Quella sera di gennaio del 1883 la sala della Concordia era illuminata a festa. Lo scrive il cronista della Soča, che si mise a contare chi c’era: i nobili goriziani, gli ospiti venuti a svernare, gli ufficiali della guarnigione, gli impiegati, e tante signore quanti uomini. Poco dopo le otto salì sul palco una donna di ventotto anni, viennese, sposata con un giornalista sloveno. Suonò Rubinstein con due musicisti del reggimento, poi Chopin, Schubert, Scarlatti. Il cronista non trovava le parole e alla fine scrisse che chi ascoltava sentiva nell’anima l’eco del respiro del compositore.
Nei giorni prima, per le strade, i goriziani avevano visto i manifesti del concerto. Erano scritti in italiano, in tedesco e in sloveno, e al Corriere di Gorizia la cosa non era piaciuta: bastava l’italiano, che lo parlavano tutti. Lei voleva che venissero tutti, e quella sera la sala piena le diede ragione.
Si chiamava Lucilla Tolomei Podgornik. L’ho incontrata da poco, in due articoli di studiosi sloveni, Primož Kuret e Sara Zupančič, e da allora non riesco a togliermela dalla testa. Ha vissuto a Gorizia dieci anni. Qui ha cresciuto i suoi bambini, qui ha insegnato il pianoforte a tante ragazze, qui ha scritto le sue pagine più importanti. E qui nessuno si ricorda di lei.
Il braccio rotto
Lucilla nasce a Vienna alla fine di maggio del 1854; sul giorno le fonti oscillano tra il 26 e il 28. Il padre è di Cavalese, in Trentino, la madre è figlia di un fabbricante di seta viennese. In casa si parla tedesco, e il tedesco resterà la sua lingua per tutta la vita.
È brava, molto. Al conservatorio studia con Julius Epstein, che negli stessi anni ha tra gli allievi il giovane Mahler, e torna a casa con le medaglie. A diciotto anni suona Mozart al Mozarteum di Salisburgo e la chiamano al Gewandhaus di Lipsia, una delle sale più importanti d’Europa. Poi si rompe un braccio, e il concerto salta. Al Gewandhaus non suonerà mai. Ho pensato a lungo a quella ragazza con il braccio fasciato e a come deve aver vissuto quei mesi.
A Vienna incontra Fran Podgornik, un goriziano di Čepovan pieno di idee e senza un soldo, che sogna l’unione dei popoli slavi. Si sposano nel novembre del 1879. Lei ha venticinque anni e lo segue a Gorizia.
Le allieve
Appena arrivata, mette un annuncio sulla Soča, il giornale che dirige il marito. Offre lezioni di pianoforte e di armonia a signore e signorine, e ricorda il suo diploma con lode e gli anni di insegnamento a Vienna. Le allieve arrivano, e sono tante. Servono, perché Fran guadagnerà sempre poco e le lezioni tengono in piedi la casa, mentre i bambini nascono uno dopo l’altro: Friederike, Milan, Emma, Paul e, secondo il censimento del 1890, anche Felix.
Me la immagino nel suo salotto goriziano, con un bambino in braccio e un’allieva al pianoforte che inciampa sempre nello stesso passaggio. Nel 1884 le sue ragazze suonano in pubblico, e la Soča scrive che Lucilla è una grande artista e un’ottima insegnante.
La sera suona alla čitalnica, la sala di lettura slovena, quasi sempre musica slava, e il pubblico le chiede il bis. Da Zagabria il musicologo Franjo Kuhač le scrive lettere piene di consigli e le manda spartiti. Lei compone una parafrasi su tre canti popolari, e lui le risponde che merita di essere stampata. Quel pezzo oggi è perduto.
Le pagine tagliate
Non tutti le vogliono bene. Per un giornale sloveno è una curiosità, una tedesca che si è fatta slovena. Gli irredentisti italiani ai suoi concerti non vengono, e una volta tagliano le pagine dello spartito del suo accompagnatore perché non possa suonare. Lei però suonava a memoria.
Intanto scrive. I suoi articoli escono in sloveno, la lingua del marito, che probabilmente la aiuta a trovare le parole. Nel saggio più lungo sostiene che un popolo si educa con i suoi canti, e racconta di aver sentito nelle campagne attorno a Gorizia i pastorelli cantare in friulano e in italiano. Lo scrive con dispiacere. A me quella frase commuove per un’altra ragione. È l’immagine di una terra dove le lingue si mescolavano anche nei prati, e a fissarla sulla carta è una viennese, figlia di un trentino, che pensava in tedesco.
Trieste, il nome cancellato
Nel 1890 i Podgornik si trasferiscono a Trieste. Lucilla prende un appartamento in via del Farneto e ci apre la sua scuola. Allo Schiller-Verein incontra il violinista Giulio Heller, e con lui vive gli anni più belli della sua carriera: più di trenta concerti insieme, la storia della sonata raccontata in dodici serate, la prima sonata per violino di un Busoni ventiseienne suonata per la prima volta in pubblico. La Triester Zeitung la chiama la migliore pianista della città.
Nel 1891 accetta di suonare in due serate delle società slave. Da quel giorno L’Indipendente, il giornale degli irredentisti, smette di scrivere il suo nome. Continua a recensire i concerti con Heller, loda il violinista, conta il pubblico, e della pianista non dice niente, per anni. Nel 1894 il Piccolo pubblica la lettera di un lettore anonimo stanco di trovarsela sempre davanti. Le riconosce il talento, poi ci scherza sopra, accostando il cognome di Pia de’ Tolomei, quella che «disfece Maremma», al cognome sloveno del marito. Scrive che a Trieste ci sono pianiste altrettanto brave, e triestine, senza quel marchio ambiguo di internazionalità. Leggendo quella lettera ho pensato a quante volte, da queste parti, qualcuno è stato messo da parte perché non stava tutto da una parte sola.
Il 19 maggio 1895 Lucilla porta sul palco le sue allieve, tredici ragazze e un ragazzo. C’è Lucilla Bolla, che l’aveva seguita da Gorizia. C’è Alice Andrich, che anni dopo insegnerà il pianoforte a Luigi Dallapiccola. C’è Emilio Russi, che fonderà il liceo musicale da cui è nato il conservatorio Tartini. È il suo saluto a Trieste. In autunno la famiglia torna a Vienna.
L’ultima cartolina
A Vienna Fran muore nel 1904, povero come era sempre stato. Lucilla continua a suonare, spesso con la figlia Friederike al secondo pianoforte. Un critico scrive di non aver mai sentito una pianista viennese migliore. Nel 1911 suona in Olanda con l’orchestra del Concertgebouw. Poi arriva la guerra, e lei smette.
Nel 1922 prende un altro cognome, Hermuth. L’aveva scelto dieci anni prima il figlio Paul, ingegnere, che a Vienna con un nome sloveno non trovava lavoro. Quello stesso anno scrive una cartolina a Trieste, alla sua vecchia allieva Lucilla Bolla. La ringrazia per averla ricordata in un articolo e le corregge un particolare: il concerto in Olanda non era stato ad Haarlem ma ad Amsterdam, perché Haarlem era una città troppo piccola. Sedici anni dopo Friederike, con i programmi in mano, scriverà alla stessa allieva che era Haarlem. Mi piace pensare a Lucilla anziana che difende la grandezza della sua sala, e alla figlia che, quando lei non c’è più, rimette a posto le date.
Lucilla muore a Vienna il 16 agosto 1937.
Riportarla a casa
Kuret ha scritto che era stata dimenticata, come tanti altri. Zupančič ha spiegato perché: il suo nome fu cancellato quando era ancora viva, e dopo nessuno è più andato a cercarlo, perché Lucilla non apparteneva del tutto né alla storia italiana né a quella slovena.
Io vorrei che Gorizia la ritrovasse. La giovane madre che metteva l’annuncio sul giornale, suonava alla čitalnica e alla Concordia, insegnava alle ragazze goriziane di allora e faceva stampare i manifesti in tre lingue perché al suo concerto venissero tutti. Per questo ho voluto raccontarla qui.
Fonti
- Primož Kuret, Pianistka Lucilla Tolomei Podgornik, «Zgodovinski časopis», 69 (2015), n. 3-4, pp. 336-351
- Sara Zupančič, Prestopanje mej: primer pianistke Lucille Tolomei Podgornik, «De musica disserenda», XXI/1 (2025), pp. 155-211
