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La foto è di braciamiancora.com
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Mai come oggi, che è caduta la prima neve della stagione, è
tempo di piatti calorici invernali. Insomma quel cibo che evoca di per sé
caminetti e candele accese e calici di vino rosso. Quindi, oggi bolle in
pentola il mio piatto preferito dicembrino: crauti e salsicce di cragno.
Attenzione però! Cragno con la lettera “g” che nulla ha a che vedere con il
cranio. Insomma, nulla di più lontano dal cervello di scimmia, quell’allucinante
alimento che viene consumato
in alcune
aree dell'Estremo Oriente e dell'Africa; che al solo immaginare mi fa venire la
pelle d’oca.
La salsiccia di
cragno (“Kranjska klobasa”) secondo quanto racconta il sito istituzionale rappresenta
una specialità della cucina slovena, che si annovera tra i principali elementi
che costituiscono il patrimonio gastronomico sloveno. Peraltro, essendo un
prodotto alimentare tradizionale, a livello nazionale è tutelata dall'indicazione
geografica protetta. Preparata solo con carne e grasso suini della massima
qualità, con aggiunta di nitrato di potassio, è speziata solo con aglio e pepe
e legata con uno stecchino di legno. In superficie la salsiccia di cragno è di
colore rosso-marrone e ha un leggero sentore di fumo, al taglio la carne è di
colore rossastro, il grasso è di colore bianco panna e compatto. La consistenza
è soda, croccante e succosa, l'aroma è pieno e caratteristico della carne suina
salata, stagionata ed affumicata.
La salsiccia di cragno risale ai tempi dell'Impero
austroungarico e prende il nome dalla regione della Carniola che, fin dal 15°
secolo, rappresentava la principale regione del territorio nazionale sloveno e
l'unica regione interamente slovena. Una delle più antiche testimonianze scritte
dell'esistenza della salsiccia di cragno si trova nel libro di ricette
"Süddeutche Küche" di Katharina Prato del 1896, in cui si menziona la
preparazione della salsiccia di cragno. Le istruzioni più antiche su come
preparare e cuocere la salsiccia di cragno furono pubblicate nel 1912, nella
sesta edizione del ricettario "Slovenska kuharica" di Felicita
Kalinšek. Gli storici dell'antica Lubiana la menzionano come piatto principale
dei menù per cerimonie e altri eventi importanti. (Fonte: Bogataj, 2011.
Mojstrovine s Kranjsko klobaso iz Slovenije - Piatti sublimi con la salsiccia
di cragno slovena.)
Si tratta indubbiamente di uno dei piatti della gastronomia
slovena più celebri a livello internazionale. Gli emigrati sloveni l’hanno
esportata in tutto il mondo, rendendo il suo nome riconoscibile ovunque. In
Slovenia è nota con il nome di “kranjska klobasa”, nel mondo germanico come
“krainer wurst”, in quello anglosassone come “kransky sausage” e in Italia come
“salsiccia di cragno”. Nella cucina triestina che consulto abitualmente, per i
piatti locali, e che rappresenta sempre il mio punto di riferimento quando
ancora Giallo zafferano era al di là da divenire il riferimento più importante
per i tentativi culinari, il sistema di cottura consigliato è lesso o fritto. E’,
in pratica, questione di gusti.
Per il sistema di cottura dei crauti, invece, ancora oggi
seguo le indicazioni della mia amata suocera che, (cuoca in sanatorio, nella
cucina dedicata ai medici ci teneva a sottolineare) mi ha trasmesso alcuni
suggerimenti , tenterei di dire segreti, per piatti dal sapore sublime. Regola
fondamentale da rispettare per i crauti è, ad esempio, l’ingiallimento. Che
altro non sarebbe che la farina soffritta, versata quando i crauti sono ormai quasi
cotti, prima dell’ultima bollitura. Per il resto gli ingredienti restano gli
stessi presenti in ogni ricetta: due foglie di alloro, un paio di bacche di
ginepro, un paio di grani di pepe ed una bella manciata di semi di cumino che,
peraltro, noi gente di confine, abbiamo sempre chiamato kimmel.
Kimmel è palesemente la distorsione del tedesco kümmel che,
tradotto, sta proprio per semi di cumino. Paese che vai lingua che trovi, si
potrebbe dire. Certamente tale detto sarà valido dappertutto ma non nelle zone
di confine, dove la contaminazione, sotto tutti i punti di vista, non è l’eccezione
bensì la regola. Ho scoperto, infatti, che (voce wikipedia) il Kümmel, anche
denominato kummel o kimmel, è un liquore aromatizzato con il seme di cumino dei
prati, cumino e finocchio, dolce e incolore. Si spiega anche che originariamente, le parole kümmel, kummel
e kimmel sono rispettivamente i termini in qualche modo generici nelle lingue
tedesca, olandese e Yiddish, ed indicano sia il cumino dei prati che il cumino.
Per esempio, il cumino dei prati tedesco è denominato Echter Kümmel mentre il
cumino è denominato Kreuzkümmel, ma il termine Kümmel è usato anche per il
liquore aromatizzato con queste spezie.
La faccenda si complica quando, nel tentativo di risolvere l’arcano
della ricetta della cara nonna Ernesta, che non mi ha mai parlato di Cumino
bensì sempre di Kimmel, scopro che Carvi o cumino dei prati è tutt’altra cosa
rispetto al Cumino vero e proprio, citato nella maggior parte delle ricette che
fanno riferimento ai crauti. In un sito specializzato che fornisce spezie ai
ristoranti stellati leggo, infatti, che i semi di kummel – o Carvi – a prima
vista possono essere scambiati per semi di cumino, seppur questi ultimi sono
più grossi e chiari. Richiamano una nota aromatica molto intensa simile al
limone. Storicamente sostenuti dagli inglesi, per le proprietà digestive,
possono essere usati interi o macinati, in base alla ricetta. Il loro intenso
aroma e sapore si farà sentire sugli altri per cui basta utilizzarne pochi per
avere tutta la loro aromaticità. Adatti alle carni di ogni tipo, salsicce ed
insaccati, arrosti di maiale e formaggi semi-stagionati come il gorgonzola. Si
adattano magnificamente anche alla cucina vegana o vegetariana, per cucinare
minestre ed insalate, come ad esempio quella di cavoli. Eccellenti per la
preparazione di pane, trecce e brioche. Che in epoca di globalizzazione, fast
food, insomma cucina mordi e fuggi sia andata, alla fin fine, perduta questa sottile distinzione e dei vari cumini
si sia fatto di tutta un’erba (ops!) di tutti i semi un fascio?