Storie di donne: ricordi e memorie cittadine

Ho scritto più volte, su questo blog, a proposito dell'importanza della toponomastica. Nel senso che una città dedica le sue vie ai grandi che le danno onore e a cui vuol dare onore, ai grandi di cui si vanta, la cui vita, conclusasi ieri, illumina la vita di coloro che vivono oggi. Chi dà il nome a una strada o a una piazza ammonisce chi abita in quella strada o quella piazza a vivere come lui, si presenta come modello di vita, di professione, di arte, di scienza. Questo il concetto espresso da Ferdinando Camon a proposito di vie e piazze dedicate a protagonisti della prima guerra mondiale. Per quanto riguarda Gorizia, nello specifico, sono state a suo tempo operate delle scelte di indubbio valore ma che, guarda caso,sono a senso unico. Insomma, ciò che oggi si stenta a fare in termini di marketing territoriale, all'indomani della conquista di Gorizia, è stata compiuta un'eccezionale strategia, al fine di creare in città una identità nazionale tutta italiana. Com'è il caso delle vie intitolate ad Adelaide Ristori a proposito della quale mi soffermerò prossimamente e a Carolina Luzzatto. Donne certamente eccezionali nel loro campo ma, guarda caso, ferventi irredentiste.

Di quando frequentavo la scuola media ho ricordo di un fatto che, all’epoca, mi colpì molto perché non comprendevo pienamente. Una mia compagna di classe, dal nome inconfondibilmente di origine ebraica (ovviamente l’ho capito tempo dopo), all’arrivo in classe del sacerdote per la consueta ora settimanale di religione, se ne usciva dall’aula. E con la mia immensa invidia perché in tal modo riusciva ad evitare la noiosissima lezione. Che a Gorizia fosse presente una Comunità ebraica lo escludevo, perché non avevo mai sentito parlare di una sinagoga, mentre ero consapevole della presenza, in città, di una Comunità protestante, tenuto conto che il tempio di via Diaz era palesemente frequentato. Poiché nello studio della storia, all’epoca, raramente si arrivava alla prima guerra mondiale, era del tutto impensabile che degli insegnanti illuminati si prendessero la briga di raccontare e quindi a spiegare a degli scolaretti imberbi, lo scempio delle leggi razziali in Italia. Anne Frank ci era nota, ma riguardava storie lontane che non ci appartenevano. O almeno, all’epoca, me ne illudevo. Credo di aver preso conoscenza e, quindi, coscienza della situazione degli ebrei in Italia, dalla lettura del libro di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini, che qualche anima buona, probabilmente preoccupata delle letture esclusivamente infantili che ancora circolavano in casa, mi regalò. Ed il mio impatto fu evidentemente traumatico. Cercai di compensare la mia ignoranza con il passare degli anni, contribuendo – con passione ed impegno– alla gestione delle procedure amministrative per il recupero della Sinagoga di via Ascoli e della casa natale del glottologo Graziadio nella via che porta il suo nome.

Graziadio Isaia Ascoli approfondì, da autodidatta, gli studi di linguistica, acquisendo grande notorietà a livello nazionale grazie ai suoi scritti: Sull'idioma friulano e sulla sua affinità con la lingua valaca (1846), Gorizia italiana, tollerante, concorde. Verità e speranze nell'Austria del 1848 (1848), ecc. Professore all'Accademia scientifico-letteraria di Milano, Ascoli coniò il termine glottologia e fu il primo docente italiano di tale disciplina. Alla sua formazione contribuì l'ambiente goriziano, che permetteva contatti coi dotti di lingua tedesca ed esperienze linguistiche varie nella pratica del friulano, del veneto, dell'italiano, del tedesco, dello sloveno. Uomo coltissimo, le cui onorificenze non si contano, fu tra l’altro senatore della 16ª legislatura del Regno d'Italia, a lui si deve anche l'invenzione del concetto geografico e sociale delle Tre Venezie, costituite dalla Venezia Giulia, la Venezia Euganea e la Venezia Tridentina.

Insomma, in quella che oggi è una piccola città che sfiora appena i 34 mila abitanti, sono stati dati i natali a personaggi di indubbio valore culturale; molti dei quali appartenenti alla Comunità ebraica. Com’è, ad esempio, il caso di Carolina Luzzatto che nacque nella casa di via Arcivescovado 21, proprio all’inizio di via Seminario, recentemente ristrutturata. Come ricorda il sito istituzionale Let’s Go, “In un’epoca in cui alle donne veniva chiesto di essere solo mogli e madri, Carolina è passata alla storia per la sua attività di giornalista e per essere stata la prima direttrice di un giornale italiano.” Nella articolata biografia per il dizionario dei friulani, Maddalena del Bianco ne delinea un puntuale ritratto. Fu giornalista dall’impegno sociale e politico, fervente patriota italiana, scrittrice e poetessa, commediografa, educatrice e autrice di commedie per ragazzi, traduttrice e conferenziera. Nata a Trieste il 29 novembre 1837 dalla famiglia Sabbadini, di religione ebraica e di origine sefardita (il suo nome ebraico, secondo la tradizione in uso all’interno della comunità, era quello di Sara). Primogenita di Isach Sabbadini e di Stellina Estella Norsa, di origine mantovana (i Norsa si erano trasferiti a Trieste nel 1780), ricevette nell’infanzia e in età giovanile a Trieste, sia in famiglia che ad opera del rabbino capo della comunità ebraica, Marco Tedeschi – suo congiunto, noto orientalista di origine piemontese –, un’educazione all’italianità che fu significativa per molte delle sue posizioni. La famiglia apparteneva alla piccola borghesia, i suoi membri erano sensali in borsa e commercianti, alcuni erano impegnati nella gestione della scuola e della comunità ebraica. Trasferitasi a Gorizia dopo il matrimonio con Salomon Girolamo Luzzatto Coen nel 1856, si trovò a vivere in una famiglia ben integrata, ma che manteneva la tradizione ebraica, un classico esempio dell’ebraismo emancipato dell’epoca; i Coen Luzzatto erano di origine ferrarese. Di precoce talento, colta ed impegnata, è ricordata in particolare per la sua attività di giornalista e per i suoi scritti e commedie per i fanciulli a carattere pedagogico. Emerge dagli scritti di Carolina Luzzatto la sua convinta adesione alle teorie pedagogiche per un’educazione non repressiva, volta ad assecondare inclinazioni ed aspirazioni, nonché a quelle di Mazzini ed al suo impegno per l’educazione del popolo. La ricchezza e la varietà dei suoi interessi la portarono anche a comporre degli studi e a pubblicare degli opuscoli di carattere storico sul teatro goriziano. La sua produzione ed il suo impegno nel campo del teatro erano ben note nella Gorizia del tempo, tanto che fu impegnata nell’Associazione goriziana di musica, drammatica e ginnastica fondata nel 1879; la Società di ginnastica, scherma e canto esisteva sin dal 1867 e dal 1871 le venne affidata la direzione di una sezione filodrammatica da poco costituita, che avrebbe promosso iniziative culturali, didattiche e ricreative di vario genere, che riscossero notevole gradimento e successo. Svolse un’intensa attività di pubblicista e di giornalista e proprio in questo campo ebbe modo di esprimere il suo patriottismo italiano, tanto da diventare una delle figure di maggiore spicco del movimento liberal-nazionale di Gorizia e del Friuli austriaco in generale. Oltre alle idee nazionaliste-irredentistiche trovarono espressione negli articoli di Carolina Luzzatto molte istanze sociali e culturali, fra cui un appello in favore della creazione di un’Università a Trieste.

Agli inizi del conflitto mondiale, nel novembre 1915, alla vigilia del sessantanovesimo compleanno, la scrittrice fu arrestata per l’impegno nella causa irredentista e l’attività di divulgazione, e internata a Göllendorf, sede di un penitenziario in Niederösterreich; dal campo di prigionia poté continuare in qualche modo a seguire gli eventi della patria in guerra e a ricevere notizie da Gorizia, ma poi per motivi di salute venne trasferita e confinata ad Oberhollabrunn; fece ritorno solo a guerra conclusa e poté assistere a Trieste, dove era ospite dei cugini Sabbadini, allo sbarco dei bersaglieri d’Italia sul molo S. Carlo (poi molo Audace). Visse, quindi, il suo ultimo periodo in patria italiana in una Gorizia redenta, ove morì il 24 gennaio 1919, in casa della figlia Cornelia.

La vitale comunità ebraica di Gorizia fu praticamente cancellata con la deportazione e lo sterminio nei lager tra il 1943 e il 1944. Il deportato più giovane, Bruno Farber, è ricordato con l'intitolazione del giardino adiacente alla Sinagoga di via Ascoli: aveva tre mesi e diciannove giorni. A testimonianza della presenza ebraica a Gorizia resta l'antichissimo cimitero di Valdirose (in sloveno Rožna dolina; ora in territorio sloveno, frazione del comune di Nova Gorica). Il censimento del 1876 contò 692 lapidi, la più antica delle quali risale al 1371. Oggi molte di esse sono andate perdute o risultano poco leggibili. In questo cimitero riposano, tra gli altri, Carolina Luzzatto ed il nipote Carlo Michelstädter.

La foto è tratta dal sito istituzionale Let's go Gorizia

Miramare e Massimiliano d’Asburgo, arciduca infelice e forse un po' ingenuo

La storia che ci hanno insegnato a scuola iniziava dai re di Roma, e dovevamo imparare anche i nomi dei sette colli. Poi, con il poco tempo a disposizione, ci fermavamo alle guerre di indipendenza ed il Risorgimento. Che gli italiani non amassero gli Asburgo è cosa nota e le guerre d’indipendenza ce lo dimostrano. Ma io credo sia dovere di ogni goriziano approfondire, almeno un po’, la storia che ci riguarda direttamente. Me ne sono resa conto nelle scorse settimane quando ho accompagnato degli amici a visitare il castello di Miramare, ritornandoci dopo una infinità di anni.

Tutti, perlomeno in regione, sappiamo che il castello di Miramare è legato indissolubilmente alla storia di Massimiliano e Carlotta. Ma non sono molti, credo, coloro i quali conoscono – se non a livello superficiale – la storia del fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, il quale dopo aver cercato di svolgere bene (ma inutilmente) il suo ruolo di governatore generale del regno Lombardo-Veneto pagò con la sua vita una romantica illusione. L’arciduca Massimiliano, infatti, fu inviato nel regno con i migliori propositi di far dimenticare la repressione austriaca del generale Radetzky. E si profuse con notevole sforzo in ogni settore. Ma se ottenne la collaborazione del ceto commerciale altrettanta disponibilità non ottenne dai nobili e dagli esponenti del mondo culturale. In pratica l'ostinazione del gabinetto di Vienna nel combattere le proposte dell'arciduca per una maggiore autonomia alle provincie lombarde e venete facilitò la propaganda intransigente dei capi del partito nazionale che, seguendo le istruzioni di Cavour, screditò dall'inizio il tentativo tardivo e vano, se anche compiuto in buona fede da Massimiliano, di riconciliare con l'Austria gl'Italiani.

Con il senno di poi, dalla rilettura di fatti ed antefatti delle guerre d’indipendenza, ci si rende conto che l’ottocento è stato un secolo ben più complesso, in termini di alleanze e di conflitti, di quanto sia stato il secolo scorso che ha pur visto lo svolgersi di due guerre mondiali.

Sta di fatto che dopo la seconda guerra d’indipendenza Massimiliano ritorna nel suo castello di Miramare ed inizia a viaggiare per terra e per mare. L’epoca di un suo viaggio nell'America Meridionale coincide con le aspirazioni di un conservatore messicano rifugiatosi in Europa, José Miguel Gutiérrez de Estrada. Quest’ultimo lo convinse ad aderire a un disegno da lui vagheggiato per restaurare nel paese nativo la forma monarchica. L'ambasciatore austriaco a Parigi, principe Riccardo di Metternich, cercò invano di convincere l'arciduca della fragilità dei disegni di quell'onesto sognatore, ormai senza nessun seguito in patria. Ma la sua opera fu resa vana dal favore che l'arciduchessa Carlotta e gli stessi sovrani francesi accordarono agl'intrighi degli esuli messicani con le potenze europee Inghilterra, Spagna e Francia, indotte a una spedizione militare in quelle lontane terre dalla lusinga di ricuperare importanti crediti di loro connazionali verso il governo repubblicano che faceva capo a Benito Juárez. La Spagna e l'Inghilterra si ritrassero dalla partecipazione alla spedizione messicana, ma Napoleone non rinunciò al miraggio d'intervenire nell'organizzazione dell'America latina, profittando della guerra di secessione che paralizzava gli Stati Uniti. Massimiliano, illuso sull'importanza del movimento monarchico disegnatosi nel Messico all'ombra delle baionette francesi, accettò nel 1864 la corona offertagli, rinunciando agli eventuali diritti alla successione al trono austriaco. Sta di fatto che l’arciduca si trovò alla fin fine isolato e, quando nel 1867 le truppe francesi s'imbarcarono per invito formale del governo degli Stati Uniti, l'imperatore, dopo alcuni mesi di lotta, fu consegnato per tradimento nelle mani del Juárez che lo fece fucilare a Queretaro il 19 giugno 1867.

Insomma, perchè la storia sia davvero percepita come uno strumento di reale conoscenza dovrebbe essere insegnata di conseguenza. Allo studio dei manuali, che spesso riassumono in maniera asettica il susseguirsi di battaglie, guerre e imperi, si dovrebbe affiancare la familiarità con altri tipi supporti come monografie, romanzi, testimonianze dirette, articoli giornalistici: tutto ciò che possa stimolare una viva curiosità per il passato, rendendo evidente che, come scrisse Benedetto Croce, “ogni storia è storia contemporanea”. L’affermazione del filosofo e storiografo parte dalla distinzione tra “cronaca” e “storia”. La prima sarebbe l’insieme di nozioni riguardanti il passato, che se pure sono importanti per una ricostruzione degli avvenimenti, non dicono niente allo spirito e all’intelligenza di chi ne viene a conoscenza. La vera e propria storia, invece, è quella mossa da un interesse vivo (e per questo contemporaneo) di chi, partendo dalle domande del presente, si avventura nella scoperta del passato.

Ecco che allora una visita al castello di Miramare non è più soltanto il modo di far trascorrere alcune ore, ma l’occasione per approfondire la conoscenza di un personaggio di indubbio interesse, un uomo vittima del suo tempo. Ma attenzione all’orario di chiusura! Seppur i diligenti addetti alla sorveglianza immagino controllino stanza per stanza, prima di chiudere alla sera il maniero, la presenza di visitatori ritardatari, è bene non correre il rischio di rimanervi chiusi la notte. Perchè, pur non avendo un fantasma tutto suo, sul bellissimo castello di Miramare pare gravi una tremenda maledizione, secondo cui chiunque vi pernotti è destinato a morire anzitempo in terra straniera. La morte tragica è un destino che accomuna diverse altre celebrità che qui vi hanno soggiornato, come Amedeo Duca d’Aosta, che abitò il castello negli anni ‘30 del Novecento, il quale morì in Kenya probabilmente a causa della tubercolosi o della malaria, in un campo di prigionieri di guerra britannico.

Buon anno Gorizia! Ce lo augura Mitteldream con le sue splendide foto

Se un giorno un sindaco o un assessore al turismo mi chiedesse consiglio su come sintetizzare l’immagine di Gorizia in poche righe non avrei alcun dubbio: gli consiglierei di invitare in città Fabrizio Caramagna, i cui aforismi spopolano sul web. Alcuni comuni italiani hanno pensato alle frasi di Fabrizio Caramagna per allestire murales, scalinate e pannelli artistici. Un’operazione di marketing di sicuro impatto. Utilizzando diverse forme “visive”, lo hanno fatto tra gli altri i comuni di Castro (Puglia), Tufara (Molise) e Rodi Garganico (Puglia).

Leggere un aforisma, ci dice Caramagna, è scoprire che il nostro non detto è, in realtà, dicibile. E’ scoprire che ciò che giaceva indistinto dentro di noi può prendere forma e venire alla luce. Ed è proprio questo di cui Gorizia avrebbe bisogno. Perché mutuando le sue stesse parole, se fotografare significa “scrivere la luce”, io fotografo le parole… cerco di inserire la luce, la luminosità in ogni frase che scrivo… Scrivo nel buio per cercare la luce…

Per fortuna in fatto di luce scritta Mitteldream non si risparmia e non passa giorno senza che questi geni dell’immagine non pubblichino scatti che fanno sorgere d’impeto e d’istinto la domanda: ma davvero la nostra città è così bella? Domanda legittima perché, purtroppo, l’abitudine ci porta a vedere solo quello che vogliamo vedere o che ci aspettiamo di vedere o che ci è più comodo vedere. Ciò implica che non vediamo neanche più quello che siamo troppo abituati a vedere: solo vedendo e guardando possiamo stabilire il nostro posto nel mondo che ci circonda. Perché vedere significa percepire stimoli esterni attraverso l’organo della vista, è un atto per cui in un ambiente illuminato basta avere gli occhi aperti per rendersi conto, prendere coscienza e rendersi responsabili di ciò che ci circonda, mentre guardare significa rivolgere lo sguardo, fissare con intenzione, esaminare. Insomma Mitteldream ci fa vedere ciò che non possiamo non guardare. E ciò che ci svela è una città bellissima, forse non ricca dal punto di vista economico (situazione peraltro condivisa a livello nazionale) ma certamente ricca dal punto di vista storico, naturalistico ed architettonico.

E’ bello pensare (e raccontare) che un gruppo di amici, amanti della fotografia) decidono di mettersi assieme per mostrare (condividendole on line) le bellezze del territorio attraverso le immagini. Com’è nata l’idea dell’associazione, l’organizzazione dei raduni che più di ogni altra modalità consente a tutti i soci di esprimersi al meglio, ce l’ha raccontata l’eclettica presidente dell’associazione Alida Cantarut in un pomeriggio di dicembre, sprofondate in poltrona, mentre sorseggiavamo un brodo di giuggiole. Ci vuole veramente tanta passione per la fotografia e per Gorizia, per riuscire nell’intento che Mitteldream sta dimostrando di giorno in giorno. Nessuna ambizione peraltro di organizzare corsi per il perfezionamento della tecnica, ma cogliere l’occasione degli eventi cittadini: E’ storia, la Fiera di Sant’Andrea, Gusti di frontiera, parchi e giardini, il mercato di via Boccaccio, per rivelare o svelare ai cittadini, permanenti o temporanei (i turisti) quali essi siano, ciò che non siamo più abituati a guardare perché vediamo ogni giorno. E ciò che va apprezzato, in modo particolare, è che i soci dell’associazione Mitteldream il cui nome intero è Mitterldream-Artegorizia non fotografano soltanto per il piacere di farlo e condividere i loro scatti online. Infatti, la maggior parte delle volte, le fotografie diventano pretesto per una collettiva. Com’è stato nel caso del mercato coperto cittadino, alcuni anni fa o, più recentemente, la mostra che ha fatto seguito alla collaborazione con il CSM e che è stata esposta in occasione dell’ultima edizione di E’ Storia, quest’anno dedicata alla “follia” nelle sue diverse accezioni. Allo stato attuale l’associazione non dispone ancora di un sito internet, (anche se ha già registrato il dominio) ma le bellissime foto dei soci (e non solo) vengono condivise attraverso gli account di Facebook e di Instagram che, allo stato attuale, continuano ad essere il sistema più facile di condivisione di testi ed immagini.

La bellissima foto di Arianna Simcic ci mostra un castello, simbolo della città, avvolto nella nebbia. E' questa l'ultima immagine pubblicata sulla pagina Facebook di Mitteldream prima della fine dell'anno. Questo scatto rappresenta simbolicamente (almeno per me) l'essenza stessa di questa città, che non ama svelarsi subito di primo acchito ma soltanto a chi la sa guardare con occhi innamorati. Perchè chi ama accetta nell'altro vizi e virtù. Sotto la sua coltre di discrezione c'è una bellezza nascosta, nelle sue strade, nei suoi vicoli, nei suoi giardini e nei suoi palazzi che Mitteldream ci sta svelando di giorno in giorno. Il consiglio, quindi, è di iscriversi alla pagina (pubblica) di Facebook per scoprire, com'è successo a me, che vivere a Gorizia è un sogno che molti vorrebbero veder realizzato.

L'associazione Mitteldream-ArteGorizia, che attualmente conta più di 70 soci, è stata fondata da un gruppo di amici, tra i quali, oltre ad Alida Cantarut, Emanuele Musulin e Flavio Chianese. Ora, assieme al vice Giuseppe Amoruso e al direttivo, il si sta andando avanti a grandi passi. Alida ci ha raccontato, infatti, delle numerose iniziative in programma che terranno conto anche della collaborazione avviata con le associazioni di volontariato presenti sul territorio.

Volcic: uomo di confine

Gorizia perde un cittadino illustre. Sotto un certo punto di vista mi ha addolorata il fatto che in tutti i telegiornali, i quali ne hanno dato la triste notizia, non sia quasi mai stato citato il nome di Gorizia. Eppure è questa la città in cui viveva e amava ritornare dai suoi viaggi. Volcic aveva nel dna l'essere un uomo di confine, per nascita essendo nato a Lubiana da padre triestino e madre goriziana e per vocazione, raccontando da giornalista tutti quei fatti di sconfinamento che siano l'invasione della Cecoslovacchia o la Perestrojka o da super esperto, anzi da cremlinologo, le complesse vicende moscovite. La famiglia si era trasferita in Slovenia durante il fascismo, ci racconta il Messaggero.

Nell'ottobre scorso, a questo illustre concittadino era stato assegnato il premio "Santi Ilario e Taziano - Città di Gorizia". Un premio arrivato, fortunatamente in tempo, con questa motivazione: "Perché, seppur non goriziano di nascita, ha voluto condividere con Gorizia la sua sapienza e la sua profonda conoscenza della politica e delle relazioni nazionali e internazionali, svelando al pubblico originali prospettive di studio e appassionanti interpretazoni. E Gorizia, da sempre crocevia di popoli, lingue e culture diverse, orgogliosamente, l’ha eletto suo figlio."

Carlo Muscatello, da Articolo 21, lo ricorda così. “Lubianese di nascita, triestino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione intellettuale, Demetrio Volcic ha raccontato agli italiani per anni, meglio di chiunque altro, forse proprio grazie all’inprinting delle sue origini, Mosca e l’allora Unione Sovietica e l’Europa oltrecortina. Da autentico uomo di confine, ha scelto di vivere i suoi ultimi anni nella mitteleuropea Gorizia, città fino a pochi anni fa tagliata da un muro che divideva la parte italiana e quella slovena. Città dov’era nata sua madre, il padre era invece triestino. La sua famiglia si era trasferita a Lubiana durante il fascismo.

Entra in Rai nel 1956 a Trieste, nel ‘64 è inviato speciale, nel ‘68 corrispondente dall’estero: Praga, Vienna, Bonn, Varsavia, Mosca. Non c’è evento, fra quelli che portano alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Volcic non abbia raccontato da giornalista di razza. Nel ‘93, dopo un quarto di secolo all’estero, torna in Italia, nominato direttore del Tg1. Nel ‘97, nelle elezioni suppletive seguite alla scomparsa di Darko Bratina, altro grande uomo di confine, è eletto senatore per il Pds. Successivamente europarlamentare, ha lavorato all’ingresso della Slovenia e di altri paesi dell’est nell’Unione europea.

Conosceva sei lingue ed era un buon giocatore di scacchi. Lascia numerosi libri di successo, l'ultimo dei quali uscito quest’anno, una sorta di summa di quanto aveva scritto in precedenza, primo e unico libro in lingua slovena. Lascia soprattutto un figlio che vive a Mosca e una figlia che vive in Gran Bretagna.

Disse una volta: «Sono sopravvissuto da spettatore a quei teatri dell’assurdo che il comunismo dell’Est ha rappresentato. Un tempo la pensavo come Joseph Roth, al quale bastò un viaggio in Russia per conoscere se stesso. Mi sarei ricreduto: la sofferenza altrui non aiuta a capire la propria, produce soltanto sensi di colpa e a volte ilarità». Pochi giorni fa, il 22 novembre, aveva compiuto novant’anni."

Gorizia, terra d'artisti: Marega da Lucinico il più grande scultore del Canada dell'ovest

Che una delle anime di Gorizia sia artistica non ho avuto mai alcun dubbio. E ben lo dimostrano i numerosi artisti in città che vi hanno insegnato o sono usciti da quella incredibile fucina che è, adesso, il liceo artistico Max Fabiani. La dimostrazione più eclatante di quest'anima è l'associazione Prologo che, in via Ascoli, espone ed organizza mostre d'arte di elevatissimo livello. E merito va riconosciuto anche all'appassionato e cultore di storia locale, architetto Diego Kuzmin che sulle pagine del quotidiano il Piccolo, settimanalmente, svela aspetti che ai più sono sconosciuti. Perchè il suo occhio e le sue conoscenze sopratutto in campo arhitettonico sono veramente inusuali. Ieri, ad esempio, ci ha raccontato la storia di Carlo Marega.

"Quarant'anni fa Lucinico vede notevole espansione in zone Peep, espropriate alle coltivazioni. Il progetto urbanistico di Piccinato prevedeva una zona commerciale sulla strada principale di attraversamento, che negli anni '70 venne intitolata a C. Marega, come si legge sulle tabelle toponomastiche.

Chi era C. Marega lo racconta in rete Wikipedia inglese: "Charles Carlos Marega (September 24, 1871 - March 27, 1939) was a Canadian sculptor in the early 20th century" aggiungendo che "he was born in Lucinico, in the commune of Gorizia, then part of the Austrian-Hungarian Empire". Scriveva nel 1977 Celso Macor sulla rivista Lucinis, che l'anno prima un funzionario del Consolato d'Italia di Vancouver, chiedeva notizie al Comune del lucinichese Carlo Marega, noto come «il più grande scultore del Canada occidentale» e allegando ritagli di giornale. Fino a quel momento nessuno sapeva nulla di lui. Da ragazzo aveva studiato tecniche decorative alla Scuola Arti e Mestieri di Mariano, per specializzarsi poi a Vienna presso lo scultore Oskar Tilgner, che apparteneva alla cerchia di artisti intorno al conte Karl Lanckoronski, mecenate, storico e dal 1891 impegnato ricercatore nei primi studi archeologici di Aquileia, illustrati nel poderoso testo Der Dom von Aquileia, Vienna, 1906. A Zurigo lavora con lo scultore Herman Panitz, sposandone poi nel 1899 la vedova Berta Schellenberg, di un anno più giovane. Nel 1906 la coppia raggiunge il Sud Africa, dove Carlo collabora col noto scultore olandese Anton van Wouw, decidendo poi per la California con tappa a Vancouver nell'ottobre 1909, dove rimasero per le ottime occasioni che offriva una grande città priva di scultori. Le commissioni sono numerose ma la più importante arriva nel 1938, l'anno prima della sua morte a 68 anni e due dopo quella dell'amata consorte, con il Lions Gate Bridge di Vancouver, ponte sospeso di quasi due chilometri, detto Ponte dei Leoni per le quattro figure di leone-sfinge ai due lati degli accessi, modellate in cemento colato con gli stampi lignei da lui preparati. La notevole somiglianza con il ponte Qasr al-Nil a Il Cairo, dove i leoni-sfinge del 1872 sono dello scultore francese Jacquemart, fa pensare a un viaggio via terra verso Pretoria, incontrando magari in Egitto il nostro architetto Lasciac che dal 1882 vi lavorava".

Gigi Spina, l'eroe goriziano che proprio non sopportava la Cortina di ferro

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, o meglio, (per essere più precisi): popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. E’ la prima parte ad essere comunque rimasta la più famosa di un discorso che Benito Mussolini pronunciò il 2 ottobre 1935 contro la condanna all’Italia, da parte delle Nazioni Unite, per l’aggressione all’Abissinia. Questa stessa citazione campeggia sulle quattro facciate del Palazzo della Civiltà Italiana, o della Civiltà del Lavoro. Quello splendido edificio che si trova a Roma nel quartiere dell’EUR.

Eppure, a parte i santi ed i poeti, a me piace molto il termine “Eroi” sia nella accezione antica che in quella moderna. Se nella mitologia dei vari popoli antichi, un EROE è un essere semidivino, al quale si attribuiscono imprese prodigiose e meriti eccezionali (gli eroi erano in genere divinità decadute alla condizione umana oppure uomini trasformati in divinità grazie a meriti particolari.), attualmente, invece, viene chiamato eroe chi, in imprese di guerra o azioni di altro genere, dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli e compiendo azioni straordinarie. Ecco, Gigi Spina è senz’altro un eroe! Perché sono stata più volte a Berlino. Ed una vola a Berlino Est. E bisogna veramente esserci stati per avere piena consapevolezza di come, là, allora, si viveva dopo la costruzione del muro.

A 60 anni di distanza dalla costruzione del muro di Berlino, Rai Documentari ha proposto, nei giorni scorsi, una serata evento per ripercorre la storia da una prospettiva inedita del Muro, uno dei simboli storici dello scorso millennio. "Tunnel della Libertà" racconta, infatti, la vicenda sorprendente e sconosciuta nella Berlino del primo dopoguerra. Due italiani, (a dire il vero avrei preferito il riferimento specifico alla nostra minuscola cittadina nda) Luigi Spina e Domenico Sesta, hanno ideato e partecipato alla costruzione del primo tunnel per consentire la fuga da Berlino Est a Berlino Ovest. Una rocambolesca avventura dove Spina e Sesta hanno l'idea geniale di vendere ai network televisivi americani i diritti delle immagini del tunnel e dell'evacuazione attraverso di esso, dei rifugiati. Questa operazione, molto audace per quei tempi, è l'asso nella manica con cui si rende possibile e realizzabile l'incredibile sogno della libertà. Questa, sintetica, la presentazione del filmato disponibile online.

Più articolato, e sotto un certo punto di vista emozionante, il racconto di Jeena Cucciniello, pubblicato da Friulioggi.it. Eccolo!

“Si chiama Luigi Spina, “Gigi” il goriziano che, insieme al suo amico Domenico Sesta, detto “Mimmo”, pugliese, organizzò la costruzione del primo tunnel sotto il muro di Berlino. I due, conosciutisi a Gorizia e ritrovati alla Technische Universität di Berlino, infatti, cercavano una via di fuga per liberare il loro compagno di studi Peter Schmidt, rimasto intrappolato insieme alla famiglia nella Berlino Est.

L’incontro a Gorizia. Luigi Spina già all’età di nove anni vive la divisione di una città: Gorizia era divisa da un filo spinato. Sesta abita nella parte della Gorizia occidentale, mentre quella orientale finisce sotto la Jugoslavia. Nel 1961 iniziò a studiare arte e design all’Università di Berlino Ovest. Poco dopo si ritrova in una nuova città divisa, questa volta a Berlino.

Domenico Sesta, pugliese diplomato, fino all’età di 15 anni fu ospitato in seminario, poi si trasferì a Gorizia per prendere il diploma. Nel frattempo si trovò coinvolto anche nelle manifestazioni di solidarietà della città, all’epoca zona di confine italo-jugoslava. Proprio a Gorizia diventò amico di Spina ed insieme a lui si trasferirono a Berlino, dove Sesta voleva studiare architettura.

L’impresa. Impiegarono più di quattro mesi i due amici della Berlino Ovest per scavare il tunnel, rischiando così la vita per salvare amici e parenti. Alla fine Sesta e Spina realizzarono una galleria di 135 metri, scavata nel sottosuolo della città e che, il 14 settembre 1962, proprio un anno, un mese e un giorno dopo la costruzione del Muro, aiutò a fuggire ben 29 persone. I due italiani, studenti d’arte, non sapevano come continuare e chiesero l’aiuto di altri compagni della vicina università tecnica: Hasso Herschel e Uli Pfeiffer. Per finanziare i lavori, Mimmo e Gigi decisero di vendere i diritti delle immagini del tunnel e del trasporto dei rifugiati ad un network americano. In questo modo, tramite il finanziamento della statunitense NBC, i lavori per il “tunnel degli italiani” proseguirono. In cambio la NBC filmò le attività di scavo e il momento in cui uomini, donne e bambini uscivano dalla galleria, trovandosi così in Occidente. Le immagini di quel film si diffusero in tutto il mondo quando la NBC, il 10 dicembre 1962, le trasmise al grande pubblico di oltre 30 paesi.

Il documentario dell’impresa unica e straordinaria è stato l’unico a vincere un Emmy Award come miglior programma dell’anno. Sesta e Spina nel 2000 ricevettero la Medaglia d’oro al valor civile.”

Mi dicono che in città, e precisamente in via Rastello, vive ancora una parente del nostro eroe. E non poteva essere diversamente. Tenuto conto che da questa via sta iniziando il Rinascicomento cittadino.

Popolazione residente, una inversione di rotta è possibile.

Non posso negare che Internet ha i suoi vantaggi. Non soltanto è fonte di conoscenza praticamente illimitata ma consente anche di ritornare in contatto con persone che si erano perse di vista nel tempo o di conoscerne delle nuove che, in circostanze normali, mai sarebbe stato possibile incontrare. E’ il caso di Giovanna e Massimo Rapi che ho conosciuto personalmente nei giorni scorsi, (dopo uno scambio di gradevolissime mail con le quali abbiamo condiviso l’amore per il Goriziano) e che ha deciso, assieme alla sua famiglia, di trasferirsi dal Mugello, dove ora vivono, e di venire a vivere a Gorizia. Che dire? Il mio desiderio che, temevo, fosse soltanto un sogno si è avverato. Chi ha modo di visitarla e, quindi, di conoscerla, non può che sperare di viverci. Lei! Città di frontiera, nell’accezione più pura del termine, verde, mite, con un passato glorioso, aureo, drammatico. Sintesi di popoli di tradizioni e quindi di cultura. Un nuovo inizio è forse possibile? Massimo è ottimista e l’ha scritto anche sulle pagine del Dubbio, quotidiano nazionale, l’indomani di un evento, per noi epocale. L'Europa nelle due Gorizie capitali della cultura. Ecco il testo di quell'articolo, pubblicato il 23 dicembre dello scorso anno, sulla prima pagina del Il Dubbio.

"Il 18 dicembre sul confine orientale d'Italia è accaduto qualcosa di visionario e con implicazioni profondamente politiche per il futuro dell'Europa. Era un confine serrato dalla storia recente, ma che si trova ora protagonista di flussi commerciali e migratori intercontinentali, come gli era sempre accaduto per naturale e plurimillenaria vocazione geografica: uno snodo concreto per osservare flussi delle conoscenza e come evolvono le identità nazionali.

In un passaggio d'epoca come quello che stiamo vivendo è sui confini che spesso si gioca la sopravvivenza di una idea di mondo (o civiltà, se vi piace), ed è intorno ai confini che possono avvenire i fatti più interessanti. Sul confine, su quella linea di variazione dei fenomeni che divide e allo stesso tempo suo malgrado mette in contatto, si vedono in tutta la loro forza le tensioni, le frizioni ma anche le prospettive e i disequilibri dinamici che riconfigurano i processi storici e sociali.

Vale anche per le nostre cellule, la cui sopravvivenza dipende dai recettori proteici presenti su quel confine poroso della vita che è la membrana. Recettori gravati del difficile incarico di correttamente identificare e selezionare cosa accogliere della caotica ma fertile gelatina extracellulare: «Ehi, quel che mi si avvicina è un virus che entrato al mio interno mi distruggerà, oppure è un fattore di crescita, o forse un vaccino che mi allena alla difesa, o soltanto uno stimolo al cambiamento?» Difficile capirlo sempre a priori, nel micro come nel macro universo le apparenze e le esperienze ingannano. E vale al contempo per le società umane, per i loro “recettori sociali” così tanto più grandi, raffinati e complessi dei minuscoli omologhi cellulari, da sembrare talvolta persino dotati del dono (apparente ?) della libertà. Caratteristiche indubbiamente apprezzabili, dal nostro punto di vista, ma che non necessariamente portano a scelte più efficaci ed azzeccate.

Noi siamo obbligati a dover sempre capire cosa cambiare e cosa salvaguardare, cosa accogliere e cosa rifiutare.

E' sul limes che in tempi di crisi si sono fatti nel bene e nel male tutti gli “imperatori” (cioè, mutatis mutandis, le scelte di governo), è sul limes che si è plasmato il mondo nuovo (non necessariamente migliore), è attraverso il limes, una linea che è anche un crocevia, che si è deciso che strada prendere. Di sicuro, quel che accade al confine conviene osservarlo bene, ed è per questo che le classe dirigenti sotto pressione (se “ricettive”), in tempi di mutamento hanno sentito l'esigenza di spostare fisicamente presso i propri limes la propria capitale, contro ogni logica superficiale di sicurezza; è valso sia per i grandi imperi dell'ovest che dell'est, quando i palazzi hanno abbandonato le sponde del Tevere e del Fiume Giallo, divenute troppo lontane per udire le voci sul futuro.

Ebbene, lo scorso fine settimana, sul confine orientale d'Italia in cui oggi passano ignorandosi la rotta migratoria balcanica e i container della nuova Via della Seta, è accaduto che la cittadina slovena di Nova Gorica (13 mila abitanti e prati ben curati) è stata nominata Capitale Europea della Cultura per l'anno 2025: titolo che per regolamento viene conferito ogni anno a due città appartenenti a due diversi Stati, membri dell'Unione Europea, con l'aggiunta ogni tre anni di una città appartenente a uno Stato candidato.

Nova Gorica ha battuto tutti i suoi connazionali: ha sconfitto la sua grande capitale Lubiana, ha superato la costa brulicante di turisti di Pirano accoppiata al porto di Capodistria, è stata preferita al fascino mitteleuropeo di Ptuj, dopo aver già sorpassato, alla prima selezione, le romantiche Kranj e Lendava.

Proprio così, ha vinto Nova Gorica. Ossia quel “piccolo quartiere” spaesato disegnato da un estimatore di Le Corbusier; quell'arioso boschetto punteggiato di rose e moderni rettangoli condominiali e spuntato dal nulla su un grande cimitero sbancato a mano da torme festanti di giovani pionieri delle magnifiche sorti collettive; quel terno secco di casinò scintillanti al neon, anch'essi in qualche modo inno visibile alle “magnifiche sorti”, seppur più prosaicamente, individuali.

Come ha fatto a vincere Nova Gorica? Come ha fatto a diventare Capitale Europea della Cultura con quei concorrenti? Ci è riuscita perché dentro un efficace proposta culturale di rigenerazione urbana ha osato spezzare il paradigma consolidato da 35 anni (la prima Capitale a essere designata fu Atene nel 1985) per cui, ogni anno, il titolo (coi finanziamenti e il conseguente ritorno di immagine) di Capitale Europea della Cultura viene assegnato a turno su base esclusivamente nazionale, secondo una concezione altamente egalitaria ma allo stesso tempo burocratica e reticente dell'idea stessa di identità europea.

All'Italia sarebbe dovuto toccare nuovamente solo nel 2033 (l'ultima Capitale Europea della Cultura in territorio italiano, fu Matera nel 2019), mentre nel 2025, appunto, la capitale designata doveva essere slovena.

Invece Nova Gorica (“Nuova Gorizia”) si è candidata unita con la città di un altro Stato, per quanto si trattasse di sua “sorella”, divisa dai muri della storia; ha preparato con minuzia i suoi progetti insieme a Gorizia, la “vecchia” Gorizia, la “stara Gorica” che era stata per secoli, contemporaneamente ed elegantemente, neolatina, slava e germanica, quasi una Europa in miniatura.

I due sindaci Klemen Miklavic e Rodolfo Ziberna (il secondo, fatto tanto più notevole, con alle spalle una storia familiare di profughi istriani), hanno per la prima volta rivoluzionato la “occhialuta” (la Coscienza del buon Zeno di Italo Svevo ha proprio a Gorizia la sua illuminazione) prudenza redistributiva e spartitoria di chi persiste nell'immaginare gli Europei come incapaci di pensarsi, di vedersi e di sentirsi semplicemente come tali.

All'annuncio della vittoria, frutto anche del coraggio della Commissione giudicante, un boato di scomposta (perciò autentica) e liberatoria esultanza ha attraversato il confine e la piazza Transalpina che ne è il simbolo, scacciando con la gioia il ricordo di tutti quei boati d'ordigno che hanno fatto di Gorizia, a partire dal Prima Guerra Mondiale, uno dei posti più tormentati della storia. Per chi quella storia la conosce o l'ha subita, è stata una catarsi. Con questo nuovo abbraccio, si apre un palcoscenico di rilancio per due città straordinarie per vicende storiche, valore simbolico e conformazione ambientale ed architettonica; concepite ed auspicate ognuna, in epoche diverse dalla Belle Epoque al Secondo Dopoguerra, come città-giardino esemplari per qualità della vita.

Così, senza poter vantare i valori artistico culturali e il passato degli altri contendenti, ma con una chiara idea di che cosa può essere il futuro, Nova Gorica, l'inaspettata gemma urbanistica sbocciata per contrasto e mimesi sulla antica madre, con un gesto generoso ha battuto tutti.

E insieme, nel claim Go borderless!, Nova Gorica e Gorizia dimostrano cosa può essere l'Unione Europea. Toccava alla Slovenia avere una Capitale europea della cultura; ma se l'è guadagnata anche l'Italia. A pensarci bene per la prima volta, se l'è presa l'Europa, e basta."