In questi giorni ho sentito ripetere più volte un'espressione che mi ha fatto riflettere: "la seconda redenzione di Gorizia". E confesso che quella parola, redenzione, mi disturba, non perché voglia negare ciò che il 16 settembre 1947 significò per moltissimi goriziani: dopo la guerra, l'occupazione jugoslava, gli arresti, le deportazioni, la paura che Gorizia potesse non rimanere italiana, il ritorno della città alla sovranità italiana fu vissuto da una parte consistente della popolazione come una liberazione, e questo va ricordato. Il problema comincia quando una memoria, legittima e dolorosa, smette di essere una memoria e pretende di diventare la memoria di tutti.
È esattamente qui che ritornano quelli che da tempo chiamo i nodi di Gorizia. Noi continuiamo a comportarci come se la nostra storia potesse essere raccontata scegliendo ogni volta un solo filo e tirandolo fino a far scomparire tutti gli altri: una volta le foibe, una volta il fascismo; una volta le deportazioni del maggio 1945, un'altra la snazionalizzazione degli sloveni; una volta l'esodo, un'altra l'italianizzazione forzata; una volta il dolore degli italiani, un'altra quello degli sloveni. E ogni volta qualcuno sembra chiedere da che parte stai: una domanda che considero profondamente sbagliata, perché la storia di Gorizia non è un tribunale nel quale decidere quale dolore assolvere e quale condannare, né una bilancia sulla quale mettere da una parte le violenze del fascismo e dall'altra quelle del comunismo jugoslavo, aspettando che l'ago ci dica quale sia stata più grave e quindi quale memoria abbia diritto di prevalere. Questo gioco delle equivalenze e delle compensazioni non porta da nessuna parte.
Dire che il fascismo perseguitò la popolazione slovena non
attenua di un millimetro la gravità delle deportazioni del 1945. Ricordare le
foibe non cancella la sottrazione del Trgovski dom alla comunità slovena, la
sua occupazione e la successiva trasformazione nella Casa del Littorio.
Raccontare l'esodo non significa dimenticare la politica di italianizzazione
forzata, così come ricordare ciò che avvenne sotto il regime fascista non
significa giustificare ciò che avvenne dopo.
Sono verità che possono, e devono, stare insieme. Anzi, è proprio la loro
compresenza a raccontare Gorizia. Il problema nasce quando una di esse viene
separata dalle altre e impugnata come un'arma: quando il dolore di una comunità
viene utilizzato per relativizzare quello dell'altra, quando una violenza viene
chiamata in causa per assolverne un'altra, quando la memoria smette di servire
a comprendere e comincia a servire per stabilire chi abbia avuto più ragione.
È questo, forse, il nodo di Gorizia che non siamo ancora riusciti a sciogliere.
Per decenni abbiamo costruito memorie parallele: gli italiani con le proprie ricorrenze, i propri martiri, le proprie ferite; gli sloveni con le loro, ognuno con le proprie lapidi, i propri racconti familiari, i propri silenzi. Ma una città di confine non può vivere eternamente di memorie parallele: prima o poi deve trovare il coraggio di guardarle tutte contemporaneamente.
Per questo oggi la parola redenzione mi sembra particolarmente problematica: appartiene a una precisa lettura nazionale della storia, che presuppone un prima dal quale riscattarsi e un dopo che rappresenta il compimento. Ma Gorizia non ha mai avuto una storia così semplice. Il 16 settembre 1947 una parte della popolazione festeggiò; contemporaneamente un confine spezzò un territorio che per secoli aveva vissuto come un insieme, e famiglie, proprietà, strade, campi, rapporti economici e affettivi si trovarono improvvisamente divisi. Anche questo appartiene alla stessa giornata.
Forse la maturità di una comunità consiste nel riuscire finalmente a tenere entrambe queste immagini davanti agli occhi, invece di sceglierne una sola da conservare. È questa la Gorizia che mi interessa: una città con abbastanza memoria da non aver bisogno di trasformarla in propaganda, abbastanza sicura della propria identità italiana da riconoscere che dentro quella identità ci sono anche secoli di presenza slovena, tedesca, friulana, ebraica, mitteleuropea; una città, insomma, che non abbia più bisogno di dividere continuamente la storia fra vincitori e vinti, buoni e cattivi, patrioti e traditori.
Quando la storia torna a essere raccontata attraverso parole assolute - redenzione, Patria, fedeltà, appartenenza - comincio sempre a preoccuparmi. Il problema non sono le parole in sé, ma ciò che accade quando smettono di descrivere la realtà e cominciano a semplificarla. Continuando di questo passo, non mi stupirebbe sentir riemergere anche la vecchia triade Dio, patria e famiglia: non sono le tre parole a spaventarmi, ma l'idea che possano bastare a definire chi appartiene e chi no, chi sta dalla parte giusta della storia e chi da quella sbagliata. Gorizia, più di altre città, dovrebbe aver imparato quanto possono costare queste semplificazioni. Qui i nodi della storia non si sciolgono scegliendo un capo del filo e tirando più forte, ma soltanto quando abbiamo il coraggio di vedere tutti i fili che li hanno formati.


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