Frasche e osmize: Il vino di casa e la memoria

C’è un vento leggero che arriva dal mare e si insinua tra i filari. Porta con sé l’odore della terra scaldata dal sole, delle cantine fresche e delle tavole all’aperto. Qui, tra le colline del Carso e del Collio, tra la valle del Vipacco e i borghi sospesi tra due mondi, resistono luoghi in cui il tempo si fa lento e il vino sa ancora di casa: le frasche e le osmize.

Non sono osterie nel senso comune del termine. Non sono neppure trattorie. Sono qualcosa di più semplice, più antico, più vero. Sono le case dei contadini che, per pochi giorni all’anno, aprono le porte e versano il loro vino a chi passa. Un ramo d’alloro appeso a un portone, a un cancello, o perfino a un palo dell’elettricità, è il segnale discreto ma inequivocabile. Dice: “È tempo. Qui si beve vino nuovo.”
Qui si beve vino vecchio, se in cantina, poco prima della vendemmia, ne è rimasto ancora quello dell’anno prima. È comunque vino di casa, sincero, versato con la stessa generosità.

Le osmize hanno radici che affondano nell’Impero asburgico: un editto di Maria Teresa d’Austria autorizzava i contadini del Carso a vendere i propri prodotti direttamente, per otto giorni – osem, in sloveno. Le frasche, diffuse nella pianura friulana e goriziana, rispondono alla stessa esigenza di autenticità: tagliare i passaggi, parlare con il bicchiere, mostrare senza filtri quello che la terra ha dato.

Una frasca all’imbocco del ponte: ad agosto, quello è il segnale. Poi se ne scorgono altri – a Merna, a Sant’Andrea, qua e là tra le frazioni e le case sparse. Non servono nomi precisi, perché chi li conosce, li riconosce. Ma ce n’è uno che, più degli altri, accende la voglia di andarci: la frasca di Salomon a Rupa. Quando si apre, qualcosa dentro si muove. È un richiamo che ha più a che fare con la memoria che con la sete.

Oggi mi adeguo, ma la mia frasca del cuore non c’è più. Era in via Blaserna, appena fuori dal centro, e tutti la conoscevano come “dal Nisi” – il nome, credo, del padre di Giorgio e Severino Paulin. Venuti a mancare un paio d’anni fa, restano però vivi nei racconti degli abitanti di San Rocco. Perché ci sono luoghi e persone che continuano a vivere in chi li ha conosciuti, anche quando sembrano scomparsi.

La frasca del Nisi non era solo un posto dove bere. Era un luogo dove stare. Dove la porta era sempre socchiusa, dove bastava un sorriso per essere accolti, dove la pergola offriva ombra e compagnia, e d’inverno il fuoco del caminetto scaldava mani e parole. Si portava da mangiare da casa: gulash, jota, pane fragrante. Si condivideva tutto, senza domande, come si fa in famiglia.

Indimenticabili restano le frittate che preparava Giorgio: venti uova, erbe raccolte nei prati, e una padella che sembrava uscita da un’altra epoca. Venivano alte, spesse, profumate. Frittate che raccontavano stagioni e pazienza, mani sapienti e gesti antichi. Avevano dentro la primavera, la terra, il rispetto per il tempo della natura.

Giorgio amava raccontare. Le sue avventure da camionista attraversavano mezza Europa e portavano con sé il gusto del viaggio. Ma il ricordo che tornava più spesso — quello che io stessa gli evocavo, quasi per gioco — era un altro: i cosacchi accampati nel campo dietro casa. Bastava nominarli, e nei suoi occhi si accendeva una luce strana, come se quel passato non fosse mai davvero andato via. Era un frammento di Storia rimasto incastrato tra le vigne, tra i cortili, tra le parole taciute.

Chi si siede a un tavolo in una frasca o in un’osmiza non cerca il lusso. Cerca la verità: di un bicchiere sincero, di un tagliere di salumi, di un formaggio grezzo, di un sottaceto fatto in casa, di un uovo sodo. Cerca voci che si sovrappongono, parole in italiano, in sloveno, in dialetto, storie che si intrecciano e si sfumano come i confini che da queste parti hanno tagliato tutto — ma non hanno mai spezzato del tutto la voglia di stare insieme.

E così, tra un brindisi e un ricordo, tra una risata e una frittata, anche il confine – quel confine duro, fisico, tracciato e imposto – si fa solo una piega morbida nella geografia dell’anima.

Dove la sabbia incontra il cielo: la chiesa di San Marco tra leggenda e silenzio

La prima volta che sono andata alla chiesa di San Marco a Belvedere mi ci ha portata Aldo, un compagno di classe. Era una giornata d’estate, una di quelle in cui il sole sembra vibrare nell’aria e il frinire delle cicale accompagna ogni pensiero, ogni passo. Ricordo la strada sterrata, la sabbia tra le sterpaglie, il profilo improvviso della chiesetta sulla duna. Una scoperta inaspettata, quasi un miraggio. Là, tra terra e laguna, ho percepito per la prima volta quel silenzio denso che solo i luoghi antichi sanno offrire.

Ci sono tornata molte volte, in stagioni diverse. Ogni volta il paesaggio cambia leggermente colore, ma la sensazione è la stessa: quella di entrare in uno spazio sospeso, fuori dal tempo. Appena posso ci accompagno gli amici, con discrezione, quasi con rispetto. Non è un luogo facile da trovare, né comodo da raggiungere. E forse è giusto così.

Perché San Marco a Belvedere è un luogo magico, fragile nella sua bellezza. Una chiesa immersa nella sabbia e nella leggenda, protetta dal fruscio dei pioppi e dal volo basso dei gabbiani. Non è fatta per le folle. Sarebbe un peccato snaturarne l’anima con l’invasione distratta del turismo mordi e fuggi.

Chi arriva fin lì lo fa per scelta, in cerca di quiete e meraviglia. E se ci va in silenzio, con lo sguardo aperto, potrà forse udire l’eco lieve di una voce antica, portata dal vento della laguna.

San Marco

Sulla sommità di una delle ultime dune sabbiose che guardano verso la laguna di Grado, sorge silenziosa la chiesa di San Marco Evangelista, a Belvedere, piccola frazione nel territorio di Aquileia. Lì dove il paesaggio si fa rarefatto e il vento porta l’odore del mare e delle pinete, questa chiesa racconta una storia antica, fatta di fede, di trasformazioni e di memoria.

Secondo la tradizione, proprio qui sarebbe approdato San Marco evangelista, durante uno dei suoi viaggi. Sceso a terra, avrebbe iniziato a diffondere il rito liturgico che da lui prese il nome: il rito marciano, poi adottato a Venezia, distinto per stile e articolazione da quello romano. È una leggenda che attraversa i secoli e che dona a questo luogo un’aura particolare, come se ogni pietra serbasse ancora l’eco di una voce antica.

Accanto alla chiesa, sgorga una piccola fonte d’acqua, ritenuta per molto tempo miracolosa. Era un punto di sosta per i pellegrini e per i viandanti che attraversavano la fascia perilagunare, e la sua presenza contribuisce a rafforzare il senso di sacralità e accoglienza che questo luogo emana.

Già in epoca altomedievale, in quel punto si ergeva un luogo di culto. Ne sono testimonianza le sepolture e le fondamenta emerse durante gli scavi del 1989, tracce di un’umanità che aveva scelto quel promontorio naturale per rivolgersi al cielo. Ma è nel Seicento che la chiesa assume nuova forma, grazie ai Savorgnan, signori della zona. A loro si deve la ricostruzione dell’edificio, poi nuovamente ampliato nel 1746 per volere del conte Francesco Savorgnan, che lo volle più grande, più luminoso, più degno della devozione del luogo. Tre anni dopo, l’edificio venne consacrato dall’ultimo patriarca di Aquileia, Daniele Dolfin. A metà Ottocento, le cappelle laterali furono aggiunte per accogliere ancor più fedeli e arricchire la struttura con nuove funzioni liturgiche.

Oggi, chi arriva sul sagrato viene accolto da un mosaico raffigurante un pavone, simbolo cristiano di vita eterna e risurrezione, un evidente richiamo all’eredità musiva di Aquileia. La chiesa si presenta con la facciata rivolta a occidente, e il campanile si innalza deciso sul lato sud, come un faro tra terra e cielo. All’interno, la navata unica custodisce opere d’arte che raccontano l’influenza veneziana sul territorio: statue di angeli scolpite da Giovanni Maria Morlaiter e una pala d’altare, oggi conservata a Gorizia, opera del pittore Gianantonio Guardi, che aveva soggiornato a Belvedere per ritrarre la Madonna del Rosario circondata da santi protettori e da San Marco, patrono della chiesa.

Tutto intorno, il paesaggio conserva un equilibrio raro tra natura e storia: dune antiche, boschi planiziali, specchi d’acqua lagunari. Un contesto ambientale di pregio, tutelato come patrimonio regionale per le sue qualità eccezionali. È qui, nel silenzio del vento e nella luce cangiante della laguna, che la chiesa di San Marco continua a vegliare sul confine tra terra e acqua, tra leggenda e presente.


Il verde che resiste – Ma per quanto ancora?

C'è un dettaglio che in pochi notano, eppure dice molto. In via Duca d’Aosta, a Gorizia, davanti all’edificio che un tempo ospitava il dispensario – oggi sede di alcune associazioni – ci sono due alberi sopravvissuti al tempo e, per ora, anche al cemento. Il muretto di recinzione è stato costruito lasciando spazio ai loro tronchi. Un piccolo gesto, forse, ma carico di significato: rispetto, attenzione, coesistenza.

Era un altro tempo? Era un’altra sensibilità?

Oggi mi chiedo se quella cura per il verde sia ancora viva nella nostra città. Basta guardare altrove per avere qualche dubbio. Il recente intervento nel parco Coronini, ad esempio, ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava in una valorizzazione rispettosa. Più che un restauro, sembra una razionalizzazione, con potature aggressive e una perdita silenziosa di ombra, frescura, biodiversità.

E che dire della scelta – a dir poco singolare – di piantare olivi nelle aiuole spartitraffico? Piante che richiedono condizioni specifiche e non offrono ombra, inserite in contesti dove il verde dovrebbe servire prima di tutto a mitigare calore, smog, rumore. Una scelta estetica scollegata dal contesto, più simbolica che funzionale.

A Gorizia, gli alberi sono spesso trattati come ostacoli. Tagliati, dimenticati, sostituiti da aiuole asettiche o da piante ornamentali che nulla hanno a che fare con il nostro paesaggio. Eppure, il verde urbano non è solo un elemento decorativo: è benessere, memoria, respiro.

Ma la responsabilità non è solo delle amministrazioni pubbliche. Anche i cittadini, i privati, devono fare la loro parte. Un giardino, un’aiuola, perfino un terrazzo verde, richiedono tempo, attenzione, pazienza. Curare il proprio verde significa prendersi cura anche del contesto in cui si vive. Non basta piantare: bisogna potare con criterio, annaffiare con regolarità, lasciare spazio alla crescita e alla vita. È un gesto quotidiano, fatto di stagioni e di gesti silenziosi, che racconta chi siamo e che mondo vogliamo lasciare.

Quel muretto interrotto di via Duca d’Aosta dovrebbe diventare un monito per tutti: l’ambiente va rispettato anche nei dettagli, anche nei lavori più semplici. Lasciare spazio a un albero non è un’eccezione: dovrebbe essere la regola.

Un esempio concreto? In via Crispi, dove un distributore dismesso sarà trasformato in parcheggio. Lì sorge un maestoso albero: l’auspicio è che venga salvaguardato e integrato nel progetto, perché un parcheggio non è solo uno spazio per auto, ma anche un’opportunità per dimostrare che si può costruire senza distruggere, convivere senza sacrificare.

La città che vogliamo comincia da qui.

Una scrivania, un paese e una scoperta inaspettata


Ho una passione che mi accompagna da anni: i mobili usati. Mi piace cercarli, immaginarli in una nuova vita, toccare le venature del legno che ha già visto passare anni e mani. C’è qualcosa di profondamente poetico in un mobile che ha già avuto un passato e che trova posto nelle mie case, come se raccontasse una storia silenziosa.

Proprio per seguire questa passione, oggi sono andata a Valvasone a ritirare una scrivania. È solo a un’ora da casa, eppure non c’ero mai stata. È strano come certi luoghi vicini restino fuori dalle nostre traiettorie quotidiane, finché un pretesto non ci spinge a deviare.

La strada per arrivarci è già di per sé un piacere. Mentre percorrevo la Napoleonica, quella lunga via diritta che collega Palmanova a Codroipo, ho avuto la fortuna di assistere a un'esercitazione delle Frecce Tricolori, proprio nei cieli sopra Rivolto. Un passaggio improvviso, elegante e potente, che ha reso il viaggio ancora più emozionante. Quelle scie nel cielo sembravano quasi un presagio di bellezza.

Valvasone mi ha sorpresa. Un borgo raccolto, elegante, con una bellezza che sa di equilibrio: l’architettura è sobria e raffinata, con tratti che ricordano Venezia, ma senza ostentazione. Passeggiare per le sue stradine è come fare un salto nel tempo. E poi, la chiesa.

Non sapevo dell’organo. È un vero capolavoro, straordinario non solo per la qualità acustica (mi dicono) ma per la struttura stessa, riccamente decorata. Una meraviglia che, da sola, giustificherebbe il viaggio. Sono rimasta a lungo in silenzio ad ascoltare, anche solo il rumore dei miei passi sulle pietre.

Sono tornata a casa con la scrivania che desideravo, certo, ma anche con qualcosa in più: la sensazione di aver aggiunto un piccolo tassello alla mia mappa del cuore. Valvasone è ora un luogo che non dimenticherò, scoperto per caso grazie a un mobile di seconda mano. E forse è proprio questo il bello delle passioni: ci portano dove non avevamo pensato di andare.

La ricchezza culturale del Goriziano: Un riconoscimento a Hans Kitzmuller

Gorizia, città di confine, ed il suo territorio da sempre hanno rappresentato il punto d'incontro di culture diverse: slava, friulana, tedesca e italiana. Questa commistione di identità ha dato vita a una ricchezza culturale che non dobbiamo dimenticare, e uno dei protagonisti che da anni contribuisce a questa valorizzazione è Hans Kitzmuller, con la sua piccola ma preziosa casa editrice Braitan.

La sua attività editoriale ha avuto il merito di dare voce a poeti e scrittori del Goriziano ovvero Friuli, Slovenia e Carinzia, un'area geografica e culturale che, nonostante le divisioni storiche e politiche, conserva una straordinaria affinità nelle tradizioni letterarie e nei temi. In un contesto così delicato, dove spesso le frontiere invisibili rischiano di isolare piuttosto che unire, Kitzmuller ha saputo abbattere questi muri, offrendo uno spazio di dialogo e reciproca comprensione.

Recentemente, la sua casa editrice ha festeggiato un traguardo importante: i 40 anni di attività. Un'occasione che è stata celebrata con letture pubbliche dedicate, tra gli altri, a uno degli autori più significativi di questa tradizione, Alojz Gradnik. La raccolta di poesie di Gradnik, recentemente ripubblicata, è solo l'ultima di una lunga serie di opere che testimoniano l'importanza di mantenere viva la memoria storica e culturale di questa regione.

Gradnik, poeta di origine slovena, ha scritto poesie che raccontano la terra, il popolo e la storia di una Gorizia che, oggi come ieri, è un punto di confluenza di linguaggi, tradizioni e sensibilità diverse. È proprio su queste fondamenta che Kitzmuller ha costruito la sua casa editrice, facendo in modo che la bellezza della diversità culturale non fosse solo un tema da celebrare, ma anche un valore da difendere.

Nel cuore di Gorizia, quindi, la sua piccola casa editrice continua a essere un faro di speranza, un ponte tra le culture che si affacciano sul nostro territorio, un luogo dove la poesia e la letteratura diventano linguaggio universale e senza confini.

In un mondo in cui spesso sembra che le differenze separino, è fondamentale ricordare che la bellezza della nostra città risiede proprio nel confronto e nel dialogo tra culture diverse. Hans Kitzmuller, con il suo lavoro editoriale, ci offre ogni giorno un esempio di come, attraverso la parola scritta, possiamo costruire ponti anziché muri. La raccolta di poesie è disponibile in tutte le librerie

Erbe spontanee. La passione vien mangiando

 

La primavera in Friuli Venezia Giulia regala una meravigliosa avventura tra sapori autentici e natura rigogliosa. Dai monti al Carso, passando per prati, fiumi e lagune, ogni luogo offre erbe spontanee uniche, protagoniste di piatti tradizionali e nuove creazioni gastronomiche. Bruscandoli, sclòpit, asparagi selvatici, aglio orsino, tarassaco e molte altre piante sono pronte per essere raccolte, trasformando una semplice passeggiata in un’esperienza gustosa e coinvolgente. Insomma, basta prendere il cestino e ..... andare!

Ogni anno, con l'arrivo della primavera, cresce la mia impazienza di tornare nei boschi vicino a casa per raccogliere i germogli teneri del pungitopo. Questa passione non è nata subito. Infatti, quand' ero bambina non li conoscevo neppure. A quei tempi si andava a bruscandoli! Non conoscevo molte erbe spontanee, a parte il tarassaco—detto anche cicoria selvatica o dente di leone—quella pianta quasi invadente che in primavera riempie il giardino di fiori gialli e che poi, grazie ai suoi soffioni leggeri, sparge i semi ovunque.

Non ricordo quando, per la prima volta ho scoperto il pungitopo, quella pianta che a Natale si usa per decorare la casa perchè le sue bacche rosse fanno molta atmosfera. Sta di fatto che ormai è una passione che si rinnova ogni Primavera, diventando un piccolo rito personale. Adoro i germogli cucinati in ogni modo: in una soffice frittata, saltati nelle uova strapazzate o protagonisti di un delizioso risotto. Per fortuna, questa pianta non è molto nota, quindi posso raccoglierne senza il timore di rimanere a mani vuote. L'unico inconveniente sono le zecche, sempre in agguato tra le foglie umide, ma con un po' di attenzione il piacere di questa attività prevale decisamente sul rischio.

La raccolta e l’utilizzo delle erbe spontanee in cucina hanno origini antichissime, risalenti addirittura alla preistoria, quando l'uomo imparò per necessità a riconoscere le piante commestibili da quelle tossiche. Nel tempo, soprattutto nelle campagne del Goriziano, si è tramandata questa preziosa conoscenza, integrandola stabilmente nella cultura gastronomica locale. Durante periodi di scarsità alimentare, le erbe selvatiche diventarono risorsa fondamentale, simbolo di resilienza e creatività culinaria. Oggi questa tradizione rivive una nuova popolarità, apprezzata sia da chef stellati che dagli appassionati di cucina casalinga.

Tra le numerose erbe spontanee che possiamo raccogliere nella zona del Goriziano ci sono, oltre al pungitopo, il bruscandolo (luppolo selvatico), perfetto per realizzare uno squisito risotto dal gusto delicatamente amarognolo. Basta soffriggere una cipolla, aggiungere i bruscandoli spezzettati, tostare il riso, sfumare con vino bianco e portare a cottura con brodo caldo, mantecando poi con burro e parmigiano.

Anche l’aglio orsino è una delizia tipica delle nostre zone boschive. Si raccoglie facilmente per preparare un pesto profumato frullando le foglie con pinoli, parmigiano e olio extravergine, ideale per condire pasta fresca o crostini caldi.

Infine, non può mancare la frittata di pungitopo: sbollenta velocemente i germogli, saltali in padella con olio e aglio, aggiungi uova sbattute, sale e pepe, e cuoci a fuoco dolce per ottenere una pietanza saporita e genuina.

Andare a caccia di erbe spontanee è un modo per vivere pienamente il territorio, riscoprendo sapori autentici che ci riconnettono alla nostra storia e alla natura che ci circonda. 

Peraltro, i limiti regionali imposti per la raccolta delle erbe spontanee fanno quasi sorridere, considerando che è praticamente impossibile per una persona raccoglierne una quantità anche solo vicina a quella stabilita dalla Regione.


La Crisi del Commercio a Gorizia: Sfide e Proposte di Rilancio

Gorizia sta vivendo una crisi del commercio di vicinato che si riflette nel progressivo svuotamento del suo centro storico. Secondo un'analisi dell'Istituto Tagliacarne, centro studi delle Camere di commercio, pubblicata da Confcommercio e riportata sulla stampa nazionale nei giorni scorsi, Gorizia si colloca al secondo posto in Italia per la chiusura dei punti vendita, con una perdita che sfiora il 34,2% dal 2012 al 2024. Questo dato mette in luce un fenomeno che affligge numerose città italiane, ma che a Gorizia ha radici ancora più profonde.

Le Cause della Crisi

Alla base di questa crisi ci sono diversi fattori, alcuni dei quali legati a scelte politiche e cambiamenti economici. L'espansione della grande distribuzione è uno dei principali fattori che ha messo in difficoltà le botteghe. Con l'apertura di grandi centri commerciali e supermercati, i negozi locali (i cosiddetti negozi di vicinato) non sono riusciti a competere, soprattutto per quanto riguarda i prezzi e la varietà dei prodotti. Questo fenomeno è stato accompagnato dalla fine dei piani del commercio, che fino agli anni '90 attribuivano ai comuni la responsabilità di regolare l’offerta e la domanda commerciale sul proprio territorio. La fine di questi piani ha lasciato le città senza strumenti efficaci per bilanciare i diversi tipi di commercio, favorendo la crescita dei grandi centri a scapito delle piccole attività locali.

Peraltro, in Friuli Venezia Giulia, l'apertura di grandi strutture di vendita è stata agevolata da un'interpretazione estensiva delle disposizioni normative introdotte all’inizio degli anni 2000, che ha permesso una rapida espansione di queste strutture. Questa interpretazione ha portato la regione ai vertici nazionali per il rapporto superficie commerciale per abitante, favorendo una concentrazione di grandi centri commerciali che ha messo in difficoltà il commercio di vicinato, creando una competizione sproporzionata rispetto alla dimensione del mercato locale.

A Gorizia, questo fenomeno si è intrecciato con altre problematiche. La dissoluzione dell’ex Jugoslavia e l’apertura dei mercati in Slovenia hanno tolto alla città una parte importante dei suoi consumatori. Gli abitanti delle valli del Vipacco e dell'Isonzo, che prima costituivano una clientela fedele per i negozi goriziani, hanno ora accesso a mercati sloveni ben strutturati, con conseguente riduzione del flusso di consumatori in città. Inoltre, la dismissione delle caserme, che ha portato via migliaia di residenti, ha peggiorato ulteriormente la situazione, privando il commercio di una base di consumatori stabile.

Le Proposte di Rilancio:
Nonostante la difficoltà della situazione, Gorizia ha ancora molte potenzialità da valorizzare. Con una popolazione di poco più di 30.000 abitanti, è evidente che la creazione di una rete commerciale deve passare inevitabilmente attraverso il rilancio del turismo. Solo un flusso turistico regolare e qualificato può garantire una domanda costante per il commercio di vicinato.

Ecco alcune proposte concrete per il rilancio del commercio e del centro cittadino:

1. Valorizzare il turismo esperienziale e il commercio di nicchia

Gorizia potrebbe puntare sul turismo esperienziale, che si distingue dal turismo tradizionale per il suo focus sulle esperienze autentiche. La città ha un patrimonio storico e culturale ricco che potrebbe essere utilizzato per creare workshop, tour tematici e eventi gastronomici che attirano turisti in cerca di esperienze uniche. Allo stesso tempo, il commercio di nicchia, focalizzato su prodotti tipici e artigianato locale, potrebbe rispondere a una domanda crescente di qualità e autenticità, differenziandosi dalla grande distribuzione.

Una delle tradizioni gastronomiche più radicate a Gorizia è la “frittata con le erbe", che si prepara con le erbette spontanee che crescono nella zona. Da sempre, da primavera fino alla fine dell'estate, questa frittata è un piatto tipico, amato dai goriziani. I più anziani ricorderanno sicuramente l'osteria a San Mauro, al buso del Diau, a pochi passi dal confine, dove si consumava questa prelibatezza, preparata con le erbe fresche raccolte nei campi e nei boschetti circostanti. Ancora oggi, le erbette per la frittata vengono vendute al mercato di via Boccaccio, testimoniando una tradizione gastronomica che continua a vivere nel cuore della città. La valorizzazione di questi prodotti locali, come già si sta facendo con il radicchio "La rosa di Gorizia" e le erbe spontanee, dimostrerebbe che è possibile promuovere le eccellenze del territorio e attrarre visitatori interessati a esperienze culinarie autentiche. Gorizia potrebbe costruire un'offerta turistica che combini tradizione gastronomica e commercio di nicchia, puntando sulle erbe locali come il bruscandolo, l’asparago selvatico, il germoglio di pungitopo e l’aglio ursino, ottime da utilizzare in cucina e perfette per eventi gastronomici.

Proposta concreta:

Creare pacchetti turistici che includano esperienze culinarie legate ai prodotti ed alle erbe locali, come la frittata o il risotto con le "erbe". Le cene che vengono proposte dai ristoranti locali per promuovere e valorizzare la rosa di Gorizia possono essere riproposte durante tutto l’anno con i diversi prodotti agricoli che il territorio offre: dall’asparago di Sant’Andrea alla verza, ma anche la frutta. Nel territorio, infatti, sono coltivate ottime ciliegie e pesche, senza dimenticare noci e cachi, per i quali l’attuale strumento urbanistico ne prevede anche la tutela. Inoltre, piatti tipicamente locali, come lo struccolo cotto in straza, che sono noti solo ai residenti, potrebbero essere riscoperti e valorizzati.

2. Valorizzazione del Vino

Nonostante il Collio sia una delle zone vinicole più rinomate d'Italia, Gorizia non ha ancora saputo valorizzare appieno la sua ricchezza vinicola. Sebbene la produzione di vino rappresenti una delle maggiori risorse economiche e culturali del territorio, le iniziative per promuovere il vino del Collio sono state finora limitate e sporadiche. Le uniche manifestazioni degne di nota risalgono agli inizi degli anni 2000, quando furono organizzate alcune edizioni della rassegna Calici di Stelle, ma da allora non si è assistito a un vero e proprio rilancio o a una strategia di marketing efficace. Il vino del Collio, con le sue denominazioni di origine e i suoi vini bianchi pregiati come il Friulano e la Ribolla Gialla, rappresenta un’opportunità unica per Gorizia, non solo come prodotto da esportazione ma come autentico simbolo del territorio. Una valorizzazione più incisiva, attraverso eventi, promozioni e collaborazioni con i produttori locali, potrebbe elevare il vino a protagonista indiscusso della scena turistica e commerciale della città, facendo di Gorizia un punto di riferimento enogastronomico di grande prestigio. In tal senso Cormons dovrebbe essere considerata una brava maestra.

3. Agevolare finanziariamente l'apertura di nuovi punti di vendita

La creazione di una rete commerciale forte a Gorizia non può prescindere da incentivi economici per favorire l'apertura di nuovi punti vendita nel centro storico. Per sostenere il commercio di vicinato, è necessario che le istituzioni locali offrano sgravi fiscali e finanziamenti agevolati a chi desidera aprire un’attività commerciale nel centro città. Il Fondo Gorizia, sotto questo aspetto, potrebbe svolgere un ruolo fondamentale. Questo stimolerebbe l'apertura di negozi innovativi, legati alle tradizioni locali o a nuovi settori emergenti, e contribuirebbe a rivitalizzare la zona.

4. Sistemazione del Mercato Coperto di Via Boccaccio

Un altro aspetto fondamentale per il rilancio del commercio e della vita sociale nel centro di Gorizia è la sistemazione del mercato coperto di via Boccaccio. La struttura storica, quasi del tutto inutilizzata, rappresenta una grande opportunità per creare un centro di aggregazione che possa ospitare eventi enogastronomici, mercati agricoli e attività commerciali legate alla tradizione locale. Il progetto di riqualificazione del mercato, che aveva suscitato grande interesse, inclusa la proposta di collaborazione con il marchio Gambero Rosso, è rimasto fermo, deludendo le aspettative della Camera di Commercio e dei commercianti. Questo, nonostante l'approvazione di un fondo di tre milioni di euro per il suo rilancio. È essenziale che Gorizia riprenda in mano la valorizzazione di questo spazio, potenziando le sue funzionalità e facendo di esso un punto di riferimento per il commercio, il turismo e la cultura del territorio. In tal senso sarebbe interessante capire perché il Sindaco ha cambiato idea dopo le entusiastiche aperture iniziali.

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