A Gorizia, città del dialogo, le contrapposizioni non fanno una frontiera.

Un festival intitolato “Frontiere” costruisce il suo programma su una serie di contrapposizioni: Cina/USA, Oriente/Occidente, maschile/femminile, naturale/artificiale. Ma la frontiera non è una barra obliqua tra due termini opposti. È lo spazio complesso nel quale mondi diversi si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. Ridurla a un binomio significa impoverirne il significato, proprio in un territorio che della frontiera ha fatto la propria specificità e, probabilmente, una delle sue maggiori ricchezze. 

 

Qualche settimana fa, alla presentazione del programma di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, avevo posto una domanda molto semplice: Gorizia dov'è?
Non era una provocazione fine a se stessa, e tanto meno la pretesa che un festival organizzato a Gorizia dovesse parlare soltanto di Gorizia. Era, e rimane, una domanda sul senso della parola scelta per intitolare la manifestazione.
Mi è tornata in mente oggi, leggendo sul Piccolo l'intervista della presidente della Fondazione Carigo Roberta Demartin. La presidente definisce Gorizia città di idee e cultura, sostiene che Frontiere ne rafforzi l'identità, ricorda che l'evento rinnova lo spirito di GO!2025 e dice che la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio, da una comunità che ha "fame di conoscenza". Sono considerazioni nelle quali è difficile non riconoscersi.
C'è poi un passaggio che riguarda direttamente la mia domanda. Demartin racconta che inizialmente si voleva parlare di confini e che poi le realtà coinvolte nell'organizzazione hanno deciso di spostare lo sguardo sulle frontiere, "che sono elementi di apertura". E aggiunge: "a Gorizia, poi, la frontiera non è soltanto una parola, ma la vita stessa". La distinzione, dunque, è stata fatta consapevolmente, ed è quella giusta: confine e frontiera non sono la stessa cosa.
Lo storico Raoul Pupo lo spiega con grande chiarezza in Italianità adriatica. Il confine è una divisione netta, spesso lineare: da una parte o dall'altra. La frontiera invece è un territorio, e nell'esperienza europea è soprattutto una "area di sovrapposizione" fra mondi che hanno altrove il proprio centro. La storia delle terre dell'Alto Adriatico è, per Pupo, precisamente una storia di sovrapposizioni: di mondi latini, slavi e germanici, di lingue, culture, economie, appartenenze che si incontrano, si mescolano e talvolta si scontrano.
La frontiera quindi non è il punto in cui due realtà stanno una di fronte all'altra, ma ciò che accade fra di esse: uno spazio di relazione e di scambio, anche di tensione e di conflitto, perché sarebbe ingenuo trasformare la storia delle frontiere in una favola edificante sulla convivenza. Uno spazio, comunque, nel quale identità differenti si sovrappongono e attraverso quella relazione producono qualcosa di nuovo.
Gorizia corrisponde quasi alla lettera a questa definizione. Era una frontiera molto prima del 1947, molto prima che qualcuno vi tracciasse un confine: lo era quando nello stesso spazio convivevano italiano, sloveno, friulano e tedesco, quando appartenenze culturali e linguistiche non coincidevano con una linea geografica, quando persone, merci, idee, tradizioni e relazioni familiari attraversavano quotidianamente mondi diversi.
Poi arrivò il confine, e la linea fece ciò che le linee fanno per loro natura: separare. Stabilire chi stava di qua e chi stava di là, interrompere percorsi, modificare abitudini, dividere proprietà e famiglie, trasformare una periferia in due periferie contrapposte. La storia successiva di Gorizia e Nova Gorica è anche la storia del lento tentativo di ricostruire sopra quella linea lo spazio della frontiera.
La stessa consapevolezza si ritrova nella presentazione ufficiale del festival, dove Gorizia viene descritta come un luogo nel quale, per secoli, identità e lingue diverse si sono intersecate prima che una linea sulla carta separasse ciò che era unito; la frontiera vi è definita un "territorio fluido", parte della vita quotidiana delle persone. La presentazione di Crossroads è ancora più netta: la frontiera non come linea di separazione, ma come spazio di relazione, scambio e convivenza.
Sulla premessa, dunque, siamo d'accordo. Il mio interrogativo nasce dopo: perché questa esperienza, così ben descritta, non entra nel cuore intellettuale del festival?
Il programma principale è costituito da otto lezioni al Teatro Verdi, realizzate con Editori Laterza e costruite, come recita lo stesso sito, attorno a "netti binomi concettuali": Cina/USA, Sionismo/Diaspora, Giovani/Adulti, Universo finito/Universo infinito, Maschile/Femminile, Bello/Brutto, Intelligenza naturale/Intelligenza artificiale, Oriente/Occidente. Tutti argomenti degni di interesse, alcuni di grande attualità, che non intendo discutere nel merito. Ma a forza di allargare il concetto, la parola frontiera rischia di diventare sinonimo di contrapposizione: basta mettere due realtà una accanto all'altra.
Nell'accezione storica che proprio Gorizia dovrebbe insegnarci, invece, la frontiera diventa interessante quando il segno che separa non basta più: quando ci si domanda che cosa succede nello spazio intermedio, dove le identità si modificano e magari litigano, ma non possono più essere lette come blocchi separati.
Qui Gorizia avrebbe avuto moltissimo da dire. Non come omaggio alla città ospitante, né come esercizio di storia locale o celebrazione del modello Gorizia-Nova Gorica, ma come caso europeo. Un grande storico avrebbe potuto interrogarsi sulla trasformazione di una frontiera in confine e poi nuovamente in spazio condiviso. Un sociologo avrebbe potuto ragionare sulle identità che continuano a vivere da entrambe le parti di una linea politica. Un linguista avrebbe potuto raccontare che cosa accade quando lingue diverse abitano lo stesso territorio. Uno studioso delle minoranze avrebbe potuto discutere il rapporto fra Stato, appartenenza e comunità. Si sarebbe potuto confrontare Gorizia con altre frontiere europee, mostrando analogie e differenze. Si sarebbe potuti partire da Gorizia per parlare del mondo, e non il contrario.
Qualcuno potrebbe obiettare che c'è Crossroads, e la stessa presidente, nell'intervista, lo indica come uno dei modi con cui il festival ha voluto riflettere sulle frontiere, accanto alle lezioni magistrali: le passeggiate, le aperture di spazi privati, i momenti musicali e artistici. È giusto riconoscerlo. Per tre giorni Crossroads porta nelle vie e nelle piazze spettacoli, musica, teatro, fotografia, artigianato e memoria storica, coinvolge numerose realtà del territorio, molte delle quali a titolo gratuito, e si propone di raccontare l'identità multiculturale di Gorizia. Il sito ufficiale lo definisce però un "evento di animazione territoriale" che accoglie il Festival Frontiere, mentre il "cuore degli incontri" resta costituito dalle otto lezioni al Teatro Verdi.
Per questo Crossroads non risponde alla mia domanda: non perché non abbia valore, ma perché fa un altro mestiere. Una cosa è rappresentare l'identità della città attraverso performance, itinerari, immagini, mestieri e rievocazioni; altra cosa è assumerla come oggetto di studio e di pensiero. Gorizia viene raccontata per strada, ma non viene interrogata dal palco dal quale si interrogano le grandi questioni del nostro tempo.
Ed è questo che continua a sorprendermi, perché il festival non si chiama Contrasti, Opposti o Binomi. Si chiama Frontiere, e si svolge in una città che non ha bisogno di metafore per spiegare che cosa sia una frontiera: una città nella quale per decenni le persone hanno continuato, nonostante il confine, a guardarsi, parlarsi, attraversarsi, e nella quale oggi due città di due Stati differenti sperimentano forme sempre più profonde di condivisione dello stesso spazio urbano. Se questa non è materia per una lezione sulle frontiere, faccio fatica a immaginare che cosa possa esserlo.
La domanda di qualche settimana fa, quindi, rimane, e oggi è più precisa: come è possibile aver compreso così bene, nelle premesse, che cosa renda Gorizia una frontiera, e aver poi scelto di non farne uno dei temi centrali della riflessione? Gorizia non è semplicemente il luogo adatto per un festival chiamato Frontiere. È una frontiera, ed è forse proprio questa la storia che meritava di salire sul palco.
 

Nessun commento:

Posta un commento