Ma che fine ha fatto Julian Sands?

Pubblico, con piacere, queste riflessioni scritte da Giovanna Campagna, il cui sogno è di venire a vivere a Gorizia. E lo pubblico anche perchè amo il cinema e questo attore è stato interprete di uno dei più bei film di denuncia, che ho avuto modo di vedere: Urla del silenzio. Il ricordo di Giovanna è legato ad un'altra opera che, all'epoca, ottenne meritatamente numerosissimi premi, ovvero Camera con vista.

Ieri è stato dichiarato disperso l'attore Julian Sands. Di lui si sono perse le tracce dal 13 di gennaio quando, recatosi per una escursione sul Monte Baldy (situato nell'area delle San Gabriel Mountains, nel sud della California), non ha più fatto ritorno a casa. Ho scoperto che era un amante della natura e in particolar modo dei paesaggi montani. Il destino beffardo, con una sincronicità inquietante, ha decretato per lui una fine degna dei personaggi cui ha prestato il volto in alcune memorabili pellicole. Perfetto interprete di Percy Bysshe Shelley in Gothick di Ken Russel, un vero "spirito di titano entro virginee forme" come il Carducci ebbe a definire il poeta inglese; sublime anche nelle vesti di George Emerson, nello splendido "Camera con vista", trasposizione cinematografica di James Ivory del omonimo romanzo di Edward Morgan Forster, vincitore di 3 oscar: miglior sceneggiatura originale, scenografia e costumi. Film che è una dichiarazione d'amore alla mia città, Firenze, e che contiene, a mio avviso, la scena piu romantica del cinema di tutti i tempi: il bacio tra Lucy e George, i due giovani protagonisti, nel campo di papaveri. Mi piace immaginare Julian Sands al pari di un eroe romantico, uno spirito libero, inebriato dalla natura, in continuo instancabile dialogo con questa. Esattamente come lo fu Shelley, il cantore della natura, nella descrizione di Cesare Pavese ( di cui Einaudi ha pubblicato una pregevole traduzione del "Prometheus unbound" ), che dal poeta fu affascinato fin da giovane età e così ebbe modo di descriverlo: " Amava [Shelley] la bellezza, come la bontà. Per lui tutti gli aspetti dell'universo erano apparenze diverse di una sola realtà: Amore e questa realtà era velata dal Male come da una nebbia, che appena qua e là lascia scorgere gli oggetti. Ma questa nebbia sarebbe dileguata. Nel Prometeo Liberato [ opera dello Shelley] canta il trionfo su di essa. Egli amava tutto ciò che gli appariva bello e buono. Amava il sole come Amava suo padre, una nuvola come una donna, gli esseri inorganici come gli organici, gli uomini, le stelle" ( cit. dai manoscritti giovanili FE di Cesare Pavese custoditi nell'Archivio Pavese presso il Centro di Letteratura Italiana in Piemonte Guido Gozzano dell'Università di Torino).

Julian Sands sembra incarnare alla perfezione questa natura umana, appare, da alcune sue dichiarazioni, come un uomo di altri tempi, schivo, distante dalla contemporaneità chiassosa e animato da una profonda ricerca di silenzio. Una natura contemplariva, rivolta alla ricerca spirituale e lontana dai riflettori dello star system. Incarna alla perfezione il personaggio di George Emerson che, durante una gita nelle colline fiorentine, inebriato dal paesaggio che lo circonda, così dichiara il suo credo al vento: " Bellezza, speranza, libertà, verità, vita, purezza, gioia, amore..." dunque personaggio e interprete si compenetrano e, finiscono per somigliarsi. "Mi aveva colpita molto la sua umiltà e sensibilità. È un bel ricordo che porto nel cuore." Così Julian Sands nella descrizione di una mia carissima amica che ha avuto modo di incontrarlo a Firenze nel 2017, durante le celebrazioni per il trentennale dell'uscita del film. Quel film che lo aveva reso noto, insieme ad una allora giovanissima Helena Bonham Carter ( il personaggio di Lucy) al pubblico internazionale, decretendone l'inizio della carriera. In quella occasione fu chiesto a Ivory come avrebbe immaginato Lucy e George in un ipotetico sequel di Camera con vista, alla domanda se “Sarebbero ancora innamorati”? Il regista si è mostrato titubante replicando “Possiamo pensarci? Domanda impossibile!” A questo punto, sembra che Julian Sands abbia preso in mano il microfono, riuscendo a strappare un applauso molto sentito al pubblico in sala: “Lucy e George sarebbero ancora insieme. Magari a Firenze, proprio stasera. E per quanto sia passato tanto tempo, sono certo che non avranno mai dimenticato il loro primo bacio in quel bellissimo campo di papaveri!”. Questo, come anche una intervista, che oggi sembra tristemente profetica, rilasciata al Guardian in cui, alla domanda su come gli sarebbe piaciuto essere ricordato, risponde con schietta genuinità dai toni simpaticamente british:   "Come un interessante, divertente padre dai miei figli”. Una vita equilibrata dunque, lontana dagli eccessi tipici di certi ambienti e al riparo dai riflettori, l'attore è stato sempre molto presente e fortemente protettivo nei confronti della famiglia, su cui ha scrupolosamente preferito mantenere il riserbo. Una vita appartata, mi piace immaginarla dedita a quella ricerca ininterrotta che caratterizzava il suo personaggio nel film di Ivory. Fino al tragico epilogo, che tanto sorprendentemente lo accomuna a Percy Bisshe Shelley, il cui corpo venne rinvenuto sulle spiagge di Viareggio il 18 luglio del 1822, dieci giorni dopo la sua scomparsa in mare, dove il poeta si era avventurato a bordo di una galetta, durante il suo soggiorno nei pressi di Lerici. 

E con il credo di Forster, un inno alla bellezza ed alla preziosità della vita, che egli fa pronunciare al Signor Emerson, padre di George, che desidero concludere e salutare Julian Sands, un vero esploratore della vita!  " Sempre accanto all'imperituro perché esiste un sì e un sì e un sì...."

Il binomio perfetto!

C’era uno strano movimento attorno al campo sportivo di San Lorenzo Isontino lo scorso fine settimana ed, incuriosita, non ho potuto fare a meno di andare a vedere di che cosa si trattava. Anche perché, a suo tempo, mi avevano segnalato che ci sarebbe stata in paese una competizione di mantrailing sportivo e, quindi molto probabilmente, si trattava proprio di questo. E così è stato. Insomma, non ho alcun dubbio. Se avessi con cane (con due gatti padroni in casa proprio non sarebbe possibile) lo addestrerei a questa tecnica; perché sarà pur vero che per la maggior parte delle persone il cane è il migliore amico dell’uomo, e portandolo a spasso si è costretti a fare movimento anche se la voglia di restarsene a casa a leggere un bel libro o guardare un film molto spesso è notevole, ma guardare in azione le coppie (tecnicamente binomi) è qualcosa di veramente avvincente.

Entrando nello specifico, la prova di mantrailing è orientata a verificare le abilità dei cani nel seguire una traccia ed identificare correttamente una specifica persona in un’area. I cani che partecipano ad una prova di mantrailing devono dimostrare buona volontà e attitudine per il lavoro ed il conduttore deve dimostrare competenza e naturalezza nel condurre il suo amico a quattro zampe. La competizione prevede tre distinti livelli di qualifica. Ogni titolo, quando viene conseguito, definisce il livello di capacità in ambito sportivo e coloro i quali hanno ottenuto i migliori punteggi hanno titolo a partecipare alla competizione nazionale. Rigorosissimo il regolamento che l’infaticabile Federica ci ha consegnato per farci capire a che cosa stavamo assistendo. Non è certamente cosa da poco, perché il regolamento in questione è lungo 10 pagine, interlinea1! Semplificando al massimo, il cane segue una traccia dopo che gli è stato fatto annusare il cosiddetto “testimone d’odore” lasciato da un umano che, in gergo tecnico, si chiama figurante. In pratica, in questa competizione il cane è, o dovrebbe essere, in grado di seguire l’odore di una persona specifica oltre e attraverso gli odori e le tracce di altre persone.

Ogni evento deve offrire almeno due percorsi per livello, in modo che ci sia comunque una traccia disponibile nel caso in cui non fosse possibile utilizzare la traccia principale. I percorsi possono intersecarsi o coincidere in parte ma in tal caso i figuranti devono essere ovviamente diversi. E, quest’ultimi non devono aver percorso il campo di gara cui sono adibiti da almeno 15 giorni. Una organizzazione, quindi, complessa ed impegnativa, ma quando c’è la passione ogni ostacolo viene, in questo caso non soltanto metaforicamente, superato. Questi i risultati della competizione.

Tradizioni autunnali tra zucche e sommaco

Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di conoscere Alma, che ha allestito in piazza De Amicis, un luogo che diventa difficile identificare. Di primo acchito si potrebbe pensare ad una fioreria, ma la "Casa di Zoe" è molto di più. Difficile non ammettere che quel "di più" sia riconducibile alla remota amicizia che lega Alma a Sibilla. Un'amicizia nata tra fiori e piante. Poi, ciscuno (in questo caso ciascuna) segue la strada che il destino ha loro tracciato. Ma è facile capire come il connubio tra due anime buone non possa che far nascere e crescere idee, proposte, incontri e creazioni. Così perlomento è stato per me. Negata, da sempre, al lavoro manuale, ovvero alla creatività, ho colto la sfida (con me stessa) di trascorrere un paio d'ore immersa nell'essenza di un concentrato d'autunno: fiori, foglie secche, castagne, bacche e zucche. Sibilla, l'incantastorie, la cui voce dolce e suadente avrebbe anche la capacità di trasformare in un cucciolone il lupo cattivo di cappuccetto rosso o dei tre porcellini, ci ammalia ancora una volta con il racconto di leggende e tradizioni legate all'autunno.

Una falsa credenza, ci spiega anche, porta molte persone a ritenere che Halloween sia una festa importata, un’americanata tanto per intenderci, mentre è una tradizione che torna nella sua terra d’origine. La sua ritualità non è costume dei nativi americani, ma degli europei che emigrarono verso gli U.S.A. all'inizio del secolo scorso.

Le usanze che da noi sono state dimenticate divennero oltreoceano un’ancora con la terra madre. Un modo per non staccarsi del tutto dal proprio paese d'orogine.

Nella nostra regione era abitudine riempire d’acqua i contenitori per il corteo dei dannati, lasciare gli avanzi della cena sul tavolo per gli avi defunti che sarebbero tornati a controllare la famiglia e le loro abitazioni. Ai bimbi venivano offerte le favette dei morti, color delle ossa, della terra e del sangue. Tanto per addolcire la pillola a proposito di chi siamo e dove andremo.

E la famigerata zucca? Conosciuta dai cattolici come cibo, contenitore di fiori e borraccia, era un accessorio per i viandanti e i santi pellegrini. In Cenerentola la zucca diventa una carrozza, restando legata al tema del viaggio, ma altri cibi di stagione hanno questa caratteristica. Nel mito di Proserpinae del melograno che le permetteranno di viaggiare fra il regno dei vivi e gli Inferi. Il cibo racconta, diventa messaggio nell’arte, così i chicchi del frutto diventano simbolo dell’ovaio e della fertilità perché i passaggi stagionali ruotano intorno al concetto di sopravvivenza.

C'è, poi, una interessante tradizione che si è persa nel tempo la cui conoscenza consentiva di prevedere l’andamento climatico. Assaggiando il pistùm, la preparazione con le foglie di rapa bollite che doveva essere conservato all’esterno (più era saporito e più l’inverno sarebbe stato freddo). Oppure quella che attraverso la lettura dei semi aperti del caco le posate che vi apparivano anticipavano chiaramente ciò che sarebbe successo durante l'inverno: il cucchiaio indicava neve da spalare, il coltello freddo tagliente e la forchetta… un inverno mite. Ma a proposito della zucca, chi appartiene alla mia generazione ed è cresciuto, quindi, a pane e fumetti, è stato incredibilmente vittima di sarcasmo intellettuale. Mi spiego:

Nella vita dei Peanuts (Charlie Brown & Company) c’è un momento dell’anno che suscita sempre la trepidante attesa proprio di Linus. Un’attesa piena di emozione, di speranza, che resiste ad ogni perplessità e scetticismo, soprattutto da parte di Snoopy. E’ l’attesa per il cosiddetto “Grande Cocomero”. Nell’originale — in realtà — si parla di “pumpkin”, che significa zucca. Tutto ciò perché il giorno di questa grande attesa da parte di Linus Van Pelt è Halloween. Quando il fumetto di Charles Schultz apparve per la prima volta in Italia, Halloween, con il suo apparato di grandi zucche forate illuminate dall’interno, scheletri e cupe figure incappucciate, risate agghiaccianti, ritornello ossessivo (dolcetto o scherzetto), non era ancora sbarcato da questa parte del mondo. Così Oreste Del Buono e i curatori dell’edizione italiana pensarono — prendendosi una certa libertà — che il pubblico del Bel Paese non avrebbe capito per quale motivo era così importante quella che da noi era la festa di Ognissanti, insignificante per chi non fosse un cattolico minimamente istruito e praticante. Così si pensò di trasformare la zucca in un cocomero che evidentemente sembrava essere più famigliare alle folle italiche che lo consumano molto volentieri (magari con l’altro suo nome di anguria) nelle calde sere d’estate. (da https://www.paologulisano.com/halloween-perche-linus-attende-la-felicita-da-una-zucca-vuota/)

Il tempo vola e già le vetrine dei negozi si stanno riempiendo di decori natalizi. Nel nostro piccolo, a Gorizia, mi chiedo quali emozioni potremo rivivere grazie alla consolidata coppia Alma Sibilla, nell'ormai prossimo dicembre, nella confortevole casa di Zoe.

Storie di donne: la vita interessante di Marta Sgubin

Che le donne friulane (ovviamente in senso lato geograficamente) siano sempre state apprezzate come grandi lavoratrici, persone fidate alle quali affidare la cura dei bambini lo dimostra la storia, anche quella meno recente. Se, infatti, oggi come oggi si propongono sul mercato investigatori professionali che indagano sulla moralità e serietà professionale di tate e caregiver in un passato non certamente molto remoto era sufficiente dimostrare l’area geografica di provenienza per garantire la necessaria affidabilità. Ne sanno qualcosa le eredi delle aleksandrinke. Fenomeno di massa dell'emigrazione femminile dal Goriziano in Egitto che ebbe inizio nella seconda metà del XIX secolo, poiché durante la costruzione del Canale di Suez e maggiormente ancora dopo la sua apertura, nel 1869, aumentò il numero di uomini d'affari in Egitto, stabilitisi soprattutto ad Alessandria e al Cairo. Ragazze e donne perlopiù d'origine contadina trovarono lavoro da ricche famiglie europee come cuoche, cameriere, balie, governanti e sarte.

In tempi più recenti è stato l’esodo istriano a far migrare uomini e donne, com’è il caso di Lidia Bastianich, nata a Pola nel 1947 ed emigrata negli USA a soli 12 anni. Icona della tv, e madre dell’ancor più famoso Joe che in Friuli ha aperto un’ azienda vitivinicola ed un apprezzato agriturismo, ha legato il suo nome alla cucina italiana. Proprio a New York, a soli 24 anni aveva aperto il suo primo ristorante, il Buonavia e successivamente Villa Secondo, anche questo nel Queens, mentre nel 1981 il Felidia, un simbolo della cucina tradizionale italiana per tutto il mondo e sintesi del suo e del nome del marito.

Ma al di là della voglia di lavorare e di coronare il “sogno americano”, credo che tra le donne friulane che si sono fatte strada negli USA e sono rimaste nel cuore di coloro che le hanno conosciute personalmente la palma d’oro spetti senz’altro a Marta Sgubin. Donna semplice forte dal cuore d’oro, se non avesse deciso di scrivere e dare alle stampe, nel 1998, il suo Cooking for Madam, probabilmente la sua storia non sarebbe mai trapelata. Si dice che nulla avviene per caso e che la cosiddetta legge di attrazione è di fatto l’artefice del nostro destino. Personalmente non ho alcun dubbio che nella nostra vita nulla niente avviene per caso. Tutto quello che ci attiriamo, dagli eventi che viviamo, alle persone che conosciamo sono importanti per noi, per farci crescere e per cogliere ciò che di meraviglioso, o triste, ci regala la vita. Insomma, a mio avviso, sbagliano coloro i quali credono che incontri o situazioni che ci accadono siano casuali. Perché tutto dipende da una forza potente che ci collega all’universo e favorisce determinate conoscenze, relazioni e avvenimenti. Siano essi positivi o negativi. Insomma, è tutta questione di karma. Nel senso che tutto ciò che viviamo ci insegna e ci dà la possibilità di acquisire conoscenze e consapevolezze sempre più profonde. Vorrei proprio che Marta Sgubin la pensasse allo stesso modo, mentre la immagino comodamente seduta in poltrona nel suo bel appartamento in Park Avenue, quasi di fronte alla casa di Caroline, l'unica sopravvissuta della "sua" famiglia Kennedy.

Marta Sgubin aveva un sogno: quello di recitare. Ed intuibile, pertanto, che fin dall'adolescenza sperasse in una vita diversa da quella che le poteva riservare Fiumicello, un paese che oggi non conta nemmeno 5000 abitanti e che, allora, probabilmente ne contava molti meno. Un'estate, mentre si trovava a Venezia a fare la bambinaia, (lavoro che le aveva procurato la sorella) conobbe la moglie del console francese in Italia che era incinta e le propose di seguirla in Francia per prendersi cura della bambina che stava per nascere: Sybille. Dalla Francia Marta segue la famiglia del console francese nella sua nuova sede a Washington ed è lì che un giorno del tutto casualmente, nel 1969, incrocia la strada di Janet Lee, ex signora Bouvier, risposata Auchinloss, ma, soprattutto, madre di Jacqueline, giovane vedova del presidente Kennedy, con due bambini da crescere, Caroline e John John, per i quali, ritiene, la tata friulana sarebbe stata perfetta. E da lì inizia la lunga storia di questa amicizia, perché se all’inizio Martaaveva considerato l’incarico temporaneo e in cuor suo progettava di tornare in Europa molto presto, venticinque anni dopo, quando Jacqueline Kennedy Onassis morì, Marta era ancora con lei. Al momento della sua entrata nella famiglia, Marta era un’insolita combinazione di estrema raffinatezza e inaspettata semplicità. E la cosa non dovrebbe certamente sorprendere, tenuto conto che gli anni della sua giovinezza li trascorse in giro per il mondo in palazzi e castelli delle diverse capitali, con quella che ormai era diventata per lei una famiglia, essendo trascorsi sedici anni dalla sua assunzione. Alla mamma di Sybille si era sempre rivolta in modo formale, chiamandola “Madame”. Nella nuova famiglia chiamò la signora Onassis “Madam”, credendo erroneamente che si trattasse dell’equivalente inglese di “Madame”. Jacqueline le spiegò il vero significato del termine e la sua connotazione un pò osé, ma pregò Marta di continuare a usarlo perché era “veramente grazioso”. Quando i ragazzi alle cui cure Marta Sgubin era preposta diventarono grandicelli e non avrebbero più avuto bisogno di una istitutrice, Marta restò comunque con i Kennedy. Il suo ruolo cambiò naturalmente e divenne governante. Insomma una persona della quale non si sarebbe potuto più fare a meno. Sapeva fare qualunque cosa, ma si fece notare soprattutto per le sue doti in cucina. Così Marta raccolse circa 100 delle ricette preferite dalla famiglia, aggiungendovi i suoi ricordi in Cooking for Madam: Recipes and Reminiscences from the Home of Jacqueline Kennedy Onassis, pubblicato nel 1998 da Scribner [Cucinando per Madam, Campanotto editore, 2002]. Pur “passando le giornate in cucina e in sala da pranzo”, come lei stessa afferma, Marta è stata in grado di offrire un tributo affettuoso a Madam, madre impegnata, nonna amorevole e commentatrice ironica delle vicende familiari.

A Trava, in Carnia, il santuario del rèpit. Una storia da conoscere raccontata per il cinema dalla triestina Laura Samani

Se c’è una cosa che non smette di emozionarmi, nonostante la mia età, è la scoperta di quante siano le cose interessanti (a volte straordinarie) presenti o riguardanti il nostro territorio. Un forziere, in pratica, le cui gemme si svelano, una dopo l’altra, come in una magica caccia al tesor. L’ultima gemma, in ordine di tempo, che mi si è rivelata è il santuario del rèpit, chiamata anche chiesa del respiro, che si trova a Trava, frazione del comune di Lauco. Ma che cos’ha questo santuario di così straordinario da meritarsi, da parte mia, l’appellativo di gemma preziosa del territorio?

Me ne ha parlato per la prima volta una mia cugina, pochi giorni fa, anch’essa meravigliata di aver scoperto un luogo così magico e per puro caso, in occasione di una delle tante scorribande in giro per questo nostro magnifico territorio. Ma la coincidenza più rilevante che può quasi essere considerata una traccia definita nella mappa del tesoro è la contemporaneità che il fatto storico è stato recentissimamente riportato alla luce da una giovane regista e sceneggiatrice triestina, Laura Samani. Regista che, non ho alcun dubbio, farà certamente parlare di sé tenuto conto che il suo film di esordio, “Piccolo corpo” dopo essere stato presentato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes e al Torino Film Festival, ha vinto un premio ai David di Donatello. Piccolo corpo è un dramma intimo e suggestivo sul tema dell’elaborazione del lutto, il bisogno di ribellione, l’autodeterminazione femminile e la ricerca del divino. Un film in pratica, secondo Mymovies, assolutamente da vedere. E così farò!

La storia raccontata in modo così magistrale da Laura Samani, tanto da trovare concordi pubblico e critica nell’applaudire l’opera prima, porta alla luce la storia dei luoghi di culto, siano stati essi santuario, cappella o anche soltanto una semplice chiesa rupestre che offriva ai fedeli di un tempo (la tradizione si è persa alla fine del diciannovesimo secolo) la speranza che anche i bambini morti senza battesimo, e quindi destinati a restare nel Limbo e ad essere sepolti fuori dal cimitero, in quanto non battezzati, avrebbero potuto accedere al Paradiso. Perché nelle chiese del rèpit, anche se per la frazione di un attimo, i bambini ritornavano in vita e quindi potevano essere battezzati. Vero e proprio dramma, quello del Limbo, per i genitori dell’epoca, tenuto conto che oltre al lutto per la scomparsa del figlioletto, avrebbero dovuto sopportare anche l’ingiustizia della mancata sepoltura in terra sacra.

La chiesa “ufficiale” osteggiò la pratica del rito sino alla condanna definitiva avvenuta nel 1755 per mano di Benedetto XIV. Papa Lambertini accusò il rito ed i suoi praticanti di:”Abuso del sacramento del battesimo”. Quest’accusa è contenuta nel De Synodo diocesiana. Nonostante la chiesa ufficiale si fosse allontanata dalla gente e dal loro dolore, la pratica del rito della doppia morte o del ritorno alla vita proseguì sino agli albori del XX secolo. Il protrarsi del rito sino al 1900, periodo in cui è ambientata da storia di Agata in Piccolo corpo, testimonia quanto fosse sentita la necessità di dare pace all’anima del piccolo morto.

Per saperne di più https://www.avvenire.it/agora/pagine/santuari-anti-limbo-beretta_201005210936552700000

Una flâneuse per le vie della città. Ecco perchè vorrei vivere a Gorizia!

di Giovanna Campagna

Gorizia, nel mio immaginario di città intuita, prima ancora che visitata o vissuta, si è delineata, fin dalle prime suggestioni, a emblema di luogo custode di un passato soave e crogiolo di nuovi impulsi. Una città aperta alla ibridazione e alle relazioni interculturali, perché avvezza, storicamente e geograficamente, alla spartizione di un'area comune. Rispetto a Berlino, con cui condivide la particolarità, ma che dopo l'unificazione è tornata ad essere la capitale tedesca di quella nazione, Gorizia ha mantenuto due identità che condividono un unico "corpo geografico": due aree contigue, l'italiana e la slovena, non omogenee ma motivate alla collaborazione e in continuo fruttuoso dialogo fra loro. Una felice osmosi che, nel tempo, l'ha modellata a crocevia tra nazioni e culture, passate e presenti; trait d'union tra flair austriaco e spirito di una italianità declinata nella piacevolezza delle sue piazze e dei generosi giardini, con uno sguardo, risultato della sua identità storica, che lei allunga sorniona sul vasto scenario del "mediterraneo allargato".

In questa "doppia città" ho trovato la stessa atmosfera che mi ha accolta sempre a Vienna, ma rivisitata e arricchita dalle due diverse interpretazioni: l'italiana e la slovena. Il risultato è la particolarità tutta goriziana di serbare un carattere noto, distintivo ed esotico al contempo. Le tre anime: italiana, slovena e austriaca, concertando tra loro, realizzano un particolare esprit, cesellando quella intrinseca dolcezza e soavità goriziana tanto efficacemente contenute nell'espressione "La Nizza d'Austria" per lei coniata alla fine dell'800 da Karl Von Czörnig, che la elesse a suo ultimo domicilio.

Oggi questa morbidezza la si avverte ancora: continua ad essere un beato luogo dell'intersezione: permeabile, disponibile, armonioso e per questo amabilmente accogliente. Vi si percepisce il flusso continuo fra le dimensioni temporali e spaziali che la città modula, con sapiente nonchalance, in costante equilibrio dinamico, basculante, vitale: custode attenta di un passato glorioso con uno sguardo fiducioso rivolto al futuro. Ho avuto modo di beschnuppern (una espressione tedesca che letteralmente significa l'andare annusando e corrisponde alla piacevolezza del vagare senza meta lasciandosi inebriare da ciò che si incontra), passeggiando lungo alcune strade defilate rispetto al centro cittadino, e mi sono abbandonata ad una piacevolezza dal sapore antico: ho incontrato scorci, frammenti cari alla mia memoria che mi hanno ricondotta alla Firenze della mia infanzia e che oggi non trovo più, sperimentando una sorta di " Madeleine urbana" . Un tuffo al cuore improvviso, subitaneo, nel ritrovare luoghi della memoria, ormai accantonati nella soffita della personale geografia interiore, e tornati a rappresentarsi nella loro semplicità: certi piccoli sporti, una merceria, concepita come lo erano 40 anni fa e quasi del tutto scomparse nel tessuto urbano contemporaneo, la libreria, non atiquaria ma "lenta" , dove è tutt'ora possibile sostare ed accarezzare con lo sguardo i volumi polverosi, dove il libraio cerca ancora nella memoria piuttosto che sullo schermo del computer.

Questa città mi ha accolta, una città "lenta" lei stessa, dove è piacevole e naturale vagabondare come una flâneuse, e dilatare il tempo. Dove la lentezza non ha niente a che vedere con la mancanza di vitalità ma, al contrario, ne favorisce una graduale penetrazione, la sola modalità che consenta l'assaporare delle suggestioni e degli stimoli. Il vero humus di quella rinascita cittadina, che si avverte ad ogni angolo e nelle molteplici iniziative con cui si sta preparando al suo debutto, insieme alla sorella Nova Gorica, nella arguta esperienza transnazionale (la loro nomina a doppia capitale europea della cultura per l'anno 2025). Così mi è apparsa Gorizia fin dalla prima visita, fin dal primo sogno di poterci, forse un giorno, venire a vivere... Una Gorizia astronave, lanciata verso il futuro, quale ho avuto modo di osservarla, nell'interpretazione dell'artista Tullio Crali che, nel suo approccio futurista, così la dipinge: una città di smeraldo, per I toni del verde che lambiscono la cittadella del castello. Sembra una nave, la prua sollevata, sopra nuvole sfilacciate come spuma di mare, tesa verso oriente. Mi piace guardare a questo bozzetto ( lui stesso forse dipinto preparatorio del successivo "Volo su Gorizia") come ad una visione dello stesso Crali, sintesi simbolica per immagine di un impulso di rinascita e buon auspicio.

Visione pacificante di una cittadella bolla, leggera e permeabile alla linfa che arriva dall'est verso cui si rivolge; un segno di accoglienza , per tutto ciò che di buono e bello da lì provenga. Così la dipinse Crali e così mi piace guardare a Gorizia: aperta, lanciata, collaborativa, in opposizione ad antiche e nuove paventate chiusure, muri, cortine, dietro i quali continuare a nutrire la paura ed il sospetto. Una città nave, pronta a salpare, sulla quale è bello salire e iniziare un viaggio.

(ndr) Ho chiesto a Giovanna, che attualmente fa la spola tra Firenze e l'Alto Adige, che cosa intendeva per flâneuse, termine a me del tutto sconosciuto.. Questa la sua risposta: "Il flâneuner o flâunese, nella versione femminile, è colui/lei che assapora la città, la percorre e impara a conoscerla camminando per le sue strade. Concetto sviluppato da Baudelaire per indicare l' attitudine oziosa di vivere la percezione e le emozioni che da questa modalità si veicola. Non esiste un vero corrispettivo in italiano, forse può avvicinarlo il concetto di perdersi, girovagare in ascolto. ...." Mi ha consigliato anche la lettura di questo libro. Un prezioso suggerimento che non mancherò di seguire.

I scarpez: un ricordo nel cuore per non temere il domani

Non mi sono mai fatta prendere dall’apprensione di un mondo robotico. Amo i film di fantascienza, Blade runner in primis, e non vivrò certamente tanto a lungo da paventare scenari angoscianti. Però qualche riflessione me la sono fatta un paio di giorni fa, dopo che una cara amica mi raccontava di aver trovato tra le cose della sua vecchia madre schemi e ritagli di quelle che sarebbero diventate degli scarpets.

La riflessione me la sono posta dopo che su un social mi è apparsa l’inserzione di due offerte commerciali che trattano la vendita, proprio delle friulane scarpets. Coincidenza? Insomma un milione di volte la fantascienza ha immaginato una Terra completamente automatizzata dove i robot collaborano con gli umani in ogni modo possibile. Insomma, sarà solo una questione di algoritmi e di funzionalità delle app scaricate sul cellulare, ma la pelle d’oca questa volta mi è proprio venuta. “Quale futuro abbiamo davanti? Di volta in volta dipingiamo un mondo robotico in cui le macchine ci aiutano a ripulire i danni che abbiamo fatto (WALL-E). O un risultato post-apocalittico di intelligenza artificiale che vede gli umani come una piaga da estirpare (Terminator). O ancora un mondo dove umani e robot coesistono pacificamente (L’Uomo Bicentenario)”. E molto interessanti, sotto questo punto di vista le considerazioni pubblicate sul sito Futuro prossimo Ma è proprio in funzione di un futuro incerto che recuperare la memoria storica delle cose ci può aiutare nella transizione. Una di queste è conoscere la storia delle scarpets che, per chi appartiene alla mia generazione, rappresenta un legame indissolubile con la nostra infanzia. Erano rosse, ad esempio, quelle che usavamo all’asilo.

“Sono figlia di madre carnica, ci racconta Lucia Calandra, e da bambina calzavo i scarpetz o scarpet (che dir si voglia) e, dopo di me, così hanno fatto le mie figlie, rigorosamente confezionati a mano da mia madre. I scarpetz (non uso l’articolo “gli” perché in carnico non si usa) sono ben radicati nella nostra tradizione. Nel senso che, di generazione in generazione, venivano tramandate tutte le nozioni valide al loro confezionamento. Anch’io ho imparato la procedura, ma non mi sono mai cimentata nella loro pratica esecuzione, perché la vita può essere più vorticosa di quanto te ne aspetti. Ben avvezze al motto: non si butta via niente, le donne carniche conservavano ogni ritaglio di stoffa di cotone (pecioz) che sarebbe potuto tornare utile, quale una parte ancora non lisa di vecchie lenzuola, camice o grembiuli ….

Per fare i scarpez di sovrapponevano molti ritagli di stoffa (flix, diceva mia madre), fino ad ottenere uno spessore di circa un centimetro. Il tutto veniva poi impunturato con lo spago, infilato in un ago robusto, dando a mano a mano, la forma della suola nella misura desiderata. Ricordo che mia madre passava lo spago su di un mozzicone di candela per renderlo più scorrevole ed agevolare quindi l’impegnativo lavoro. Alle volte, per rendere la suola più resistente, veniva attaccato un pezzo di copertone di bicicletta.

Terminata la impuntura si tagliava la forma desiderata e la rifiniva a punto “smerlo” per impedire le sfilacciature. Utilizzando, quindi, la sagoma di uno stampo di carta si ricavava, poi, la tomaia. Questa era rigorosamente di velluto, perlopiù di colore nero, ma poteva essere anche di altri colori, se veniva – ad esempio – utilizzato qualche vecchio paio di pantaloni, ormai inutilizzabili, di uno degli uomini di casa. La tomaia veniva, poi, rifinita con uno sbieco e cucito alla suola, un bottoncino di chiusura e la calzatura era pronta. I scarpez della festa venivano impreziositi da un ricamo; solitamente fiori e quelli di ogni giorno venivano usati in ogni occasione, per andare alla messa, come nei campi. Le calzature una volta avevano una loro storia ed un loro uso specifico. Ad esempio, se c’era fango nel cortile o si doveva andare nell’orto, si usavano “les dalmines”, zoccoli in legno e cuoio, simili a quelli olandesi. Ma questa è un’altra storia”

I scarpetz venivano usati anche per salire in montagna, come ben ci ha raccontato Ilaria Tuti nel suo prezioso Fiore di roccia. Prezioso perché ha riportato alla luce l’instancabile lavoro delle portatrici carniche e che in pochi conoscono davvero.

Ringrazio di cuore Lucia Calandra per averci resi partecipi di questo ricordo legato alla sua infanzia, alla madre, recentemente scomparsa e al nostro territorio bellissimo e ricco di storia.