Una storia davvero avvincene quella del figlio americano di Rodolfo d'Asburgo

Alcuni giorni fa, esprimendo la mia personale gioia per il successo di Luna Rossa in Nuova Zelanda, ho accennato al goriziano Carlo Giovanella che ha fondato, a Trieste, 35 anni fa la casa editrice MGS Press. Oggi, con grande emozione sono andata in posta a ritirare i libri che ho ordinato, uno dei quali è freschissimo di stampa. Si tratta di Il figlio americano di Rodolfo d’Asburgo; una storia avvincente che non è – come si potrebbe credere di primo acchito – un romanzo, bensì la narrazione documentata da un’attività di ricerca veramente encomiabile, svolta da Daniela Lasagnini, che racconta, per la prima volta, la storia del nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe.

Così come illustra la seconda di copertina “Il 30 gennaio 1889 a Mayerling – in circostanze che non sono state ancora del tutto chiarite e forse mai lo saranno – muore l’erede al trono d’Austria-Ungheria, Rodolfo d’Asburgo.

Cinque mesi dopo, dall’altra parte dell’Oceano, in Arkansas, nasce suo figlio, l’erede maschio che non ha avuto dalla moglie Stefania. Chi è la donna che il 21 giugno di quell’anno mette al mondo a Hot Springs Rudolf Franz Alexander Napoleon Augustus Maximilian Karl Josef? È davvero una principessa russa? Si dice sia una figlia illegittima dello zar Alessandro II...

Sono in molti a cercare di scoprire l’identità della misteriosa “Principessa K” di cui si invaghisce Rodolfo; così come saranno in molti a cercarne il figlio americano, perché sono tanti gli interessi che vorticano intorno a un presunto erede dell’imperatore Francesco Giuseppe.

Il bambino dai natali regali intanto cresce in un orfanotrofio per poi incontrare, come nelle migliori fiabe, chi si prenderà cura di lui amorevolmente, aiutandolo a trovare la sua strada in una giovane America dalle mille opportunità. Ma come mai quest’orfano, apparentemente privo di relazioni, avrà la fortuna d’esser sempre circondato da personalità di una certa caratura estremamente sollecite nei suoi confronti?

Naturalmente segreti così scottanti, come quello di un figlio illegittimo di Rodolfo, sono difficili da mantenere. Ed ecco che dalla remota Austria Francesco Giuseppe ordina alla sua Polizia segreta di cercare il bambino per tentare di riportarlo nel Vecchio Continente. E chissà come sarebbe andata la Storia se il tentativo avesse avuto successo… “

Il Libro è disponibile in tutte le librerie della regione, on line direttamente presso la casa editrice e negli stores di libri! Buona lettura a tutti.

Anche Gorizia esulta per il successo di Luna Rossa

Ieri sera, sopra Gorizia, la Luna era rossa: Rosso Prada. Ebbene sì, non mi posso certamente definire una sportiva ma quando ieri ho appreso la notizia della vincita del Team italiano a Auckland ho esultato. Non soltanto perché la prossima sfida all’America’s Cup potrebbe portare per la prima volta in Italia il prestigioso trofeo; ma sopratutto perché del Team fa parte Giulio Giovanella, figlio di Carlo e Franca Soranzio goriziani i quali, anche se si sono trasferiti a Trieste per motivi professionali, un pezzo di cuore l’hanno lasciato a Gorizia.

Ho incontrato Carlo, dopo parecchi anni che non ci vedevamo, il 3 ottobre del 2018 (Diomio come vola il tempo) in occasione dell’appuntamento in sala Dora Bassi per parlare della mitica Lyduska. Carlo aveva conosciuto la “contessa” da ragazzino. Aiutava la madre, titolare di un negozio di commestibili in via Montesanto, e d’estate, ovvero quando Lyduska dal Kenia ritornava in città, si offriva di consegnare la spesa a domicilio. Affascinato quindi da sempre dalla figura di questo personaggio, convinse Anna Cecchini - che avevo chiamato a conversare con Romano Facca, erede della contessa - a raccontarne la storia nella biografia Lyduska, la vita tra due mondi della contessa di Salcano. Volume che è rimasto per parecchio tempo ai vertici della classifica di vendita dei libri a Gorizia e nell’Isontino. Perché Carlo, giornalista, con la passione per l’editoria, ha fondato 35 anni fa la casa editrice MgsPress che, periodicamente, ci delizia con le sue mai scontate opere. E chissà cosa ci riserva in futuro!

E’ stato in occasione di un piacevolissimo pomeriggio trascorso assieme nel loro giardino vista golfo, a Trieste, che ci hanno raccontato – per la prima volta – della bellissima esperienza lavorativa del figlio Giulio il quale, da buon triestino, è sceso in mare giovanissimo. Classe 1982, infatti, ha iniziato ad andare a vela già da bambino e, negli anni, ha acquisito una consolidata esperienza, sia a bordo che a terra, nei più importanti eventi internazionali. Nell’America’s Cup 2007 è stato aiuto prodiere e responsabile della sail vision per Mascalzone Latino. Nel 2008 è entrato a far parte di Luna Rossa con cui ha partecipato a circuiti professionali di alto livello tra cui l’Extreme Sailing Series, l’Audi Med Cup (TP52) e le regate sull’STP65 come prodiere. Durante la 34^ America’s Cup è stato, inoltre, il responsabile del catamarano SL33, dei due AC45 (Swordfish e Piranha) nonché degli aspetti logistici legati all’AC72 di Luna Rossa. Nel 2014 è stato il responsabile operativo della base di Cagliari. Alla sua quarta America’s Cup, Giulio diventa il responsabile della logistica di Luna Rossa. Ed i risultati si sono visti!

La nostra speranza, restrizioni permettendo, è quella di averlo protagonista in un incontro pubblico per sentirgli raccontare direttamente della sua esperienza in giro per il mondo che non è soltanto sportiva, ma anche esplorativa di un mondo fatto di passioni.

Da Nora Gregor a Dora Bassi, dalla vela ad Assemini: ecco chi e cosa ama Hans Kitzmuller

Nella mia vita ho avuto la fortuna di aver viaggiato molto, soprattutto in Medio Oriente, di cui amo moltissimo odori e sapori. Ho un ricordo molto bello, ad esempio, di Hong Kong, che ho visitato per la prima volta quando ancora vi circolavano i tradizionali bus rossi a due piani e la polizia locale, in perfetto stile british, vestiva con gli immancabili bermuda color kaki. Quando ancora si poteva volare senza le limitazioni e le paure che caratterizzano questi nostri giorni infausti era divertentissimo, arrivati a destinazione, decidere il volo da prendere nei giorni successivi, a prezzi molto economici per andare, a Kuala Lumpur, a Singapore o Bangkok utilizzando la compagnia low cost di Air Asia.

Oggi, tuttavia, con il senno di poi, mi è rimasto il cruccio di non essere andata in Cile, così come avrei potuto fare, a cercare le radici dell’esistenza di mio nonno paterno, Francesco, emigrato in Cile negli anni 20 e che non ho mai, quindi, conosciuto. Questo mio desiderio irrisolto è ritornato prepotentemente nella scaletta delle cose da fare, prima o poi e – come si suol dire - Dio permettendo, mentre leggevo l’ultima fatica letteraria di Hans Kitzmuller Le domande di Neruda uscita per i tipi della Braitan. In questo volume che raccoglie le sue esperienze di viaggio per terra e per mare un capitolo specifico è dedicato a Nora Gregor che credo non siano in molti a sapere chi ella sia stata per un insieme di coincidenze legate indissolubilmente alla storia di Gorizia. “Eleonora Hermina Gregor, come diligentemente riporta l’onnisciente Wikipedia nacque a Gorizia il 3 febbraio 1901 e morì a Viña del Mar (cittadina poco distante da Valparaiso, Cile nda) il 20 gennaio 1949, è stata un'attrice austriaca.” La complessità della sua storia e per certi versi il motivo del fatto che ai più sia rimasta del tutto sconosciuta deriva dal paradosso che ne fa il pur dettagliato database di Mymovies, laddove riporta che “Nora Gregor nasce a Gorizia (Italia) sotto il segno dell' Acquario.” Ma Gorizia, all’epoca della sua nascita apparteneva all’Impero austro ungarico e, pertanto, tale indicazione è del tutto inesatta. Questa puntualizzazione è fondamentale per evidenziare non soltanto le incredibili vicende storiche che caratterizzano l’unicità di Gorizia, teatro – suo malgrado - di due guerre mondiali ma anche come personaggi del calibro di Nora Gregor, cittadina austriaca, siano rimasti relegati ai margini della storia che, per lungo tempo, è stata a senso unico; nel senso che l’obiettivo di creare una identità nazionale italiana forte mal si sarebbe coniugata con la valorizzazione di un personaggio politicamente scomodo.

Nora Gregor, infatti, non è stata soltanto un’affermata attrice teatrale e cinematografica, protagonista tra l’altro di uno dei film considerato capolavoro del cinema (Le regole del gioco di Jean Renoir) ma anche moglie del principe austriaco Ernst Rüdiger Starhemberg la cui storia è alquanto discussa. Da convinto nazista, infatti, successivamente si era fortemente opposto all’annessione dell’Austria da parte della Germania, fino al punto d’arruolarsi con l’aviazione francese. Espropriato di tutti i suoi beni fu costretto dall’evidenza dei fatti ad emigrare prima in Svizzera, poi in Francia ed infine in Argentina. Una storia tutta da conoscere, quindi, quella della goriziana Nora Gregor che Hans Kitzmuller ha raccontato nel romanzo L’Altra regola del gioco ed ora nel cammeo racchiuso ne Le domande di Neruda. Una raccolta da leggere, anzi da divorare e che rappresenta, sotto un certo punto di vista, l’eredità letteraria di un uomo del nostro tempo, convinto assertore della specificità della ricchezza culturale che soltanto un territorio come il Goriziano è stato in grado di esprimere. Del resto, la capacità di Kitzmuller di raccontare, attraverso luoghi e personaggi, l’unicità di queste terre contese era emersa già nel suo E in lontananza Gorizia; un testo che chiunque fosse intenzionato a conoscere l’essenza del Goriziano dovrebbe leggere e che, alla fin fine, credo possa - anche esso solo - essere la base del progetto di Nova Gorica/Gorizia capitale della cultura europea 2025.

Copia di tutte le opere possono essere richieste, anche autografate, direttamente all’autore all'ndirizzo: info@braitan.at

Ricordi dicembrini

Non credo in un futuro distopico, anche se in molti lo paventano. Personalmente adoro la serie televisiva The Handmaid's Tale ed anzi attendo con ansia l’uscita della quarta stagione ma non credo, o perlomeno spero, che un simile futuro ci possa riguardare. Ieri, ultimo giorno del 2020 ho iniziato a scrivere questo breve post che mi ero impegnata di pubblicare entro mezzanotte. Ma raramente si riescono rispettare gli impegni se non si è totalmente liberi di dedicarsi a fare ciò che si vuole. Ieri, ad esempio, i miei gatti avevano una strana smania. Volevano uscire e poi rientrare. Ininterrottamente. Tutto il giorno. Comunque, mai come il 2020, anno in cui ho raggiunto l’ambito traguardo dei 70 anni in buona salute, anzi direi ottima, tenuto conto che non ho la necessità di alcun farmaco, mi sono crogiolata nei ricordi. Ad esempio, l’altra mattina mi sono svegliata con una voglia irrefrenabile di fusette. Che ho provveduto immediatamente ad acquistare online, tenuto conto che, in città, non saprei proprio dove trovarle. Forse avrebbe potuto averle Massimo in via del Poggio; insomma, in quella drogheria d’altri tempi, dove veramente ci si può trovare di tutto. Poi, in giornata, per completare l’atmosfera, sono andata al supermercato ed ho fatto scorta di bagigi e di mandarini. Nulla più di queste cose mi ricordano l’ infanzia trascorsa al civico n. 9 di via San Gabriele quando, ancora, le due file di ippocastani delimitavano la carreggiata e, per noi ragazzi, erano la nostra verde dimora. Perché, all’epoca, e non soltanto durante la bella stagione, le giornate venivano trascorse all’aperto, in strada. I giochi interminabili venivano interrotti soltanto dal richiamo della mamma che avvertiva dell’ora della merenda o, comunque, l’ora di rientrare in casa per dedicarci a “qualcosa di buono”. E questo significava, inevitabilmente, che i compiti non erano ancora stati completati. Chi appartiene alla mia generazione avrà certamente i miei medesimi ricordi. Il campanon disegnato sull’asfalto della via che veniva percorso da pochissimi mezzi, tenuto conto che la strada ad un certo punto veniva interrotta dal confine ed i mezzi non potevano attraversare il ponte di legno sul torrente Corno. Chi l’avrebbe mai detto che oggi la via San Gabriele è una delle strade più trafficate della città, soprattutto dopo la chiusura della galleria Bombi? Anche giocare a mosca cieca mi divertiva molto, ma credo che la cosa più piacevole sia stata proprio la vita in strada con le amiche, le vicine di casa o compagne di scuola, con le quali ho mantenuto un rapporto di amicizia, e mi piace sempre ritrovare, anche dopo molto tempo se per motivi di lavoro o scelte di vita se ne sono andate via lontano dalla città; o non ho più rivisto anche soltanto per frequentazioni diverse, nonostante la città in cui vivo sia davvero minuscola, tanto quanto un quartiere milanese. Mi fa sempre comunque molto piacere rivedere persone con le quali ho condiviso anche solo pochi frammenti della mia vita. Perché ogni esperienza, ogni conoscenza, ogni libro o film consigliato, ogni viaggio, ricetta o scoperta ha contribuito ad arricchirmi e rendermi ciò che sono oggi. Buon anno a tutti!

Un Natale diverso. La lettera di Gesù Bambino agli uomini

Su gentile concessione dell'autrice, Stefania Conte, pubblichiamo il racconto da lei scritto in occasione del Natale 2020 e pubblicato sul Messaggero Veneto di mercoledì 23 dicembre. Un'occasione per riflettere non soltanto sul senso del Natale ma sul senso stesso della nostra vita.

Oggi è tornato il 25 dicembre. Davanti ai miei occhi sempiterni fanno mostra di sé innumerevoli lettere. Mi sono state inviate dai discendenti di Adamo, messo da mio Padre nel Giardino dell’Eden e da là cacciato perché non seppe attendere il tempo giusto per amministrare la conoscenza. Adamo continuò per difetto e arroganza a non comprendere che sapienza e saggezza vanno amministrate con prudenza. Lo dissi a mio Padre che quel mangiatore di frutta proibita e la sua progenie avrebbero mantenuto il ‘difetto di fabbricazione’. Per ovviare all’ingiuriosa affermazione dello sbaglio, mi resi disponibile a scendere fra gli uomini tentando di porvi rimedio. Pur sapendo che le cose per me avrebbero preso una tragica piega. Ottenni un piccolo corpo di Bambino e gioii quando venni al mondo, trovandomi abbracciato da un’adolescente, che fu Madre misericordiosa. Ho letto le lettere. Alcune non sono indirizzate a me, ma a Babbo Natale, parente stretto dei tre Re Magi che vennero a rendermi omaggio con preziosi doni seguendo una cometa. Altre sono state scritte per Epifania,invocata dai cuccioli d’uomo che non vogliono trovare la calza colma di golosi simboli apotropaici, o di punitivo carbone. Esigono giocattoli costosi e abiti griffati. Una sparuta minoranza di queste missive chiede a elfi rosso vestiti, retaggio del paganesimo, l’esaudimento di desideri fittizi: l’eterna giovinezza, un’automobile, un posto di senatore della Repubblica, la ricchezza. Alcuni mi hanno scritto con grafia e sintassi approssimative, non abituati a soffermarsi su pensieri profondi; m’implorano di essere sanati da una malattia o di sopravvivere alla pandemia. Purtroppo il motivo è l’egoismo: non vogliono lasciare ai parenti gli averi. Nessuno chiede qualcosa per qualcun altro. Pochi sono quelli che spostano il fuoco delle priorità dai desideri al bisogno fondamentale, qual è l’amore. L’Amore che ho per tutti non si affievolisce, ma mi dolgo nel saperli in balia delle tentazioni suggerite dai demoni custodi dei sette Vizi Capitali. Gli uomini sono, nella maggioranza, accidiosi, lussuriosi, iracondi, golosi, invidiosi, avari e superbi. Hanno abbandonato i miei insegnamenti e coltivano la maligna idea dell’invincibilità. La Morte li falcidia contando sulla Guerra, sulla Carestia e sulla neonata Virulenza, ma si vede sminuita da chi si fa beffa di lei. Per questo è venuta a dirmi che i Figli di Adamo sono una partita persa: negano l’esistenza del dolore, volgono lo sguardo oltre i letti d’ospedale, provano indifferenza di fronte a chi annaspa fra le onde e trovano superfluo versare lacrime per i vecchi. Dov’è l’umanità per cui sono nato? Forse il Santo Natale non è più mio, ma di un ingannevole dio minore. Finalmente ho fra le mani la Lettera che cercavo! È scritta sul coperchio di una scatola da scarpe. Le parole appartengono a un uomo dolente, seduto sui gradini di una chiesa. Scrive e piange, perché un tempo era un prete. “Gesù,t’invio questa lettera. L’ho scritta ricordando la gioia provata quando, da bambino,sceglievo le parole con cui rivolgermi a te. Sono invecchiato in un paese che festeggia il Natale in modo laico, evitando i canti inneggianti la Cristianità, arricchendo il presepe con statuine di calciatori, politici e altre icone del successo. La festa non è più sperare nella vittoria della Bontà sul Male. Ieri hanno trovato un neonato nel cassonetto, abbandonato da una madre a sua volta abbandonata dalla stima in sé stessa. Altri bambini, cresciuti sotto le nuvole d’acciaio dell’Ilva di Taranto, sono morti di cancro. Sono spirati ascoltando il pianto della mamma e in sottofondo un giornalista televisivo che dava notizia dell’espulsione del vip di turno dalla Casa del Grande Fratello, un prefabbricato di plastica dove è concesso mettere a nudo l’anima vuota. Un mese fa si è avvicinato a me un uomo e gli ho sorriso. Ogni domenica veniva a messa e il sabato prima si confessava, mostrando pentimento per il tradimento della moglie e per la cocaina sniffata. Non ha risposto con un sorriso ma dandomi cinquanta euro. Non era elemosina, la sua: ha voluto pagare il tempo che negli anni gli avevo dedicato. La mia Fede in te non vacilla, quella negli uomini l’ho perduta nel momento in cui ho visto caricare sui camion militari le bare dei morti per Coronavirus. Le ho seguite all’inceneritore. Quando ho saputo che la misericordia del Governo ha emesso la fattura esigendo il pagamento delle esequie, ho lasciato i voti. Preferisco stare in disparte a meditare su ciò che l’uomo sta perdendo. Nelle settimane precedenti il 25 dicembre, le menti più illuminate hanno sprecato fiato e fiumi d’inchiostro per suggerire come vivere il Natale. Chi ha imposto di darsi agli acquisti per il bene dell’economia; chi a isolarsi per cercare un presepe filosofico dentro sé stesso, trasformando i pensieri fini in mute statuine; gli ipocriti hanno dato l’esempio regalando ai poveri del denaro, ma solo per dimostrare che anche i ricchi piangono. Troppo pochi, se non qualche romantico che piange raccogliendo un pettirosso infreddolito o si commuove ascoltando una donna rimasta sola, comprende cos’è il Natale. Potevamo fare tesoro del dolore, ma abbiamo voltato lo sguardo. Urliamo la nostra libertà e rifiutiamo le regole, ma siamo prigionieri di noi stessi, perché non sappiamo scegliere fra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Gesù, anche se ho perso la speranza di credere negli uomini non ho perso la Fede. Ti ringrazio, perchésdraiato nellacullamostri agli increduli la realtà del mistero del Bambino che incarna la Vita”. Anche oggi rinasco e spalanco gli occhi, aggrappandomi alle parole di questa creatura. Mi scaldano più del fiato del bue e dell’asino, poiché quest’uomo si duole per gli altri. Buon Natale a te che fai dono della mia venuta.

L'autrice, Stefania Conte, di origine veneta si è trasferita anni fa in Friuli Venezia Giulia e, da un paio d'anni, assieme al marito - pure lui scrittore ed editore (Paolo Morganti) vive in frazione del comune di Socchieve. Stefania Conte è scrittrice eclettica. Suo, ad esempio, è La stanza di Piera, romanzo storico, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale. L'Istria, prima e immediatamente dopo il 1943, fa da palcoscenico principale alle vite di coloro che hanno risposto alla dominazione italiana, tedesca e jugoslava con la paura, lo spaesamento, il dolore, la speranza, la gioia, la tolleranza, l'accettazione ideologica e l'odio etnico. Dopo l'Armistizio dell'8 settembre 1943, Mirna Battistella e Libero Martini incrociano le loro vite, nel dramma del genocidio delle fòibe. Piera Leoni è un'istriana che vive a Fianona, paese affacciato sul golfo del Quarnero. Mantenendo una vita scandita dalle abitudini, sembra impermeabile ai fatti della Storia. Il suo impegno principale, cucire rose di stoffa, si svolge all'interno della sua stanza. Libero è un giovane idealista cresciuto ad Albona, che si arruola nelle file partigiane con il nome di battaglia il Sordo. Nel settembre del '43 incontra Piera e sarà fra quelli che la condurranno al castello di Pisino, sede del quartier generale dei partigiani di Tito, dove sarà processata quale nemica del popolo. La vita del partigiano sarà sconvolta dalla scelta inaudita compiuta dalla donna. Sessant'anni dopo, l'uomo scrive le sue memorie. In queste c'è anche la storia di Piera. Il romanzo si basa su fatti e personaggi reali. Ma Stefania Conte è anche autrice di

Gustose calorie invernali

La foto è di braciamiancora.com
Mai come oggi, che è caduta la prima neve della stagione, è tempo di piatti calorici invernali. Insomma quel cibo che evoca di per sé caminetti e candele accese e calici di vino rosso. Quindi, oggi bolle in pentola il mio piatto preferito dicembrino: crauti e salsicce di cragno. Attenzione però! Cragno con la lettera “g” che nulla ha a che vedere con il cranio. Insomma, nulla di più lontano dal cervello di scimmia, quell’allucinante alimento che viene consumato  in alcune aree dell'Estremo Oriente e dell'Africa; che al solo immaginare mi fa venire la pelle d’oca.

 La salsiccia di cragno (“Kranjska klobasa”) secondo quanto racconta il sito istituzionale rappresenta una specialità della cucina slovena, che si annovera tra i principali elementi che costituiscono il patrimonio gastronomico sloveno. Peraltro, essendo un prodotto alimentare tradizionale, a livello nazionale è tutelata dall'indicazione geografica protetta. Preparata solo con carne e grasso suini della massima qualità, con aggiunta di nitrato di potassio, è speziata solo con aglio e pepe e legata con uno stecchino di legno. In superficie la salsiccia di cragno è di colore rosso-marrone e ha un leggero sentore di fumo, al taglio la carne è di colore rossastro, il grasso è di colore bianco panna e compatto. La consistenza è soda, croccante e succosa, l'aroma è pieno e caratteristico della carne suina salata, stagionata ed affumicata.

La salsiccia di cragno risale ai tempi dell'Impero austroungarico e prende il nome dalla regione della Carniola che, fin dal 15° secolo, rappresentava la principale regione del territorio nazionale sloveno e l'unica regione interamente slovena. Una delle più antiche testimonianze scritte dell'esistenza della salsiccia di cragno si trova nel libro di ricette "Süddeutche Küche" di Katharina Prato del 1896, in cui si menziona la preparazione della salsiccia di cragno. Le istruzioni più antiche su come preparare e cuocere la salsiccia di cragno furono pubblicate nel 1912, nella sesta edizione del ricettario "Slovenska kuharica" di Felicita Kalinšek. Gli storici dell'antica Lubiana la menzionano come piatto principale dei menù per cerimonie e altri eventi importanti. (Fonte: Bogataj, 2011. Mojstrovine s Kranjsko klobaso iz Slovenije - Piatti sublimi con la salsiccia di cragno slovena.)

Si tratta indubbiamente di uno dei piatti della gastronomia slovena più celebri a livello internazionale. Gli emigrati sloveni l’hanno esportata in tutto il mondo, rendendo il suo nome riconoscibile ovunque. In Slovenia è nota con il nome di “kranjska klobasa”, nel mondo germanico come “krainer wurst”, in quello anglosassone come “kransky sausage” e in Italia come “salsiccia di cragno”. Nella cucina triestina che consulto abitualmente, per i piatti locali, e che rappresenta sempre il mio punto di riferimento quando ancora Giallo zafferano era al di là da divenire il riferimento più importante per i tentativi culinari, il sistema di cottura consigliato è lesso o fritto. E’, in pratica, questione di gusti.

Per il sistema di cottura dei crauti, invece, ancora oggi seguo le indicazioni della mia amata suocera che, (cuoca in sanatorio, nella cucina dedicata ai medici ci teneva a sottolineare) mi ha trasmesso alcuni suggerimenti , tenterei di dire segreti, per piatti dal sapore sublime. Regola fondamentale da rispettare per i crauti è, ad esempio, l’ingiallimento. Che altro non sarebbe che la farina soffritta, versata quando i crauti sono ormai quasi cotti, prima dell’ultima bollitura. Per il resto gli ingredienti restano gli stessi presenti in ogni ricetta: due foglie di alloro, un paio di bacche di ginepro, un paio di grani di pepe ed una bella manciata di semi di cumino che, peraltro, noi gente di confine, abbiamo sempre chiamato kimmel.

Kimmel è palesemente la distorsione del tedesco kümmel che, tradotto, sta proprio per semi di cumino. Paese che vai lingua che trovi, si potrebbe dire. Certamente tale detto sarà valido dappertutto ma non nelle zone di confine, dove la contaminazione, sotto tutti i punti di vista, non è l’eccezione bensì la regola. Ho scoperto, infatti, che (voce wikipedia) il Kümmel, anche denominato kummel o kimmel, è un liquore aromatizzato con il seme di cumino dei prati, cumino e finocchio, dolce e incolore. Si spiega anche  che originariamente, le parole kümmel, kummel e kimmel sono rispettivamente i termini in qualche modo generici nelle lingue tedesca, olandese e Yiddish, ed indicano sia il cumino dei prati che il cumino. Per esempio, il cumino dei prati tedesco è denominato Echter Kümmel mentre il cumino è denominato Kreuzkümmel, ma il termine Kümmel è usato anche per il liquore aromatizzato con queste spezie.

La faccenda si complica quando, nel tentativo di risolvere l’arcano della ricetta della cara nonna Ernesta, che non mi ha mai parlato di Cumino bensì sempre di Kimmel, scopro che Carvi o cumino dei prati è tutt’altra cosa rispetto al Cumino vero e proprio, citato nella maggior parte delle ricette che fanno riferimento ai crauti. In un sito specializzato che fornisce spezie ai ristoranti stellati leggo, infatti, che i semi di kummel – o Carvi – a prima vista possono essere scambiati per semi di cumino, seppur questi ultimi sono più grossi e chiari. Richiamano una nota aromatica molto intensa simile al limone. Storicamente sostenuti dagli inglesi, per le proprietà digestive, possono essere usati interi o macinati, in base alla ricetta. Il loro intenso aroma e sapore si farà sentire sugli altri per cui basta utilizzarne pochi per avere tutta la loro aromaticità. Adatti alle carni di ogni tipo, salsicce ed insaccati, arrosti di maiale e formaggi semi-stagionati come il gorgonzola. Si adattano magnificamente anche alla cucina vegana o vegetariana, per cucinare minestre ed insalate, come ad esempio quella di cavoli. Eccellenti per la preparazione di pane, trecce e brioche. Che in epoca di globalizzazione, fast food, insomma cucina mordi e fuggi sia andata, alla fin fine, perduta  questa sottile distinzione e dei vari cumini si sia fatto di tutta un’erba (ops!) di tutti i semi un fascio?

Frammenti di storia e storie. il conte Giacomo Ceconi

 

Cosa accomuna il castello del conte Giacomo Ceconi di Pielungo con la villa che fu sede del convitto delle madri Orsoline in via Montesanto a Gorizia? E’ una storia nemmeno tanto lunga e ve la voglio raccontare. Come ho scritto nel mio profilo di presentazione, sono nata a Gorizia, in via San Gabriele, quando ancora le chiome degli imponenti ippocastani erano il tetto delle nostre verdi dimore. Ho fatto a gara sulla collina per dimostrare il mio il coraggio nel folle gioco di superare il reticolato quando ancora i drusi erano gli orchi che mangiavano le bambine. Ho passeggiato nelle sere d'estate a caccia di lucciole lungo un confine che definiva e divideva due mondi e, come tutte le altre bambine del quartiere, l’asilo (non si chiamava ancora scuola materna) e le elementari le “ho fatte” dalle Orsoline.

La sede della scuola e del convento delle Orsoline occupava un grande spazio che, in parte, alla fine degli anni ’70 è stato destinato ad area per l’edilizia privata, a seguito della revisione del piano regolatore generale curata, all’epoca, dall’arch. Roberto Costa. All’interno della proprietà tre distinti edifici che, nel tempo, hanno subito destinazioni diverse. Quello prospiciente la via Palladio utilizzato ancora oggi  quale scolastica, quello posto all’imbocco di via Palladio, progettato dall’arch. Max fabiani ed oggi in vendita. Ed, infine, l’imponente villa che Giacomo Ceconi fece costruire per i suoi figli che frequentavano le scuole a Gorizia, anch’essa oggi in vendita.

Ecco svelato, quindi, il connubio. Ma chi era Giacomo Ceconi vissuto a cavallo del ‘800 e del ‘900, tra l’ Impero Austriaco e il Regno d’Italia? Incomprensibilmente, ma forse nemmeno tanto, tenuto conto che la odonomastica (termine corretto per definire l’attribuzione del nome a strade e piazze) non è mai stata utilizzata, a Gorizia, per costruire il senso di appartenenza della Comunità cittadina. Tutt’altro. Come ha ben chiarito Marco Barone, nel suo contributo, si è fatto di tutto per cancellarla. Evocando una storia, soltanto recente, che nulla ha a che vedere con la storia pluricentenaria della città e del Goriziano. Gorizia, in pratica, racconta la sua storia attraverso una toponomastica inequivocabilmente legata agli eventi bellici della prima guerra mondiale ed ai suoi protagonisti. Cadorna, Diaz, Cascino, Scodnik ecc.. Personalmente, ritengo ingiusto si ignorino i suoi 1000 anni di storia, ma soprattutto i secoli del suo massimo splendore: il settecento e l’ottocento.

Ed è a cavallo tra l’800 e l’inizio del ‘900 che si sviluppa la storia di Giacomo Ceconi, Costruttore di ferrovie, strade e porti, Giacomo Ceconi – morto a Udine nel 1910, a 77 anni – è rimasto nella storia europea quale realizzatore di due grandi opere in particolare: il tunnel dell'Arlberg (1880-1883), per collegare il Tirolo al Voralberg, e la galleria della Wochein-Bohinj (1900-1906) sulla linea Transalpina che, dopo il monumentale ponte di Salcano sull'Isonzo, approda a Gorizia per proseguire per Trieste-Campo Marzio. Dopo le ferrovie, terzo fiore all'occhiello, se così possiamo chiamarlo, del grande impresario, è la Strada Regina Margherita (1889-1891) da Casiacco a Pielungo, realizzata per togliere dall'isolamento il suo paese natale e altre borgate della valle.

Giacomo Ceconi nacque  a Vito d'Asio, allora provincia di Udine e sotto l'Austria, nel 1833. «Povero e rimasto analfabeta fino ai vent'anni», comincia come manovale a Trieste, dove la sera frequenta «corsi di disegno, calligrafia, arti e mestieri». Lavora alla Sudhbanh, la Ferrovia Meridionale, e poi – già come capo operaio – alle stazioni di Klagenfurt e di Zagabria. Passa quindi ai subappalti, fino al 1865, quando si affranca del tutto. Costituita la sua impresa, prima di cimentarsi con l'Arlberg, costruì un tratto ferroviario in Baviera e le stazioni di Tarvisio e Pontafel, la parte austriaca di Pontebba. Opera nel porto di Trieste e in altri della Sardegna. Naturalmente la sua opera più impegnativa resta il tunnel dell'Arlberg, inaugurato il 20 settembre 1884 da Francesco Giuseppe: in suo onore, una collina della zona fu denominata Ceconi-Hugel. Anche la galleria della Wochein (Bohinj), oggi in Slovenia, è rimasta nella storia: nel 2006 ha compiuto cent'anni e nell'occasione il Comune di Bohinjska Bistrica ha dedicato una piazza al suo costruttore.

Gorizia, invece, lo ha fino ad ora ignorato del tutto. E ciò anche se una città dovrebbe dedicare le sue vie ai grandi che le danno onore e a cui vuol dare onore, ai grandi di cui si vanta, la cui vita, conclusasi ieri, illumina la vita di coloro che vivono oggi. Chi dà il nome a una strada o a una piazza ammonisce chi abita in quella strada o quella piazza a vivere come lui, si presenta come modello di vita, di professione, di arte, di scienza o sapienza.

Uno spaccato della straordinaria storia della famiglia Ceconi è raccontata nel romanzo di Hans Kitzmuller, discendente del nobile friulano, “Viaggio alle Incoronate”.

Per saperne di più sulla storia di Giacomo Ceconi, si consiglia la lettura di questo approfondimento.