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| Simon Gregorčič, poeta sloveno di Gorizia, ritratto |
C'è un momento, nella poesia Soči, in cui l'Isonzo smette di essere soltanto
un fiume. Fino a quel punto Simon Gregorčič lo ha guardato come si guarda
qualcosa di intimamente familiare: acqua limpida, montagne, la valle
dell'infanzia. Poi il paesaggio cambia. Compaiono le tombe, la patria, una
minaccia che arriva da sud, il piombo, il sangue. E quel componimento scritto
alla fine degli anni Settanta dell'Ottocento, molti decenni prima delle
battaglie dell'Isonzo, finirà per essere letto come una profezia della Grande
guerra.
È questa probabilmente l'immagine più nota di Gregorčič.
Ma fermarsi al
"poeta che predisse la guerra" significa perdere la parte più
interessante della sua storia.
Simon Gregorčič fu infatti uno degli interpreti più profondi di quella terra
complessa che era la Gorizia asburgica: sacerdote e poeta, sloveno e suddito
dell'Impero, uomo di fede e insieme autore tormentato dal dubbio, cantore della
natura e della patria, amatissimo dai lettori e duramente contestato da una
parte del mondo cattolico.
La sua vita attraversa quasi per intero la seconda metà dell'Ottocento e
racconta, forse meglio di molti trattati, ciò che stava accadendo lungo un
confine che ancora non era quello che conosciamo oggi.
Dalla valle dell'Isonzo a Gorizia. Gregorčič nacque il 15 ottobre 1844 a Vrsno, piccolo villaggio montano sopra la
valle della Soča, l'Isonzo. Era figlio di una famiglia contadina e quel
paesaggio rimase per tutta la vita uno dei luoghi fondamentali della sua
immaginazione poetica.
Montagne, pascoli, alberi, tempeste, rondini, corsi d'acqua non saranno mai nei
suoi versi semplici elementi decorativi. Diventeranno immagini attraverso le
quali parlare di libertà, dolore, appartenenza, nostalgia e destino.
Da bambino frequentò la scuola a Libušnje e, dal 1852, proseguì gli studi a
Gorizia, prima alla scuola normale e poi al ginnasio.
La città nella quale arrivò Gregorčič era la capitale della Contea principesca
di Gorizia e Gradisca, uno dei territori del Litorale austriaco. Sloveno,
italiano, friulano e tedesco convivevano nello stesso spazio urbano e
amministrativo. Era una società nella quale l'identità nazionale stava
diventando sempre più importante, ma nella quale appartenenze linguistiche,
religiose, culturali e territoriali continuavano ancora a sovrapporsi.
Gregorčič studiò sloveno, tedesco, latino e greco. Avrebbe voluto proseguire
con la filologia classica. Nel 1864, invece, entrò nel seminario teologico di
Gorizia.
La vecchia immagine del giovane costretto a diventare sacerdote soltanto per
povertà è probabilmente troppo semplice. Le condizioni economiche della
famiglia e le aspettative materne ebbero certamente un peso, ma la sua intera
biografia mostra un rapporto assai più complesso con la religione.
Fu ordinato sacerdote nel 1867 e celebrò la prima messa a Libušnje il 27
ottobre dello stesso anno.
Più che di una "falsa vocazione", sarebbe forse corretto parlare di
una tensione che Gregorčič portò con sé per tutta la vita: tra sacerdote e
intellettuale, disciplina e libertà, fede e interrogazione, ruolo pubblico e
sentimento personale.
Il sacerdote poeta. Nel 1868 venne destinato come cappellano a Kobarid, Caporetto. Qui non svolse soltanto attività pastorale. Partecipò alla vita culturale
slovena e nel 1871 contribuì alla fondazione della čitalnica, il circolo di
lettura che faceva parte della rete attraverso la quale si diffondevano la
lingua e la coscienza nazionale slovena.
Gregorčič aveva cominciato a pubblicare poesie già da studente. Nel 1864 erano
apparse nello Slovenski glasnik le Iskrice domorodne, "scintille
patriottiche". Negli anni successivi il suo nome iniziò a circolare sempre
più ampiamente nel mondo letterario sloveno.
A Kobarid avvenne anche uno degli incontri destinati a entrare nella sua
leggenda biografica. Nel 1872 arrivò nel paese la maestra Dragojila Milek. Le principali biografie slovene parlano fra i due di una profonda e reciproca
affezione, destinata però alla rinuncia a causa della condizione sacerdotale di
Gregorčič. È molto probabile che il rapporto sia stato importante. Più
difficile è stabilire fino a che punto la successiva tradizione romantica abbia
trasformato quella vicenda in una chiave universale per interpretare le poesie
d'amore del sacerdote.
L'uccello in gabbia, la cella, la nostalgia della libertà, l'amore impossibile
ricorrono effettivamente nei suoi versi. Ma una poesia non è un verbale
notarile. Leggere ogni immagine come la trascrizione cifrata di una vicenda
sentimentale significherebbe impoverirla.
Nel 1873 Gregorčič fu trasferito a Rihemberk, l'attuale Branik. Anche in questo
caso è prudente non attribuire automaticamente lo spostamento alla relazione
con Dragojila Milek: allo stato della documentazione conosciuta non esiste una
prova sicura che il trasferimento sia stato disposto per quel motivo.
Il successo delle Poezije. Il 17 aprile 1882 uscì il primo volume delle Poezije, un successo
straordinario. La prima tiratura fu di circa 1.800 copie. Secondo lo Slovenski
biografski leksikon, circa 1.250 furono vendute nelle prime sei settimane e
l'edizione risultò praticamente esaurita nel giro di pochi mesi. Per il mercato
editoriale sloveno dell'epoca erano numeri impressionanti.
Gregorčič diventò qualcosa di molto vicino a una celebrità letteraria. Le sue
poesie si ricordavano facilmente, venivano recitate, alcune erano messe in
musica. Il suo linguaggio univa il registro letterario sloveno alla musicalità
del canto popolare.
La sua poesia è infatti fortemente ritmica. Rime, ripetizioni, parallelismi,
allitterazioni, apostrofi e antitesi costruiscono versi che sembrano spesso
chiedere di essere pronunciati ad alta voce.
Dietro quella musicalità si nascondevano però temi complessi: la natura, il
dolore e la morte, il desiderio di libertà, la patria slovena, e soprattutto il
problema religioso.
Gregorčič non scriveva una poesia devota e rassicurante. Parlava con Dio, ma
talvolta lo interrogava. Si confrontava con la sofferenza, con l'ingiustizia
della condizione umana, con il destino.
Lo scontro con Anton Mahnič. Dopo l'uscita delle Poezije, una parte del mondo cattolico sloveno iniziò a
guardare con crescente sospetto alcuni testi del sacerdote-poeta.
Il confronto diventò particolarmente duro con Anton Mahnič, teologo destinato a
diventare una delle figure più influenti del cattolicesimo politico sloveno.
Mahnič attaccò soprattutto poesie come Človeka nikar!, Ujetega ptiča tožba e V celici. Vi individuava pessimismo, fatalismo e concezioni filosofiche
incompatibili, a suo giudizio, con la dottrina cattolica.
La questione però andava ben oltre la teologia. Dietro quella polemica c'era
una domanda più grande, sulla libertà di un sacerdote che diventava poeta: fino
a che punto poteva parlare di dubbio, di amore, di disperazione, mettendo al
centro della poesia la propria soggettività invece di una verità religiosa già
definita.
Mahnič aveva una concezione fortemente normativa della cultura cattolica.
Gregorčič era esattamente il tipo di poeta che sfuggiva a quella
classificazione.
E sarebbe sbagliato trasformare la vicenda semplicemente in uno scontro fra
Gregorčič e "la Chiesa". Non risultano, almeno dalle fonti finora
individuate, una condanna episcopale formale o un provvedimento canonico contro
le sue poesie.
Fu soprattutto una battaglia culturale e politica interna al mondo sloveno, già
diviso tra cattolici intransigenti, cattolici moderati e liberali.
Gregorčič era difficile da collocare perché apparteneva contemporaneamente a
mondi che stavano cominciando a separarsi: sacerdote, ma amatissimo anche dai
liberali; legato in profondità alla propria identità slovena, senza essere un
uomo di partito. Era proprio questa impossibilità di etichettarlo a renderlo
così popolare.
"Bella sei, limpida figlia dei monti"
Fra tutte le sue poesie, nessuna ha avuto la fortuna di Soči.
Il titolo significa letteralmente "Alla Soča". In italiano,
naturalmente, "All'Isonzo".
La poesia appartiene alla stagione 1878-1879. La pubblicazione viene generalmente
riferita al 1879, anche se compare in una fonte una data del 15 novembre 1878,
forse relativa alla composizione o a una redazione manoscritta.
Il celebre inizio è un'apostrofe al fiume:
"Krasna si, bistra hči planin"
"Bella sei, limpida figlia dei monti."
All'inizio l'Isonzo appartiene ancora al mondo dell'infanzia. È acqua
trasparente, montagna, bellezza.
Poi arriva una domanda inquietante:
"Sai che scorri accanto alle tombe,
alle tombe della patria slovena?"
In pochi versi il paesaggio cambia natura. Il fiume non attraversa più soltanto
una valle: attraversa una memoria.
La terra è quella nella quale sono sepolti gli antenati. Il paesaggio diventa
quindi patria non attraverso una carta geografica, ma attraverso montagne,
villaggi, tombe, lingua.
Poi arriva la tempesta. Gregorčič immagina qualcosa che irromperà "dal
caldo Sud". La tempesta diventa guerra, la grandine si trasforma in
piombo, la pioggia in sangue.
La profezia dell'Isonzo. Quando nel 1915 l'Italia entrò nella Prima guerra mondiale e la valle
dell'Isonzo diventò uno dei più terribili fronti europei, quei versi sembrarono
improvvisamente inquietanti.
Tra il 1915 e il 1917 lungo il fiume si combatterono le battaglie dell'Isonzo.
Quel paesaggio che Gregorčič aveva descritto come minacciato dal piombo e dal
sangue fu realmente devastato dalla guerra.
Era inevitabile che Soči venisse riletta come una profezia. Ma è proprio qui
che storia e mito devono essere distinti. Gregorčič non previde la Prima guerra mondiale. Quando scrisse la poesia
esisteva già però una situazione politica che rendeva il suo timore tutt'altro
che fantastico.
Nel 1866 il Veneto era passato dall'Austria all'Italia. Il nuovo confine del
Regno d'Italia si era quindi avvicinato alla regione goriziana. Nel corso degli
anni Settanta aumentavano le tensioni nazionali e si affermava l'irredentismo
italiano.
Gregorčič vedeva ciò che stava accadendo intorno a lui. Capì che quella valle
bellissima, proprio perché diventata terra di frontiera fra nazionalismi contrapposti,
poteva trasformarsi in campo di battaglia.
La "profezia" nacque dopo, quando la storia rese terribilmente
concrete le sue immagini. Ed è una lettura, forse, più potente di quella
leggendaria: quella di un uomo capace di capire, prima di altri, che i confini
caricati di nazionalismo possono trasformarsi in ferite.
Gregorčič e la Gorizia asburgica. Per capire davvero Gregorčič bisogna tornare alla Gorizia nella quale visse. La Contea di Gorizia e Gradisca era una realtà profondamente plurilingue.
Sloveni, italiani, friulani e tedeschi condividevano istituzioni, città,
commerci e spazi pubblici.
Ma dalla seconda metà dell'Ottocento quello spazio comune cominciò
progressivamente a nazionalizzarsi. La lingua della scuola, le associazioni, i
monumenti, le insegne, gli edifici, persino le feste diventarono strumenti
attraverso i quali le diverse comunità affermavano la propria presenza.
Gregorčič partecipò al movimento nazionale sloveno soprattutto attraverso la
cultura. La sua patria non era però un concetto astratto: era il fiume, la
montagna, il villaggio, le tombe.
Questa concretezza spiega forse meglio di qualsiasi dichiarazione politica
perché Soči sia diventata una delle poesie simbolo della cultura slovena.
Il poeta che tutti volevano dalla propria parte. Gregorčič morì a Gorizia il 24 novembre 1906. Tre giorni dopo venne sepolto
nell'area di San Lorenzo, vicino ai luoghi dell'infanzia. La sua morte non mise fine alle polemiche. In un certo senso le trasformò.
La ricerca storica più recente ha mostrato come la memoria del poeta sia
diventata immediatamente terreno di competizione tra le diverse anime della
società slovena.
Liberali e cattolici cercarono entrambi di presentarlo come uomo vicino al
proprio schieramento. I liberali ricordavano che proprio il cattolico Mahnič lo
aveva duramente attaccato. I cattolici sottolineavano invece che Gregorčič era
rimasto sacerdote per tutta la vita e non aveva mai aderito organicamente al
liberalismo politico.
Persino l'organizzazione delle commemorazioni e del monumento funebre suscitò
discussioni. È quasi una piccola ironia della storia: l'uomo che da vivo era
sfuggito alle classificazioni diventò da morto un territorio da conquistare.
Un poeta di confine. Gregorčič trascorse gli ultimi anni nuovamente a Gorizia. Nel 1903 vi si
trasferì definitivamente. Nel 1904 pubblicò la traduzione slovena del Libro di Giobbe e del Salmo 118.
Negli ultimi mesi della sua vita lavorò ancora alla traduzione di Geremia. È un
dettaglio che merita di essere ricordato: il sacerdote accusato decenni prima
di pessimismo e di idee religiosamente problematiche terminò la propria vita
immerso nella poesia biblica.
Forse anche per questo Gregorčič resiste alle semplificazioni: il prete
innamorato di una maestra, il poeta nazionale sloveno, il sacerdote
perseguitato dai cattolici, il veggente che annunciò le battaglie dell'Isonzo
sono tutte immagini parziali. Fu un uomo che visse dentro le contraddizioni
della propria epoca e le trasformò in poesia.
Nella sua biografia si incontrano la scuola plurilingue della Gorizia
asburgica, il seminario, la nascita del movimento nazionale sloveno, il
cattolicesimo ottocentesco, le tensioni con il vicino Regno d'Italia e quel
fiume che, pochi anni dopo la sua morte, sarebbe diventato uno dei simboli
della tragedia europea.
Per questo Simon Gregorčič appartiene pienamente alla storia di queste terre. Forse Soči continua a parlarci proprio perché l'Isonzo dei suoi versi non è soltanto sloveno, italiano o austriaco: è un fiume di confine, prima acqua dell'infanzia, poi patria, poi linea di frattura, e infine memoria. Ed è proprio per questo che definirlo oggi “fiume sacro alla Patria” significa ridurre a una sola appartenenza un luogo che la storia ha reso, invece, profondamente plurale.
Fonti e bibliografia essenziale
Per la ricostruzione biografica e letteraria: Slovenski biografski leksikon / Slovenska biografija, voce Gregorčič, Simon; Tolminski muzej, materiali biografici e cronologia dedicati a Simon Gregorčič; France Koblar, Simon Gregorčič: njegovo življenje in delo, Slovenska matica, 1962; Simon Gregorčič, Zbrano delo, a cura di France Koblar, 4 voll., 1947-1951.
Per le opere: Simon Gregorčič, Poezije, 1882; Poezije II, 1888; Poezije III, 1902; Svetopisemska knjiga Job in psalem 118, 1904, edizioni digitalizzate dalla Biblioteca nazionale e universitaria slovena – dLib.si.
Per Gregorčič nel contesto politico e nazionale della Gorizia asburgica: Matic Batič – Robert Devetak, “Nation-Building in the Borderlands: Slovene Spatial Politics in the County of Gorizia and Gradisca”, Central European History, 2026.
Per la ricezione italiana: Giovanni Lorenzoni, “Gregorčič, Simon”, Enciclopedia Italiana, 1933; la traduzione italiana di Soči, All’Isonzo, documentata nel 1916 in Dom in svet; Franc Husu, Piccola antologia, 1986, e Canti scelti, 1990.

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