Un commento su Facebook e la risposta di un insegnante di storia: "la storia locale è cronaca". Ma la storia di Gorizia è storia europea, e la vicenda di Antonio Bonne, sindaco nel 1922, lo dimostra.
Qualche giorno fa avevo pubblicato su Facebook uno dei tanti post con cui segnalo ciò che scrivo nel blog Vado a vivere a Gorizia e racconto nel podcast Voci dal confine. Tra i commenti mi ha colpito quello di un'amica virtuale, peraltro anonima, perché di lei conosco soltanto ciò che lascia affiorare attraverso i social, che ha raccontato un episodio dei suoi anni di liceo.
Alcuni studenti avevano chiesto all'insegnante di storia di dedicare un po' di spazio alla storia locale. La risposta era stata, più o meno, che si trattava di provincialismo: quelle vicende appartenevano alla cronaca, non alla storia. Questa frase mi è rimasta in testa perché contiene due equivoci: uno sulla differenza tra cronaca e storia, l'altro, forse più interessante, su che cosa consideriamo degno di diventare storia.
La distinzione tra cronaca e storia non dipende dalla maggiore o minore importanza attribuita a un avvenimento. La cronaca registra e racconta i fatti nella loro immediatezza, sulla base delle informazioni disponibili. La storia torna su quei fatti, li sottopone a un esame critico, interroga e confronta le fonti, ricostruisce il contesto e cerca di comprenderne le cause, le relazioni e le conseguenze. Per questo la storia locale non coincide con la cronaca: è storia quando usa gli strumenti e il metodo della ricerca storica per ricostruire e interpretare il passato di una comunità e, attraverso di esso, processi che spesso vanno ben oltre i suoi confini. La storia di una città è storia a tutti gli effetti, e forse oggi, a distanza di qualche decina d'anni, quell'insegnante risponderebbe diversamente.
Nel caso di Gorizia la distinzione diventa persino paradossale, perché senza guardare ciò che è accaduto qui la storia europea del Novecento si capisce male. In pochi decenni questa città ha conosciuto la fine di un impero, una guerra combattuta praticamente sulla porta di casa, il passaggio dall'Austria all'Italia, il fascismo, le politiche di snazionalizzazione, un'altra guerra, l'occupazione tedesca, quella jugoslava, la nascita di un confine che ha tagliato un territorio e le vite delle persone. Chiamare tutto questo "cronaca locale" significa ridimensionare Gorizia e, insieme, dimenticare che la grande storia si manifesta sempre in luoghi concreti. Napoleone appartiene alla storia anche quando entra in una piccola città. La Prima guerra mondiale resta storia anche quando lasciamo i manuali per vedere che cosa accadde in una casa di via Rafut o in piazza Travnik. Lo stesso vale per il fascismo, se invece di osservarlo da Roma cerchiamo di capire come conquistò il potere a Gorizia.
È proprio da una domanda di questo genere che è nato il mio libro su Antonio Bonne e la fine della Gorizia liberale, che tra breve presenterò ufficialmente.
Volevo capire che cosa fosse accaduto a Gorizia negli anni che vanno dalla fine dell'Ottocento all'avvento del fascismo. Per farlo ho seguito le tracce di un uomo che la città aveva praticamente dimenticato: Antonio Bonne, giudice e sindaco di Gorizia per alcuni mesi nel 1922, di fatto il primo sindaco eletto democraticamente dopo l'annessione all'Italia. Il libro che gli ho dedicato, e che presto si troverà in libreria, è nato da una ricerca lunga, fatta di archivi, giornali, documenti, atti amministrativi, nomi, date e confronti fra fonti diverse. Era partita come la ricerca su un uomo e strada facendo è diventata la ricostruzione di una città.
Bonne mi ha portata dentro una Gorizia molto diversa da quella che siamo abituati a immaginare retrospettivamente. Era una città plurale, attraversata da culture, lingue, appartenenze e posizioni politiche diverse, uscita dall'Impero austro-ungarico e costretta, dopo la Prima guerra mondiale, a ridefinire se stessa all'interno dello Stato italiano. Attraverso la sua vicenda ho potuto seguire il progressivo restringersi degli spazi politici fino ai giorni dell'ottobre 1922, quando anche a Gorizia l'avvento del fascismo cambiò radicalmente le regole del gioco.
La cronaca si fermerebbe alla notizia: Antonio Bonne fu eletto sindaco di Gorizia il 1° febbraio 1922. Il 2 novembre venne estromesso dal municipio, nel vero senso della parola, e il 16 novembre presentò le dimissioni. La storia comincia quando ci si chiede perché. Bisogna capire chi lo aveva eletto, quale equilibrio politico aveva reso possibile quella elezione, che cosa rappresentava Bonne e che cosa stava accadendo contemporaneamente in città. E poi perché quell'esperienza amministrativa durò così poco, e che cosa racconta la sua fine sul passaggio dalla Gorizia del dopoguerra alla Gorizia fascista. Sono queste domande a trasformare una successione di avvenimenti nella ricostruzione di un processo storico.
Lavorando su Bonne ho capito anche che la storia non diventa automaticamente memoria. Possiamo avere i documenti negli archivi, i giornali nelle biblioteche, gli atti nei faldoni e tuttavia perdere completamente la consapevolezza di ciò che è accaduto. Basta che per una o due generazioni nessuno vada più a cercare quelle carte, nessuno pronunci quei nomi, nessuno racconti quelle vicende. Antonio Bonne era ancora negli archivi, ma la città lo aveva dimenticato. Recuperare frammenti di questo tipo è forse ciò che cerco di fare con i libri, con il blog e con Voci dal confine.
Il fatto che una vicenda sia locale non la rende importante di per sé, e pensarlo sarebbe davvero provincialismo. Alcune vicende accadute qui, però, permettono di comprendere processi molto più grandi. Il confine, le identità nazionali, la convivenza fra lingue e culture, le guerre, i totalitarismi, gli spostamenti delle frontiere sono questioni europee che a Gorizia hanno assunto una forma concreta, spesso drammatica. Provinciale, semmai, è credere che la storia diventi importante soltanto quando accade altrove.
Con Antonio Bonne ero partita alla ricerca di un sindaco dimenticato e ho trovato un pezzo della storia della città, che adesso provo a restituirle.

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