Un festival sulle frontiere. Ma Gorizia dov'è?


Il festival Frontiere porta a Gorizia otto lectio magistralis sui confini del mondo. Nessuna sul confine di casa.
 

Dal 2 al 4 ottobre Gorizia ospiterà "Frontiere – Dove i mondi si incontrano", un nuovo festival dedicato al significato della frontiera, promosso da Nord Est Multimedia–Il Piccolo, Editori Laterza, Fondazione Carigo, Comune di Gorizia e Regione Friuli Venezia Giulia.

Un festival importante, con nomi importanti. E un titolo che, per una città come la nostra, sembra quasi inevitabile.

A Gorizia la parola frontiera non è un concetto astratto. Qui la frontiera è stata vissuta: ha attraversato strade e campagne, diviso famiglie, proprietà, paesi, cambiato le cittadinanze senza che le persone cambiassero casa, trasformato maggioranze in minoranze e vicini in cittadini di Stati diversi. Prima ancora, questa stessa città aveva conosciuto la convivenza – tutt'altro che sempre pacifica, ma reale – di italiani, sloveni, friulani, tedeschi, ebrei, dentro uno spazio asburgico nel quale lingue, culture e appartenenze si sovrapponevano.

Poi sono arrivati il 1918, il fascismo di confine, la guerra, il 1945, il 1947, la nascita di Nova Gorica, il filo spinato, la Guerra fredda. E infine la lenta riapertura, fino a piazza Transalpina, che dal filo spinato è arrivata a essere un luogo che si attraversa senza accorgersene.

Per questo ho letto con grande curiosità il programma di Frontiere. E, terminata la lettura, mi è rimasta una domanda molto semplice: ma Gorizia dov'è?

Le otto lectio magistralis affrontano temi certamente interessanti: Cina e Stati Uniti, sionismo e diaspora, giovani e adulti, universo finito e infinito, maschile e femminile, bello e brutto, intelligenza naturale e artificiale, Oriente e Occidente. Tutto legittimo. Tutto, probabilmente, molto stimolante.

Ma nessuno degli otto grandi incontri è dedicato alla frontiera sulla quale il festival materialmente si svolge. Nessuno dei tre racconta perché a Gorizia esista una frontiera, affronta la complessità delle identità che qui si sono incontrate e scontrate, o parla della frattura del 1947, della costruzione di Nova Gorica, delle minoranze, delle politiche linguistiche, delle memorie contrapposte, di quella lunga e difficile trasformazione che ha portato due città divise dalla storia a diventare insieme Capitale europea della cultura. Ed è un'assenza che colpisce proprio perché il festival dichiara di avere scelto Gorizia per la sua storia.

C'è, fortunatamente, Crossroads, il progetto che porta artisti e performer nelle strade e nelle piazze cittadine recuperando tracce della Gorizia multiculturale tra Otto e Novecento. E c'è il coinvolgimento delle università partner, tra cui quella di Nova Gorica. Ma la sensazione rimane: Gorizia sembra soprattutto il luogo dove parlare delle frontiere degli altri, mentre avrebbe qualcosa da raccontare al mondo sulla propria.

Qui non si tratta di rivendicare l'esclusiva locale su ogni evento cittadino: la storia di Gorizia, con le sue implicazioni europee, non è mai stata una storia provinciale. Dentro questa piccola città passano alcune delle grandi questioni della storia europea del Novecento: il crollo degli imperi multinazionali, la nascita degli Stati nazionali, il rapporto fra maggioranze e minoranze, il nazionalismo, il fascismo, la guerra, gli spostamenti dei confini, la Guerra fredda, la divisione dell'Europa e infine la costruzione di uno spazio europeo nel quale quella frontiera ha progressivamente perso la propria funzione di barriera. A Gorizia quella storia si vede quasi a occhio nudo.

Per questo sarebbe stato affascinante mettere uno dei grandi studiosi invitati al festival davanti a questa storia, non per celebrarla ma per discuterla, complicarla, magari mettere in crisi alcuni dei racconti che ci siamo tramandati.

Dopo GO!2025 abbiamo imparato a ripetere che Gorizia e Nova Gorica sono un laboratorio europeo del confine: forse è il momento di riconoscere Gorizia come oggetto di conoscenza, non solo come scenografia della frontiera.

Perché si può venire a Gorizia a parlare del confine tra Oriente e Occidente, tra naturale e artificiale, tra maschile e femminile, persino tra universo finito e infinito. Ma qui, uscendo dal teatro e facendo pochi passi, c'è stata una frontiera vera, assai meno metaforica di quelle discusse sul palco — e forse avrebbe meritato anche lei una lectio magistralis.

 

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