Un Natale diverso. La lettera di Gesù Bambino agli uomini

Su gentile concessione dell'autrice, Stefania Conte, pubblichiamo il racconto da lei scritto in occasione del Natale 2020 e pubblicato sul Messaggero Veneto di mercoledì 23 dicembre. Un'occasione per riflettere non soltanto sul senso del Natale ma sul senso stesso della nostra vita.

Oggi è tornato il 25 dicembre. Davanti ai miei occhi sempiterni fanno mostra di sé innumerevoli lettere. Mi sono state inviate dai discendenti di Adamo, messo da mio Padre nel Giardino dell’Eden e da là cacciato perché non seppe attendere il tempo giusto per amministrare la conoscenza. Adamo continuò per difetto e arroganza a non comprendere che sapienza e saggezza vanno amministrate con prudenza. Lo dissi a mio Padre che quel mangiatore di frutta proibita e la sua progenie avrebbero mantenuto il ‘difetto di fabbricazione’. Per ovviare all’ingiuriosa affermazione dello sbaglio, mi resi disponibile a scendere fra gli uomini tentando di porvi rimedio. Pur sapendo che le cose per me avrebbero preso una tragica piega. Ottenni un piccolo corpo di Bambino e gioii quando venni al mondo, trovandomi abbracciato da un’adolescente, che fu Madre misericordiosa. Ho letto le lettere. Alcune non sono indirizzate a me, ma a Babbo Natale, parente stretto dei tre Re Magi che vennero a rendermi omaggio con preziosi doni seguendo una cometa. Altre sono state scritte per Epifania,invocata dai cuccioli d’uomo che non vogliono trovare la calza colma di golosi simboli apotropaici, o di punitivo carbone. Esigono giocattoli costosi e abiti griffati. Una sparuta minoranza di queste missive chiede a elfi rosso vestiti, retaggio del paganesimo, l’esaudimento di desideri fittizi: l’eterna giovinezza, un’automobile, un posto di senatore della Repubblica, la ricchezza. Alcuni mi hanno scritto con grafia e sintassi approssimative, non abituati a soffermarsi su pensieri profondi; m’implorano di essere sanati da una malattia o di sopravvivere alla pandemia. Purtroppo il motivo è l’egoismo: non vogliono lasciare ai parenti gli averi. Nessuno chiede qualcosa per qualcun altro. Pochi sono quelli che spostano il fuoco delle priorità dai desideri al bisogno fondamentale, qual è l’amore. L’Amore che ho per tutti non si affievolisce, ma mi dolgo nel saperli in balia delle tentazioni suggerite dai demoni custodi dei sette Vizi Capitali. Gli uomini sono, nella maggioranza, accidiosi, lussuriosi, iracondi, golosi, invidiosi, avari e superbi. Hanno abbandonato i miei insegnamenti e coltivano la maligna idea dell’invincibilità. La Morte li falcidia contando sulla Guerra, sulla Carestia e sulla neonata Virulenza, ma si vede sminuita da chi si fa beffa di lei. Per questo è venuta a dirmi che i Figli di Adamo sono una partita persa: negano l’esistenza del dolore, volgono lo sguardo oltre i letti d’ospedale, provano indifferenza di fronte a chi annaspa fra le onde e trovano superfluo versare lacrime per i vecchi. Dov’è l’umanità per cui sono nato? Forse il Santo Natale non è più mio, ma di un ingannevole dio minore. Finalmente ho fra le mani la Lettera che cercavo! È scritta sul coperchio di una scatola da scarpe. Le parole appartengono a un uomo dolente, seduto sui gradini di una chiesa. Scrive e piange, perché un tempo era un prete. “Gesù,t’invio questa lettera. L’ho scritta ricordando la gioia provata quando, da bambino,sceglievo le parole con cui rivolgermi a te. Sono invecchiato in un paese che festeggia il Natale in modo laico, evitando i canti inneggianti la Cristianità, arricchendo il presepe con statuine di calciatori, politici e altre icone del successo. La festa non è più sperare nella vittoria della Bontà sul Male. Ieri hanno trovato un neonato nel cassonetto, abbandonato da una madre a sua volta abbandonata dalla stima in sé stessa. Altri bambini, cresciuti sotto le nuvole d’acciaio dell’Ilva di Taranto, sono morti di cancro. Sono spirati ascoltando il pianto della mamma e in sottofondo un giornalista televisivo che dava notizia dell’espulsione del vip di turno dalla Casa del Grande Fratello, un prefabbricato di plastica dove è concesso mettere a nudo l’anima vuota. Un mese fa si è avvicinato a me un uomo e gli ho sorriso. Ogni domenica veniva a messa e il sabato prima si confessava, mostrando pentimento per il tradimento della moglie e per la cocaina sniffata. Non ha risposto con un sorriso ma dandomi cinquanta euro. Non era elemosina, la sua: ha voluto pagare il tempo che negli anni gli avevo dedicato. La mia Fede in te non vacilla, quella negli uomini l’ho perduta nel momento in cui ho visto caricare sui camion militari le bare dei morti per Coronavirus. Le ho seguite all’inceneritore. Quando ho saputo che la misericordia del Governo ha emesso la fattura esigendo il pagamento delle esequie, ho lasciato i voti. Preferisco stare in disparte a meditare su ciò che l’uomo sta perdendo. Nelle settimane precedenti il 25 dicembre, le menti più illuminate hanno sprecato fiato e fiumi d’inchiostro per suggerire come vivere il Natale. Chi ha imposto di darsi agli acquisti per il bene dell’economia; chi a isolarsi per cercare un presepe filosofico dentro sé stesso, trasformando i pensieri fini in mute statuine; gli ipocriti hanno dato l’esempio regalando ai poveri del denaro, ma solo per dimostrare che anche i ricchi piangono. Troppo pochi, se non qualche romantico che piange raccogliendo un pettirosso infreddolito o si commuove ascoltando una donna rimasta sola, comprende cos’è il Natale. Potevamo fare tesoro del dolore, ma abbiamo voltato lo sguardo. Urliamo la nostra libertà e rifiutiamo le regole, ma siamo prigionieri di noi stessi, perché non sappiamo scegliere fra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Gesù, anche se ho perso la speranza di credere negli uomini non ho perso la Fede. Ti ringrazio, perchésdraiato nellacullamostri agli increduli la realtà del mistero del Bambino che incarna la Vita”. Anche oggi rinasco e spalanco gli occhi, aggrappandomi alle parole di questa creatura. Mi scaldano più del fiato del bue e dell’asino, poiché quest’uomo si duole per gli altri. Buon Natale a te che fai dono della mia venuta.

L'autrice, Stefania Conte, di origine veneta si è trasferita anni fa in Friuli Venezia Giulia e, da un paio d'anni, assieme al marito - pure lui scrittore ed editore (Paolo Morganti) vive in frazione del comune di Socchieve. Stefania Conte è scrittrice eclettica. Suo, ad esempio, è La stanza di Piera, romanzo storico, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale. L'Istria, prima e immediatamente dopo il 1943, fa da palcoscenico principale alle vite di coloro che hanno risposto alla dominazione italiana, tedesca e jugoslava con la paura, lo spaesamento, il dolore, la speranza, la gioia, la tolleranza, l'accettazione ideologica e l'odio etnico. Dopo l'Armistizio dell'8 settembre 1943, Mirna Battistella e Libero Martini incrociano le loro vite, nel dramma del genocidio delle fòibe. Piera Leoni è un'istriana che vive a Fianona, paese affacciato sul golfo del Quarnero. Mantenendo una vita scandita dalle abitudini, sembra impermeabile ai fatti della Storia. Il suo impegno principale, cucire rose di stoffa, si svolge all'interno della sua stanza. Libero è un giovane idealista cresciuto ad Albona, che si arruola nelle file partigiane con il nome di battaglia il Sordo. Nel settembre del '43 incontra Piera e sarà fra quelli che la condurranno al castello di Pisino, sede del quartier generale dei partigiani di Tito, dove sarà processata quale nemica del popolo. La vita del partigiano sarà sconvolta dalla scelta inaudita compiuta dalla donna. Sessant'anni dopo, l'uomo scrive le sue memorie. In queste c'è anche la storia di Piera. Il romanzo si basa su fatti e personaggi reali. Ma Stefania Conte è anche autrice di

Gustose calorie invernali

La foto è di braciamiancora.com
Mai come oggi, che è caduta la prima neve della stagione, è tempo di piatti calorici invernali. Insomma quel cibo che evoca di per sé caminetti e candele accese e calici di vino rosso. Quindi, oggi bolle in pentola il mio piatto preferito dicembrino: crauti e salsicce di cragno. Attenzione però! Cragno con la lettera “g” che nulla ha a che vedere con il cranio. Insomma, nulla di più lontano dal cervello di scimmia, quell’allucinante alimento che viene consumato  in alcune aree dell'Estremo Oriente e dell'Africa; che al solo immaginare mi fa venire la pelle d’oca.

 La salsiccia di cragno (“Kranjska klobasa”) secondo quanto racconta il sito istituzionale rappresenta una specialità della cucina slovena, che si annovera tra i principali elementi che costituiscono il patrimonio gastronomico sloveno. Peraltro, essendo un prodotto alimentare tradizionale, a livello nazionale è tutelata dall'indicazione geografica protetta. Preparata solo con carne e grasso suini della massima qualità, con aggiunta di nitrato di potassio, è speziata solo con aglio e pepe e legata con uno stecchino di legno. In superficie la salsiccia di cragno è di colore rosso-marrone e ha un leggero sentore di fumo, al taglio la carne è di colore rossastro, il grasso è di colore bianco panna e compatto. La consistenza è soda, croccante e succosa, l'aroma è pieno e caratteristico della carne suina salata, stagionata ed affumicata.

La salsiccia di cragno risale ai tempi dell'Impero austroungarico e prende il nome dalla regione della Carniola che, fin dal 15° secolo, rappresentava la principale regione del territorio nazionale sloveno e l'unica regione interamente slovena. Una delle più antiche testimonianze scritte dell'esistenza della salsiccia di cragno si trova nel libro di ricette "Süddeutche Küche" di Katharina Prato del 1896, in cui si menziona la preparazione della salsiccia di cragno. Le istruzioni più antiche su come preparare e cuocere la salsiccia di cragno furono pubblicate nel 1912, nella sesta edizione del ricettario "Slovenska kuharica" di Felicita Kalinšek. Gli storici dell'antica Lubiana la menzionano come piatto principale dei menù per cerimonie e altri eventi importanti. (Fonte: Bogataj, 2011. Mojstrovine s Kranjsko klobaso iz Slovenije - Piatti sublimi con la salsiccia di cragno slovena.)

Si tratta indubbiamente di uno dei piatti della gastronomia slovena più celebri a livello internazionale. Gli emigrati sloveni l’hanno esportata in tutto il mondo, rendendo il suo nome riconoscibile ovunque. In Slovenia è nota con il nome di “kranjska klobasa”, nel mondo germanico come “krainer wurst”, in quello anglosassone come “kransky sausage” e in Italia come “salsiccia di cragno”. Nella cucina triestina che consulto abitualmente, per i piatti locali, e che rappresenta sempre il mio punto di riferimento quando ancora Giallo zafferano era al di là da divenire il riferimento più importante per i tentativi culinari, il sistema di cottura consigliato è lesso o fritto. E’, in pratica, questione di gusti.

Per il sistema di cottura dei crauti, invece, ancora oggi seguo le indicazioni della mia amata suocera che, (cuoca in sanatorio, nella cucina dedicata ai medici ci teneva a sottolineare) mi ha trasmesso alcuni suggerimenti , tenterei di dire segreti, per piatti dal sapore sublime. Regola fondamentale da rispettare per i crauti è, ad esempio, l’ingiallimento. Che altro non sarebbe che la farina soffritta, versata quando i crauti sono ormai quasi cotti, prima dell’ultima bollitura. Per il resto gli ingredienti restano gli stessi presenti in ogni ricetta: due foglie di alloro, un paio di bacche di ginepro, un paio di grani di pepe ed una bella manciata di semi di cumino che, peraltro, noi gente di confine, abbiamo sempre chiamato kimmel.

Kimmel è palesemente la distorsione del tedesco kümmel che, tradotto, sta proprio per semi di cumino. Paese che vai lingua che trovi, si potrebbe dire. Certamente tale detto sarà valido dappertutto ma non nelle zone di confine, dove la contaminazione, sotto tutti i punti di vista, non è l’eccezione bensì la regola. Ho scoperto, infatti, che (voce wikipedia) il Kümmel, anche denominato kummel o kimmel, è un liquore aromatizzato con il seme di cumino dei prati, cumino e finocchio, dolce e incolore. Si spiega anche  che originariamente, le parole kümmel, kummel e kimmel sono rispettivamente i termini in qualche modo generici nelle lingue tedesca, olandese e Yiddish, ed indicano sia il cumino dei prati che il cumino. Per esempio, il cumino dei prati tedesco è denominato Echter Kümmel mentre il cumino è denominato Kreuzkümmel, ma il termine Kümmel è usato anche per il liquore aromatizzato con queste spezie.

La faccenda si complica quando, nel tentativo di risolvere l’arcano della ricetta della cara nonna Ernesta, che non mi ha mai parlato di Cumino bensì sempre di Kimmel, scopro che Carvi o cumino dei prati è tutt’altra cosa rispetto al Cumino vero e proprio, citato nella maggior parte delle ricette che fanno riferimento ai crauti. In un sito specializzato che fornisce spezie ai ristoranti stellati leggo, infatti, che i semi di kummel – o Carvi – a prima vista possono essere scambiati per semi di cumino, seppur questi ultimi sono più grossi e chiari. Richiamano una nota aromatica molto intensa simile al limone. Storicamente sostenuti dagli inglesi, per le proprietà digestive, possono essere usati interi o macinati, in base alla ricetta. Il loro intenso aroma e sapore si farà sentire sugli altri per cui basta utilizzarne pochi per avere tutta la loro aromaticità. Adatti alle carni di ogni tipo, salsicce ed insaccati, arrosti di maiale e formaggi semi-stagionati come il gorgonzola. Si adattano magnificamente anche alla cucina vegana o vegetariana, per cucinare minestre ed insalate, come ad esempio quella di cavoli. Eccellenti per la preparazione di pane, trecce e brioche. Che in epoca di globalizzazione, fast food, insomma cucina mordi e fuggi sia andata, alla fin fine, perduta  questa sottile distinzione e dei vari cumini si sia fatto di tutta un’erba (ops!) di tutti i semi un fascio?

Frammenti di storia e storie. il conte Giacomo Ceconi

 

Cosa accomuna il castello del conte Giacomo Ceconi di Pielungo con la villa che fu sede del convitto delle madri Orsoline in via Montesanto a Gorizia? E’ una storia nemmeno tanto lunga e ve la voglio raccontare. Come ho scritto nel mio profilo di presentazione, sono nata a Gorizia, in via San Gabriele, quando ancora le chiome degli imponenti ippocastani erano il tetto delle nostre verdi dimore. Ho fatto a gara sulla collina per dimostrare il mio il coraggio nel folle gioco di superare il reticolato quando ancora i drusi erano gli orchi che mangiavano le bambine. Ho passeggiato nelle sere d'estate a caccia di lucciole lungo un confine che definiva e divideva due mondi e, come tutte le altre bambine del quartiere, l’asilo (non si chiamava ancora scuola materna) e le elementari le “ho fatte” dalle Orsoline.

La sede della scuola e del convento delle Orsoline occupava un grande spazio che, in parte, alla fine degli anni ’70 è stato destinato ad area per l’edilizia privata, a seguito della revisione del piano regolatore generale curata, all’epoca, dall’arch. Roberto Costa. All’interno della proprietà tre distinti edifici che, nel tempo, hanno subito destinazioni diverse. Quello prospiciente la via Palladio utilizzato ancora oggi  quale scolastica, quello posto all’imbocco di via Palladio, progettato dall’arch. Max fabiani ed oggi in vendita. Ed, infine, l’imponente villa che Giacomo Ceconi fece costruire per i suoi figli che frequentavano le scuole a Gorizia, anch’essa oggi in vendita.

Ecco svelato, quindi, il connubio. Ma chi era Giacomo Ceconi vissuto a cavallo del ‘800 e del ‘900, tra l’ Impero Austriaco e il Regno d’Italia? Incomprensibilmente, ma forse nemmeno tanto, tenuto conto che la odonomastica (termine corretto per definire l’attribuzione del nome a strade e piazze) non è mai stata utilizzata, a Gorizia, per costruire il senso di appartenenza della Comunità cittadina. Tutt’altro. Come ha ben chiarito Marco Barone, nel suo contributo, si è fatto di tutto per cancellarla. Evocando una storia, soltanto recente, che nulla ha a che vedere con la storia pluricentenaria della città e del Goriziano. Gorizia, in pratica, racconta la sua storia attraverso una toponomastica inequivocabilmente legata agli eventi bellici della prima guerra mondiale ed ai suoi protagonisti. Cadorna, Diaz, Cascino, Scodnik ecc.. Personalmente, ritengo ingiusto si ignorino i suoi 1000 anni di storia, ma soprattutto i secoli del suo massimo splendore: il settecento e l’ottocento.

Ed è a cavallo tra l’800 e l’inizio del ‘900 che si sviluppa la storia di Giacomo Ceconi, Costruttore di ferrovie, strade e porti, Giacomo Ceconi – morto a Udine nel 1910, a 77 anni – è rimasto nella storia europea quale realizzatore di due grandi opere in particolare: il tunnel dell'Arlberg (1880-1883), per collegare il Tirolo al Voralberg, e la galleria della Wochein-Bohinj (1900-1906) sulla linea Transalpina che, dopo il monumentale ponte di Salcano sull'Isonzo, approda a Gorizia per proseguire per Trieste-Campo Marzio. Dopo le ferrovie, terzo fiore all'occhiello, se così possiamo chiamarlo, del grande impresario, è la Strada Regina Margherita (1889-1891) da Casiacco a Pielungo, realizzata per togliere dall'isolamento il suo paese natale e altre borgate della valle.

Giacomo Ceconi nacque  a Vito d'Asio, allora provincia di Udine e sotto l'Austria, nel 1833. «Povero e rimasto analfabeta fino ai vent'anni», comincia come manovale a Trieste, dove la sera frequenta «corsi di disegno, calligrafia, arti e mestieri». Lavora alla Sudhbanh, la Ferrovia Meridionale, e poi – già come capo operaio – alle stazioni di Klagenfurt e di Zagabria. Passa quindi ai subappalti, fino al 1865, quando si affranca del tutto. Costituita la sua impresa, prima di cimentarsi con l'Arlberg, costruì un tratto ferroviario in Baviera e le stazioni di Tarvisio e Pontafel, la parte austriaca di Pontebba. Opera nel porto di Trieste e in altri della Sardegna. Naturalmente la sua opera più impegnativa resta il tunnel dell'Arlberg, inaugurato il 20 settembre 1884 da Francesco Giuseppe: in suo onore, una collina della zona fu denominata Ceconi-Hugel. Anche la galleria della Wochein (Bohinj), oggi in Slovenia, è rimasta nella storia: nel 2006 ha compiuto cent'anni e nell'occasione il Comune di Bohinjska Bistrica ha dedicato una piazza al suo costruttore.

Gorizia, invece, lo ha fino ad ora ignorato del tutto. E ciò anche se una città dovrebbe dedicare le sue vie ai grandi che le danno onore e a cui vuol dare onore, ai grandi di cui si vanta, la cui vita, conclusasi ieri, illumina la vita di coloro che vivono oggi. Chi dà il nome a una strada o a una piazza ammonisce chi abita in quella strada o quella piazza a vivere come lui, si presenta come modello di vita, di professione, di arte, di scienza o sapienza.

Uno spaccato della straordinaria storia della famiglia Ceconi è raccontata nel romanzo di Hans Kitzmuller, discendente del nobile friulano, “Viaggio alle Incoronate”.

Per saperne di più sulla storia di Giacomo Ceconi, si consiglia la lettura di questo approfondimento.

 

La torta Linzer alla maniera di Franca

Noi, gente di confine, amiamo lo strudel di mele e la torta Linzer. Che sia tutta una questione di DNA? Ma come resistere davanti ad una coppa di crema pasticcera (la base per la carsolina) o di un tiramisù? Insomma quei dolci che a me, personalmente, piace offrire in monoporzioni dopo aver steso sul fondo due biscotti imbevuti di caffè ed averci versato sopra un cucchiaino di cacao amaro. Sia nella crema pasticcera che nel tiramisù. Perché rispetto la ricetta tradizionale che vuole i savoiardi nella teglia o terrina per la crema pasticcera, base per la zuppa inglese, amo utilizzare i coccini bianchi. E qui, tenuto conto che le ricette per la crema pasticcera e per il tiramisù sono pubblicate in centinaia di siti web, appunto il mio consiglio per una crema pasticcera perfetta. Non c’è altro da fare che conservare in un bicchiere un po’ del latte freddo utilizzato e, a fine cottura, aggiungerlo lentamente all’impasto tolto dal fuoco. La crema apparirà incredibilmente liscia. Mentre gli albumi, che è sempre un peccato gettare via, li utilizzo per fare la Pavlova. Anche in questo caso con una piccola variante. Nel senso che, invece di distendere la meringa a cerchio, getto le cucchiaiate seguendo il perimetro di una cerchio. In tal modo costruendo una ciambella che, a fine cottura, risulterà molto più semplice tagliare a fette, dopo avervi versato sopra la panna montata ed i frutti di bosco.

In attesa di riprendere a dedicarmi all’arte culinaria, tenuto conto che d’estate cerco di evitare di accendere forni, fornelli e, comunque, di limitare l’assunzione di calorie, ecco che – una sera all’improvviso – scopro che anche una torta può essere talmente squisita da chiedere la ricetta a Franca che l’ha realizzata stoicamente, accendendo il forno in un torrido pomeriggio di agosto. La torta che Franca ci ha portato e che ha concluso la serata piacevolmente trascorsa sotto il gazebo, nel mio amato cottage garden, è una variante della famosissima torta Linzer che, lo dice il nome, prende il nome dall'omonima città di Linz. In pratica, è una torta austriaca con un disegno a forma di reticolo sopra l'impasto.

Questa la ricetta:

Ingredienti: 1 uovo intero + 1 tuorlo, un pizzico di sale, 100 g zucchero integrale, 1 cucchiaio latte, 2 cucchiai succo di limone, 100 g burro + 20g per la tortiera, 100 g mandorle non pelate tritate, 2 cucchiaini cannella, 150 g farina integrale, 2 cucchiaini lievito vanigliato, marmellata di ribes, noci.

Preparazione: lavorare a crema uova e zucchero e poi aggiungere di seguito gli altri ingredienti fino a formare un panetto morbido. Avvolgerlo con la pellicola e metterlo in frigo per 20 minuti. Stendere circa metà del panetto per ricoprire il fondo della tortiera già infarinata, poi dopo aver formato i bordi stendere la marmellata. Stendere il resto della pasta frolla e tagliare i nastri. Sistemare i gherigli delle noci e infornare.

Forno termoventilato: 20 minuti a 180 gradi.

Ecco qua! Non difficile ed assolutamente squisita. Provare per credere.












 

Gorizia e la questione del nazionalismo nell'odonomastica


La toponomastica (o odonomastica)
è una questione che mi sta particolarmente a cuore, come ben lo sanno coloro i quali segueno questo Blog! E' naturale quindi ci ritorni periodicamente, con l'obiettivo di far radicare un concetto che, a mio avviso, è importantissimo. Ovvero quello di chiarire che la normativa in materia di toponomastica ha il fine di costruire la memoria collettiva di una Comunità. Ringrazio, quindi, l'avvocato Marco Barone per l'analisi svolta in occasione dell'incontro che si era svolto l'autunno scorso (e che qui sotto viene pubblicato integralmente) che manifesta, qualora ce ne fosse stato bisogno, il senso univoco delle scelte operate dalla Amministrazione comunale di Gorizia. Scelte che, perlomeno da vent'anni in qua, sono state riproposte ed esasperate ed a proposito delle quali certamente ritorneremo.

"O Gorizia, tu sei maledetta, un noto verso poco amato dalle parti di Gorizia, una città vittima sull'altare di due catastrofiche guerre mondiali, a partire dalla prima, con la quale venne sottratta all'Austria, che per qualche misterioso motivo era nota come la "Nizza d'Austria" per diventare la città "santa d'Italia". E di vie dedicate a santi comunque ve ne sono diverse a Gorizia. Se ne contano una decina. Ma quelle che abbondano di più, rimanendo in tema, solo le vie dedicate al “militarismo” che hanno segnato in modo potente l'identità di questa città. Gorizia fa rima con guerra, con eserciti, con militarismo. Ma questa storia può anche cambiare in una società che vuole lasciarsi alle spalle un passato superato e che si auspica di non dover più rivivere.

Sono ad esempio una ventina le vie dedicate alle brigate e reggimenti vari come la: BRIGATA ABRUZZI, BRIGATA AVELLINO, BRIGATA CAMPOBASSO, BRIGATA CASALE, BRIGATA CUNEO, BRIGATA ETNA, BRIGATA GRANATIERI DI SARDEGNA, BRIGATA LAMBRO, BRIGATA PAVIA, BRIGATA RE, BRIGATA SASSARI, BRIGATA TOSCANA, BRIGATA TRAPANI, BRIGATA TREVIS,DIVISIONE GORIZIA, DIVISIONE JULIA, DIVISIONE MANTOVA,Reggimento Piemonte, Terza Armata, Reggimento "Cavalleggeri di Lodi", QUARTO STORMO CACCIA. Ci saranno ovviamente vie dedicate a date simboliche nella prima quanto per i fatti della seconda guerra mondiale, come via 9 agosto, via 4 novembre, via 24 maggio, o largo 27 marzo.  Così come non mancheranno le classiche vie dedicate a personaggi simbolici o similari, come gli immancabili, per citarne alcune, Cadorna, Diaz, D'Annunzio, Duca d'Aosta,via Martiri della Libertà d'Italia, piazza della Vittoria, via Oberdan, corso Italia, via Volontari irredenti giuliani martiri della libertà d'Italia, per arrivare a una via Balilla. Balza all'occhio anche la via dedicata a Balilla. Che da una prima lettura potrebbe far pensare all'Opera Nazionale Balilla, istituzione fascista creata da Benito Mussolini, a carattere parascolastico, fondata nel 1926 e sciolta nel 1937, quando per ordine del duce confluì nella Gioventù italiana del littorio (GIL), alle dirette dipendenze del Partito Fascista. Ma in verità trattasi  di tale Giovan Battista (Giambattista) Perasso, detto Balilla, irredentista, genovese, e neanche a dirlo, anti austriaco.  Passando dalle vie dedicate a monti o fiumi sacri per la guerra, come via Piave, via MONTE CALVARIO, via del MONTE CANIN , via del MONTE FESTA, via del MONTE HERMADA via del MONTE LUNGO, via del MONTE NERO, via del MONTE SABOTINO, via del MONTE SANTO, via del MONTE SEI BUSI, via del MONTECUCCO, via del MONTEGRAPPA. via del Montello, salita Monteverde.  Insomma, l'odonomastica fotografa l'identità di una città, questa è quella che si è voluta sino ad oggi preservare a Gorizia. Identità profondamente nazionalista e militarista. La storia non si cancella, ma la toponomastica e l'odonomastica, i nomi delle vie, delle piazze, che determinano l'identità dei luoghi, e i valori che si vogliono tramandare, sì. Si possono riscrivere.

Contrariamente da come si potrebbe pensare non tutte le città italiane hanno una via, un piazzale, dedicata alla via simbolo della Resistenza e della liberazione dal nazifascismo, data universale, a prescindere da quando poi la liberazione sia effettivamente avvenuta. Ad esempio a Trieste c'è una piazza dedicata al XXV Aprile, a Udine c'è un viale dedicato al 25 aprile, a Pordenone c'è una piccola via dedicata al 25 aprile, ma a Gorizia, questa intitolazione non c'è. Ed è altrettanto interessante osservare come la città confinante con Gorizia, sia invece sfuggita all'italianizzazione dei nomi, ciò perché nata nel 1947, si presume. Miren, sarà Merna, Ljubljana, sarà Lubiana, Koper, sarà Capodistria, ma Nova Gorica non sarà Nuova Gorizia, anche se qualcuno tende a volte a chiamarla così Si può forse discutere sull'accento, su quale sillaba collocarlo, ma non troverai nessuna indicazione stradale, nessuna cartina, niente di niente. Città nata idealmente nel 1947 in relazione alle vicende del confine orientale. Con il Trattato di pace ci sarà la dissoluzione dell'unità territoriale goriziana, che verrà suddivisa tra l'Italia e la Jugoslavia, oggi Slovenia. Una bella e vitale città, voluta per intervento del Comitato speciale presieduto dal Ministro Ivan Maček. Il progetto fu elaborato dall’architetto e urbanista Edo Ravnikar e la prima pietra per la costruzione fu posta il 13 giugno del 1948.  Una città costruita con le brigate lavorative jugoslave. Un pezzo di storia socialista. Il design della città venne ideato dall’architetto Ravnikar. Se Gorizia è anche nota come Gorica, ovviamente, lo stesso non potrà dirsi per Nova Gorica che era, è e forse continuerà ad essere sempre Nova Gorica, almeno fino a quando le due entità territoriali non ritorneranno ad essere una sola cosa per quel progetto della Grande Gorizia/Gorica che potrebbe riunire ciò che è diviso, e l'emblema di questa divisione è rappresentato dall'attuale splendida Piazza della Transalpina. Nel sito del Turismo italiano che a Gorizia dedicava non più di otto righe così si può leggere: "Prima tappa di un percorso alla scoperta del territorio è Gorizia, “città di confine” e punto di incontro di etnie diverse, che conserva nelle sue eleganti architetture i segni della storia e della lunga dominazione degli Asburgo. Tra il suo ricco e variegato patrimonio artistico spiccano il castello medievale con il suggestivo borgo, il Duomo e i Musei Provinciali che valorizzano tutti gli aspetti della cultura locale, includendo anche il Museo della Grande Guerra. Un valore del tutto simbolico ha la moderna Piazza Europa, spazio urbano comune tra Gorizia e Nova Gorica, segno della coesistenza delle due città e del superamento dei conflitti." Piazza Europa!  A Gorizia tutti i cartelli stradali indicano una sola denominazione, piazza della Transalpina, la cui origine risale ai primi del '900. Se cerchi questa piazza su Google Maps, alla voce Gorizia, ti apparirà Piazza della Transalpina, se la cerchi sotto Nova Gorica ti apparirà come Trg Evrope. Solo dalla parte slovena è nota come Piazza Europa, dalla parte italiana nessuno la chiamerà in quel modo. Una piazza che unisce due città, due nazioni diverse, che non riesce a condividere lo stesso nome, che potrebbe essere ad esempio piazza del primo maggio, in ricordo di quel primo maggio 2004 che segnò la caduta dell'ultimo “muro” di questa fetta complessa d'Europa?  

Marco Barone "