Gino de Finetti: un grande artista dimenticato dalla sua terra

C’è un piccolo angolo di paradiso a pochi chilometri da Gorizia, peraltro intriso di storia, e si trova a Corona. La frazione di Corona, situata a Mariano del Friuli è certamente rinomata per i suoi vini rossi ma custodisce anche, nell’oasi verde particolarmente suggestiva d’estate, una storia affascinante legata all'artista Gino de Finetti. Gino de Finetti nacque a Pisino, in Istria, il 9 maggio del 1877 da Giovanni Battista de Finetti e Anna Radaelli. Il padre, ingegnere ferroviario, aveva origini nobili e apparteneva a una famiglia di Gradisca d'Isonzo, mentre la madre proveniva da Roncade. Alla nascita di Gino, la famiglia si trovava in Istria poiché il padre sovraintendeva alla costruzione della ferrovia che collegava Trieste a Pola. L'occupazione del padre portò la famiglia a frequenti trasferimenti, e de Finetti crebbe tra Tarvisio, Vienna, Gorizia, Innsbruck e Trieste. Fin da giovanissimo de Finetti mostrò attitudine e passione per il disegno, legandosi particolarmente all'arte del Tintoretto, e dopo studi classici nel 1895 si trasferì a Monaco di Baviera dove dapprima si iscrisse alla Technische Hochschule (scuola superiore tecnica) e nel 1897 all'Accademia di belle arti di Monaco di Baviera. All'accademia monacense divenne amico di Albert Weisgerber, un altro studente e futuro illustratore di vaglia, e seguì con particolare attenzione le lezioni del professor Heinrich von Zügel, specializzato nella pittura en plein air (all'aria aperta) e in quadri raffiguranti animali (specialmente cavalli). Conclusi gli studi accademici, de Finetti trascorse un periodo in Boemia per dedicarsi alla pittura immerso nella natura boschiva di tale regione. Dal 1901 al 1903 fu a Graz, in Austria, a prestare servizio militare. Terminato il servizio militare, de Finetti rientrò a Monaco dove collaborò con le sue illustrazioni alla rivista Jugend. Nel 1904 si spostò a Berlino, dove lavorò per gli editori Ullstein e Scherl e collaborò con numerose riviste e periodici, sia come illustratore che come vignettista. Fu anche collaboratore di Max Reinhardt, contribuendo all'allestimento di alcuni spettacoli teatrali. Nel 1905 fece un viaggio a Parigi dove entrò a contatto con l'arte di Edgar Degas, Henri de Toulouse-Lautrec e Théodore Géricault. Nel medesimo anno iniziò la collaborazione con il periodico Simplicissimus, protrattasi fino al 1908. Nel 1906 espose per la prima volta con gli artisti della secessione di Berlino: la frequentazione di tali ambienti proseguì fino alla prima metà degli anni '30, anche come membro della giuria di alcune esposizioni.

Nel 1911 si sposò con Martha Bermann, tedesca di Hannover, e aprì uno studio a Berlino, rendendola sua residenza stabile. Nello stesso anno un viaggio a Parigi lo portò a frequentare l'ambiente teatrale, tra cui i cosiddetti Ballets russes (balletti russi) organizzati da Sergej Pavlovič Djagilev. Sempre nell'ambito teatrale, a Berlino lavorò spesso al Deutsches Theater come decoratore. De Finetti pertanto operava come illustratore, grafico pubblicitario, pittore (in special modo a partire dal 1912) e vignettista satirico, collaborando con numerosi periodici tra cui Lustige Blätter, Berliner Zeitung am Mittag e Sankt Georg.

Allo scoppio della prima guerra mondiale de Finetti scelse di non lasciare la Germania e lavorò presso giornali e nella produzione di manifesti pubblicitari: la morte del padre del 1919 lo portò però a frequentare maggiormente l'Italia. Nel 1920 partecipò per la prima volta alla Biennale di Venezia, che lo vide poi tornare in diverse edizioni seguenti (1924, 1928, 1932, 1934, 1953). Sue mostre furono organizzate sia in Germania che all'estero (Polonia, Paesi Bassi, Francia). Nel 1924 una sua mostra personale a Milano ottenne discreto successo. Nel 1922 allestì uno studio presso la villa di famiglia, a Corona, ciò in quanto la dimora fungeva sia da abitazione che da studio. Nel 1926 una mostra ad Amsterdam lo vide esporre con il pittore triestino Adolfo Levier. In Italia fu noto specialmente per le sue stampe a tema sportivo (in special modo l'equitazione fu spesso al centro delle sue opere). Alfredo Stendardo del Giornale d'Italia definì de Finetti «il pittore del movimento, il pittore della vibrazione, il pittore della vita».

Nel 1934 l'ascesa del regime nazista in Germania persuase i coniugi de Finetti a lasciare il Paese e trasferirsi in Italia, nella villa di Corona. Rientrato in patria, l'artista si dedicò sia alla pittura che all'illustrazione, disegnando peraltro per la Gazzetta dello Sport. Espose frequentemente alle mostre cosiddette sindacali (cioè dell'organizzazione sindacale degli artisti legata al partito fascista) a Trieste. Dal 1935 al 1938 il pittore ebbe un periodo di frequenti esposizioni in Polonia, Bulgaria, Ungheria e in Italia a Napoli.

La seconda guerra mondiale fu ripresa poi come tema dal de Finetti nelle sue opere più tarde: una di queste s'intitolava Gli infoibati, dedicato ai massacri delle foibe. Nel 1948 a Londra de Finetti prese parte alle competizioni di Arte ai Giochi della XIV Olimpiade nelle discipline di pittura e di grafica. Nel 1950 produsse l'opera Via Crucis, esposta presso la Chiesa dei Santi Maria e Zenone a Corona. De Finetti morì improvvisamente a Gorizia il 5 agosto 1955, colto da infarto mentre si trovava presso l'ufficio postale cittadino, per spedire in Olanda, e precisamente a Rotterdam al professor Kosters, ovvero il medico che prestò le sue cure a Salvatore Oppes, (cavaliere italiano e medaglia d'argento ai Giochi olimpici di Melbourne 1956) dopo una rovinosa caduta in una gara, il primo settembre 1954.(1)

Il recente richiamo nei giorni scorsi di diversi artisti, a proposito del fatto che l’evento GO!2025 incomprensibilmente non valorizza adeguatamente la ricchezza delle importanti figure del territorio, può fungere da stimolo per la Regione, e l’Erpac in particolare, a prendere in considerazione la possibilità di farsi carico del necessario intervento di ristrutturazione della villa (la cui costruzione risale al XVII secolo) che fu casa e studio dell’eclettico artista, tenuto conto del suo stato di indicibile abbandono. Un artista, Gino de Finetti, la cui fama è certamente più diffusa all’estero che nella nostra regione. Ciò in quanto de Finetti è stato uno dei più grandi nomi della grafica pubblicitaria, della cartellonistica illustrativa, della pittura legata allo sport, al costume, alla moda, alla società. Quale occasione, quindi, più di questo straordinario evento di GO! 2025, per gettare le basi di un progetto che colmerebbe l’incomprensibile silenzio delle istituzioni e darebbe dignità alla memoria di un talento che ha lasciato un'impronta significativa nel panorama artistico del suo tempo?

1. Il fatto è descritto in questo interessante approfondimento di Umberto Martuscelli, disponibile sulla rivista online dedicata al mondo dei cavalli

Gorizia: Una Gemma turistica da scoprire lo dice anche l'IA

Stamattina mi è venuta un’idea: quella di chiedere a Chatgpt che ne pensa di Gorizia quale meta turistica. Questa è stata la risposta: “Gorizia: Una Gemma Turistica da Scoprire”

Introduzione. Gorizia, situata nel cuore del Friuli Venezia Giulia, è una città che incarna un mix unico di storia, cultura e bellezze naturali. Questa breve analisi esplora le potenzialità turistiche di Gorizia, focalizzandosi su come questa città potrebbe emergere come una destinazione turistica di rilievo.

Patrimonio Storico e Culturale. Gorizia vanta un ricco patrimonio storico, che si riflette nei suoi monumenti, musei e architettura. Il Castello di Gorizia, che domina la città dall'alto, offre una vista mozzafiato e un'immersione nella storia medievale. La città è stata un importante centro durante l'Impero Austro-Ungarico, e questa eredità è visibile nei suoi eleganti edifici e piazze.

I musei di Gorizia, come il Museo della Grande Guerra e il Museo di Santa Chiara, conservano tesori che raccontano storie del passato e offrono ai visitatori una comprensione profonda delle vicende storiche che hanno plasmato la regione. Gli eventi culturali, come il Festival Internazionale della Storia, attirano studiosi e appassionati da tutto il mondo, contribuendo a fare di Gorizia un centro di scambio culturale e intellettuale.

Bellezze Naturali e Turismo Attivo. Circondata da colline e vigneti, Gorizia è anche una meta ideale per gli amanti della natura e del turismo attivo. I percorsi escursionistici che attraversano il Collio Goriziano offrono agli escursionisti e ai ciclisti panorami spettacolari e la possibilità di esplorare un paesaggio variegato e rigoglioso. Le opportunità per il birdwatching e la fotografia naturalistica sono abbondanti, grazie alla biodiversità della zona.

Enogastronomia. Un altro punto di forza di Gorizia è la sua tradizione enogastronomica. La regione è famosa per i suoi vini, in particolare il Collio DOC, che attira enofili da ogni parte del mondo. Le cantine locali offrono degustazioni e visite guidate, permettendo ai turisti di scoprire i segreti della vinificazione e di assaporare prodotti di alta qualità. I ristoranti della zona servono piatti tipici della cucina friulana, combinando ingredienti locali e ricette tradizionali per offrire esperienze culinarie indimenticabili.

Posizione Strategica e Accessibilità. Gorizia gode di una posizione strategica, situata al confine con la Slovenia e vicina a città importanti come Trieste e Udine (personalmente ci aggiungerei Lubiana e Venezia che in fin dei conti distano a poco più di un’ora dalla città nda). Questa posizione la rende facilmente accessibile sia per i turisti italiani che per quelli internazionali. Le infrastrutture di trasporto, comprese le reti ferroviarie e stradali, permettono collegamenti agevoli e rapidi con altre mete turistiche del Friuli Venezia Giulia e oltre.

Conclusione. Gorizia ha tutte le carte in regola per diventare una destinazione turistica di rilievo. La combinazione di storia, cultura, bellezze naturali ed eccellenze enogastronomiche offre un'esperienza ricca e variegata ai visitatori. Con una promozione adeguata e lo sviluppo di infrastrutture turistiche sostenibili, Gorizia può sicuramente emergere come una gemma nascosta pronta per essere scoperta dal mondo."

Questo ci dice l'Intelligenza artificiale riguardo le potenzialità turistiche di Gorizia e questo, con i necessari approfondimenti, dovrebbe essere il canovaccio dal quale partire per ridare smalto ad una città che gli stessi abitanti, con rare eccezioni, considerano chi spenta chi sonnachiosa. Ci vuole uno sprint e l'evento GO! 2025 certamente va visto in quanto tale. Il problema sarà il "dopo". Ed è per costruire il "dopo" che non soltanto i soggetti investiti di poteri pubblici devono fin d'ora (e non dovranno) rimboccarsi la maniche ma ogni cittadino, ogni impresa privata, deve diventare la tessera di un puzzle, fornire una buona idea. Ciò in quanto, se ben coordinate e implementate, le idee possono portare a innovazione, crescita personale e comunitaria, sviluppo economico, e miglioramento della qualità della vita. La chiave è creare un ambiente che ne favorisca la generazione, valorizzi la diversità di pensiero, e promuova la collaborazione tra individui e gruppi. Perchè quando le idee sono integrate e applicate in modo efficace, possono avere un impatto trasformativo e duraturo sulla città e la sua comunità. Sotto a chi tocca, quindi! Il mio l'ho fatto e lo sto ancora facendo ....

Foto dal web: I vigneti di Damijan

Gorizia: mission turistica cercasi per scongiurare la desertificazione commerciale

Nei centri delle nostre città, una metamorfosi silenziosa sta cambiando il volto delle vie trafficate e delle piazze accoglienti: i piccoli negozi, cuore pulsante dell'attività commerciale locale, stanno chiudendo uno dopo l'altro. Questo fenomeno, che non riguarda soltanto Gorizia, non è solo una semplice conseguenza del progresso tecnologico o dei cambiamenti nelle abitudini di consumo; è un segno tangibile di trasformazioni più profonde all'interno del tessuto urbano e socio-economico.

Una delle principali ragioni dietro la chiusura dei piccoli negozi nei centri città è l'aumento dei costi operativi. Affitti elevati, tasse locali e altre spese amministrative rendono difficile per i piccoli imprenditori mantenere i loro negozi a galla. Il fenomeno della speculazione immobiliare spesso fa lievitare i prezzi degli affitti, rendendo impraticabile per molti gestori di negozi il mantenimento delle loro attività. Così, i negozi di quartiere, che spesso sono gestiti da famiglie o da imprenditori locali, si trovano ad affrontare una sfida economica senza precedenti. I proprietari dei vani commerciali, immagino, preferiscono tenere sfitti i negozi, piuttosto che abbassare il canone che vorrebbero realizzare. Inoltre, la concorrenza dei grandi centri commerciali situati nelle periferie delle città rappresenta un'altra minaccia significativa per i piccoli negozi del centro città. I centri commerciali offrono una vasta gamma di negozi, parcheggi ampi e comodi, e spesso un'esperienza di shopping più moderna e conveniente. Questo attrae i consumatori lontano dal cuore storico della città, lasciando i piccoli negozi lottare per sopravvivere in un ambiente sempre più ostile.

In aggiunta, i cambiamenti nei modelli di acquisto giocano un ruolo cruciale nella chiusura dei piccoli negozi. L'aumento dello shopping online e dei servizi di consegna a domicilio ha ridotto il flusso di clienti nei negozi fisici, costringendo molti piccoli commercianti a fronteggiare una clientela sempre più ridotta. Sta di fatto che le conseguenze della scomparsa dei piccoli negozi nel centro città vanno ben oltre la perdita di un semplice punto vendita. Questi negozi rappresentano il tessuto connettivo della comunità locale, offrendo non solo beni e servizi, ma anche un luogo di incontro e di interazione sociale. La loro scomparsa impoverisce il carattere unico e l'autenticità delle città, trasformando le strade animate in deserti urbani senza vita.

Una responsabilità, a tale riguardo, è riconducibile alla cosiddetta Direttiva Bolkestein, adottata dall'Unione Europea nel 2006 con l'obiettivo di favorire la libera circolazione dei servizi all'interno del mercato unico europeo. Ciò in quanto ha fortemente influenzato il panorama commerciale, in particolare per quanto riguarda la scomparsa dei piccoli negozi. Anche se, a dire il vero, in Italia, il processo di liberalizzazione in Italia è stato anticipato già nel 1998, con il venir meno dell’obbligo per i comuni di determinare l’equilibrio tra domanda e offerta commerciale. Con ciò impedendo, di fatto, l’entrata nel mercato della grande distribuzione; che oggi ha determinato la quasi totale scomparsa del cosiddetto negozio di vicinato. E non a caso, una delle critiche principali mosse alla Direttiva Bolkestein è che ha aperto la porta alla deregolamentazione e alla liberalizzazione eccessiva dei mercati, mettendo così a rischio la sopravvivenza dei piccoli negozi locali. In sostanza, l'eliminazione di restrizioni e regolamentazioni nazionali ha permesso a grandi catene commerciali e multinazionali di espandersi più facilmente, minacciando la diversità e l'autenticità del commercio locale. Insomma, se sul piatto della bilancia la liberalizzazione dei mercati ha favorito innovazione e competitività, sull’altro altri non è difficile vedere come l'economia locale, l’interesse pubblico e la coesione sociale ne abbiano risentito. Fanno eccezione, sotto questo punto di vista, paesi e città che hanno appeal dal punto di vista turistico. Ed anche Gorizia, quindi, ne potrebbe trarre vantaggio se solo riuscisse a trovare una sua mission. L'afflusso costante di visitatori, infatti, può fornire un sostegno significativo alle attività commerciali locali. Ciò in quanto l’ affluenza di turisti può compensare la domanda locale insufficiente e fornire una fonte stabile di entrate.

Una sfida che Gorizia, più di ogni altra città del Nord Est, deve affrontare il prima possibile, tenuto conto che la sua economia è palesemente in declino. In quest’ottica l’evento di GO! 2025 è soltanto uno step da superare; ciò in quanto nessuno può pensare sia la panacea di tutti i mali. Affrontare questa sfida richiede un impegno concertato da parte delle autorità locali, regionali e nazionali: politiche di incentivazione per i piccoli negozi, riduzione degli oneri fiscali, (si è parlato lo scorso anno di applicazione della cedolare secca come gli appartamenti) piani di riqualificazione urbana e promozione turistica sono solo alcune delle strategie che possono contribuire a preservare il tessuto commerciale locale e a garantire che la città rimanga viva e vitale per le generazioni future. Solo così potremo evitare che via Carducci, via Ascoli, via San Giovanni (vedi foto), via Monache oltre a via Rastello, tanto per citare i casi più eclatanti, diventino mere ombre del loro passato, privando la città dello spirito vibrante e della ricchezza culturale che l’ha resa unica nel panorama urbano nazionale.

Quando la musica unisce: la storia di Maria de Pace

Ad ottobre del 2023, per i tipi della Braitan, è stato pubblicato un interessante volume a cura di Hans Kitzmuller, germanista, traduttore, e pubblicista, autore di numerose opere sulla cultura tedesca e mitteleuropea a Gorizia, oltre che di fortunati romanzi e taccuini di viaggio. La casa editrice fondata nel 1984 dallo stesso Kitzmuller, è dedita alla riscoperta dei più significativi autori sloveni, friulani e carinziani. E, di conseguenza, non ci poteva essere miglior casa per accogliere l’ultima fatica dell’instancabile navigatore dal titolo Gorizia austriaca, pagine ottocentesche. In questo volume Kitzmuller raccoglie brani e citazioni di carattere storiografico, saggistico, letterario e giornalistico proponendo una scelta di visioni e testimonianze ottocentesche di autori italiani, sloveni e tedeschi intorno ad alcuni aspetti molto originali di quella affascinante ma perduta identità storica e geografica che caratterizzava il Goriziano nel suo secolare passato di convivenza di nazionalità e lingue diverse.

E’ in questo contesto che, sempre Kitzmuller, per il Dizionario biografico dei friulani, ha raccontato la bella e per certi versi sconosciuta storia di Maria de Pace che, nata a Tapogliano (Udine) nel 1882 morì nel 1958 a Graz (Stiria, Austria). La nobildonna che si distinse nell’assistenzialismo, fu di profondi sentimenti patriottici filo austriaci ed i suoi interessi riflettono l’atmosfera che si respirava nella famiglia dei conti Pace, contraddistinta da una notevole sensibilità per i problemi sociali e da una certa attenzione per la letteratura friulana. I Pace, peraltro, vantavano fra gli antenati anche la prima letterata conosciuta della regione. Si tratta di Teresa de Pace nata a Vienna nel 1760 dalla famiglia dei conti di Thraun, la quale si stabilì a Gorizia dopo aver sposato il conte Bernardino de Pace. Teresa che dimostrò particolare abilità nel disegno (peraltro fatto quasi consueto per le nobildonne del tempo) si dedicò allo studio delle lingue e delle letterature italiana e francese. Dalle sue ampie letture che spaziarono anche nella filosofia, ne uscì un saggio dal titolo Riflessioni storico-critiche sopra le migliori opere d’autori moderni fatte per diporto da una dama. Pier Antonio Codelli, monsignore, al quale è dedicata la centralissima via cittadina a Gorizia, la menziona specificatamente nell’opera Gli scrittori friulano-austriaci. A Tapogliano crebbe assieme a Therese Lapenna, orfana ospite dei Pace. Lapenna si distinse nelle traduzioni e viene ricordata per una sua conferenza in friulano sulla Croce Rossa, letta ad Aiello il 22 novembre 1914 e stampata in opuscolo. Maria Pace sembra condividere la sensibilità di Teresa e seguirne l’esempio. Durante la grande guerra la nobildonna si impegnò infatti in Austria collaborando nell’organizzazione per l’assistenza ai profughi giunti dal Friuli austriaco, al cui vertice si prodigava monsignor Faidutti, deputato isontino al parlamento di Vienna. Alcune pubblicazioni testimoniano il profilo culturale e l’impegno della contessa Maria Pace in tempo di guerra. Si tratta di due libretti da lei curati con grande perizia nel 1917, entrambi stampati a Graz sotto l’egida della luogotenenza della Stiria e destinati ai profughi friulani. Un gran numero di abitanti del Goriziano allo scoppio del conflitto si rifugiò o venne avviato a Graz e in altre località dell’Austria in appositi campi, dove rimase sino alla fine della guerra. In quanto componente del Comitato per i profughi meridionali, Maria de Pace collaborò anche ad iniziative volte ad assicurare l’assistenza spirituale. Con questo intento raccolse una serie di canti popolari italiani, friulani e tedeschi ciascuno tradotto anche nelle altre lingue, nonché brani liturgici e di musica sacra, curando l’edizione di una scelta di poesie e canti intitolata Gloria-Viktoria! e una di preghiere e canzoni sacre col titolo Osanna. Questi opuscoli vennero diffusi tra i profughi o tra i friulani che militavano nell’esercito austro-ungarico. I due titoli ricordati hanno arricchito il filone delle traduzioni dal friulano in tedesco o viceversa, invero non molto numerose ma tipiche alla fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento nel Goriziano, dove il friulano godeva di una particolare attenzione anche in ambiente colto e aristocratico. Alla fine del conflitto Maria Pace ritornò a Tapogliano, dove abitò sino ai primi anni Trenta. Si trasferì poi a Graz e quivi trascorse il resto della sua vita. Morì nel capoluogo stiriano nel 1958.

Dell’attività svolta da Maria de Pace ne scrive anche Andrea Nicolausig sulla rivista Borg San Roc (n. 31/2019). Racconta, infatti, che tra le molte persone che si distinsero per l’assistenza alle popolazioni profughe in Austria durante la Prima guerra mondiale, va annoverata la contessa Maria de Pace che si adoperò per la realizzazione dei due libretti di musica, entrambi stampati a Graz nel 1917 e pubblicati dall’I.R. Luogotenenza della Stiria con l’approvazione dell’Ordinariato arcivescovile di Seckau presso Graz. È davvero significativo, osserva Nicolausig, riscontrare che in un momento drammatico come quello della profuganza si sia pensato di realizzare due pubblicazioni così preziose ad uso del popolo con canti in tedesco, friulano e italiano, molti dei quali tutt’ora eseguiti nelle cantorie parrocchiali del Goriziano. Non si può dimenticare che in quegli anni si trovava profugo a Wagna anche il maestro della Cappella Metropolitana di Gorizia Augusto Cesare Seghizzi, che compose in tale occasione una «Messa da Requiem». Il campo di Wagna che vide la presenza di un numero notevole di cittadini di Gorizia, al suo interno, oltre alle scuole, alla chiesa e alle piccole attività culturali, aveva anche la scuola di musica per bambini. E questa era guidata proprio dal maestro Augusto Cesare Seghizzi. Il canto, quindi, come sintesi di amicizia e fratellanza. Non può stupire, quindi, il grande entusiasmo che fu dimostrato in tutta l’Austria per il grande concerto eseguito a Vienna, alla presenza di alcuni membri della famiglia imperiale, il 31 marzo 1916.

La musica, quindi, come condivisione. Non può che essere letta così l’iniziativa di Maria de Pace nel momento in cui i goriziani vissero la drammatica esperienza di dislocamento, sofferenza e incertezza. Non si può negare che questo periodo segnò un importante capitolo nella storia della città e rappresenta un esempio delle conseguenze umane e sociali ancor’oggi, a mio avviso, percepibili. Ben vengano, quindi, le iniziative come il concorso internazionale Intitolato a Cesare Augusto Seghizzi, musicista e compositore goriziano, fondato nel 1961 che ogni anno, d’estate, si svolge in città. Il concorso ha una lunga storia e ha contribuito a promuovere la musica corale, attirando cori e musicisti da tutto il mondo. La musica è un linguaggio universale, un mezzo di comunicazione che supera barriere culturali, linguistiche e geografiche. La sua capacità di connettere le persone, evocare emozioni e creare un senso di appartenenza è straordinaria. La musica, quindi, come condivisione: Maria de Pace dixit!

Andar per vigne in Collio e nella Brda

Il Collio e la Brda. Uno maschile ed uno femminile. E’ interessante notare come il nome di queste due regioni confinanti rifletta una differenza di genere nella lingua italiana e slovena. "Il Collio" è maschile in italiano, mentre "la Brda" è femminile in sloveno. Questa differenza di genere nei nomi non è rara nelle lingue romanze e slave e può essere vista come un riflesso delle diverse influenze culturali e linguistiche che caratterizzano la regione. Il Collio, o "Collio Goriziano", è una zona vinicola situata nella parte nord-orientale dell'Italia, mentre la Brda è la sua continuazione oltre il confine in Slovenia. Entrambe le regioni condividono non solo un paesaggio simile ma anche una tradizione vinicola secolare, eppure mantengono le loro distinte identità linguistiche e culturali. La diversità di genere nei loro nomi simboleggia la ricchezza e la varietà di questa area unica, dove la terra e la lingua si intrecciano strettamente.

La primavera nel Collio e nella Brda è un periodo di rinascita e di colori vivaci, di cui in tanti hanno certamente goduto in questa domenica la cui temperatura era decisamente estiva. La natura si è risvegliata prepotentemente dopo il riposo invernale. Le colline si vestono di un verde tenero, e i vigneti iniziano a mostrare i primi germogli, preannunciando la ricchezza delle vendemmie autunnali.

Con l'arrivo della primavera (non è trascorso ancora un mese) il paesaggio del Collio e della Brda si trasforma in un quadro impressionista. I ciliegi in fiore adornano i bordi dei campi, mentre i papaveri e le margherite selvatiche punteggiano i prati di rosso e bianco. Le giornate si sono allungate ed il sole già caldo accarezza la terra, invitando a lunghe passeggiate tra i filari.

La biodiversità del Collio e della Brda è particolarmente evidente in primavera. Gli insetti impollinatori sono al lavoro nei campi, e il canto degli uccelli si fa coro nei boschetti e nei vigneti. Questo periodo dell'anno è ideale per gli amanti del birdwatching e per chi desidera scoprire le specie endemiche della flora e della fauna. La primavera nel Collio e nella Brda è un'esplosione di vita e di colori, un invito a rallentare il passo e a godere delle piccole gioie che la natura offre. È un tempo di festa, di comunità e di apprezzamento per il ciclo vitale che si rinnova ogni anno, rendendo queste regioni un gioiello incastonato tra Italia e Slovenia. Il Collio e la Brda rappresentano un esempio unico di come la natura, la storia e la passione per il vino possano intrecciarsi creando un'esperienza indimenticabile per chiunque visiti queste terre.

La foto è di Beny Kosic

Una terra di golosa bellezza da vivere in quattro stagioni

Costretta, per lungo tempo, ad un quasi forzato immobilismo, libri e serie tv mi hanno consentito di rendere meno insopportabile la situazione. Ho sempre amato gli autori locali. Da Carlo Sgorlon a Fulvio Tomizza, tanto per restare nell’alveo di quelli che ormai considero dei classici, per evitare qualche imperdonabile omissione, la mia più recente scoperta è stata Angelo Floramo eclettico scrittore, attore, studioso e regista udinese. La Veglia di Ljuba racconta, in maniera magistrale, la vita intensa di un uomo, esule più per vocazione che per destino. Ma soprattutto la storia del protagonista diventa lo spunto per narrare la storia del Novecento lungo il confine tra Italia e Jugoslavia. Dai villaggi dell’Istria profonda alle pagine nere del fascismo, dall’occupazione titina di Trieste al terremoto in Friuli del 1976 e alla successiva ricostruzione, fino ad arrivare ai giorni nostri. In pratica, la biografia di un uomo si sovrappone alla biografia di una terra complessa, plurale, qual è la nostra terra di confine.

Nei giorni scorsi, sul quotidiano locale, Floramo ha disegnato un ritratto del nostro territorio talmente emozionante che non posso non condividere. Lo stesso titolo: sintetizza ciò che ho sempre affermato. Ovvero che non c’è regione più bella del Friuli Venezia Giulia.

Primavera. È sicuramente la stagione delle colline, buona per la classica uscita fuori porta. Qui resta una tradizione, e ha radici antiche. Era il tempo della “merenda”. Una voce latina antica, bellissima e piena, tanto da coccolarsene in bocca il nome prima ancora del suo contenuto. Le mirinde, in lingua friulana: ciò che ci si deve meritare. Qualcosa di profondamente buono però. I falciatori la custodivano nella parte più protetta del carro, preservando dalla calura il suo prezioso contenuto con foglie fresche e frasche. Era un cestino di vimini intrecciato, un zej, dentro il quale la tradizione vuole si riponessero alimenti facili da consumare e da digerire, e al contempo capaci di dare nutrimento e soddisfazione a chi, sul bordo erboso dei campi, ne gustava la meritata ricompensa. Uova sode per lo più. Qualche crosta di formaggio. Forse una frittata impastata con erbe e cipolle. Personalmente arricchirei la sporta con alcuni assaggi di quel formaggio che nella vicina Fagagna è ormai un imprescindibile presidio del gusto. Il suo sapore è intenso e gli viene conferito dalle erbe e dai fiori di questi stessi prati. La mia scelta ricadrebbe senz’altro sul “vecchio”, di un anno almeno di stagionatura. Guai dimenticarsi del bottiglione con un vino rosso leggero, appena appena frizzantino. Un bacò fresco come un bacio che sa di terra e di fatica, un misto di lampone, mora e amarena. Il giorno declinerà lasciando una memoria di sé difficile da dimenticare.

Estate. Quando il caldo si fa sentire è opportuno cercare refrigerio in uno dei tanti isolati recessi di “limpide fontane e fresche ombre” di cui il Friuli è ricchissimo, lontano dalle congestioni delle spiagge ma anche dai sentieri montani e dai rifugi, ugualmente presi d’assalto da parte di un’umanità chiacchierona e invadente. Si raggiunga la valle del Torre. Bisogna partire da Tarcento. E ne vale la pena. Oltrepassando il ponte, oltre via dei Molini, ci si congiunge alla strada regionale 464 prendendo, poco prima dell’ingresso nel paese, la via delle Cascate, che porta al borgo di Zomeais. Da qui si scende fino a costeggiare il greto del torrente. Mentre si procede la luce cambia e così i riflessi dell’acqua, che oscillano dalle tonalità smeraldine a quelle turchesi. Si direbbe che questo luogo sia abitato dalle fate d’acqua care alla tradizione mitologica delle genti friulane: le Aganes. E’ tradizione da queste parti la grigliata tra i sassi del fiume. Birra e anguria troveranno la giusta refrigerante temperatura tra i flutti. Gli amanti delle osterie invece ne troveranno moltissime disseminate nei paraggi. A cominciare da Pulzut, facilmente raggiungibile dal sito delle cascate: basta tornare indietro e raggiungere Coia di Levante. La strada è molto bella. Scivola solitaria tra i prati e la boscaglia. Poco prima di raggiungere il paese, tra vigne antiche, orti e prati, lasciatevi sorprendere da questa vecchia locanda, una di quelle sane e robuste di una volta. Poche pretese, cibo squisito e stagionale, un vino che stilla dai legni antichi e ha la sapienza della terra. Qui più slava che friulana.

Autunno. E’ senz’altro una bella età dell’anno. In questa stagione i profumi della terra si fanno forti. Hanno il sapore del legno e della cantina. Appena dietro l’angolo di casa mia, a Borc di Ruvigne, si apre una regione particolarmente selvaggia e purtroppo poco conosciuta dagli stessi friulani. Parlo di Castelnovo del Friuli. Piccoli orti, prati da falciare e un bosco diffuso che per millenni aveva concesso ai loro antenati tutto ciò di cui avevano bisogno: legno, miele, bacche, funghi, cacciagione. E balze erbose sulle quali allevare capre e pecore, capaci di regalare un latte denso, profumato e tendente al giallognolo, dal quale ancora oggi si ricava un formaggio di sapore intenso, che qui chiamano “formadi Asìn”, conservato in antiche salamoie che ne affino profumo e sapore. Qui i meli e i susini producono frutti di straordinario pregio, già tutelati dai presidi alimentari. Se ne faranno composte e marmellate. Le vigne, che sono tutte orientate a cercare i raggi del sole, sono di legno antico. Regalano vini scomparsi e dimenticati. Tra tutti il Piculit Neri. I tini sono stati riempiti nelle cantine e le essenze che rilasciano sono inebrianti. Passato il ponticello sul Cosa, meraviglioso corso d’acqua, dal fondo verdissimo, si diriga il passo verso Molevana: è come smarrire data, epoca, tempo. Perché si cade dentro alle pieghe di un paesaggio che ricorda le illustrazioni dei libri di fiabe. Se non fai attenzione l’osteria “Al Puntiç” te la perdi confondendola con le altre case. Qui, come un tempo, quello che bolle in pentola te lo dice a voce la padrona. Segno che dalla cucina escono i prodotti di stagione. Vi si trova, su ordinazione, perfino il latte d’asina! Il nome deriva da una delle meraviglie della zona. A pochi passi infatti un antico ponte di pietra alza il suo arco sulla vertiginosa forra che racchiude le pozze smeraldine.

Inverno. Chi ha mai detto che il mare a febbraio non può essere speciale? Restituisce i luoghi ai loro abitanti. Se dovessi consigliare una passeggiata invernale, inviterei a cercare proprio in Monfalcone quello sguardo straniante che fa la differenza. I platani saranno ormai privi di foglie. Immaginate la bora che arriva dal Carso, quella immensa distesa di terre desolate e di rocce che appena fuori dalla città precipita verso i Balcani. Avrete voglia di cercare una via più piccola e accogliente, un caffè in cui trovare rifugio. Non è infrequente trovare ancora, presso qualche angolo di via, qualcuno che arrostisce le castagne. Sarà certamente il profumo di buono ad addolcirvi il crepuscolo. A dicembre qui non è infrequente che l’aria gelida porti con se qualche fiocco di neve, perfino se il cielo è terso: viene da un altrove inimmaginabile. Bisogna resistere. Solo così si conquista la rocca spartana, con la sua torre di pietra che domina la città. Pare sia stata fatta erigere dal grande re degli Ostrogoti Teodorico intorno al 490 dell’era Volgare. Ma se volete davvero condannarvi all’inferno dei golosi non potete farvi scappare i dolci preparati in casa. Se invece volete andare contro ogni schema e conoscere anche l’altro volto di Monfalcone, allora non fermatevi qui. Proseguite oltre la piazza, verso quel labirinto di strade che vi porterà nei quartieri multietnici della città. In prevalenza impiegati nei duri lavoro portuali, gli immigrati hanno arricchito il tessuto urbano con i colori del mondo che si esprimono anche attraverso i negozi, i costumi, gli accenti policromi e variegati. L’impressione è che tanta bellezza, che inevitabilmente nasce dall’intersezione e dall’incontro fra culture diverse, renda qui meno duro il rigore dell’inverno. Ecco un’altra buona ragione per visitare questa piccola regina proletaria dell’Adriatico nella stagione più cruda dell’anno. Se avete un cuore, ve lo saprà scaldare come nessun altro luogo ha mai fatto prima. Buon viaggio, dunque. E buon appetito.

La foto è di Beny Kosic

L’ex Cortina di ferro è diventata la rete della biodiversità europea

L’European green belt collega ventiquattro Paesi e rappresenta la spina dorsale di una rete verde pan-europea. In Italia il suo sviluppo è relativamente limitato, ma il borgo di Stregna (Friuli-Venezia Giulia) è comunque riuscito a distinguersi per una serie di iniziative virtuose.

Scrivevo, alcune settimane fa, che le nostre giornate sono scandite dalle news. Apri una nuova scheda, nel pc, nel tablet o nel cellulare, che il motore di ricerca preselezionato ti propone delle notizie. Per quel mistero recondito (almeno per me) sul funzionamento degli algoritmi, le informazioni che mi vengono proposte, a volte, sono mille miglia lontane dai miei interessi; ma talvolta il grande fratello c’azzecca proprio. Stamattina, ad esempio, mi è stato presentato un articolo pubblicato da Linkiesta che ha catturato subito la mia attenzione e che desidero condividere su questo Blog, tenuto conto che l’argomento trattato è totalmente coerente con lo spirito che ha caratterizzato il mio intento originario, ovvero diffondere la specificità del nostro territorio.

"Dalla Cortina di ferro alla cortina verde: Stregna, un borgo piccolissimo, poco più di trecento persone, nelle Valli del Natisone, in Friuli, quest’anno ha ottenuto il Model municipality award, il premio che la European green belt association assegna ai comuni più virtuosi nel proteggere l’ambiente lungo la Green belt, per la valorizzazione del territorio in chiave sostenibile e per la collaborazione transfrontaliera. L’European green belt è un lunghissimo corridoio ecologico creato sulle ex zone di confine tracciate dalla Cortina di ferro che, da nord a sud, dal mare di Barents sul confine russo-norvegese lungo la costa baltica, e attraverso l’Europa centrale ed i Balcani sino al Mar Nero, per dodicimilacinquecento chilometri, divideva l’Europa in due blocchi: abbandonate dopo la fine della guerra fredda, queste zone rappresentano un unicum a livello geografico, storico e naturalistico perché, lasciate allo stato naturale per quasi quarant’anni, hanno dato vita a una rete di biodiversità di straordinaria importanza, conservando un paesaggio della memoria dall’eccezionale valore.

Fin dagli anni Settanta, in diverse zone d’Europa, gli ambientalisti avevano posto la loro attenzione sulla natura rigogliosa e sulla fauna selvatica che hanno proliferato indisturbate. Lungo questa ex barriera politica, infatti, la Cortina di Ferro, impedendo l’antropizzazione, ha concesso alla natura uno spazio dove potersi conservare e la zona di frontiera è così divenuta rifugio per molte specie in via di estinzione. Oggi quest’area tutelata, il cui nucleo è stato costituito nel 1989, collega ventiquattro Paesi, rappresenta la spina dorsale di una rete ecologica pan-europea ed è un simbolo della cooperazione transfrontaliera di un comune patrimonio naturale e culturale. La sua straordinaria importanza è evidente: attraversa quasi tutte le regioni biogeografiche europee e, in una fascia di cinquanta chilometri su entrambi i lati, si trovano quaranta parchi nazionali e più di tremiladuecento aree naturali protette.

Divisa in comparti, comprende la Green Belt of Fennoscandia (Gbf), che si estende per milletrecentocinquanta chilometri lungo il confine tra Norvegia, Russia e Finlandia, dal Mare di Barents sino al Mar Baltico, con ambienti caratterizzati da licheni, muschi e arbusti nani, innumerevoli zone umide, paludi e laghi, luoghi di riproduzione per il cigno selvatico, mentre nella parte centrale e meridionale regna la taiga, con le sue vaste foreste di conifere, rifugio per i grandi mammiferi come l’orso bruno e l’alce; la Green belt baltica, una cintura costiera di habitat marini subacquei, grandi sistemi di dune, spiagge, imponenti scogliere e lagune, riserva per milioni di uccelli migratori e molti animali marini, come la foca grigia e la foca dagli anelli; quella centroeuropea, parzialmente sfruttata da una agricoltura intensiva, che comprende il Massiccio Boemo con i suoi parchi transnazionali ricchi di foreste, come la Selva Boema, si sviluppa lungo i fiumi come nelle pianure alluvionali della Mura e della Drava e segue poi la dorsale delle Caravanche e delle Alpi Giulie, terminando nel Mare Adriatico.

Infine quella balcanica, prevalentemente localizzata lungo le catene montuose della penisola balcanica, con un mosaico estremamente eterogeneo di paesaggi naturali, tra cui ecosistemi alpini incontaminati, foreste e habitat steppici, laghi e zone costiere e specie animali minacciate come l’aquila imperiale e la lince dei Balcani.

In Italia, la Green belt si sviluppa interamente lungo il confine tra il Friuli-Venezia Giulia e la Slovenia e segue il tratto della Cortina di Ferro storicamente più aperto. Nonostante lo sviluppo limitato a circa duecento chilometri, racchiude una moltitudine di paesaggi naturali e culturali diversi: si passa dalle Alpi e Prealpi con quote elevate, selvagge e con ampi corridoi naturali, alle fasce collinari ricche di vigneti, fino al Carso e al mare.

Il premio al borgo di Stregna è stato assegnato per l’organizzazione di Ikarus – Green Belt Festival, un evento multilingue e multiculturale ricco di eventi, nato nel 2021 per diffondere la conoscenza dell’identità e delle tradizioni del territorio e condividere la cultura a ridosso della linea di confine italo-slovena, costruito attorno a un gruppo di lavoro con oltre cinquanta partner e settanta patrocini tra Comuni, organizzazioni no profit, aziende e associazioni. Il Comune, inoltre, si è impegnato nella designazione e nella gestione del biotopo “Prati di Tribil Inferiore – Dolenji Tarbji” e nella costituzione dell’Associazione fondiaria Valle dell’Erbezzo che promuove un modello di sviluppo agricolo e di crescita sostenibile del territorio, per contrastare lo spopolamento valorizzando le ricchezze del paesaggio, anche culturale, dei territori montani delle valli del Natisone.

Qui, la Green belt è un percorso fatto di trenta chilometri di sentieri sul confine italo-sloveno tra storia (dalla Prima guerra mondiale, alla guerra fredda) e ambienti naturali modellati dal rapporto coevolutivo con le comunità locali (castagneti, prati stabili, terrazzamenti). Ora, il nuovo progetto a cui il comune di Stregna, insieme a quelli di San Leonardo e Grimacco, sta lavorando è “Vas je dom | Il paese è casa, abitare il confine”, un piano legato ai fondi del Pnrr che mira a valorizzare i piccoli centri come attrattiva turistica culturale, naturalistica e storica, ma anche a promuovere un ritorno alla residenzialità in questi luoghi che negli ultimi decenni hanno subito un forte spopolamento.

Si basa su un nuovo modo di abitare il borgo con tre obiettivi principali: aumentare la consapevolezza della necessità di conservazione e di tutela pro-attiva del patrimonio dei borghi aumentando la capacità di produzione culturale originale, creare nuovi servizi per le famiglie (accoglienza, spazi gioco, biblioteca), per gli anziani (luoghi di ritrovo), per chi lavora (spazi di coworking) e, terzo, realizzare adeguate infrastrutture gestite da soggetti locali per ospitare servizi per la popolazione e attività culturali.

«Partecipiamo a questo progetto – spiega il sindaco di Stregna Luca Postregna – con una nuova sfida, molto più grande, che mira alla rigenerazione delle nostre località. Contrastare l’esodo demografico, infatti, è una sfida che richiede un lavoro su più fronti: la creazione di opportunità economiche, la messa a punto di servizi a supporto delle famiglie e delle persone, ma anche la capacità di comunicare il valore del territorio all’interno e all’esterno dello stesso»."