Gli orti a Gorizia, città,
sono soltanto un ricordo; ma il territorio circostante mantiene inalterato l’ambiente
che per certuni di noi, ovvero coloro i quali hanno superato da diversi decenni
gli “anta” rappresenta il ricordo delle gite fuori porta; quando alla domenica
si andava a fare la scampagnata e non shopping al centro commerciale. Altri
tempi in tutti i sensi. All’inizio di Primavera, ad
esempio, la campagna sia subito al di là oltre confine, come immortalato dalle
bellissime foto di Beny Kosic, sia verso la cosiddetta Bassa, anche i lati
delle strade provinciali sono naturalmente dipinti dalle pennellate rosa dei
fiori di pesco.
Mutuando il titolo di un programma televisivo di successo, vorrei proprio che Gorizia fosse considerata, di nuovo, città d'eccellenza del bel vivere: una città a misura d'uomo. Una città, insomma, dove si va a vivere con piacere. Per non parlare, poi, del suo territorio, ricchissimo di storia, tradizioni, luoghi bellissimi da scoprire.
Rocco Ceselin: il fotografo di Hollywood
Se c’è un film che, più di ogni altro, per me significa
America è quello diretto ed interpretato da Clint Eastwood: “I ponti di Madison
County” tratto dall’omonimo romanzo del 1992 di Robert James Waller e che
Eastwood ha permeato di sensualità e tenerezza. Romanzo e film hanno presentato
un’America rurale capace di affascinare, tanto quanto amavamo, da bambini, le
torte che Nonna Papera preparava per i nipotini Qui Quo e Qua.
Grande guerra: non c’è proprio niente da ridere
Il centenario della Grande
Guerra è ormai passato e l’inizio della Primavera, con il trionfo di colori nei
giardini e nell’aria: cieli più limpidi e cespugli di forsizie e di chaenomeles japonica nelle diverse tonalità dal rosa pallido al
rosso fanno capolino tra le ringhiere delle case. Obbligo, quindi, guardare
avanti ed iniziare a programmare gite fuori porta, alla scoperta delle
meraviglie del nostro territorio. Un
territorio internazionale, il nostro, perché ormai non c’è giorno in cui, per
un motivo o per l’altro, non ci si rechi a Salcano, o a San Pietro o a Nova
Gorica. Una volta, per definire la meta oltreconfine, era uso dire: vado di là.
Oggi, di giorno in giorno, matura la consapevolezza di un unicum ed anche la
pausa pizza la si fa a Rozna Dolina, subito dopo il sottopassaggio
della ferrovia dove, fino al 1990 campeggiava il grande cartello “Jugoslavia”.
Rozna Dolina o Valdirose o Borgo Rosenthal, com’era comunemente ed indifferentemente
chiamata la zona, a ridosso del confine e alle pendici della collina del Rafut,
sulla direttrice che collega Gorizia con la valle del Vipacco. Un nome la cui
origine non è chiara, tenuto conto che i numerosissimi vivai presenti nell’area
risalgono soltanto a metà dell’800, come ampliamente ha illustrato Liubina
Debeni Soravito nella sua ricerca storica pubblicata sulla rivista Borg San Roc
e, fortunatamente, disponibile online.
Sta di fatto che se non si
conosce l’origine del nome della località Val di rose è comunque certo che la
rosa ha trovato un ambiente assolutamente ideale nel quale crescere. Come ben
lo dimostra il roseto del convento della Castagnavizza che a maggio si offre
allo sguardo dei visitatori in tutta la sua magnificenza. Soprattutto con il
tripudio di rose Bourbon. Un implicito ed involontario omaggio a coloro i quali
sono seppelliti nella cripta del convento: gli ultimi Borboni di Francia.
Insomma, se Gorizia, a
proposito di rose, non era famosa soltanto per il radicchio che decorava la
tavola imperiale ma anche per il fiore che veniva coltivato nella Valdirose,
all’epoca dell’impero austroungarico, questo indiretto omaggio agli ultimi re
di Francia è la dimostrazione tangibile di come l’anima della sua gente è
capace di esprimere e coniugare sensibilità, onore, bellezza.
Ed è lì, a 800 metri, tondi
tondi dal confine che almeno dal punto di vista fisico non c’è più e forse
ancor meno, in linea d’aria, dal convento di Castagnavizza, il cimitero ebraico
racconta una città che non dovrebbe smettere mai di interrogarsi sulla propria
storia.
Riflettevo a questo
proposito una decina di giorni fa, mentre salivo il monte San Gabriele,
fermandomi ad ogni tappa del percorso storico, non per la mancanza di fiato, ma
per leggere. Per conoscere. E’ veramente encomiabile, infatti, il lavoro che la Slovenia
ha realizzato in occasione del centenario della Grande guerra. Un percorso
storico e didattico, in sloveno, italiano, inglese e tedesco, per spiegare ciò
che i libri di storia non hanno mai realmente e correttamente raccontato. Una
cartellonistica esaustiva (realizzata in partnership con l’Italia) che è di
denuncia, di monito e non certamente di celebrazione. Ed è per questo motivo
che ho considerato, che dire …. raccapricciante? il manifesto utilizzato per la
mostra “Dal Piave all’Isonzo” organizzata dal Comune di Gorizia, in
collaborazione di enti ed associazioni qualificate. Ma nessuno, Diomio, si è
posto il problema che un bersagliere sorridente è un oltraggio alla memoria
delle migliaia di morti, qualsiasi divisa essi abbiano indossato?
Vili Prinčič e la vera storia della Grande guerra.
![]() |
| Gradisca d'Isonzo 22 febbraio |
Sarà anche tutta una questione di algoritmi ma, quando cerco
qualcosa sul motore di ricerca e mi esce tutt’altro rispetto all’oggetto di
personale interesse, non riesco a smettere di stupirmi. Ovviamente nel caso in cui l’argomento che mi
appare è comunque di mio interesse ed anzi, sarebbe stato l'oggetto della
ricerca successiva. E’ successo oggi che, inaspettatamente e fortunatamente,
nel momento in cui era mia intenzione approfondire questioni attinenti il
giardinaggio, mi è apparsa la pagina di presentazione del libro (di un anno fa)
dello storico altoatesino Andrea di Michele il quale, nel libro “Tra due
divise. La Grande Guerra degli italiani d’Austria”, anticipa di fatto la
ricerca di Gianni Marizza presentata nelle scorse settimane con grande successo
di pubblico, sia a Gorizia che nella sua città Natale, Gradisca d’Isonzo.
L’Universo, questo sconosciuto, spiegato da Steno Ferluga
L’immagine che ho sempre avuto di un
astrofisico è quella altalenante tra un introverso che se ne sta ore ed ore con
le cuffie in testa per cercare di intercettare qualche rumore dallo spazio;
come Jodie Foster in Contact o un anticonformista che, per
il suo aspetto, pare non vivere con i piedi per terra ma con la testa tra
nuvole e stelle, appunto; alla Albert Einstein o a Margherita Hack, tanto per
intenderci. La quale un giorno disse: “Penso alla ciclicità delle mie molecole,
pronte a sopravvivermi, a ritornare in circolo girovagando per l’atmosfera e
non provo tristezza. Ci sono stata, qualcuno si ricorderà di me e se così non
fosse, non importa”. Poi, conosci Steno Ferluga e ti devi ricredere.
Gorizia contesa e soldati in divisa austroungarica
| La foto è tratta dal sito storiaememoriadibologna.it |
Gorizia: il terzo simbolo della Grande Guerra, dopo Trento e Trieste. "La città
era una straordinaria oasi di pace a poche centinaia di metri dalle
trincee di prima linea, gli abitanti quasi tutti rimasti, conducevano
una vita dignitosa, funzionavano mercati e botteghe, la sera si poteva
passeggiare all'aperto. Purtroppo da Gorizia, con i suoi ponti
sull'Isonzo intatti, transitavano i rifornimenti per la linea austriaca
Podgora - Oslavia - Sabotino, fu giocoforza bombardarla. Il 16 novembre
1915, una squadriglia di aerei italiani lanciò migliaia di volantini
sulla città preavvertendo la popolazione, all'alba del giorno 17 gli
obici da 280 aprirono il fuoco. Anche a Gorizia era iniziata la grande
guerra.
Lyduska de Nordis Hornik: un mito goriziano
Si sente stanca, come non è mai stata. Anche respirare è una
fatica. Si volta lentamente a guardare fuori dalla finestra e vede i grandi
alberi viola contro il cielo azzurro. Rimane interdetta: non ci sono così tanti
lillà, nel suo giardino. Poi si scuote. No, non è a Gorizia, nella grande casa
vicino al fiume, la sua casa immersa nel verde. E’ qui, in Africa, a Nairobi. E
quelli non sono lillà, ma jacarande. Chiude gli occhi e si assopisce. Il
cavallo sgroppa. E’ irrequieto e lei fa fatica a tenerlo. Ora si lancia al
galoppo senza preavviso e lei teme di non riuscire a rimanere in sella. Dal
terreno riarso color mattone salgono nuvole di polvere. Non riesce a gioire
dell’aria fresca del mattino e del cielo di smalto per la furia disperata di
quella corsa. Riapre gli occhi e il
cuore le batte all’impazzata. Quello che si muove facendola sobbalzare è il suo
letto d’ospedale che fila attraverso bianchi corridoi e grandi finestre. Il
respiro le muore in gola e si sente cadere lentamente all’indietro. Attorno le
luci si smorzano, le voci sbiadiscono in un mormorio sempre più distante,
finchè arriva finalmente il buio.
Iscriviti a:
Post (Atom)






