Una gita fuori porta in provincia di Padova: non solo ville, ma anche monasteri

Quando si pensa alla provincia di Padova, il pensiero corre subito alle eleganti ville venete che punteggiano la campagna, testimoni di un passato di nobiltà e bellezza. Ma accanto a questo patrimonio di architettura e arte, esiste un'altra anima del territorio, più raccolta e silenziosa: quella dei monasteri. Se le ville raccontano la vita mondana, i monasteri sussurrano la storia di una spiritualità operosa, fatta di preghiera, lavoro e armonia con la natura. Luoghi dove il tempo sembra essersi fermato e dove la bellezza si manifesta nella semplicità di un chiostro, nel profumo di un'antica spezieria o nel rigore di una biblioteca millenaria.

In circa due ore di macchina si arriva all'uscita dell'autostrada di Terme euganee. Basta percorrere, quindi circa 170 chilometri da Gorizia per imbattersi nel castello del Catajo (che va assolutamente visitato) e da lì raggiungere facilmente queste tre isole di pace: L'Abbazia di Praglia, incastonata tra i Colli Euganei, con i suoi chiostri rinascimentali e la preziosa biblioteca, uno dei simboli della tradizione benedettina, dove ancora oggi la vita si svolge secondo la regola dell'ora et labora; il Monastero di San Daniele, con la sua vista mozzafiato sui colli, spazio di ritiro dove il silenzio si mescola ai profumi del bosco e l'Abbazia di Carceri, un piccolo gioiello che affonda le radici nel Medioevo, esempio di come la fede abbia modellato il paesaggio. In tutti e tre i monasteri si intrecciano cultura, spiritualità e tradizioni artigianali. Qui si producono mieli, tisane, cosmetici naturali, libri e manufatti artistici, frutto di una sapienza antica che resiste al tempo, ed anche un ottimo vino. Il vino: gran bella scoperta quella fatta l'ultima domenica di febbraio quando, dopo una mattinata a curiosare tra le bancarelle del mercatino di Piazzola sul Brenta, che si svolge l'ultima domenica di ogni mese, sono arrivata al Monastero di Praglia dove mi ero ripromessa di accompagnare una coppia di amici bolognesi e dove, personalmente, avevo chiesto un colloquio con l'Abate per i motivi che tra un po' condividerò.

Da tempo avevamo deciso di trovarci a metà strada e fare una full immersion culturale e spirituale. Era da un bel po' che desideravo ritornarci. C'ero già stata altre volte ed avevo avuto anche l'occasione di visitare la bellissima e antica biblioteca monumentale che, purtroppo, è possibile visitare soltanto in determinati orari, ovvero il secondo e quarto sabato del mese alle quattro del pomeriggio. Ovviamente, un discorso a parte è la biblioteca vera e propria alla quale si può accedere ogni giorno, con eccezione del lunedì per attività di studio e di ricerca.

In occasione della penultima visita avevo avuto modo di scoprire, sentito l'inconfondibile dialetto bisiaco, che il monaco il quale ci aveva accompagnati nella esplorazione del monastero era originario di Monfalcone. Ma lo stupore (e devo dire anche il piacere) è aumentato notevolmente, quando il monaco/guida ci ha precisato che l'Abate del monastero è un goriziano. Ovvio che, appena rientrata a casa, avevo voluto approfondire la questione ed era sorto, immediatamente, il desiderio di conoscerlo. Perchè non accade tuti i giorni che un uomo decida di interrompere una promettente carriera scientifica per farsi monaco.

All'epoca della sua nomina, sei anni fa, la stessa fece infatti molto scalpore e tutti i quotidiani nazionali ne parlarono diffusamente. Il motivo è presto detto: Stefano Visintin, come racconta il Corriere della sera, prima di approdare la vita monastica, aveva una carriera già ben avviata. A meno di trent'anni, infatti, si occupava di acceleratori di particelle nell’ambito di un progetto dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare.

Ero impaziente di incontrare Dom Visintin, perché avevo tre domande da porgli. Erano quesiti difficili, che mi tormentavano da tempo e che non avrei mai osato rivolgere a un monaco o a un sacerdote, se non fossimo stati accomunati dalle stesse origini e dalla sua solida formazione scientifica. Le sue risposte le avrei poi raccolte in questo Blog. Ma nel momento in cui ho terminato di trascrivere la registrazione, perchè non volevo perdere nulla di quanto mi sarebbe stato spiegato, mi sono resa conto che ragionamenti così delicati e complessi mal si coniugano con la leggerezza di un Blog. Custodisco, pertanto, (solo per me) le argomentazioni che avevamo sviluppato nella chiaccherata nell'accogliente saletta all'interno del Monastero in un file da archiviare nel Cloud.

Non credo che, a questo punto, debba necessariamente raccontare qualcosa in più sulle ragioni della scelta di questo cittadino illustre! Perchè le motivazioni che lo hanno indotto alla radicale decisione sono tutte disponibili online e quindi accessibili da parte di tutti. Sta di fatto che dopo aver approfondito gli studi in fisica nucleare, Visintin ha scelto di intraprendere il percorso monastico, dimostrando che la ricerca della verità e la comprensione del mondo possono prendere forme diverse. La sua formazione scientifica, basata su rigore e metodo, si intreccia ora con la dimensione spirituale e contemplativa della vita monastica, ovvero la ricerca del trascendente. Questa fusione di esperienze e competenze testimonia una visione del mondo in cui conoscenza e fede coesistono. Si può dire quindi che l'abate Stefano Visintin rappresenta l'esempio più eclatante del connubio tra scienza e spiritualità. Emblematico, quindi, il titolo del suo libro uscito proprio ieri, E Dio disse: sì alla scienza! Il pensiero mistico e spirituale di Teilhard de Chardin, per i tipi della Queriniana

Chi crede che i monaci siano solo custodi del passato e che la loro vita sia esclusivamente dedicata alla preghiera si sbaglia di grosso. La vita monastica è un equilibrio dinamico tra tradizione e innovazione, tra contemplazione e azione. Oltre alla preghiera, i monaci si dedicano allo studio, alla ricerca, al lavoro manuale e intellettuale. Insomma, il monachesimo non è un rifugio dal presente, ma una dimensione che offre strumenti di riflessione, disciplina e conoscenza applicabili anche al mondo moderno, non trascurando il fatto che i monasteri devono autofinanziarsi.

Ed ecco che il vino ritorna in primo piano! Non senza mascherare un po' di orgoglio l'Abate ci ha raccontato, infatti, che l'Abbazia produce 60.000 bottiglie di vino e, complessivamente, ben 1.000 ettolitri, per lo più di ottimo spumante. Insomma, il far parte del Consiglio d'amministrazione del Consorzio dei vini dei colli euganei doc non è altro che proseguire sulla strada avviata dal mitico Dom Pérignon. Ma se tutti sanno che il Dom Pérignon è un prestigioso champagne millesimato, cioè prodotto solo nelle annate migliori con uve provenienti esclusivamente da quell’anno prodotto dalla maison Moët & Chandon e simbolo di lusso ed eleganza, credo siano in pochi a sapere che prende il nome dal monaco benedettino Dom Pierre Pérignon.

Dom Perignon è stato un monaco benedettino francese nato intorno al 1638 e morto nel 1715, che visse nell'Abbazia di Hautvillers, in Champagne. La sua figura è diventata leggendaria nell'ambito della vinificazione, in particolare per il suo contributo nel perfezionare il metodo di produzione dei vini spumanti. Anche se non tutti sono convinti che "inventò" il metodo da zero, le sue innovazioni – come la selezione accurata delle uve, il miglioramento della gestione delle fermentazioni e l'arte del miscelamento – hanno giocato un ruolo fondamentale nel trasformare la produzione del vino in Champagne, contribuendo alla nascita di uno dei vini più famosi al mondo. Il metodo, noto come metodo champenoise o, più recentemente, come metodo tradizionale o classico è il metodo utilizzato per produrre lo spumante di Praglia che offre una selezione capace veramente di soddisfare tutti i gusti.

Praglia, quindi, in una gita fuori porta per sperimentare una accoglienza silenziosa, misurata, quasi sospesa. Non c'è fretta nei monasteri, e questo già disorienta. Il chiostro invita a rallentare il passo, a lasciare fuori il rumore, a riscoprire una lentezza che non è perdita di tempo, ma un modo diverso di abitarlo. Le mura spesse custodiscono secoli di preghiere e di vita, mentre la luce filtra discreta tra le pietre, creando giochi di ombre che sembrano dialogare con il silenzio. Si torna a casa con la sensazione che qualcosa, dentro, sia stato messo a posto. Come se, per qualche ora, la vita avesse ritrovato il suo giusto respiro. Insomma, una esperienza che non delude mai. Superare la porta di un monastero è come oltrepassare una linea di confine, varcare una soglia invisibile dove il tempo assume un ritmo diverso. Fuori il mondo corre, si affanna, si consuma nella fretta di fare, di possedere, di arrivare. Dentro, tutto rallenta, si fa essenziale.

Anche nel piccolo negozio dove i monaci offrono, in vendita, non soltanto la loro produzione di ottimi vini ma anche creme curative si respira un'atmosfera sospesa, dove il tempo sembra rallentare. E' un luogo discreto, quasi appartato, piccolo mondo dentro il mondo, dove il frastuono resta fuori e la merce esposta racconta storie di cura e di memoria. I profumi avvolgono l'aria: lavanda, miele, erbe officinali, oli balsamici. Ogni oggetto ha il sapore di un gesto antico, tramandato con pazienza. I vasetti di marmellata, le tisane, le creme naturali portano con sé un'idea di tempo che non ha fretta, di saperi che si tramandano con le mani e il cuore. La lentezza qui è una virtù, e l'acquisto diventa quasi un rito di rispetto verso chi ha coltivato, distillato, confezionato con discrezione e dedizione. Poi, ad orari cadenzati, la visita dell'Abbazia. Anche se alla domenica i gruppi di visitatori sono sempre abbastanza numerosi, ci si rende conto subito che il chiavistello che gira nella serratura non chiude, ma apre: lascia fuori il frastuono e invita a entrare in uno spazio sospeso, dove il silenzio diventa linguaggio e la misura delle cose si rivela nella loro semplicità.

Ma tu di che caffè sei?

Chissà, prima o poi qualcuno potrebbe domandarcelo: Ma tu, di che caffè sei?

Come credo di aver scritto già più volte, è ormai diventata una abitudine – quando si accede il pc - scorrere le notizie che il motore di ricerca di giorno in giorno propone, nel momento in cui viene aperta una nuova finestra. La notizia che stamattina ha catturato la mia attenzione è stata questa: Le nuove generazioni stanno abbandonando l'espresso. Breve storia del caffè e di come è cambiato il suo consumo. Una rapida occhiata al testo e apprendo che: “La napoletana piace molto ai giovani, così come ad essi piacciono i caffè preparati con i “nuovi” strumenti tipo l’aeropress, la chemex o il syphon, che in realtà esistono da decenni ma in Italia abbiamo scoperto solo grazie alla cultura specialty.” Oddio! Ma di che cosa stiamo parlando? Muovo il mouse tre schede a sinistra, dove ormai sono costantemente loggata, e chiedo aiuto a Chatgpt: che cos’è l’aeropress, la chemex o il syphon? Ecco qua la sua pronta immediata risposta:

“Ah, mi sa che qui si parla di caffè fatto con metodo! ☕️

Allora, Aeropress, Chemex e Syphon sono tre sistemi di estrazione manuale che escono dalla classica moka o espresso, perfetti per chi ama un approccio più consapevole e sperimentale al caffè. Ti faccio una piccola panoramica:

Aeropress: 👉 Inventata nel 2005, è la più recente e anche la più pratica. Sembra una grossa siringa di plastica con un filtro in carta o metallo. Funziona a immersione, cioè il caffè macinato si mescola con l’acqua calda e poi viene spinto giù con la pressione manuale. Risultato: Un caffè molto pulito, corposo e aromatico, senza residui. Perfetta per chi ama un caffè tra l'espresso e l'americano, ma con la possibilità di giocare con tempi di infusione e pressione.

Plus: Si porta ovunque, è economica e facile da pulire. (Una piccola verifica e scopro che, ovviamente, su Amazon è già disponibile)

Chemex: 👉 Un'icona di design (nata nel 1941), sembra una clessidra di vetro con il filtro di carta conico sopra. È un metodo a percolazione (l'acqua scende lentamente attraverso la polvere di caffè).

Risultato: Caffè molto pulito, delicato, con profumi floreali e fruttati. Se ti piace il caffè lungo, quasi come un tè, questo è il metodo perfetto. Plus: Bellissima da vedere, ideale per più tazze, ma richiede tempo e pazienza. (Questo, a dire il vero, lo conoscevo già anche se con altro nome con riferimento al caffè all’americana)

Syphon (o Sifone): 👉 La più scenografica e vintage, sembra uscita da un laboratorio di alchimia. Funziona con due globi di vetro sovrapposti: l'acqua nel globo inferiore viene scaldata con un fornelletto, sale nel globo superiore dove incontra il caffè macinato, poi riscende filtrata.

Risultato: Caffè aromatico, morbido, con corpo setoso e pulito. Il metodo esalta soprattutto le note fruttate e floreali.

Plus: Spettacolare da vedere, ma richiede manualità e tempo. (Questo ovviamente non appena ho ammortizzato la spesa per l’acquisto della Delonghi Rivelia me lo compero certamente."

Se sei cresciuta a caffè nero bollente anni '70 e moka, - mi dice Chatgpt - questi metodi sono una rivoluzione perché tirano fuori sfumature di sapore che prima manco ci sognavamo. Per concludere con l’immancabile domanda: “Che rapporto hai con il caffè? Ti intriga più l'idea del rituale o sei più da caffè rapido e diretto?” Risposta difficile … sono una gran consumatrice di caffè. Vuoi perché soffro di bassa pressione, vuoi perché al bar con le amiche non so che altro prendere. Ma questo articolo ha sparigliato le mie carte e voglio scoprire il nuovo mondo. Intanto ho deciso: in settimana vado a Trieste, perché ho letto in questa pagina che ce ne sono ben quattro di specialty coffee!

Per saperne di più leggi questo articolo del Gambero rosso on line: Salviamo gli specialty coffee dalla moda degli specialty coffee!

Passione mercatini!

Usato è bello! Vuoi perché è economico, vuoi perché fa bene all’ambiente. E sempre più le bancarelle dei vari mercatini dell’usato o del collezionismo che dir si voglia, sono frequentati da un ceto attento più che al prezzo alla qualità del prodotto. E ciò vale anche per l’abbigliamento. E’ ben noto ormai a tutti (ed il docufilm The True Cost ) lo ha ben raccontato, che la qualità dei capi di abbigliamento in vendita è notevolmente peggiorata, così come le condizioni di vita dei lavoratori e l’impatto ambientale dell’industria dell’abbigliamento. Insomma, l’economia circolare quale modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile sta trovando sempre più adepti. Per fortuna. Non è un caso quindi il successo che, giustamente, sta riscuotendo l’impresa Rifò avviata da un gruppo di giovani imprenditori che hanno fatto della qualità, sostenibilità e responsabilità la loro mission fino ad aprire un corner in Rinascente. Una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali di cui è composto vengono reintrodotti, laddove possibile, nel ciclo economico. Così si possono continuamente riutilizzare all’interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore. Questa è l’economia circolare.

Il riuso e il riciclo sono due concetti fondamentali nel contesto della gestione dei rifiuti e della sostenibilità, ma presentano differenze significative. Il riuso consiste nell'utilizzare nuovamente un oggetto per lo stesso scopo o per uno diverso, senza modificarne la struttura originale. Gli esempi classici sono utilizzare una bottiglia di vetro per contenere acqua o altre bevande invece di buttarla via. (Ed ecco che in questi ultimi anni sta prendendo piede il sistema di gasatura dell’acqua Sodastream che di recente ha messo sul mercato anche modelli che utilizzano bottiglie in vetro); donare vestiti che non si indossano più a qualcuno che può utilizzarli; trasformare un vecchio mobile in un nuovo pezzo d'arredamento, anche con piccole modifiche, secondo la moda del restyling tanto in voga di questi tempi. I vantaggi sono evidenti. Viene ridotta la quantità di rifiuti prodotti, si conservano le risorse naturali, poiché non è necessario produrre nuovi oggetti. Mobili ed abbigliamento usato, peraltro, sono di gran lunga più economici rispetto all'acquisto di nuovi beni, anche di qualità inferiore.

Io amo molto, anzi moltissimo i mercatini. Ricordo ancora che, la prima volta in cui sono andata a Roma, ho voluto visitare Porta Portese, la domenica mattina rimanendone affascinata. Non è stato un caso, quindi, se – all’inizio degli anni 90 - colsi la palla al balzo che mi gettò l’amatissimo presidente del quartiere Montesanto Piazzutta Renato Boegan, quando mi chiese di inventare qualcosa per valorizzare l’antica Piazzutta; luogo dove tra l’altro nacque Nora Gregor celebrata ieri in città in una piacevole passeggiata organizzata nell’ambito delle iniziative del Bando Borghi. Peccato che la Soffitta in Piazzutta sia soltanto un ricordo.

Ormai non c’è città o paese senza il suo mercatino dell’usato. L’ultimo, in ordine di tempo, è senz’altro quello di Ronchi dei Legionari “Di tutto un po’”. Un’ iniziativa partita alla grande con 50 espositori sabato scorso. Chi vivrà vedrà, come si suol dire. Ma le restrizioni poste dal Comune di Gradisca al mercato che si svolge la terza domenica del mese e che hanno portato ad un ridimensionamento degli espositori fanno ben sperare nel futuro della nuova iniziativa. Nella foto, infatti, il momento dell'inaugurazione del mercativo di Ronchi dei Legionari.

In attesa di conoscerne il futuro in questo settore che, come detto, diventa sempre più attrattivo per tutti i generi merceologici, è possibile vedere la mappa dei mercatini in regione, cliccando qui!

Cold case: la tragedia di Mayerling

La tragedia di Mayerling è uno degli eventi più enigmatici e drammatici della storia europea. Avvenuta il 30 gennaio 1889, coinvolse l'erede al trono austro-ungarico, l'arciduca Rodolfo d'Asburgo-Lorena, e la sua amante, la baronessa Maria Vetsera.

Il contesto storico

Alla fine del XIX secolo, l'Impero Austro-Ungarico era una delle potenze principali in Europa, ma era anche un'entità politica complessa e instabile. L'arciduca Rodolfo, figlio dell'imperatore Francesco Giuseppe e dell'imperatrice Elisabetta (Sissi), era destinato a succedere al trono. Tuttavia, Rodolfo era un uomo tormentato, con idee liberali che spesso lo mettevano in contrasto con il conservatorismo della corte imperiale.

Gli eventi di Mayerling

Il 30 gennaio 1889, Rodolfo e la sua amante, la baronessa Maria Vetsera, furono trovati morti nel padiglione di caccia di Mayerling, vicino a Vienna. Le circostanze della loro morte rimasero avvolte nel mistero e nelle speculazioni. La versione ufficiale parlava di un omicidio-suicidio: Rodolfo avrebbe ucciso Maria e poi si sarebbe tolto la vita. Tuttavia, altre teorie suggeriscono che i due amanti siano stati vittime di un complotto politico o di un incidente.

Implicazioni e conseguenze

La morte di Rodolfo ebbe profonde ripercussioni sull'Impero Austro-Ungarico. La perdita dell'erede al trono destabilizzò ulteriormente una monarchia già fragile. L'arciduca Francesco Ferdinando, il nuovo erede, sarebbe stato assassinato a Sarajevo nel 1914, evento che scatenò la Prima Guerra Mondiale.

Interpretazioni e leggende

La tragedia di Mayerling ha ispirato numerosi libri, film e opere teatrali, alimentando il mito romantico e tragico dei due amanti. La figura di Rodolfo è spesso ritratta come quella di un principe ribelle e idealista, mentre Maria Vetsera è vista come una giovane vittima dell'amore e delle circostanze. Sta di fatto che la tragedia di Mayerling rimane uno degli episodi più affascinanti e misteriosi della storia europea. Le sue implicazioni politiche e personali continuano a suscitare interesse e dibattito, rendendo questa vicenda un simbolo delle tensioni e dei drammi dell'epoca.

Una analisi di questi fatti è stata sviluppata da Fabio Amodeo e Mario Josè Cereghino nel saggio: “Mayerling anatomia di un omicidio” edito dalla casa editrice triestina MGS Press che ha al suo attivo un ricco catalogo di opere collegate agli Asburgo. Nel volume, fresco di (ri)stampa, Amodeo e Cereghino ricostruiscono gli eventi, tassello dopo tassello, col piglio dei detectives della storia contemporanea, mettendo a confronto situazioni, personaggi, documenti e testimonianze. Un cold case che alza il sipario su una truce vicenda che riguarda la “storia” di noi goriziani, perchè Gorizia faceva parte delle vecchie province dell'Impero.

Il volume può essere ordinato on-line direttamente alla Casa editrice.

Adelaide Ristori star ed imprenditrice dell'800

Adelaide Ristori inaugurò il rinnovato Teatro di Società di Gorizia il 9 settembre 1856

Una strada alberata collega, a Gorizia, il centro cittadino con il rione di Sant’Anna. E’ la via Ristori. Percorrendo questa strada, mi ero chiesta molto spesso che cosa, nel novero delle strade urbane, distingue la "via" dal "viale". Ciò in quanto era nato in me il convincimento che “viale” venisse definita l’arteria delimitata da alberi. Ma tale convincimento, obiettivamente, è del tutto errato. Come ben illustra il dizionario Treccani, viale è sinonimo di “Ampia via urbana o suburbana per lo più caratterizzata dalla presenza di alberi piantati lungo il suo percorso, spesso divisa in due, tre, o più carreggiate mediante marciapiedi spartitraffico alberati e, a volte, sistemati a giardino”. Una “via”, invece, è uno spazio pubblico, di larghezza limitata e di lunghezza molto variabile, destinato al passaggio di persone e di veicoli. Per “corso”, invece, tanto per chiudere il cerchio, viene definita la via di particolare interesse storico o urbanistico. Ecco che, pertanto, i corsi Verdi ed Italia che attraversano longitudinalmente Gorizia sono stati appellati così correttamente, essendo quindi l’alberatura ininfluente.

Spesso diamo per scontate le cose abituali nella nostra vita. E, quindi, è stato soltanto per un caso ovvero per un insieme di coincidenze che ho avuto l’occasione di scoprire a chi, di fatto, è dedicata la strada che collega i due quartieri cittadini. Che la “via Ristori” fosse intitolata all’attrice Adelaide non mi sono stupita più di tanto. Ciò in quanto la toponomastica cittadina – ormai ho imparato da tempo la lezione - esalta le figure funzionali al processo di italianizzazione perseguito dall’indomani della fine della prima guerra mondiale. E sono senz’altro ammirevoli e meritevoli, quindi, sotto questo punto di vista, le azioni di propaganda nei teatri in cui si esibiva, in terra italiana ma ancora sotto il dominio asburgico o borbonico. Regolarmente, infatti, i suoi spettacoli venivano interrotti dalla polizia, poiché Adelaide, già nota per i suoi sentimenti patriottici, dal palcoscenico lanciava slogan a favore dell'Italia e di Vittorio Emanuele II.

Adelaide Ristori è stata certamente l'attrice italiana più famosa e influente dell'Ottocento, anche perché, capace di recitare perfettamente in inglese e in francese, riscosse notevoli successi anche all'estero. E sono ben lieta,quindi, di parlarne tenuto conto che fu una delle prime star di tutto il mondo, protagonista sul palcoscenico e nella moda.

Adelaide nacque a Cividale del Friuli il 29 gennaio 1822. I suoi genitori erano attori di passaggio in città con la compagnia dei Poveri attori girovaghi diretta da Antonio Cavicchi. La Compagnia era stata chiamata dalla locale comunità per recitare nel nuovo Teatro sociale durante il periodo di carnevale. In una fredda giornata d’inverno, quindi, l’attrice Maddalena Pomatelli coniugata ad Antonio Ristori, partorisce una bambina nella locanda del civico 284. Due giorni dopo la neonata viene battezzata dal parroco Niccolò Tiossi nella vicina chiesa di San Silvestro col nome di Adelaide Gaetana. Iniziò la sua carriera artistica fin da bambina, a cinque anni, e a soli 14 interpretò il ruolo di protagonista in "Francesca da Rimini" di Silvio Pellico, segnando l'inizio della sua ascesa nel mondo del teatro. Infatti, fu questa prova che le aprì le porte della prestigiosa Compagnia Reale Sarda dove restò sino al 1841, maturando grazie al lavoro accanto a grandi interpreti dell'epoca, da Vestri a Marchionni, di cui prese il posto come primattrice a soli 18 anni.

Si distinse, fin da subito, per le sue eccezionali doti di attrice che, nel corso di una formidabile carriera cinquantennale, la videro applaudita protagonista nel repertorio delle eroine classiche sui palcoscenici di tutto il mondo. Ristori era nota per la sua versatilità e il suo talento nel dramma e nella tragedia. Tra i suoi ruoli più celebri si annoverano quelli di Maria Stuarda, Lady Macbeth e Mirra.

A Roma, nel 1845, conobbe il marchese Giuliano Capranica del Grillo, che sposò un anno dopo (alcune fonti citano il 1847), un matrimonio – celebrato in gran segreto - che inizialmente suscitò scandalo a causa della differenza di status sociale. Ma questo matrimonio fu la sua fortuna, perché il marito capì il talento della moglie e si dedicò a sostenerlo con uno spirito imprenditoriale allora estraneo al mondo del teatro, creando una Compagnia in cui, oltre a scegliere i testi, sovrintendeva a tutti gli aspetti dello spettacolo, compresi costumi e scene. Il suo successo fu tale che numerose biografie dell'artista circolavano in tutta Europa già a metà secolo, con lei poco più che trentenne. Poliedrica, divina, unica: le definizioni si sprecavano per Adelaide Ristori, che era riuscita a diventare, nel 1853, e quindi a soli trentun anni, prima attrice assoluta della Compagnia Reale Sarda, in cui già recitava. Nel 1855, ormai famosa in patria iniziò le sue grandi tournée; peraltro, essendo divenuta nel frattempo benestante, una rarità per le compagnie teatrali dell'epoca, ebbe la disponibilità di un lussuoso vagone ferroviario personale con cui si spostava nei viaggi della sua tournee.

Col suo repertorio, che comprendeva principalmente, accanto a Shakespeare e Goldoni, Alfieri e Pellico, fu consacrata come protagonista della scena internazionale a Parigi, dove frequentò da Alexandre Dumas a George Sand come il patriota fuoriuscito Daniele Manin. Seguirono tournée a Berlino, Vienna, Londra (accolta come un simbolo dell'Italia nascente tanto che perfino Mazzini pensò di utilizzare la sua notorietà e la sua frequentazione delle corti d'Europa per la causa nazionale), Madrid, fino ad arrivare in Russia, quando Cavour le affidò, nel 1860, una delicata missione presso la corte dello Zar a Pietroburgo, dove andava a recitare.

Il 9 maggio 1874 Adelaide Ristori intraprese una tournée artistica diventata famosa e denominata Il giro del mondo”. Il viaggio per mare, che durò venti mesi e diciannove giorni, e che la portò dal Cile all'Australia all'estremo oriente fu il più grandioso che mai abbia compiuto una compagnia teatrale. Il bisnonno di Corrado Corradi, Marco Piazza, era Primo Attor Giovane. Le sue preziose lettere ai genitori, raccolte e pubblicate nel 1948, rappresentano la memoria storica fedele di trionfi dalle proporzioni mai più raggiunte, ma anche la diretta testimonianza di un’avventura epica, unica. Da qui le suggestioni suscitate dalla lettura: l’incontro con differenti culture, gli approdi difficili, i pericoli di una natura madre e matrigna, l’umanità dei passeggeri.

Nel 1885 si ritira dalle scene, mettendo fine a una carriera iniziata molto tempo prima. Si calcola che avesse recitato in 334 città, 33 stati, 5 continenti per 3546 spettacoli . Diventata dama di corte della regina Margherita, Adelaide si dedica a scrivere le sue memorie, che escono con il titolo “Ricordi e studi artistici”. Rimasta vedova nel 1892, passò il resto della vita occupandosi di assistenza ai bisognosi, e nel 1902, in occasione del suo ottantesimo compleanno, ebbe persino l'onore di ricevere una visita da parte del Re Vittorio Emanuele III, evento mai accaduto prima a un rappresentante del mondo dello spettacolo. Morì a Roma il 9 ottobre del 1906 all'età di ottantaquattro anni in via Monterone 76, nel palazzo Capranica del Grillo; fu sepolta nel Cimitero del Verano a Roma.

La sua eredità artistica e il suo contributo al teatro italiano rimangono indimenticabili, rendendola una figura centrale nella storia del teatro europeo. Esempio di emancipazione femminile a metà Ottocento, vera star internazionale, attrice capace di conquistare i potenti e assieme di rendere alla portata di tutti la cultura teatrale. E’ l’esempio di come l’arte può, a volte, essere potente strumento di cambiamento sociale.

Per saperne di più

La Rai ha prodotto un documentario sulla grande attrice curato da Paolo Mieli. Il documentario è disponibile su Raiplay

Adelaide Ristori ebbe quattro figli. Due morirono in tenerissima età. Bianca e Giorgio furono talmente amati da indurre la grande artista a riconsiderare la sua professione artistica. L’arte per una vita: La storia e la vita del pittore Giorgio Capranica del Grillo, Regia di Marco Agostinelli, Sceneggiatura di Roberta Semeraro, disponibile su youtube è il racconto di questo grande amore che legò la famiglia.

A Genova, dal 29 settembre 2022 al 22 gennaio 2023, c’è stata un’importante mostra dedicata all’attrice. La sua figura è stata raccontata attraverso i suoi meravigliosi costumi. L'esposizione si intitolava “I Costumi di Adelaide Adelaide Ristori. Teatro e alta moda”.

L’Isonzo: Memoria, Forza e Pace

Di Aleksandra Devetak

Mi è stato chiesto, tempo fa, di descriverlo in tre parole. Troppo poche tre parole per descrivere il nostro fiume, un fiume che è custode della memoria di quei popoli europei i cui figli vengono ancora oggi a cercare padri e nonni e rendere omaggio alla loro memoria…

Ci provo. Le prime tre che mi vengono in mente sono: Memoria, Forza, Pace… Le spiego così:

L’Isonzo è Memoria – a volte silenzioso - a volte fragoroso testimone di millenni di storia delle nostre terre: delle piccole e della grande Storia. E’ Forza: impeto, quando si rabbuia. " ...sulle tue sponde grandine di piombo, pioggia di sangue e lacrime a torrenti. Vedrai brandire sui spietati acciar e l'acque tue andranno rosse al mar...."

La lirica Soči/All’Isonzo, del poeta Simon Gregorčič (1844-1906), dice il poeta friulano Celso Macor “è un forte canto d'amore, anche profetico di quel che sarebbe accaduto sull'Isonzo. “

L’Isonzo è Pace: Il fiume ha assistito, nella sua corsa, a invasioni, guerre funeste. Ha visto le sue genti sprofondare nella disperazione, nell’odio, nell’inimicizia,… ma, come accade nella nostra vita, ad un certo punto della sua corsa, a valle, si placa, il suo andare verso il mare diventa quieto. L’odio è vinto!

Abbiamo ricomposto il tessuto lacerato dalle due ultime guerre. L'Isonzo è un fiume che unisce…

Pace, finalmente, e i confini cadono, i nostri cuori e le nostre menti si aprono, vogliono dimenticare, perdonare… Cos’è un fiume? E’ acqua che lava il corpo e l’anima… Ce lo dice Giuseppe Ungaretti:

(...) “L’Isonzo scorrendo

Mi levigava

Come un suo sasso

Ho tirato su

Le mie quattro ossa

E me ne sono andato

Come un acrobata

Sull’acqua...

Mi sono accoccolato

Vicino ai miei panni

Sudici di guerra

E come un beduino

Mi sono chinato a ricevere

Il sole

Questo è l’Isonzo

E qui meglio

Mi sono riconosciuto

Una docile fibra

Dell’universo”

E all'Isonzo, rivolge una preghiera, il poeta friulano Celso Macor (1925-1998)

''Côr, Lusinz, tai toi secui par simpri, dismentéa.

Cor e tapona, tapona al vaî ch'al rivoca tal to sunsûr

fati dâ dai boscs dut al color

e partigilu ai vôi dai fruz:

ch'a gi resti par simpri''.

(Corri, Isonzo, copri gli echi del pianto che insistono nel tuo sussurro, fatti dare dal cielo e dai boschi tutto il colore e portalo agli occhi dei bambini, perché ci resti per sempre.)

Le foto, che hanno partecipato alla mostra Isonzo dalla sorgente al mare - Soča od izvira do morja. sono di: Aristide Visintin, Patrizia Devetti, Dorina Squarcina, Adriano Macchitella, Rita Marizza, Kelly Traino, Nataša Soban, Jo Egon, Maria Grazia Lo Cascio, Carlo Ghio, Arnaldo Gabriele Selmi, Massimiliano Stabile, Giuliano Morato, Pier Luigi Lodi

La Storia siamo noi: l'attentato di Sarajevo

C’era un programma televisivo, "La storia siamo noi" ideato alla fine degli anni ’90 il cui scopo era di mettere a confronto le inchieste televisive e i documentari degli anni cinquanta e sessanta con le immagini del presente, per mostrare e comprendere i mutamenti avvenuti in Italia e promuovere una riflessione sui possibili scenari futuri. Le grandi questioni che hanno caratterizzato il dopoguerra (lavoro, famiglia, scuola, salute, casa, trasporti, cultura) a che cosa ci hanno portato? A ben vedere, quindi, come canta Francesco De Gregori, “La Storia siamo noi” significa che ciascuno di noi, con le proprie scelte e azioni, partecipa alla costruzione della storia. Non siamo semplici spettatori, ma attori in un processo storico che si evolve continuamente, con la possibilità di influenzare il futuro. E’ un richiamo alla consapevolezza e alla responsabilità individuale e collettiva. Ci invita a riflettere sul nostro ruolo nel mondo e sull’importanza delle nostre azioni. Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta contribuisce a scrivere la storia. Siamo tutti autori di questo grande libro che è la storia dell’umanità.

Facciamo un esempio: l’attentato di Sarajevo. Più di un secolo è passato da allora ed è facile immaginare che, mai e poi mai, i giovani attentatori avrebbero immaginato a che cosa la loro impavida azione avrebbe portato. Perdendomi – on line – nel mare magnum della rete, ho trovato questo dettagliato resoconto. Ne consiglio la lettura, perché ben conferma quanto sopraddetto, ovvero che ognuno di noi contribuisce, in modo consapevole o meno, alla formazione della storia.

“Il 28 giugno 1914, un giovane serbo bosniaco di nome Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, l’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico e sua moglie durante una visita ufficiale nella capitale bosniaca di Sarajevo. Il duplice omicidio noto come l’attentato di Sarajevo, porto ad una escalation di fatti che condusse al Primo Conflitto Mondiale. Princip era uno dei sei giovani pronto quel giorno ad uccidere l’arciduca. Erano idealisti fuorviati, strumenti inconsapevoli in una cospirazione più ampia che era stata architettata da un’organizzazione segreta terroristica serba nota come “Crna Ruka”, che aveva stretti legami con il dipartimento di intelligence militare serbo. L’assassinio innescò una crisi politica internazionale che nel giro di un mese si è intensificò fino a condurre alla prima guerra mondiale. Né i giovani assassini, né i loro sostenitori più ferventi dietro le quinte, mai intesero, né avrebbero potuto prevedere, che la loro trama avrebbe avuto conseguenze così terribili, portando direttamente alla morte di milioni di persone.”

Di seguito la traduzione di un interessante articolo scritto da Karel Margry per la rivista americana “After the Battle”. Viene riproposta, analiticamente, la cronologia degli avvenimenti, caratterizzazione dei personaggi, con dovizia di particolari frutto, di una ricerca storica molto accurata.

http://www.gofvg.altervista.org/2016/01/12/lattentato-di-sarajevo-1/