Adelaide Ristori star ed imprenditrice dell'800

Adelaide Ristori inaugurò il rinnovato Teatro di Società di Gorizia il 9 settembre 1856

Una strada alberata collega, a Gorizia, il centro cittadino con il rione di Sant’Anna. E’ la via Ristori. Percorrendo questa strada, mi ero chiesta molto spesso che cosa, nel novero delle strade urbane, distingue la "via" dal "viale". Ciò in quanto era nato in me il convincimento che “viale” venisse definita l’arteria delimitata da alberi. Ma tale convincimento, obiettivamente, è del tutto errato. Come ben illustra il dizionario Treccani, viale è sinonimo di “Ampia via urbana o suburbana per lo più caratterizzata dalla presenza di alberi piantati lungo il suo percorso, spesso divisa in due, tre, o più carreggiate mediante marciapiedi spartitraffico alberati e, a volte, sistemati a giardino”. Una “via”, invece, è uno spazio pubblico, di larghezza limitata e di lunghezza molto variabile, destinato al passaggio di persone e di veicoli. Per “corso”, invece, tanto per chiudere il cerchio, viene definita la via di particolare interesse storico o urbanistico. Ecco che, pertanto, i corsi Verdi ed Italia che attraversano longitudinalmente Gorizia sono stati appellati così correttamente, essendo quindi l’alberatura ininfluente.

Spesso diamo per scontate le cose abituali nella nostra vita. E, quindi, è stato soltanto per un caso ovvero per un insieme di coincidenze che ho avuto l’occasione di scoprire a chi, di fatto, è dedicata la strada che collega i due quartieri cittadini. Che la “via Ristori” fosse intitolata all’attrice Adelaide non mi sono stupita più di tanto. Ciò in quanto la toponomastica cittadina – ormai ho imparato da tempo la lezione - esalta le figure funzionali al processo di italianizzazione perseguito dall’indomani della fine della prima guerra mondiale. E sono senz’altro ammirevoli e meritevoli, quindi, sotto questo punto di vista, le azioni di propaganda nei teatri in cui si esibiva, in terra italiana ma ancora sotto il dominio asburgico o borbonico. Regolarmente, infatti, i suoi spettacoli venivano interrotti dalla polizia, poiché Adelaide, già nota per i suoi sentimenti patriottici, dal palcoscenico lanciava slogan a favore dell'Italia e di Vittorio Emanuele II.

Adelaide Ristori è stata certamente l'attrice italiana più famosa e influente dell'Ottocento, anche perché, capace di recitare perfettamente in inglese e in francese, riscosse notevoli successi anche all'estero. E sono ben lieta,quindi, di parlarne tenuto conto che fu una delle prime star di tutto il mondo, protagonista sul palcoscenico e nella moda.

Adelaide nacque a Cividale del Friuli il 29 gennaio 1822. I suoi genitori erano attori di passaggio in città con la compagnia dei Poveri attori girovaghi diretta da Antonio Cavicchi. La Compagnia era stata chiamata dalla locale comunità per recitare nel nuovo Teatro sociale durante il periodo di carnevale. In una fredda giornata d’inverno, quindi, l’attrice Maddalena Pomatelli coniugata ad Antonio Ristori, partorisce una bambina nella locanda del civico 284. Due giorni dopo la neonata viene battezzata dal parroco Niccolò Tiossi nella vicina chiesa di San Silvestro col nome di Adelaide Gaetana. Iniziò la sua carriera artistica fin da bambina, a cinque anni, e a soli 14 interpretò il ruolo di protagonista in "Francesca da Rimini" di Silvio Pellico, segnando l'inizio della sua ascesa nel mondo del teatro. Infatti, fu questa prova che le aprì le porte della prestigiosa Compagnia Reale Sarda dove restò sino al 1841, maturando grazie al lavoro accanto a grandi interpreti dell'epoca, da Vestri a Marchionni, di cui prese il posto come primattrice a soli 18 anni.

Si distinse, fin da subito, per le sue eccezionali doti di attrice che, nel corso di una formidabile carriera cinquantennale, la videro applaudita protagonista nel repertorio delle eroine classiche sui palcoscenici di tutto il mondo. Ristori era nota per la sua versatilità e il suo talento nel dramma e nella tragedia. Tra i suoi ruoli più celebri si annoverano quelli di Maria Stuarda, Lady Macbeth e Mirra.

A Roma, nel 1845, conobbe il marchese Giuliano Capranica del Grillo, che sposò un anno dopo (alcune fonti citano il 1847), un matrimonio – celebrato in gran segreto - che inizialmente suscitò scandalo a causa della differenza di status sociale. Ma questo matrimonio fu la sua fortuna, perché il marito capì il talento della moglie e si dedicò a sostenerlo con uno spirito imprenditoriale allora estraneo al mondo del teatro, creando una Compagnia in cui, oltre a scegliere i testi, sovrintendeva a tutti gli aspetti dello spettacolo, compresi costumi e scene. Il suo successo fu tale che numerose biografie dell'artista circolavano in tutta Europa già a metà secolo, con lei poco più che trentenne. Poliedrica, divina, unica: le definizioni si sprecavano per Adelaide Ristori, che era riuscita a diventare, nel 1853, e quindi a soli trentun anni, prima attrice assoluta della Compagnia Reale Sarda, in cui già recitava. Nel 1855, ormai famosa in patria iniziò le sue grandi tournée; peraltro, essendo divenuta nel frattempo benestante, una rarità per le compagnie teatrali dell'epoca, ebbe la disponibilità di un lussuoso vagone ferroviario personale con cui si spostava nei viaggi della sua tournee.

Col suo repertorio, che comprendeva principalmente, accanto a Shakespeare e Goldoni, Alfieri e Pellico, fu consacrata come protagonista della scena internazionale a Parigi, dove frequentò da Alexandre Dumas a George Sand come il patriota fuoriuscito Daniele Manin. Seguirono tournée a Berlino, Vienna, Londra (accolta come un simbolo dell'Italia nascente tanto che perfino Mazzini pensò di utilizzare la sua notorietà e la sua frequentazione delle corti d'Europa per la causa nazionale), Madrid, fino ad arrivare in Russia, quando Cavour le affidò, nel 1860, una delicata missione presso la corte dello Zar a Pietroburgo, dove andava a recitare.

Il 9 maggio 1874 Adelaide Ristori intraprese una tournée artistica diventata famosa e denominata Il giro del mondo”. Il viaggio per mare, che durò venti mesi e diciannove giorni, e che la portò dal Cile all'Australia all'estremo oriente fu il più grandioso che mai abbia compiuto una compagnia teatrale. Il bisnonno di Corrado Corradi, Marco Piazza, era Primo Attor Giovane. Le sue preziose lettere ai genitori, raccolte e pubblicate nel 1948, rappresentano la memoria storica fedele di trionfi dalle proporzioni mai più raggiunte, ma anche la diretta testimonianza di un’avventura epica, unica. Da qui le suggestioni suscitate dalla lettura: l’incontro con differenti culture, gli approdi difficili, i pericoli di una natura madre e matrigna, l’umanità dei passeggeri.

Nel 1885 si ritira dalle scene, mettendo fine a una carriera iniziata molto tempo prima. Si calcola che avesse recitato in 334 città, 33 stati, 5 continenti per 3546 spettacoli . Diventata dama di corte della regina Margherita, Adelaide si dedica a scrivere le sue memorie, che escono con il titolo “Ricordi e studi artistici”. Rimasta vedova nel 1892, passò il resto della vita occupandosi di assistenza ai bisognosi, e nel 1902, in occasione del suo ottantesimo compleanno, ebbe persino l'onore di ricevere una visita da parte del Re Vittorio Emanuele III, evento mai accaduto prima a un rappresentante del mondo dello spettacolo. Morì a Roma il 9 ottobre del 1906 all'età di ottantaquattro anni in via Monterone 76, nel palazzo Capranica del Grillo; fu sepolta nel Cimitero del Verano a Roma.

La sua eredità artistica e il suo contributo al teatro italiano rimangono indimenticabili, rendendola una figura centrale nella storia del teatro europeo. Esempio di emancipazione femminile a metà Ottocento, vera star internazionale, attrice capace di conquistare i potenti e assieme di rendere alla portata di tutti la cultura teatrale. E’ l’esempio di come l’arte può, a volte, essere potente strumento di cambiamento sociale.

Per saperne di più

La Rai ha prodotto un documentario sulla grande attrice curato da Paolo Mieli. Il documentario è disponibile su Raiplay

Adelaide Ristori ebbe quattro figli. Due morirono in tenerissima età. Bianca e Giorgio furono talmente amati da indurre la grande artista a riconsiderare la sua professione artistica. L’arte per una vita: La storia e la vita del pittore Giorgio Capranica del Grillo, Regia di Marco Agostinelli, Sceneggiatura di Roberta Semeraro, disponibile su youtube è il racconto di questo grande amore che legò la famiglia.

A Genova, dal 29 settembre 2022 al 22 gennaio 2023, c’è stata un’importante mostra dedicata all’attrice. La sua figura è stata raccontata attraverso i suoi meravigliosi costumi. L'esposizione si intitolava “I Costumi di Adelaide Adelaide Ristori. Teatro e alta moda”.

L’Isonzo: Memoria, Forza e Pace

Di Aleksandra Devetak

Mi è stato chiesto, tempo fa, di descriverlo in tre parole. Troppo poche tre parole per descrivere il nostro fiume, un fiume che è custode della memoria di quei popoli europei i cui figli vengono ancora oggi a cercare padri e nonni e rendere omaggio alla loro memoria…

Ci provo. Le prime tre che mi vengono in mente sono: Memoria, Forza, Pace… Le spiego così:

L’Isonzo è Memoria – a volte silenzioso - a volte fragoroso testimone di millenni di storia delle nostre terre: delle piccole e della grande Storia. E’ Forza: impeto, quando si rabbuia. " ...sulle tue sponde grandine di piombo, pioggia di sangue e lacrime a torrenti. Vedrai brandire sui spietati acciar e l'acque tue andranno rosse al mar...."

La lirica Soči/All’Isonzo, del poeta Simon Gregorčič (1844-1906), dice il poeta friulano Celso Macor “è un forte canto d'amore, anche profetico di quel che sarebbe accaduto sull'Isonzo. “

L’Isonzo è Pace: Il fiume ha assistito, nella sua corsa, a invasioni, guerre funeste. Ha visto le sue genti sprofondare nella disperazione, nell’odio, nell’inimicizia,… ma, come accade nella nostra vita, ad un certo punto della sua corsa, a valle, si placa, il suo andare verso il mare diventa quieto. L’odio è vinto!

Abbiamo ricomposto il tessuto lacerato dalle due ultime guerre. L'Isonzo è un fiume che unisce…

Pace, finalmente, e i confini cadono, i nostri cuori e le nostre menti si aprono, vogliono dimenticare, perdonare… Cos’è un fiume? E’ acqua che lava il corpo e l’anima… Ce lo dice Giuseppe Ungaretti:

(...) “L’Isonzo scorrendo

Mi levigava

Come un suo sasso

Ho tirato su

Le mie quattro ossa

E me ne sono andato

Come un acrobata

Sull’acqua...

Mi sono accoccolato

Vicino ai miei panni

Sudici di guerra

E come un beduino

Mi sono chinato a ricevere

Il sole

Questo è l’Isonzo

E qui meglio

Mi sono riconosciuto

Una docile fibra

Dell’universo”

E all'Isonzo, rivolge una preghiera, il poeta friulano Celso Macor (1925-1998)

''Côr, Lusinz, tai toi secui par simpri, dismentéa.

Cor e tapona, tapona al vaî ch'al rivoca tal to sunsûr

fati dâ dai boscs dut al color

e partigilu ai vôi dai fruz:

ch'a gi resti par simpri''.

(Corri, Isonzo, copri gli echi del pianto che insistono nel tuo sussurro, fatti dare dal cielo e dai boschi tutto il colore e portalo agli occhi dei bambini, perché ci resti per sempre.)

Le foto, che hanno partecipato alla mostra Isonzo dalla sorgente al mare - Soča od izvira do morja. sono di: Aristide Visintin, Patrizia Devetti, Dorina Squarcina, Adriano Macchitella, Rita Marizza, Kelly Traino, Nataša Soban, Jo Egon, Maria Grazia Lo Cascio, Carlo Ghio, Arnaldo Gabriele Selmi, Massimiliano Stabile, Giuliano Morato, Pier Luigi Lodi

La Storia siamo noi: l'attentato di Sarajevo

C’era un programma televisivo, "La storia siamo noi" ideato alla fine degli anni ’90 il cui scopo era di mettere a confronto le inchieste televisive e i documentari degli anni cinquanta e sessanta con le immagini del presente, per mostrare e comprendere i mutamenti avvenuti in Italia e promuovere una riflessione sui possibili scenari futuri. Le grandi questioni che hanno caratterizzato il dopoguerra (lavoro, famiglia, scuola, salute, casa, trasporti, cultura) a che cosa ci hanno portato? A ben vedere, quindi, come canta Francesco De Gregori, “La Storia siamo noi” significa che ciascuno di noi, con le proprie scelte e azioni, partecipa alla costruzione della storia. Non siamo semplici spettatori, ma attori in un processo storico che si evolve continuamente, con la possibilità di influenzare il futuro. E’ un richiamo alla consapevolezza e alla responsabilità individuale e collettiva. Ci invita a riflettere sul nostro ruolo nel mondo e sull’importanza delle nostre azioni. Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta contribuisce a scrivere la storia. Siamo tutti autori di questo grande libro che è la storia dell’umanità.

Facciamo un esempio: l’attentato di Sarajevo. Più di un secolo è passato da allora ed è facile immaginare che, mai e poi mai, i giovani attentatori avrebbero immaginato a che cosa la loro impavida azione avrebbe portato. Perdendomi – on line – nel mare magnum della rete, ho trovato questo dettagliato resoconto. Ne consiglio la lettura, perché ben conferma quanto sopraddetto, ovvero che ognuno di noi contribuisce, in modo consapevole o meno, alla formazione della storia.

“Il 28 giugno 1914, un giovane serbo bosniaco di nome Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, l’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico e sua moglie durante una visita ufficiale nella capitale bosniaca di Sarajevo. Il duplice omicidio noto come l’attentato di Sarajevo, porto ad una escalation di fatti che condusse al Primo Conflitto Mondiale. Princip era uno dei sei giovani pronto quel giorno ad uccidere l’arciduca. Erano idealisti fuorviati, strumenti inconsapevoli in una cospirazione più ampia che era stata architettata da un’organizzazione segreta terroristica serba nota come “Crna Ruka”, che aveva stretti legami con il dipartimento di intelligence militare serbo. L’assassinio innescò una crisi politica internazionale che nel giro di un mese si è intensificò fino a condurre alla prima guerra mondiale. Né i giovani assassini, né i loro sostenitori più ferventi dietro le quinte, mai intesero, né avrebbero potuto prevedere, che la loro trama avrebbe avuto conseguenze così terribili, portando direttamente alla morte di milioni di persone.”

Di seguito la traduzione di un interessante articolo scritto da Karel Margry per la rivista americana “After the Battle”. Viene riproposta, analiticamente, la cronologia degli avvenimenti, caratterizzazione dei personaggi, con dovizia di particolari frutto, di una ricerca storica molto accurata.

http://www.gofvg.altervista.org/2016/01/12/lattentato-di-sarajevo-1/

Gino de Finetti: un grande artista dimenticato dalla sua terra

C’è un piccolo angolo di paradiso a pochi chilometri da Gorizia, peraltro intriso di storia, e si trova a Corona. La frazione di Corona, situata a Mariano del Friuli è certamente rinomata per i suoi vini rossi ma custodisce anche, nell’oasi verde particolarmente suggestiva d’estate, una storia affascinante legata all'artista Gino de Finetti. Gino de Finetti nacque a Pisino, in Istria, il 9 maggio del 1877 da Giovanni Battista de Finetti e Anna Radaelli. Il padre, ingegnere ferroviario, aveva origini nobili e apparteneva a una famiglia di Gradisca d'Isonzo, mentre la madre proveniva da Roncade. Alla nascita di Gino, la famiglia si trovava in Istria poiché il padre sovraintendeva alla costruzione della ferrovia che collegava Trieste a Pola. L'occupazione del padre portò la famiglia a frequenti trasferimenti, e de Finetti crebbe tra Tarvisio, Vienna, Gorizia, Innsbruck e Trieste. Fin da giovanissimo de Finetti mostrò attitudine e passione per il disegno, legandosi particolarmente all'arte del Tintoretto, e dopo studi classici nel 1895 si trasferì a Monaco di Baviera dove dapprima si iscrisse alla Technische Hochschule (scuola superiore tecnica) e nel 1897 all'Accademia di belle arti di Monaco di Baviera. All'accademia monacense divenne amico di Albert Weisgerber, un altro studente e futuro illustratore di vaglia, e seguì con particolare attenzione le lezioni del professor Heinrich von Zügel, specializzato nella pittura en plein air (all'aria aperta) e in quadri raffiguranti animali (specialmente cavalli). Conclusi gli studi accademici, de Finetti trascorse un periodo in Boemia per dedicarsi alla pittura immerso nella natura boschiva di tale regione. Dal 1901 al 1903 fu a Graz, in Austria, a prestare servizio militare. Terminato il servizio militare, de Finetti rientrò a Monaco dove collaborò con le sue illustrazioni alla rivista Jugend. Nel 1904 si spostò a Berlino, dove lavorò per gli editori Ullstein e Scherl e collaborò con numerose riviste e periodici, sia come illustratore che come vignettista. Fu anche collaboratore di Max Reinhardt, contribuendo all'allestimento di alcuni spettacoli teatrali. Nel 1905 fece un viaggio a Parigi dove entrò a contatto con l'arte di Edgar Degas, Henri de Toulouse-Lautrec e Théodore Géricault. Nel medesimo anno iniziò la collaborazione con il periodico Simplicissimus, protrattasi fino al 1908. Nel 1906 espose per la prima volta con gli artisti della secessione di Berlino: la frequentazione di tali ambienti proseguì fino alla prima metà degli anni '30, anche come membro della giuria di alcune esposizioni.

Nel 1911 si sposò con Martha Bermann, tedesca di Hannover, e aprì uno studio a Berlino, rendendola sua residenza stabile. Nello stesso anno un viaggio a Parigi lo portò a frequentare l'ambiente teatrale, tra cui i cosiddetti Ballets russes (balletti russi) organizzati da Sergej Pavlovič Djagilev. Sempre nell'ambito teatrale, a Berlino lavorò spesso al Deutsches Theater come decoratore. De Finetti pertanto operava come illustratore, grafico pubblicitario, pittore (in special modo a partire dal 1912) e vignettista satirico, collaborando con numerosi periodici tra cui Lustige Blätter, Berliner Zeitung am Mittag e Sankt Georg.

Allo scoppio della prima guerra mondiale de Finetti scelse di non lasciare la Germania e lavorò presso giornali e nella produzione di manifesti pubblicitari: la morte del padre del 1919 lo portò però a frequentare maggiormente l'Italia. Nel 1920 partecipò per la prima volta alla Biennale di Venezia, che lo vide poi tornare in diverse edizioni seguenti (1924, 1928, 1932, 1934, 1953). Sue mostre furono organizzate sia in Germania che all'estero (Polonia, Paesi Bassi, Francia). Nel 1924 una sua mostra personale a Milano ottenne discreto successo. Nel 1922 allestì uno studio presso la villa di famiglia, a Corona, ciò in quanto la dimora fungeva sia da abitazione che da studio. Nel 1926 una mostra ad Amsterdam lo vide esporre con il pittore triestino Adolfo Levier. In Italia fu noto specialmente per le sue stampe a tema sportivo (in special modo l'equitazione fu spesso al centro delle sue opere). Alfredo Stendardo del Giornale d'Italia definì de Finetti «il pittore del movimento, il pittore della vibrazione, il pittore della vita».

Nel 1934 l'ascesa del regime nazista in Germania persuase i coniugi de Finetti a lasciare il Paese e trasferirsi in Italia, nella villa di Corona. Rientrato in patria, l'artista si dedicò sia alla pittura che all'illustrazione, disegnando peraltro per la Gazzetta dello Sport. Espose frequentemente alle mostre cosiddette sindacali (cioè dell'organizzazione sindacale degli artisti legata al partito fascista) a Trieste. Dal 1935 al 1938 il pittore ebbe un periodo di frequenti esposizioni in Polonia, Bulgaria, Ungheria e in Italia a Napoli.

La seconda guerra mondiale fu ripresa poi come tema dal de Finetti nelle sue opere più tarde: una di queste s'intitolava Gli infoibati, dedicato ai massacri delle foibe. Nel 1948 a Londra de Finetti prese parte alle competizioni di Arte ai Giochi della XIV Olimpiade nelle discipline di pittura e di grafica. Nel 1950 produsse l'opera Via Crucis, esposta presso la Chiesa dei Santi Maria e Zenone a Corona. De Finetti morì improvvisamente a Gorizia il 5 agosto 1955, colto da infarto mentre si trovava presso l'ufficio postale cittadino, per spedire in Olanda, e precisamente a Rotterdam al professor Kosters, ovvero il medico che prestò le sue cure a Salvatore Oppes, (cavaliere italiano e medaglia d'argento ai Giochi olimpici di Melbourne 1956) dopo una rovinosa caduta in una gara, il primo settembre 1954.(1)

Il recente richiamo nei giorni scorsi di diversi artisti, a proposito del fatto che l’evento GO!2025 incomprensibilmente non valorizza adeguatamente la ricchezza delle importanti figure del territorio, può fungere da stimolo per la Regione, e l’Erpac in particolare, a prendere in considerazione la possibilità di farsi carico del necessario intervento di ristrutturazione della villa (la cui costruzione risale al XVII secolo) che fu casa e studio dell’eclettico artista, tenuto conto del suo stato di indicibile abbandono. Un artista, Gino de Finetti, la cui fama è certamente più diffusa all’estero che nella nostra regione. Ciò in quanto de Finetti è stato uno dei più grandi nomi della grafica pubblicitaria, della cartellonistica illustrativa, della pittura legata allo sport, al costume, alla moda, alla società. Quale occasione, quindi, più di questo straordinario evento di GO! 2025, per gettare le basi di un progetto che colmerebbe l’incomprensibile silenzio delle istituzioni e darebbe dignità alla memoria di un talento che ha lasciato un'impronta significativa nel panorama artistico del suo tempo?

1. Il fatto è descritto in questo interessante approfondimento di Umberto Martuscelli, disponibile sulla rivista online dedicata al mondo dei cavalli

Gorizia: Una Gemma turistica da scoprire lo dice anche l'IA

Stamattina mi è venuta un’idea: quella di chiedere a Chatgpt che ne pensa di Gorizia quale meta turistica. Questa è stata la risposta: “Gorizia: Una Gemma Turistica da Scoprire”

Introduzione. Gorizia, situata nel cuore del Friuli Venezia Giulia, è una città che incarna un mix unico di storia, cultura e bellezze naturali. Questa breve analisi esplora le potenzialità turistiche di Gorizia, focalizzandosi su come questa città potrebbe emergere come una destinazione turistica di rilievo.

Patrimonio Storico e Culturale. Gorizia vanta un ricco patrimonio storico, che si riflette nei suoi monumenti, musei e architettura. Il Castello di Gorizia, che domina la città dall'alto, offre una vista mozzafiato e un'immersione nella storia medievale. La città è stata un importante centro durante l'Impero Austro-Ungarico, e questa eredità è visibile nei suoi eleganti edifici e piazze.

I musei di Gorizia, come il Museo della Grande Guerra e il Museo di Santa Chiara, conservano tesori che raccontano storie del passato e offrono ai visitatori una comprensione profonda delle vicende storiche che hanno plasmato la regione. Gli eventi culturali, come il Festival Internazionale della Storia, attirano studiosi e appassionati da tutto il mondo, contribuendo a fare di Gorizia un centro di scambio culturale e intellettuale.

Bellezze Naturali e Turismo Attivo. Circondata da colline e vigneti, Gorizia è anche una meta ideale per gli amanti della natura e del turismo attivo. I percorsi escursionistici che attraversano il Collio Goriziano offrono agli escursionisti e ai ciclisti panorami spettacolari e la possibilità di esplorare un paesaggio variegato e rigoglioso. Le opportunità per il birdwatching e la fotografia naturalistica sono abbondanti, grazie alla biodiversità della zona.

Enogastronomia. Un altro punto di forza di Gorizia è la sua tradizione enogastronomica. La regione è famosa per i suoi vini, in particolare il Collio DOC, che attira enofili da ogni parte del mondo. Le cantine locali offrono degustazioni e visite guidate, permettendo ai turisti di scoprire i segreti della vinificazione e di assaporare prodotti di alta qualità. I ristoranti della zona servono piatti tipici della cucina friulana, combinando ingredienti locali e ricette tradizionali per offrire esperienze culinarie indimenticabili.

Posizione Strategica e Accessibilità. Gorizia gode di una posizione strategica, situata al confine con la Slovenia e vicina a città importanti come Trieste e Udine (personalmente ci aggiungerei Lubiana e Venezia che in fin dei conti distano a poco più di un’ora dalla città nda). Questa posizione la rende facilmente accessibile sia per i turisti italiani che per quelli internazionali. Le infrastrutture di trasporto, comprese le reti ferroviarie e stradali, permettono collegamenti agevoli e rapidi con altre mete turistiche del Friuli Venezia Giulia e oltre.

Conclusione. Gorizia ha tutte le carte in regola per diventare una destinazione turistica di rilievo. La combinazione di storia, cultura, bellezze naturali ed eccellenze enogastronomiche offre un'esperienza ricca e variegata ai visitatori. Con una promozione adeguata e lo sviluppo di infrastrutture turistiche sostenibili, Gorizia può sicuramente emergere come una gemma nascosta pronta per essere scoperta dal mondo."

Questo ci dice l'Intelligenza artificiale riguardo le potenzialità turistiche di Gorizia e questo, con i necessari approfondimenti, dovrebbe essere il canovaccio dal quale partire per ridare smalto ad una città che gli stessi abitanti, con rare eccezioni, considerano chi spenta chi sonnachiosa. Ci vuole uno sprint e l'evento GO! 2025 certamente va visto in quanto tale. Il problema sarà il "dopo". Ed è per costruire il "dopo" che non soltanto i soggetti investiti di poteri pubblici devono fin d'ora (e non dovranno) rimboccarsi la maniche ma ogni cittadino, ogni impresa privata, deve diventare la tessera di un puzzle, fornire una buona idea. Ciò in quanto, se ben coordinate e implementate, le idee possono portare a innovazione, crescita personale e comunitaria, sviluppo economico, e miglioramento della qualità della vita. La chiave è creare un ambiente che ne favorisca la generazione, valorizzi la diversità di pensiero, e promuova la collaborazione tra individui e gruppi. Perchè quando le idee sono integrate e applicate in modo efficace, possono avere un impatto trasformativo e duraturo sulla città e la sua comunità. Sotto a chi tocca, quindi! Il mio l'ho fatto e lo sto ancora facendo ....

Foto dal web: I vigneti di Damijan

Gorizia: mission turistica cercasi per scongiurare la desertificazione commerciale

Nei centri delle nostre città, una metamorfosi silenziosa sta cambiando il volto delle vie trafficate e delle piazze accoglienti: i piccoli negozi, cuore pulsante dell'attività commerciale locale, stanno chiudendo uno dopo l'altro. Questo fenomeno, che non riguarda soltanto Gorizia, non è solo una semplice conseguenza del progresso tecnologico o dei cambiamenti nelle abitudini di consumo; è un segno tangibile di trasformazioni più profonde all'interno del tessuto urbano e socio-economico.

Una delle principali ragioni dietro la chiusura dei piccoli negozi nei centri città è l'aumento dei costi operativi. Affitti elevati, tasse locali e altre spese amministrative rendono difficile per i piccoli imprenditori mantenere i loro negozi a galla. Il fenomeno della speculazione immobiliare spesso fa lievitare i prezzi degli affitti, rendendo impraticabile per molti gestori di negozi il mantenimento delle loro attività. Così, i negozi di quartiere, che spesso sono gestiti da famiglie o da imprenditori locali, si trovano ad affrontare una sfida economica senza precedenti. I proprietari dei vani commerciali, immagino, preferiscono tenere sfitti i negozi, piuttosto che abbassare il canone che vorrebbero realizzare. Inoltre, la concorrenza dei grandi centri commerciali situati nelle periferie delle città rappresenta un'altra minaccia significativa per i piccoli negozi del centro città. I centri commerciali offrono una vasta gamma di negozi, parcheggi ampi e comodi, e spesso un'esperienza di shopping più moderna e conveniente. Questo attrae i consumatori lontano dal cuore storico della città, lasciando i piccoli negozi lottare per sopravvivere in un ambiente sempre più ostile.

In aggiunta, i cambiamenti nei modelli di acquisto giocano un ruolo cruciale nella chiusura dei piccoli negozi. L'aumento dello shopping online e dei servizi di consegna a domicilio ha ridotto il flusso di clienti nei negozi fisici, costringendo molti piccoli commercianti a fronteggiare una clientela sempre più ridotta. Sta di fatto che le conseguenze della scomparsa dei piccoli negozi nel centro città vanno ben oltre la perdita di un semplice punto vendita. Questi negozi rappresentano il tessuto connettivo della comunità locale, offrendo non solo beni e servizi, ma anche un luogo di incontro e di interazione sociale. La loro scomparsa impoverisce il carattere unico e l'autenticità delle città, trasformando le strade animate in deserti urbani senza vita.

Una responsabilità, a tale riguardo, è riconducibile alla cosiddetta Direttiva Bolkestein, adottata dall'Unione Europea nel 2006 con l'obiettivo di favorire la libera circolazione dei servizi all'interno del mercato unico europeo. Ciò in quanto ha fortemente influenzato il panorama commerciale, in particolare per quanto riguarda la scomparsa dei piccoli negozi. Anche se, a dire il vero, in Italia, il processo di liberalizzazione in Italia è stato anticipato già nel 1998, con il venir meno dell’obbligo per i comuni di determinare l’equilibrio tra domanda e offerta commerciale. Con ciò impedendo, di fatto, l’entrata nel mercato della grande distribuzione; che oggi ha determinato la quasi totale scomparsa del cosiddetto negozio di vicinato. E non a caso, una delle critiche principali mosse alla Direttiva Bolkestein è che ha aperto la porta alla deregolamentazione e alla liberalizzazione eccessiva dei mercati, mettendo così a rischio la sopravvivenza dei piccoli negozi locali. In sostanza, l'eliminazione di restrizioni e regolamentazioni nazionali ha permesso a grandi catene commerciali e multinazionali di espandersi più facilmente, minacciando la diversità e l'autenticità del commercio locale. Insomma, se sul piatto della bilancia la liberalizzazione dei mercati ha favorito innovazione e competitività, sull’altro altri non è difficile vedere come l'economia locale, l’interesse pubblico e la coesione sociale ne abbiano risentito. Fanno eccezione, sotto questo punto di vista, paesi e città che hanno appeal dal punto di vista turistico. Ed anche Gorizia, quindi, ne potrebbe trarre vantaggio se solo riuscisse a trovare una sua mission. L'afflusso costante di visitatori, infatti, può fornire un sostegno significativo alle attività commerciali locali. Ciò in quanto l’ affluenza di turisti può compensare la domanda locale insufficiente e fornire una fonte stabile di entrate.

Una sfida che Gorizia, più di ogni altra città del Nord Est, deve affrontare il prima possibile, tenuto conto che la sua economia è palesemente in declino. In quest’ottica l’evento di GO! 2025 è soltanto uno step da superare; ciò in quanto nessuno può pensare sia la panacea di tutti i mali. Affrontare questa sfida richiede un impegno concertato da parte delle autorità locali, regionali e nazionali: politiche di incentivazione per i piccoli negozi, riduzione degli oneri fiscali, (si è parlato lo scorso anno di applicazione della cedolare secca come gli appartamenti) piani di riqualificazione urbana e promozione turistica sono solo alcune delle strategie che possono contribuire a preservare il tessuto commerciale locale e a garantire che la città rimanga viva e vitale per le generazioni future. Solo così potremo evitare che via Carducci, via Ascoli, via San Giovanni (vedi foto), via Monache oltre a via Rastello, tanto per citare i casi più eclatanti, diventino mere ombre del loro passato, privando la città dello spirito vibrante e della ricchezza culturale che l’ha resa unica nel panorama urbano nazionale.

Quando la musica unisce: la storia di Maria de Pace

Ad ottobre del 2023, per i tipi della Braitan, è stato pubblicato un interessante volume a cura di Hans Kitzmuller, germanista, traduttore, e pubblicista, autore di numerose opere sulla cultura tedesca e mitteleuropea a Gorizia, oltre che di fortunati romanzi e taccuini di viaggio. La casa editrice fondata nel 1984 dallo stesso Kitzmuller, è dedita alla riscoperta dei più significativi autori sloveni, friulani e carinziani. E, di conseguenza, non ci poteva essere miglior casa per accogliere l’ultima fatica dell’instancabile navigatore dal titolo Gorizia austriaca, pagine ottocentesche. In questo volume Kitzmuller raccoglie brani e citazioni di carattere storiografico, saggistico, letterario e giornalistico proponendo una scelta di visioni e testimonianze ottocentesche di autori italiani, sloveni e tedeschi intorno ad alcuni aspetti molto originali di quella affascinante ma perduta identità storica e geografica che caratterizzava il Goriziano nel suo secolare passato di convivenza di nazionalità e lingue diverse.

E’ in questo contesto che, sempre Kitzmuller, per il Dizionario biografico dei friulani, ha raccontato la bella e per certi versi sconosciuta storia di Maria de Pace che, nata a Tapogliano (Udine) nel 1882 morì nel 1958 a Graz (Stiria, Austria). La nobildonna che si distinse nell’assistenzialismo, fu di profondi sentimenti patriottici filo austriaci ed i suoi interessi riflettono l’atmosfera che si respirava nella famiglia dei conti Pace, contraddistinta da una notevole sensibilità per i problemi sociali e da una certa attenzione per la letteratura friulana. I Pace, peraltro, vantavano fra gli antenati anche la prima letterata conosciuta della regione. Si tratta di Teresa de Pace nata a Vienna nel 1760 dalla famiglia dei conti di Thraun, la quale si stabilì a Gorizia dopo aver sposato il conte Bernardino de Pace. Teresa che dimostrò particolare abilità nel disegno (peraltro fatto quasi consueto per le nobildonne del tempo) si dedicò allo studio delle lingue e delle letterature italiana e francese. Dalle sue ampie letture che spaziarono anche nella filosofia, ne uscì un saggio dal titolo Riflessioni storico-critiche sopra le migliori opere d’autori moderni fatte per diporto da una dama. Pier Antonio Codelli, monsignore, al quale è dedicata la centralissima via cittadina a Gorizia, la menziona specificatamente nell’opera Gli scrittori friulano-austriaci. A Tapogliano crebbe assieme a Therese Lapenna, orfana ospite dei Pace. Lapenna si distinse nelle traduzioni e viene ricordata per una sua conferenza in friulano sulla Croce Rossa, letta ad Aiello il 22 novembre 1914 e stampata in opuscolo. Maria Pace sembra condividere la sensibilità di Teresa e seguirne l’esempio. Durante la grande guerra la nobildonna si impegnò infatti in Austria collaborando nell’organizzazione per l’assistenza ai profughi giunti dal Friuli austriaco, al cui vertice si prodigava monsignor Faidutti, deputato isontino al parlamento di Vienna. Alcune pubblicazioni testimoniano il profilo culturale e l’impegno della contessa Maria Pace in tempo di guerra. Si tratta di due libretti da lei curati con grande perizia nel 1917, entrambi stampati a Graz sotto l’egida della luogotenenza della Stiria e destinati ai profughi friulani. Un gran numero di abitanti del Goriziano allo scoppio del conflitto si rifugiò o venne avviato a Graz e in altre località dell’Austria in appositi campi, dove rimase sino alla fine della guerra. In quanto componente del Comitato per i profughi meridionali, Maria de Pace collaborò anche ad iniziative volte ad assicurare l’assistenza spirituale. Con questo intento raccolse una serie di canti popolari italiani, friulani e tedeschi ciascuno tradotto anche nelle altre lingue, nonché brani liturgici e di musica sacra, curando l’edizione di una scelta di poesie e canti intitolata Gloria-Viktoria! e una di preghiere e canzoni sacre col titolo Osanna. Questi opuscoli vennero diffusi tra i profughi o tra i friulani che militavano nell’esercito austro-ungarico. I due titoli ricordati hanno arricchito il filone delle traduzioni dal friulano in tedesco o viceversa, invero non molto numerose ma tipiche alla fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento nel Goriziano, dove il friulano godeva di una particolare attenzione anche in ambiente colto e aristocratico. Alla fine del conflitto Maria Pace ritornò a Tapogliano, dove abitò sino ai primi anni Trenta. Si trasferì poi a Graz e quivi trascorse il resto della sua vita. Morì nel capoluogo stiriano nel 1958.

Dell’attività svolta da Maria de Pace ne scrive anche Andrea Nicolausig sulla rivista Borg San Roc (n. 31/2019). Racconta, infatti, che tra le molte persone che si distinsero per l’assistenza alle popolazioni profughe in Austria durante la Prima guerra mondiale, va annoverata la contessa Maria de Pace che si adoperò per la realizzazione dei due libretti di musica, entrambi stampati a Graz nel 1917 e pubblicati dall’I.R. Luogotenenza della Stiria con l’approvazione dell’Ordinariato arcivescovile di Seckau presso Graz. È davvero significativo, osserva Nicolausig, riscontrare che in un momento drammatico come quello della profuganza si sia pensato di realizzare due pubblicazioni così preziose ad uso del popolo con canti in tedesco, friulano e italiano, molti dei quali tutt’ora eseguiti nelle cantorie parrocchiali del Goriziano. Non si può dimenticare che in quegli anni si trovava profugo a Wagna anche il maestro della Cappella Metropolitana di Gorizia Augusto Cesare Seghizzi, che compose in tale occasione una «Messa da Requiem». Il campo di Wagna che vide la presenza di un numero notevole di cittadini di Gorizia, al suo interno, oltre alle scuole, alla chiesa e alle piccole attività culturali, aveva anche la scuola di musica per bambini. E questa era guidata proprio dal maestro Augusto Cesare Seghizzi. Il canto, quindi, come sintesi di amicizia e fratellanza. Non può stupire, quindi, il grande entusiasmo che fu dimostrato in tutta l’Austria per il grande concerto eseguito a Vienna, alla presenza di alcuni membri della famiglia imperiale, il 31 marzo 1916.

La musica, quindi, come condivisione. Non può che essere letta così l’iniziativa di Maria de Pace nel momento in cui i goriziani vissero la drammatica esperienza di dislocamento, sofferenza e incertezza. Non si può negare che questo periodo segnò un importante capitolo nella storia della città e rappresenta un esempio delle conseguenze umane e sociali ancor’oggi, a mio avviso, percepibili. Ben vengano, quindi, le iniziative come il concorso internazionale Intitolato a Cesare Augusto Seghizzi, musicista e compositore goriziano, fondato nel 1961 che ogni anno, d’estate, si svolge in città. Il concorso ha una lunga storia e ha contribuito a promuovere la musica corale, attirando cori e musicisti da tutto il mondo. La musica è un linguaggio universale, un mezzo di comunicazione che supera barriere culturali, linguistiche e geografiche. La sua capacità di connettere le persone, evocare emozioni e creare un senso di appartenenza è straordinaria. La musica, quindi, come condivisione: Maria de Pace dixit!