Fondazione Carigo, grandi eventi e associazionismo: il confronto con CRTrieste pone una domanda sul futuro delle risorse del territorio
Una pagina intera del Piccolo, una sola parola a caratteri enormi: «GRAZIE!». È il ringraziamento pubblicato dopo i tre giorni di Frontiere – Dove i mondi si incontrano, manifestazione organizzata con il coinvolgimento di Nord Est Multimedia, Editori Laterza, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Comune e Regione. Il testo celebra il successo dell’iniziativa, ringrazia pubblico, istituzioni, università, commercianti e collaboratori e attribuisce esplicitamente alla «fiducia e alla visione» della Fondazione Carigo un ruolo determinante, ricordando inoltre che per sua «iniziativa e intuizione» il festival è stato integrato con Crossroads, il programma diffuso che per tre giorni ha coinvolto la città. Nulla di illegittimo, naturalmente, ma quella pagina, apparsa proprio sul quotidiano appartenente al gruppo editoriale coinvolto nell’organizzazione, finisce involontariamente per porre una domanda che va ben oltre il bilancio della manifestazione: è questo il ruolo che dovrebbe assumere una fondazione nata dal patrimonio e dalla storia economica di una comunità?
La questione non riguarda la qualità di Frontiere, né vuole trasformarsi in una polemica contro gli eventi culturali, dei quali una città ha certamente bisogno. Riguarda piuttosto il modello che sembra progressivamente affermarsi. La Fondazione Carigo non si limita infatti a finanziare iniziative proposte dal territorio, ma in alcuni casi diventa essa stessa promotrice, produttrice e organizzatrice. Nel bilancio della Fondazione compare, per Frontiere 2026, un impegno di 200 mila euro, mentre Crossroads viene presentato nei materiali ufficiali come un evento «ideato e realizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia». Vi hanno partecipato più di trenta realtà territoriali, ma proprio qui emerge una contraddizione che merita attenzione: il coinvolgimento di associazioni e soggetti locali non equivale necessariamente al loro rafforzamento, soprattutto quando essi vengono chiamati a inserirsi in un progetto già concepito, diretto e identificato da chi dispone delle risorse.
A rendere la questione ancora più concreta c’è il caso della Pro Loco di Gorizia. Il suo presidente mi ha confermato che l’associazione non è stata coinvolta in Crossroads, nonostante la Pro Loco sia tra i soggetti che organizzano Contea, una delle manifestazioni cittadine più riconoscibili, nata per celebrare ogni anno il compleanno di Gorizia attraverso un programma diffuso che mette insieme storia, spettacolo, tradizioni, associazioni e partecipazione popolare. È difficile non chiedersi perché, volendo realizzare una grande iniziativa di animazione territoriale, non si sia pensato di sostenere chi questo lavoro lo svolge già e ha dimostrato di possederne le competenze. La Fondazione avrebbe potuto finanziare un progetto affidato alla Pro Loco, oppure a una rete di associazioni locali, ottenendo forse un risultato analogo sul piano dell’offerta culturale ma producendo, nello stesso tempo, un effetto più duraturo: risorse, esperienza, capacità organizzativa e relazioni sarebbero rimaste nel tessuto associativo cittadino anche dopo la conclusione della manifestazione.
Questo punto diventa ancora più significativo se lo si mette in relazione con le priorità economiche dichiarate dalla Fondazione. Per il 2026 il bando dedicato ai “Grandi Eventi e manifestazioni culturali” dispone di 400 mila euro, mentre la Sessione erogativa generale per arte, attività e beni culturali, destinata anche alle attività ordinarie degli enti del territorio, dispone di 60 mila euro. Naturalmente sarebbe scorretto ricavare da questi due soli dati l’intera politica erogativa della Fondazione, che sostiene numerosi progetti in ambito sociale, culturale, scolastico e sportivo e nel 2025 ha deliberato complessivamente più di 5 milioni di euro su centinaia di iniziative. Il punto non è dunque affermare che Carigo non sostenga il territorio, perché i numeri dimostrano il contrario, ma chiedersi quale sia il baricentro culturale delle sue scelte e quanto spazio debba occupare una fondazione come soggetto direttamente protagonista rispetto alla funzione, forse più naturale, di rafforzare chi sul territorio già opera.
Per capire che esiste anche un altro modo di interpretare il ruolo di una fondazione di origine bancaria non occorre andare lontano. Basta guardare a Trieste. La Fondazione CRTrieste appartiene alla stessa famiglia delle fondazioni nate dalle casse di risparmio e opera nella stessa regione, pur disponendo di un patrimonio maggiore. Sarebbe quindi sbagliato confrontare semplicemente le cifre assolute, mentre è molto più interessante osservare la natura degli interventi. Nel 2025 la Fondazione CRTrieste ha sostenuto 157 iniziative con erogazioni complessive per 4,3 milioni di euro e dal 2026 ha portato a 5 milioni le risorse annuali destinate alla comunità. Accanto al sostegno alla cultura e agli eventi, che naturalmente non manca, emerge però con grande evidenza una linea di intervento strutturale, rivolta al patrimonio, ai servizi, alla sanità, alla fragilità sociale e agli strumenti messi concretamente a disposizione delle organizzazioni territoriali.
Nel gennaio 2026 CRTrieste ha concluso un importante intervento di riqualificazione su nove edifici e 204 alloggi della Fondazione Caccia Burlo, destinati in prevalenza a famiglie in difficoltà, facendosi carico dell’operazione sia sul piano economico sia su quello esecutivo. Nello stesso anno ha partecipato, insieme all’ITIS, al Comune e all’Azienda sanitaria, a un progetto di rigenerazione urbana destinato a trasformare alcuni immobili cittadini in condomini multigenerazionali privi di barriere architettoniche, pensati soprattutto per consentire agli anziani di continuare a vivere nel proprio quartiere in condizioni di autonomia e sicurezza. Ha inoltre messo a disposizione delle strutture sanitarie due apparecchiature di ultima generazione, poi entrate nella dotazione dell’Università e dell’Azienda sanitaria, e ha donato sei pulmini a organizzazioni impegnate nello sport giovanile, nel sociale, nell’assistenza agli anziani e alle persone con disabilità. Si tratta di esempi molto diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica evidente: la Fondazione non si sostituisce ai soggetti che operano sul territorio, bensì fornisce loro strumenti, strutture e risorse con cui possano svolgere meglio e più a lungo la propria funzione.
Anche nel campo sociale la differenza di impostazione appare significativa. Nel 2026 CRTrieste ha destinato complessivamente 500 mila euro a due bandi rivolti al contrasto della povertà e della fragilità sociale, mentre altri interventi sono stati orientati alla socializzazione degli anziani e al contrasto dell’isolamento. Persino quando vengono utilizzati spettacoli teatrali o appuntamenti musicali, questi non sembrano essere concepiti come un fine autonomo ma come strumenti inseriti in un progetto sociale più ampio. È proprio questa impostazione a suggerire il confronto: non una fondazione che rinuncia alla cultura o agli eventi, ma una fondazione che sembra utilizzare la propria capacità economica soprattutto per produrre effetti duraturi, mettendo a disposizione case riqualificate, servizi, apparecchiature, mezzi e opportunità operative.
È questa, a mio avviso, la domanda che Gorizia dovrebbe cominciare a porsi con maggiore chiarezza. Non se un festival sia riuscito o meno, non se abbia avuto pubblico, non se gli ospiti fossero prestigiosi e neppure se la comunicazione sia stata efficace, ma quale eredità producano le risorse investite. Un evento può essere culturalmente importante e perfino necessario, ma termina. Una struttura recuperata, un’associazione rafforzata, un archivio salvato, un mezzo messo a disposizione di un servizio sociale, un’attrezzatura sanitaria o un progetto destinato a durare nel tempo continuano invece a produrre effetti ben oltre il momento in cui vengono inaugurati.
Il caso della Pro Loco, da questo punto di vista, non è soltanto una curiosità organizzativa. È il simbolo di una questione più ampia che riguarda il rapporto fra una fondazione e il tessuto associativo che la circonda. Coinvolgere molte associazioni in un progetto non significa necessariamente farle crescere. Le si può invitare a partecipare a un’iniziativa progettata altrove oppure si può dare loro fiducia, responsabilità e risorse perché siano esse a costruirla. Le due cose non sono equivalenti, perché nel secondo caso il finanziamento non produce soltanto un evento ma genera competenza, autonomia e capacità organizzativa che rimangono sul territorio.
Dopo GO!2025 questa riflessione appare ancora più necessaria. Gorizia ha vissuto anni straordinari, segnati da un calendario densissimo di manifestazioni, inaugurazioni, spettacoli, incontri e ospiti. Era inevitabile e in larga parte necessario. Ora però si apre una fase diversa, forse più difficile, nella quale occorre capire come trasformare quella stagione eccezionale in una crescita stabile. Continuare a moltiplicare gli appuntamenti può garantire visibilità, ma non necessariamente consolida la comunità. Forse una parte maggiore delle risorse disponibili dovrebbe essere destinata proprio a ciò che rimane: luoghi recuperati, sedi per le associazioni, patrimonio storico e documentario messo in sicurezza, servizi sociali, strutture per giovani e anziani, attrezzature e organizzazioni locali messe nelle condizioni di crescere.
Il confronto con la Fondazione CRTrieste dimostra che una fondazione di origine bancaria può interpretare il proprio ruolo anche in questo modo, senza rinunciare alla cultura e senza rinchiudersi in una funzione puramente assistenziale. Può scegliere di intervenire sulla struttura profonda di una comunità, utilizzando il proprio patrimonio non soltanto per finanziare ciò che accade oggi, ma per rendere possibile qualcosa che continuerà ad accadere domani.
È dunque legittimo chiedere alla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia se, accanto alla stagione dei grandi eventi, non sia arrivato il momento di spostare con maggiore decisione il baricentro verso investimenti capaci di lasciare un’eredità concreta. La domanda, in fondo, è molto semplice: fra dieci o vent’anni, che cosa resterà dei soldi spesi oggi? Le manifestazioni finiranno, le fotografie perderanno attualità e anche le pagine celebrative verranno dimenticate. Il territorio, invece, resterà. E forse il compito più importante di una fondazione dovrebbe essere proprio quello di renderlo più forte.

sono assolutamente d'accordo
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