di Kagran, ci si puo immergere in un viaggio nel tempo e nello spazio: qui convivono, fianco a fianco, aree a tema che ricreano ambienti botanici di tutto il mondo, ma anche scorci che restituiscono, fra le altre, le atmosfere sognanti dei dipinti di Monet.  Vero e proprio laboratorio per gli aspiranti giardinieri, una sorta di "aula en plein air" il Kagran è uno dei miei preferiti, al riparo dalle schiere di visitatori e turisti, ha ancora le caratteristiche del giardino per i viennesi.

Parimenti i giardini di Gorizia godono tutti di una identità più schiva. Il giardino Viatori, che conto di visitare in un mio, spero prossimo, ritorno, è forse il più strutturato ma altri mi hanno già conquistata per la loro discreta eleganza e quel sapore viennese che ne disegna spesso i contorni. Il delizioso piccolo gioiello verde nel Parco del Municipio,  con i suoi scorci romantici; ciò che ho potuto vedere del giardino di palazzo Lantieri; gli appezzamenti che circondano quello che fu il quartiere generale di Franco Basaglia, superficie a lui nominata e infine il pregevole giardino di villa Coronini Cronberg con il suo gioco di scale che si rincorrono fra le siepi,  per citarne solo alcuni.

Socchiudendo gli occhi in alcuni angoli sembra davvero di passeggiare in una città austriaca, non sono solo i verzieri dal gusto squisitamente mitteleuropeo, i viali alberati di rigogliosi tigli, aceri, pini e carpini e le splendide magnolie. Molte ville private infatti, con i loro generosi giardini. fruibili all' occhio del passante attento,  ricordano certe vie eleganti di Baden bei Wien. Si affacciano ad ogni angolo le architetture e i mai sopiti echi asburgici;  città contesa fra Vienna e Venezia da entrambe è stata "vestita", e ancora una volta da questa fusione fruttuosa, fra influenze artistiche veneziane e una impronta asburgica nettamente marcata,  rimane come traccia indelebile, seppur sopita, la cifra di Gorizia, in ogni sua pietra, ad ogni portone. Una città che tre secoli fa conosceva un fermento delle arti e delle lettere, tanto che nel Settecento fiorirono le prime prestigiose tipografie: il veneziano Tommasini padre, cui successe il figlio Giacomo che detennero il monopolio fino alla seconda meta del secolo,  quando apriva una propria tipografia il Valeri, nativo di Cividale, di cui spiccano per quantità le edizioni  di libretti di opera. Una città che per tutto l'Ottocento venne scelta dall'aristocrazia asburgica, e non solo, quale luogo di villeggiatura prediletto. Sembra che Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart, si dicesse tanto desolato all'idea di doverla lasciare, da trascorrere in  pianto tutta la notte antecedente la partenza! Altri nomi illustri vi soģgiornarono, uno per tutti Napoleone, che trascorse un breve periodo ospite a Palazzo de Grazia, oggi sede del prestigioso Istituto di Musica "Casa delle Arti", ma anche i veneziani Casanova e Goldoni,  che proprio a Gorizia, con l'editore Valeri, diedero alle stampe alcuni loro scritti. 

Oggi, benchè lontana dall'opulenza asburgica, percepisco una ventata di aria fresca,  avverto un fermento, un auspicabile nuovo rinascimento in città. Interessante  e degna di nota è l'operazione di recupero della soffitta di Palazzo Paternolli. L' intero edificio trasformato in residenza per gli studenti, dedicherà una sezione al filosofo Carlo Michestädter che, proprio in quella soffitta, amava trascorrere le sue giornate di studio, produzione e incontri con amici e intellettuali del suo tempo. Altri due interventi previsti, dovrebbero restituire a nuova vita pregevoli edifici, salvandoli dall' abbandono: l' antico e imponente costruzione del Civico Stabilimento Bagni, secondo il progetto,  riconsegnato al suo originario utilizzo,  rivisitato in chiave moderna e Villa Frommer dove è ipotizzata la trasformazione in residenza per anziani. Tanti progetti dunque, tanta buona linfa vitale ed energia di rinnovamento, il tempo stringe e Gorizia ha un appuntamento importante... sono convinta che saprà stupirci, "Oh! Gorizia vestita di nuovo",  bellissima e radiosa per il suo "ritorno in società!"

Scrivere a quattro mani! Benvenuta Giovanna

Questa disponibilità di Giovanna a scrivere per il Blog "Vado a vivere a Gorizia" mi emoziona. Perchè ogni risorsa aggiuntiva è sempre fonte di ricchezza. Non è, per ora, una staffetta; ma il futuro mi rasserena. Trovare qualcuno che, come me, ama profondamente questa città che, incredibilmente, in relazione all'attività di ospitalità che, con mia figlia abbiamo avviato (www.goriziamo.it) abbiamo scoperto meta costante di viaggiatori che ne vogliono conoscere la storia, ammirano la città con i suoi palazzi ed i giardini ed apprezzano i suoi vini, veramente mi commuove. Ma ecco qua chi è Giovanna Campagna.

I miei ricordi fondativi hanno il colore dei cieli nordici e risiedono nel triangolo Göttingen, Hannover e Berlin, quando ancora la città era un'isola e il raggiungerla riservava spesso esperienze avventurose.... Sono cresciuta a Firenze in un ambiente internazionale, con uno sguardo preferenziale verso il mondo tedesco che è sempre stato di casa, grazie anche alle innumerevoli iniziative culturali portate avanti, negli anni, dall' Associazione Culturale Italo Tedesca (ACIT) di cui mio padre è stato cofondatore insieme a Giuseppe Bevilacqua, titolare di lingua e letteratura tedesca all'Università di Firenze. Ho coltivato nel tempo la mia "doppia appartenenza" con frequenti soggiorni sia in Austria che in Germania e optando, ormai da cinque anni, per una realtà che abbracciasse entrambe le culture: L'Alto Adige, dove attualmente risiedo. Di Gorizia mi sono innamorata.... vorrei fosse il mio approdo, la mia Itaca, perché nella sua luce, nei suoi colori, ritrovo le atmosfere della mia infanzia.

Gorizia. La luce della città

Giovanna Campagna è ormai ospite fisa di questo Blog. E credo che, prima o poi, dovrò iniziare a considerarla co-responsabile. Spirito e passione tra lei e me si fondono in un tutt'uno per l'amore di questa città. E' con estremo piacere che, quindi, condivido queste sue emozionanti riflessioni.

"È quel che è.

È assurdo, dice la ragione

È vano, dice il giudizio È impossibile, dice l' esperienza

È quel che è dice l'amore.......

Ho preso in prestito alcuni versi da questa poesia di Erich Fried, perché con ciclica costanza sono ormai preda del "mal di Gorizia" che non cenna a diminuire, al contrario si fa sempre più pressante, in poche parole, non passa....

Allora nelle notti insonni risucchiata dal vortice dei pensieri, affacciata sul baratro di questo rischio esistenziale, del mollar la strada vecchia per la nuova e osando ipotizzare una avventura verso un altrove che mi chiama con insistenza, non posso esimermi dal seguire la sirena del mio cuore, che oramai pulsa al ritmo di Go, Go, Go, Gorizia! Cerco di razionalizzare e comprendere quale sia il canto cui Ulisse e i suoi tentarono di resistere, quale il motivo per cui poggiando il piede in suolo isontino, che avvenga alla stazione ferroviaria o scendendo dell'automobile, io mi senta così ineluttabilmente a casa; cosa mi rende questa città tanto cara? Un luogo può apparire bello, amabile, Gorizia di certo lo è per caratteristiche geografiche, composizione urbana, clima, abbondanza di verde cittadino, profusione di giardini, rilassatezza e atmosfera di altri tempi, ma tutto ciò non fa di un luogo "casa". Perché si compia questa apertura dell'anima occorre un sentimento che affondi le radici nel vissuto individuale, occorre che vengano riportate alla coscienza immagini della memoria, riposte sopite e silenti in un angolo remoto, ricacciate nel magazzino dell'oblio, lontano e ben protetto dalle incursioni della vita 'reale', confusa dalle incombenze quotidiane e assorbita dal succedersi del tempo ordinario.

Ecco, Gorizia a quel tempo sempre mi strappa e mi consegna ad un luogo altro, più distante dall'operosità del vivere e tanto più vicino all'essenza del farlo. Si moltiplicano i tuffi nei ricordi, come se si fossero aperti dei canali di percezione nuovi, visioni antiche e presenti si sovrappongono, in un cortocircuito della mente che me la fa amare e desiderare sempre più, nella presenza e nella lontananza. Nella grande casseruola del ricordo le immagini si mescolano ai profumi, alla luce, ai sapori. Nei primi anni di vita le percezioni, come le esperienze, si fissano indelebilmente trasformandosi in quel bacino di pesca della nostalgia infantile. Il mio sgardo interiore è calibrato sui verdi intensi dei boschi tedeschi, dei parchi nordici e sopratutto della paricolare luce fredda e uniforme che caratterizzava allora, prima dei mutamenti climatici che molto hanno modificato, i cieli della Bassa Sassonia.

Niente a che vedere con l' impertinente intensità della luce mediterranea; al verde scuro del Wald ( bosco) tedesco, ho sostituito, negli anni, gli ocra delle terre argillose, i gialli intensi delle mietiture, i filari delle vigne e le dolci colline toscane, il frinire al vento delle foglie argentee negli uliveti, il mondo che ha accolto la mia fanciullezza. Ma nei primi anni ho incontrato la brezza fresca del nord e, da sempre, solo lei è capace di risvegliare in me un senso di pace ed appartenenza. Questa luce diafana mi ha accolta a Gorizia nel suo autunno brumoso e anche nei primi freddi invernali, quando il tepore di una zuppa calda scalda i sensi e rinvigorisce l'animo. L' incontro con la Jota è stato un tuffo al cuore, vera e propria madeleine Poustiana, al primo assaggio di questa fumante e confortevole zuppa, dal profumo intenso e dal gusto deciso, il balzo temporale è stato immediato.

Prima infanzia, la casa della famiglia Schäfer si affacciava sul parco dello Schillerviese nella cittadina di Göttingen, dove mio padre teneva corsi di lingua italiana presso la locale università. Mi tornano alla mente i lunghi pomeriggi in casa Schäfer, trascorsi con Ernst, il mio "nonno adottivo", professore di archeologia paleocristiana in pensione, ad ascoltare il racconto delle malefatte di Max und Moritz, i due discoli nati dalla sagace penna di Wilhelm Busch. L’opera, pubblicata nel 1865, divisa in episodi e corredata da illustrazioni, è considerata antesignana del fumetto ( ai due birbanti si ispirò, fra gli altri, una trentina di anni dopo, Rudolph Dirks immigrato tedesco in America, per i suoi Katzenjammer, in italia tradotti e pubblicati sul Corriere dei Piccoli come Bibì e Bibò). Mentre mi lasciavo felicemente impressionare dalle suggestioni noir, di questo libro educativo per l'infanzia, privo del rassicurante epilogo del nostro patrio Pinocchio, redento e salvato dal suo creatore, (per i due bambini Busch riserva infatti un finale spietatamente grottesco), o durante strimpellate strampalate, che mi era permesso di eseguire al loro pianoforte, dalla cucina giungeva il profumo stuzzicante della zuppa che borbottava senza fretta sul fornello. Leggenda di famiglia vuole che Suppe ( zuppa) sia stata la mia prima parola.

Sempre secondo i racconti di casa si narra che, al richiamo di Ursula, la signora Schäfer, io accorressi rapidissima e che questa zuppa, dal sapore deciso, fosse uno dei miei piatti preferiti, alquanto insolito per una bimbetta ancora alle prese con lo svezzamento! Erano gli anni 70, ho dovuto attendere 50 anni prima di poterla ritrovare, la mia "Weißkohlsuppe", declinata nella variante goriziana della Jota con i "capuzi garbi" ed è stato subito riconoscerla. E ancora il "Mohnstrudel" ( strudel di papavero) ritrovato, con alcune differenze, nella Putizza ( Potica in sloveno) dolce che, nella variante ai semi di papavero, ed in innumerevoli altre declinazioni, si ritrova in tutte le tradizioni culinarie della pasticceria mitteleuropea, esempio di quelle contaminazioni gastronomiche, nonché sintesi in chiave pasticcera di quell' incontro di civiltà che fa del territorio goriziano l'insalatiera di etnie, punto di convergenza di differenti flussi culturali, che qui sono riusciti a catalizzare un processo di fusione e incontro in tempi brevissimi, nemmeno 20 anni! Dopo l'abbattimento del muro/recinzione, attraverso una viruosa calibratura dei bisogni reciproci, motivata da un forte desiderio di integrazione e scambio, la popolazione è riuscita nell'intento di realizzare quella convivenza, preziosa e costruttiva, il cui riconoscimento sarà celebrato a breve.

Premiata dunque, a ragione, proprio in virtù della sua molteplice appartenenza culturale, Gorizia è riuscita ad evolvere, trasformando il proprio assetto multietnico, nel suo punto di forza. Un esempio auspicabilmente seguito da altri territori di confine che questo passaggio faticano ancora a compiere. Una complessità culturale e linguistica che i suoi abitanti hanno mutato, da motivo di sospetto e divisione, in luogo dello scambio proficuo e della contaminazione virtuosa e creativa. Come in cucina cosi nella vita dunque vale sempre il principio che sperimentare conduce a ottimi risultati e che, come soleva affermare l'Artusi, nel “mescolare quanto basta” risieda la buona riuscita di ogni ricetta."