Volcic: uomo di confine

Gorizia perde un cittadino illustre. Sotto un certo punto di vista mi ha addolorata il fatto che in tutti i telegiornali, i quali ne hanno dato la triste notizia, non sia quasi mai stato citato il nome di Gorizia. Eppure è questa la città in cui viveva e amava ritornare dai suoi viaggi. Volcic aveva nel dna l'essere un uomo di confine, per nascita essendo nato a Lubiana da padre triestino e madre goriziana e per vocazione, raccontando da giornalista tutti quei fatti di sconfinamento che siano l'invasione della Cecoslovacchia o la Perestrojka o da super esperto, anzi da cremlinologo, le complesse vicende moscovite. La famiglia si era trasferita in Slovenia durante il fascismo, ci racconta il Messaggero.

Nell'ottobre scorso, a questo illustre concittadino era stato assegnato il premio "Santi Ilario e Taziano - Città di Gorizia". Un premio arrivato, fortunatamente in tempo, con questa motivazione: "Perché, seppur non goriziano di nascita, ha voluto condividere con Gorizia la sua sapienza e la sua profonda conoscenza della politica e delle relazioni nazionali e internazionali, svelando al pubblico originali prospettive di studio e appassionanti interpretazoni. E Gorizia, da sempre crocevia di popoli, lingue e culture diverse, orgogliosamente, l’ha eletto suo figlio."

Carlo Muscatello, da Articolo 21, lo ricorda così. “Lubianese di nascita, triestino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione intellettuale, Demetrio Volcic ha raccontato agli italiani per anni, meglio di chiunque altro, forse proprio grazie all’inprinting delle sue origini, Mosca e l’allora Unione Sovietica e l’Europa oltrecortina. Da autentico uomo di confine, ha scelto di vivere i suoi ultimi anni nella mitteleuropea Gorizia, città fino a pochi anni fa tagliata da un muro che divideva la parte italiana e quella slovena. Città dov’era nata sua madre, il padre era invece triestino. La sua famiglia si era trasferita a Lubiana durante il fascismo.

Entra in Rai nel 1956 a Trieste, nel ‘64 è inviato speciale, nel ‘68 corrispondente dall’estero: Praga, Vienna, Bonn, Varsavia, Mosca. Non c’è evento, fra quelli che portano alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Volcic non abbia raccontato da giornalista di razza. Nel ‘93, dopo un quarto di secolo all’estero, torna in Italia, nominato direttore del Tg1. Nel ‘97, nelle elezioni suppletive seguite alla scomparsa di Darko Bratina, altro grande uomo di confine, è eletto senatore per il Pds. Successivamente europarlamentare, ha lavorato all’ingresso della Slovenia e di altri paesi dell’est nell’Unione europea.

Conosceva sei lingue ed era un buon giocatore di scacchi. Lascia numerosi libri di successo, l'ultimo dei quali uscito quest’anno, una sorta di summa di quanto aveva scritto in precedenza, primo e unico libro in lingua slovena. Lascia soprattutto un figlio che vive a Mosca e una figlia che vive in Gran Bretagna.

Disse una volta: «Sono sopravvissuto da spettatore a quei teatri dell’assurdo che il comunismo dell’Est ha rappresentato. Un tempo la pensavo come Joseph Roth, al quale bastò un viaggio in Russia per conoscere se stesso. Mi sarei ricreduto: la sofferenza altrui non aiuta a capire la propria, produce soltanto sensi di colpa e a volte ilarità». Pochi giorni fa, il 22 novembre, aveva compiuto novant’anni."

Gorizia, terra d'artisti: Marega da Lucinico il più grande scultore del Canada dell'ovest

Che una delle anime di Gorizia sia artistica non ho avuto mai alcun dubbio. E ben lo dimostrano i numerosi artisti in città che vi hanno insegnato o sono usciti da quella incredibile fucina che è, adesso, il liceo artistico Max Fabiani. La dimostrazione più eclatante di quest'anima è l'associazione Prologo che, in via Ascoli, espone ed organizza mostre d'arte di elevatissimo livello. E merito va riconosciuto anche all'appassionato e cultore di storia locale, architetto Diego Kuzmin che sulle pagine del quotidiano il Piccolo, settimanalmente, svela aspetti che ai più sono sconosciuti. Perchè il suo occhio e le sue conoscenze sopratutto in campo arhitettonico sono veramente inusuali. Ieri, ad esempio, ci ha raccontato la storia di Carlo Marega.

"Quarant'anni fa Lucinico vede notevole espansione in zone Peep, espropriate alle coltivazioni. Il progetto urbanistico di Piccinato prevedeva una zona commerciale sulla strada principale di attraversamento, che negli anni '70 venne intitolata a C. Marega, come si legge sulle tabelle toponomastiche.

Chi era C. Marega lo racconta in rete Wikipedia inglese: "Charles Carlos Marega (September 24, 1871 - March 27, 1939) was a Canadian sculptor in the early 20th century" aggiungendo che "he was born in Lucinico, in the commune of Gorizia, then part of the Austrian-Hungarian Empire". Scriveva nel 1977 Celso Macor sulla rivista Lucinis, che l'anno prima un funzionario del Consolato d'Italia di Vancouver, chiedeva notizie al Comune del lucinichese Carlo Marega, noto come «il più grande scultore del Canada occidentale» e allegando ritagli di giornale. Fino a quel momento nessuno sapeva nulla di lui. Da ragazzo aveva studiato tecniche decorative alla Scuola Arti e Mestieri di Mariano, per specializzarsi poi a Vienna presso lo scultore Oskar Tilgner, che apparteneva alla cerchia di artisti intorno al conte Karl Lanckoronski, mecenate, storico e dal 1891 impegnato ricercatore nei primi studi archeologici di Aquileia, illustrati nel poderoso testo Der Dom von Aquileia, Vienna, 1906. A Zurigo lavora con lo scultore Herman Panitz, sposandone poi nel 1899 la vedova Berta Schellenberg, di un anno più giovane. Nel 1906 la coppia raggiunge il Sud Africa, dove Carlo collabora col noto scultore olandese Anton van Wouw, decidendo poi per la California con tappa a Vancouver nell'ottobre 1909, dove rimasero per le ottime occasioni che offriva una grande città priva di scultori. Le commissioni sono numerose ma la più importante arriva nel 1938, l'anno prima della sua morte a 68 anni e due dopo quella dell'amata consorte, con il Lions Gate Bridge di Vancouver, ponte sospeso di quasi due chilometri, detto Ponte dei Leoni per le quattro figure di leone-sfinge ai due lati degli accessi, modellate in cemento colato con gli stampi lignei da lui preparati. La notevole somiglianza con il ponte Qasr al-Nil a Il Cairo, dove i leoni-sfinge del 1872 sono dello scultore francese Jacquemart, fa pensare a un viaggio via terra verso Pretoria, incontrando magari in Egitto il nostro architetto Lasciac che dal 1882 vi lavorava".

Gigi Spina, l'eroe goriziano che proprio non sopportava la Cortina di ferro

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, o meglio, (per essere più precisi): popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. E’ la prima parte ad essere comunque rimasta la più famosa di un discorso che Benito Mussolini pronunciò il 2 ottobre 1935 contro la condanna all’Italia, da parte delle Nazioni Unite, per l’aggressione all’Abissinia. Questa stessa citazione campeggia sulle quattro facciate del Palazzo della Civiltà Italiana, o della Civiltà del Lavoro. Quello splendido edificio che si trova a Roma nel quartiere dell’EUR.

Eppure, a parte i santi ed i poeti, a me piace molto il termine “Eroi” sia nella accezione antica che in quella moderna. Se nella mitologia dei vari popoli antichi, un EROE è un essere semidivino, al quale si attribuiscono imprese prodigiose e meriti eccezionali (gli eroi erano in genere divinità decadute alla condizione umana oppure uomini trasformati in divinità grazie a meriti particolari.), attualmente, invece, viene chiamato eroe chi, in imprese di guerra o azioni di altro genere, dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli e compiendo azioni straordinarie. Ecco, Gigi Spina è senz’altro un eroe! Perché sono stata più volte a Berlino. Ed una vola a Berlino Est. E bisogna veramente esserci stati per avere piena consapevolezza di come, là, allora, si viveva dopo la costruzione del muro.

A 60 anni di distanza dalla costruzione del muro di Berlino, Rai Documentari ha proposto, nei giorni scorsi, una serata evento per ripercorre la storia da una prospettiva inedita del Muro, uno dei simboli storici dello scorso millennio. "Tunnel della Libertà" racconta, infatti, la vicenda sorprendente e sconosciuta nella Berlino del primo dopoguerra. Due italiani, (a dire il vero avrei preferito il riferimento specifico alla nostra minuscola cittadina nda) Luigi Spina e Domenico Sesta, hanno ideato e partecipato alla costruzione del primo tunnel per consentire la fuga da Berlino Est a Berlino Ovest. Una rocambolesca avventura dove Spina e Sesta hanno l'idea geniale di vendere ai network televisivi americani i diritti delle immagini del tunnel e dell'evacuazione attraverso di esso, dei rifugiati. Questa operazione, molto audace per quei tempi, è l'asso nella manica con cui si rende possibile e realizzabile l'incredibile sogno della libertà. Questa, sintetica, la presentazione del filmato disponibile online.

Più articolato, e sotto un certo punto di vista emozionante, il racconto di Jeena Cucciniello, pubblicato da Friulioggi.it. Eccolo!

“Si chiama Luigi Spina, “Gigi” il goriziano che, insieme al suo amico Domenico Sesta, detto “Mimmo”, pugliese, organizzò la costruzione del primo tunnel sotto il muro di Berlino. I due, conosciutisi a Gorizia e ritrovati alla Technische Universität di Berlino, infatti, cercavano una via di fuga per liberare il loro compagno di studi Peter Schmidt, rimasto intrappolato insieme alla famiglia nella Berlino Est.

L’incontro a Gorizia. Luigi Spina già all’età di nove anni vive la divisione di una città: Gorizia era divisa da un filo spinato. Sesta abita nella parte della Gorizia occidentale, mentre quella orientale finisce sotto la Jugoslavia. Nel 1961 iniziò a studiare arte e design all’Università di Berlino Ovest. Poco dopo si ritrova in una nuova città divisa, questa volta a Berlino.

Domenico Sesta, pugliese diplomato, fino all’età di 15 anni fu ospitato in seminario, poi si trasferì a Gorizia per prendere il diploma. Nel frattempo si trovò coinvolto anche nelle manifestazioni di solidarietà della città, all’epoca zona di confine italo-jugoslava. Proprio a Gorizia diventò amico di Spina ed insieme a lui si trasferirono a Berlino, dove Sesta voleva studiare architettura.

L’impresa. Impiegarono più di quattro mesi i due amici della Berlino Ovest per scavare il tunnel, rischiando così la vita per salvare amici e parenti. Alla fine Sesta e Spina realizzarono una galleria di 135 metri, scavata nel sottosuolo della città e che, il 14 settembre 1962, proprio un anno, un mese e un giorno dopo la costruzione del Muro, aiutò a fuggire ben 29 persone. I due italiani, studenti d’arte, non sapevano come continuare e chiesero l’aiuto di altri compagni della vicina università tecnica: Hasso Herschel e Uli Pfeiffer. Per finanziare i lavori, Mimmo e Gigi decisero di vendere i diritti delle immagini del tunnel e del trasporto dei rifugiati ad un network americano. In questo modo, tramite il finanziamento della statunitense NBC, i lavori per il “tunnel degli italiani” proseguirono. In cambio la NBC filmò le attività di scavo e il momento in cui uomini, donne e bambini uscivano dalla galleria, trovandosi così in Occidente. Le immagini di quel film si diffusero in tutto il mondo quando la NBC, il 10 dicembre 1962, le trasmise al grande pubblico di oltre 30 paesi.

Il documentario dell’impresa unica e straordinaria è stato l’unico a vincere un Emmy Award come miglior programma dell’anno. Sesta e Spina nel 2000 ricevettero la Medaglia d’oro al valor civile.”

Mi dicono che in città, e precisamente in via Rastello, vive ancora una parente del nostro eroe. E non poteva essere diversamente. Tenuto conto che da questa via sta iniziando il Rinascicomento cittadino.

Popolazione residente, una inversione di rotta è possibile.

Non posso negare che Internet ha i suoi vantaggi. Non soltanto è fonte di conoscenza praticamente illimitata ma consente anche di ritornare in contatto con persone che si erano perse di vista nel tempo o di conoscerne delle nuove che, in circostanze normali, mai sarebbe stato possibile incontrare. E’ il caso di Giovanna e Massimo Rapi che ho conosciuto personalmente nei giorni scorsi, (dopo uno scambio di gradevolissime mail con le quali abbiamo condiviso l’amore per il Goriziano) e che ha deciso, assieme alla sua famiglia, di trasferirsi dal Mugello, dove ora vivono, e di venire a vivere a Gorizia. Che dire? Il mio desiderio che, temevo, fosse soltanto un sogno si è avverato. Chi ha modo di visitarla e, quindi, di conoscerla, non può che sperare di viverci. Lei! Città di frontiera, nell’accezione più pura del termine, verde, mite, con un passato glorioso, aureo, drammatico. Sintesi di popoli di tradizioni e quindi di cultura. Un nuovo inizio è forse possibile? Massimo è ottimista e l’ha scritto anche sulle pagine del Dubbio, quotidiano nazionale, l’indomani di un evento, per noi epocale. L'Europa nelle due Gorizie capitali della cultura. Ecco il testo di quell'articolo, pubblicato il 23 dicembre dello scorso anno, sulla prima pagina del Il Dubbio.

"Il 18 dicembre sul confine orientale d'Italia è accaduto qualcosa di visionario e con implicazioni profondamente politiche per il futuro dell'Europa. Era un confine serrato dalla storia recente, ma che si trova ora protagonista di flussi commerciali e migratori intercontinentali, come gli era sempre accaduto per naturale e plurimillenaria vocazione geografica: uno snodo concreto per osservare flussi delle conoscenza e come evolvono le identità nazionali.

In un passaggio d'epoca come quello che stiamo vivendo è sui confini che spesso si gioca la sopravvivenza di una idea di mondo (o civiltà, se vi piace), ed è intorno ai confini che possono avvenire i fatti più interessanti. Sul confine, su quella linea di variazione dei fenomeni che divide e allo stesso tempo suo malgrado mette in contatto, si vedono in tutta la loro forza le tensioni, le frizioni ma anche le prospettive e i disequilibri dinamici che riconfigurano i processi storici e sociali.

Vale anche per le nostre cellule, la cui sopravvivenza dipende dai recettori proteici presenti su quel confine poroso della vita che è la membrana. Recettori gravati del difficile incarico di correttamente identificare e selezionare cosa accogliere della caotica ma fertile gelatina extracellulare: «Ehi, quel che mi si avvicina è un virus che entrato al mio interno mi distruggerà, oppure è un fattore di crescita, o forse un vaccino che mi allena alla difesa, o soltanto uno stimolo al cambiamento?» Difficile capirlo sempre a priori, nel micro come nel macro universo le apparenze e le esperienze ingannano. E vale al contempo per le società umane, per i loro “recettori sociali” così tanto più grandi, raffinati e complessi dei minuscoli omologhi cellulari, da sembrare talvolta persino dotati del dono (apparente ?) della libertà. Caratteristiche indubbiamente apprezzabili, dal nostro punto di vista, ma che non necessariamente portano a scelte più efficaci ed azzeccate.

Noi siamo obbligati a dover sempre capire cosa cambiare e cosa salvaguardare, cosa accogliere e cosa rifiutare.

E' sul limes che in tempi di crisi si sono fatti nel bene e nel male tutti gli “imperatori” (cioè, mutatis mutandis, le scelte di governo), è sul limes che si è plasmato il mondo nuovo (non necessariamente migliore), è attraverso il limes, una linea che è anche un crocevia, che si è deciso che strada prendere. Di sicuro, quel che accade al confine conviene osservarlo bene, ed è per questo che le classe dirigenti sotto pressione (se “ricettive”), in tempi di mutamento hanno sentito l'esigenza di spostare fisicamente presso i propri limes la propria capitale, contro ogni logica superficiale di sicurezza; è valso sia per i grandi imperi dell'ovest che dell'est, quando i palazzi hanno abbandonato le sponde del Tevere e del Fiume Giallo, divenute troppo lontane per udire le voci sul futuro.

Ebbene, lo scorso fine settimana, sul confine orientale d'Italia in cui oggi passano ignorandosi la rotta migratoria balcanica e i container della nuova Via della Seta, è accaduto che la cittadina slovena di Nova Gorica (13 mila abitanti e prati ben curati) è stata nominata Capitale Europea della Cultura per l'anno 2025: titolo che per regolamento viene conferito ogni anno a due città appartenenti a due diversi Stati, membri dell'Unione Europea, con l'aggiunta ogni tre anni di una città appartenente a uno Stato candidato.

Nova Gorica ha battuto tutti i suoi connazionali: ha sconfitto la sua grande capitale Lubiana, ha superato la costa brulicante di turisti di Pirano accoppiata al porto di Capodistria, è stata preferita al fascino mitteleuropeo di Ptuj, dopo aver già sorpassato, alla prima selezione, le romantiche Kranj e Lendava.

Proprio così, ha vinto Nova Gorica. Ossia quel “piccolo quartiere” spaesato disegnato da un estimatore di Le Corbusier; quell'arioso boschetto punteggiato di rose e moderni rettangoli condominiali e spuntato dal nulla su un grande cimitero sbancato a mano da torme festanti di giovani pionieri delle magnifiche sorti collettive; quel terno secco di casinò scintillanti al neon, anch'essi in qualche modo inno visibile alle “magnifiche sorti”, seppur più prosaicamente, individuali.

Come ha fatto a vincere Nova Gorica? Come ha fatto a diventare Capitale Europea della Cultura con quei concorrenti? Ci è riuscita perché dentro un efficace proposta culturale di rigenerazione urbana ha osato spezzare il paradigma consolidato da 35 anni (la prima Capitale a essere designata fu Atene nel 1985) per cui, ogni anno, il titolo (coi finanziamenti e il conseguente ritorno di immagine) di Capitale Europea della Cultura viene assegnato a turno su base esclusivamente nazionale, secondo una concezione altamente egalitaria ma allo stesso tempo burocratica e reticente dell'idea stessa di identità europea.

All'Italia sarebbe dovuto toccare nuovamente solo nel 2033 (l'ultima Capitale Europea della Cultura in territorio italiano, fu Matera nel 2019), mentre nel 2025, appunto, la capitale designata doveva essere slovena.

Invece Nova Gorica (“Nuova Gorizia”) si è candidata unita con la città di un altro Stato, per quanto si trattasse di sua “sorella”, divisa dai muri della storia; ha preparato con minuzia i suoi progetti insieme a Gorizia, la “vecchia” Gorizia, la “stara Gorica” che era stata per secoli, contemporaneamente ed elegantemente, neolatina, slava e germanica, quasi una Europa in miniatura.

I due sindaci Klemen Miklavic e Rodolfo Ziberna (il secondo, fatto tanto più notevole, con alle spalle una storia familiare di profughi istriani), hanno per la prima volta rivoluzionato la “occhialuta” (la Coscienza del buon Zeno di Italo Svevo ha proprio a Gorizia la sua illuminazione) prudenza redistributiva e spartitoria di chi persiste nell'immaginare gli Europei come incapaci di pensarsi, di vedersi e di sentirsi semplicemente come tali.

All'annuncio della vittoria, frutto anche del coraggio della Commissione giudicante, un boato di scomposta (perciò autentica) e liberatoria esultanza ha attraversato il confine e la piazza Transalpina che ne è il simbolo, scacciando con la gioia il ricordo di tutti quei boati d'ordigno che hanno fatto di Gorizia, a partire dal Prima Guerra Mondiale, uno dei posti più tormentati della storia. Per chi quella storia la conosce o l'ha subita, è stata una catarsi. Con questo nuovo abbraccio, si apre un palcoscenico di rilancio per due città straordinarie per vicende storiche, valore simbolico e conformazione ambientale ed architettonica; concepite ed auspicate ognuna, in epoche diverse dalla Belle Epoque al Secondo Dopoguerra, come città-giardino esemplari per qualità della vita.

Così, senza poter vantare i valori artistico culturali e il passato degli altri contendenti, ma con una chiara idea di che cosa può essere il futuro, Nova Gorica, l'inaspettata gemma urbanistica sbocciata per contrasto e mimesi sulla antica madre, con un gesto generoso ha battuto tutti.

E insieme, nel claim Go borderless!, Nova Gorica e Gorizia dimostrano cosa può essere l'Unione Europea. Toccava alla Slovenia avere una Capitale europea della cultura; ma se l'è guadagnata anche l'Italia. A pensarci bene per la prima volta, se l'è presa l'Europa, e basta."

Gorizia: mission turistica cercasi

Nel Vermount, per movimentare il turismo, hanno dovuto inventare il Foliage. A Gorizia che di attrattività ne ha da vendere, si è incapaci di un organico progetto di sviluppo su questo fronte. Grazie, quindi, a Nova Gorica che ci ha fatto salire sul suo carro vincitore. La proposta presentata, infatti, è stata di straordinaria intelligenza. Perché, mai, Nova Gorica ce l’avrebbe fatta da sola, perchè e a competere nella scelta c’erano Ljubljana, Pirano e Ptuj. Tutte città che, dal punto di vista culturale, hanno di che vantarsi. Insomma, tanto per mettere i puntini sulle “i” nel 2025 il titolo di Capitale europea della Cultura spettava ad una città slovena ed una città tedesca. Nova Gorica ha presentato una candidatura che ha nella cooperazione transfrontaliera con Gorizia il proprio punto di forza per valorizzare, nel miglior modo possibile, un territorio transfrontaliero unico. E gli intellettuali l’hanno ben capito se Paolo Mieli, Ferruccio de Bortoli, Massimo Cacciari, Vittorio Sgarbi, Ernesto Galli della Loggia, Quirino Principe, Sergio Romano, Marcello Veneziani e Alessandro Barbero hanno formalmente sostenuto questa candidatura.

Il programma, su cui si baserà questa occasione unica, più che di rilancio, oserei dire di vera e propria sopravvivenza è ormai pronto. Il titolo presuppone la realizzazione di un programma culturale della durata di un intero anno solare, dotato di originalità ed elevato livello qualitativo. Il termine per la presentazione del primo programma culturale (il cosiddetto bid book) è scaduto il 31 dicembre 2019. Le proposte sono state esaminate a febbraio 2020 da una giuria di esperti indipendenti, che ha preselezionato le candidature di Nova Gorica e Gorizia, Ljubljana, Pirano e Ptuj. Il secondo bid book di ben 100 pagine è stato consegnato ufficialmente il 24 novembre 2020. E chiunque lo può consultare. Nova Gorica e Gorizia sono state proclamate Capitale europea della Cultura 2025 il 18 dicembre 2020.

A prescindere dagli eventi che saranno realizzati nel 2025, qualche riflessione va fatta partendo da un’altra straordinaria circostanza che ha interessato il nostro territorio e che è andata persa: il centenario della grande guerra. Mentre la vicina Slovenia ha individuato e valorizzato i percorsi (sentieri di pace) a Gorizia non si è fatto alcunchè. L’esempio più eclatante è il monte Calvario, sulla cui cima non si trova una, dico una, nota storica informativa, nonostante l’importanza del luogo. Dopo l'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale il 24 maggio 1915, il Calvario divenne insieme al Sabotino e al monte San Michele, uno dei tre baluardi della testa di ponte austro-ungarica a difesa della città di Gorizia. La collina, seppur di altura modesta, venne fortificata con trincee e nidi di mitragliatrice. Le pendici vennero disboscate, al fine di non offrire alcun riparo agli attaccanti, e costellate di reticolati e filo spinato. Un'ulteriore protezione veniva fornita dalle artiglierie austroungariche posizionate sulle vette retrostanti come il Sabotino ed il monte Santo. Tra il 6 ed 7 agosto 1916, durante le prime fasi della sesta battaglia dell'Isonzo, la 58ª divisione austro-ungarica, che presidiava la vetta del Podgora, fu travolta dall'avanzata delle brigate Pavia, Cuneo e Casale che dilagarono verso Oslavia e l'Isonzo. La sera del 7 agosto gli austro-ungarici tentarono un ultimo contrattacco che fu però respinto con gravi perdite. A mezzogiorno dell'8 agosto le ultime truppe imperiali sul Podgora si arresero agli italiani che il giorno seguente entrarono a Gorizia.

Sarà pur vero che, prima di ogni viaggio, il turista accorto si documenta o dovrebbe documentarsi su ciò che intende approfondire a proposito di un territorio. E Turismo FVG, a questo proposito, ha certamente cercato di fare la sua parte allestendo delle pagine specifiche, ma ciò non toglie che quanto fatto, ad esempio, sul Monte San Gabriele dalla Slovenia (in partenariato con il Governo Italiano) è il miglior esempio di come si sarebbe dovuti intervenire per raccontare la Storia del nostro territorio. Mentre la mappa interattiva di turismo FVG non mostra, a Gorizia, alcun monumento.

Che fare, quindi, per non piangere soltanto sul latte versato, ovvero per una occasione persa? Personalmente ritengo che al di là delle occasioni, com’è stato il centenario della Grande Guerra e come sarà per GO 2025, ciò di cui Gorizia ha davvero bisogno è di rimboccarsi le maniche (politici, amministratori, imprenditori, uomini di cultura ecc.) per studiare assieme quale possa essere la sua ideale mission, ovvero l’identità sulla quale costruire il suo futuro. Le idee non mancano, ma è necessario emergano per poter essere discusse e condivise, una specie di Stati Generali, in pratica. Come aveva a suo tempo anche osservato Paolo Rumiz dalle pagine di Repubblica, di ritorno da Waterloo, interrogandosi sui motivi che ancora non hanno indotto, chi avrebbe il potere di farlo, a valorizzare i siti legati alla grande guerra. “Così, luoghi d' orrore diventano luoghi d' incontro e riconciliazione per l' Europa. Una strada dove l' Italia è ancora indietro, anche in luoghi-simbolo come il fronte dell' Isonzo”.

E, sotto questo punto di vista, viene quasi da piangere all’idea che il Comune di Gorizia ha avuto, nel 2017, di inoltrare richiesta di contributo alla Regione per la sistemazione del “Percorso del re”, ovvero il camminamento che, conduce al largo bastione settentrionale del castello, che all’epoca del conflitto offriva un punto di vista privilegiato sul fronte. “Ancora oggi (informa il sito istituzionale let’s go) è denominato “Osservatorio del re” poiché si diceva che proprio in questo punto il re d’Italia Vittorio Emanuele si fosse fermato a seguire le operazioni belliche durante la sua visita a Gorizia nel luglio del 1917. Oggi da qui si accede al Parco urbano del Castello.”

Il bando regionale che ha visto accolte, in prima istanza, le domande di contributo dei comuni di Malborghetto Valbruna, Tarvisio, Clauzetto, Tramonti di Sopra, Stregna e San Pier d’Isonzo, la dice lunga sulla capacità dell’Amministrazione di vedere al di là del centro cittadino. Come se il territorio delle sue frazioni, con le peculiari ricchezze che gli sono proprie non esistesse neppure. E questa considerazione, o meglio presa d'atto, lascia davvero l'amaro in bocca.

La foto di Piazza Vittoria è di Beny Kosic

Leonor Fini: donna d’arte, desiderio e libertà con Trieste nel cuore

Chi appartiene alla mia generazione è certamente cresciuto a pane e cineforum. Difficile quindi non considerare il cinema come fondamentale momento di crescita e, qualora possibile, coinvolgere gli amici in un dialogo e confronto culturale. Personalmente amo le rassegne tematiche, e di anno in anno propongo titoli che molto spesso escono dai tradizionali circuiti commerciali. Salvo celebrare o commemorare particolari momenti com’è stato, ad esempio, il 23 agosto per il coinvolgente film di Giuliano Montaldo Sacco e Vanzetti del 1971 e che quest’anno compie, quindi, giusto giusto 50 anni, premiato tra l’altro quell’anno al Festival di Cannes. Il 23 agosto del 1927, infatti, gli italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono condannati a morte nonostante le prove che li scagionavano, uccisi sulla sedia elettrica, nel penitenziario del Massachussetts (Usa). Memorabili, di quel film, l’interpretazione di Gian Maria Volontè (soprattutto nell’indimenticabile monologo) e la colonna sonora di Ennio Morricone.

Una delle mie rassegne cinematografiche personali, che ho particolarmente amato, ha tracciato il ritratto artistico di numerose pittrici rimaste pressoché sconosciute, se non usurpate nella fama dal marito. Com’è stato, ad esempio, per Margaret Keane, all'anagrafe Peggy Doris Hawkins. Nata il 15 settembre nel 1927 a Nashville, Tennessee, dopo anni non facili a metà degli anni 1950 conosce e sposa Walter Keane. Lavora come artista e inizia a vendere le proprie opere utilizzando il nome del marito. I suoi lavori sono cupi e intensi. Nella seconda metà degli anni sessanta divenne famosa in tutto il mondo per un caso di furto artistico di cui è stata protagonista insieme al marito dell'epoca, Walter Keane. Egli, infatti, si era appropriato delle opere degli orfanelli con i grandi occhi, vendendole a proprio nome. La vera artista, pur essendo inizialmente d'accordo per la convinzione che non sarebbe altrimenti riuscita a vendere le sue opere, citò comunque in giudizio l'ex-marito e vinse la causa dipingendo un quadro in tribunale. Margaret, oggi, con sessanta anni di carriera alle spalle continua a dipingere nella sua casa in California. I soggetti favoriti di Keane sono donne, bambini o animali dagli occhi enormi praticamente sproporzionati. La sua storia è stata raccontata dettagliatamente nel 2014 con il film di Tim Burton – un appassionato collezionista dei lavori di Keane – “Big Eyes”, con Amy Adams nei panni di Margaret.

A rimarcare, smontandola, l’idea stereotipata che un artista dovesse essere per forza un uomo fu invece Leonor Fini, (Buenos Aires, 30 agosto 1907 – Parigi, 18 gennaio 1996) pittrice, scenografa, costumista, scrittrice, illustratrice e disegnatrice italiana, esponente del Surrealismo internazionale. A lei il cinema, fino ad ora tuttavia, ha dedicato soltanto alcuni documentari, quale ad esempio l’inedito, prodotto in Belgio, di Chris Vermorcken e “Mais où est Leonor?” del 2009, diretto da Giampaolo Penco con la collaborazione di Corrado Premuda che ripercorre tra Parigi e Trieste alcune tappe importanti della vita e della carriera della pittrice attraverso immagini, documenti e filmati di repertorio e grazie ai racconti di alcuni amici dell’artista. Di Corrado Premuda, peraltro, è anche il gradevolissimo libro dall’originale titolo Un pittore di nome Leonor che regala il ritratto di una bambina sognatrice e curiosa, e dell’affascinante città dov’è cresciuta, crocevia di lingue, culture e religioni differenti, Trieste appunto.

Nata a Buenos Aires nel 1907 da padre italo-argentino e madre triestina, la creatività di questa grande surrealista in Italia non fu, forse, mai veramente compresa. «Sua madre, Malvina Braun, scopre presto l’indole violenta del marito. Con un tocco di asburgica indipendenza salpa così alla volta di Trieste portando con sé la piccola Leonor: che cresce nella casa borghese di famiglia insieme alla mamma e allo zio Ernesto, un colto avvocato» come ha raccontato Marianna Accerboni, curatrice della mostra Leonor Fini. Memorie triestine che è rimasta aperta fino al 22 agosto di quest’anno al Polo Museale del Porto Vecchio di Trieste. L’arte del travestimento, che ha caratterizzato la sua vita rendendola indimenticabile per tutti coloro che l’hanno conosciuta, Leonor l’ha appresa fin da piccola. La mamma, infatti, per qualche anno la vestirà da maschietto, temendo un rapimento da parte del padre che cerca di riaverla ad ogni costo. Leonor si dedicò a diversi campi dell’arte: pittura, incisione, scenografia e costumi per cinema e teatro, design, illustrazione, scrittura. Scelse di vivere a Parigi dove riuscì a costruire una lunga, fortunata e, soprattutto, riconosciuta carriera. Qui, entrò in contatto con i massimi esponenti della pittura e della letteratura surrealista (senza tuttavia unirsi ufficialmente al movimento), da André Breton a Salvador Dalí, da Paul Éluard a Max Ernst. Donna d’arte, desiderio e libertà, Leonor Fini ha vissuto un’intensa vita di artista dedicata pressochè esclusivamente ai segreti, ai piaceri, ai dolori e alle manifestazioni della spinta erotica in tutto ciò che è vivente, nella psiche umana fino a quella animale, vegetale e puramente biologica; illustrandola in quadri luminosi e misteriosi che ha continuato a creare fino alla morte avvenuta nel 1996 a Parigi. Non a caso, quindi, in modo fragorosamente appropriato le è stata dedicata alcuni anni fa, a New York, una vasta mostra personale intitolata “Leonor Fini – Theater of Desire: 1930-1990”, nel singolare museo della sessualità. “Il suo legame con il teatro, i suoi romanzi surrealisti, la sua passione per il disegno e la fotografia, i suoi tanti amori, il suo essere libera e dissacratoria ma anche il suo originale concetto di fedeltà e il suo amore per la vita, da sempre così legata alla madre e così spaventata dalla solitudine, tracciano alfine lo specchio di una personalità d'artista unica che valica i confini della pittura per collocarsi di diritto tra i grandi del Novecento.” Wikipedia dixit!

Aironi nel Preval: si avvicina l'autunno

Lunedì 7 settembre del 2015 (mi sembra invece soltanto ieri) scrivevo sul Blog Piazza Travnik questo post. Lo ripropongo con una certa emozione, perchè era da un paio d'anni che non vedevo più gli aironi nella mia amata campagna.

Aironi bianchi, aironi cinerini, e spero arrivino presto anche gli aironi rossi ed i fenicotteri in Val Cavanata. Aspetto, e devo dire con una certa ansia, di vedere online le bellissime immagini che la fotografa naturalista @Margitta Schuff Thomann scatta e che, pubblicandole, immortala la meraviglia del nostro territorio. Oasi del Preval, Isola della Cona, Val Cavanata: nell'Isontino le occasioni per scatti naturalistici non si contano, come ben ci dimostrano anche quotidianamente @BenyKosic o @LucioUlian

"Non conoscevo gli aironi prima di averli visti, lo scorso inverno, fermi, anzi immobili, in mezzo a campi e vigne che fiancheggiano le strade comunali e provinciali che ho percorso: quella che da Savogna porta alla statale del Vallone; quella che da San Lorenzo porta a Mariano ..... sopratutto. Non conoscendolo, perchè mai prima di allora aveva stazionato nelle nostre zone, avevo pensato fosse un animale che vive nei paesi caldi, anche perchè, difatto, l'unico riferimento certo o ricordo che dir si voglia che avevo, era legato a Giorgio Bassani, ferrarese.

Giorgio Bassani, assieme a Cesare Pavese, è uno degli scrittori che più ho amato durante la mia adolescenza e non è un caso, quindi, il fatto che avrei desiderato chiamare mia figlia Micòl, indimenticata protagonista del libro "Il giardino dei Finzi Contini" portato sullo schermo da Vittorio De Sica nel 1970 ed il cui ruolo era stato interpretato dalla eterea Dominique Sanda, mentre quello del fratello Alberto (scelta assolutamente condivisibile) era stato affidato ad Helmut Berger. L'airone è stato, forse, uno dei libri meno noti di Bassani ed anzi forse il più triste perchè affronta, con 40 anni di anticipo, il problema della depressione, malattia riconosciuta ufficialmente, soltanto di recente. Il libro racconta che al protagonista, davanti alla bottega di un imbalsamatore, torna alla mente un airone ucciso durante la mattutina battuta di caccia e gli pare di sentirsi come il volatile, «senza la minima possibilità di sortita». Immaginandosi morto, il protagonista si sente travolgere da «un'onda improvvisa di felicità» e decide che la sera stessa si toglierà la vita.

La depressione, sentirsi in trappola, senza via di fuga: è questo lo schema alla sua radice. Non importa quale sia la situazione specifica: disoccupazione in età matura, matrimonio in crisi, un mare di debiti o altro. Quel che conta è la sensazione che sta alla base. Ci si sente “chiusi dentro”, come in un ascensore bloccato: una claustrofobia esistenziale, simile a quella per i luoghi chiusi e affollati in cui non si vede l’uscita. Bassani che deve averla provata, per averla anticipatamente e dettagliatamente descritta, ha utilizzato le parole per descrivere ciò che Vincent van Gogh ha fatto utilizzato pennello e colori nel suo bellissimo "Sulla soglia dell'eternità".

L'immagine degli aironi l'ho scattata stamattina nel Preval.