Gorizia, piccola mela d'oro

di Giovanna Campagna

A Gorizia, la città dei giardini, ma anche dei trascorsi fasti asburgici, nelle sue strade aleggia ancora l'atmosfera Viennese, una miniatura della "mela d'oro" come i turchi usavano definire la città tanto ambita. Ho visitato Vienna la prima volta da adolescente, in un breve soggiorno insieme all' amica Irene, ospite in casa del padre, il germanista professor Giuseppe Bevilacqua. Di quei giorni ricordo l'ebbrezza del primo viaggio da ragazza,  senza la supervisione dei genitori, la città, gli atelier, i musei e la Sacher Torte gustata nella saletta al primo piano della Kaffeehaus Demel, quando ancora ci si poteva trattenere con tranquillità; il laboratorio della pasticceria era celato alla vista e da quelle segrete stanze emanava un intenso sentore di vaniglia e cioccolato, mentre a ritmo regolare ne uscivano carrelli pieni di ogni genere di torte e pasticcini. Oggi la fruizione è molto piu svelta e si deve fare attenzione a non inciampare negli innumerevoli selfisti che si ritraggono di fronte alle teche e al laboratorio, trasformato in un grande acquario in cui si muovono, con eleganza un po' teatrale, gli esperti pasticcieri. La novità dei tempi....

Allora, negli anni ottanta, tutto questo non c'era ma, nonostante i musei non offrissero esperienze immersive attraverso la realà aumentata, sono rimasta molto colpita dalla imponente mostra sul secondo assedio turco di Vienna, l' evento storico che fece dell'Austria il catalizzatore del grande scontro fra gli imperi centrali europei, riunitisi in un esercito multiforme, vera e propria coalizione occidentale e quello ottomano.

Era il 1983 e all' Historisches Museum der Stadt Wien era stata allestita questa esposizione straordinaria per celebrare il trecentenario dell' assedio e la definitiva sconfitta ottomana, evento che ne decretò l'inizio del declino.

Sono più volte tornata nella capitale austriaca mai sazia delle sue atmosfere, degli innumerevoli parchi e giardini,  vanto intramontato degli Stadtgärtner (i giardinieri della città) nella cui sede/scuola, nel quartiere di Kagran, ci si puo immergere in un viaggio nel tempo e nello spazio: qui convivono, fianco a fianco, aree a tema che ricreano ambienti botanici di tutto il mondo, ma anche scorci che restituiscono, fra le altre, le atmosfere sognanti dei dipinti di Monet.  Vero e proprio laboratorio per gli aspiranti giardinieri, una sorta di "aula en plein air" il Kagran è uno dei miei preferiti, al riparo dalle schiere di visitatori e turisti, ha ancora le caratteristiche del giardino per i viennesi.

Parimenti i giardini di Gorizia godono tutti di una identità più schiva. Il giardino Viatori, che conto di visitare in un mio, spero prossimo, ritorno, è forse il più strutturato ma altri mi hanno già conquistata per la loro discreta eleganza e quel sapore viennese che ne disegna spesso i contorni. Il delizioso piccolo gioiello verde nel Parco del Municipio,  con i suoi scorci romantici; ciò che ho potuto vedere del giardino di palazzo Lantieri; gli appezzamenti che circondano quello che fu il quartiere generale di Franco Basaglia, superficie a lui nominata e infine il pregevole giardino di villa Coronini Cronberg con il suo gioco di scale che si rincorrono fra le siepi,  per citarne solo alcuni.

Socchiudendo gli occhi in alcuni angoli sembra davvero di passeggiare in una città austriaca, non sono solo i verzieri dal gusto squisitamente mitteleuropeo, i viali alberati di rigogliosi tigli, aceri, pini e carpini e le splendide magnolie. Molte ville private infatti, con i loro generosi giardini. fruibili all' occhio del passante attento,  ricordano certe vie eleganti di Baden bei Wien. Si affacciano ad ogni angolo le architetture e i mai sopiti echi asburgici;  città contesa fra Vienna e Venezia da entrambe è stata "vestita", e ancora una volta da questa fusione fruttuosa, fra influenze artistiche veneziane e una impronta asburgica nettamente marcata,  rimane come traccia indelebile, seppur sopita, la cifra di Gorizia, in ogni sua pietra, ad ogni portone. Una città che tre secoli fa conosceva un fermento delle arti e delle lettere, tanto che nel Settecento fiorirono le prime prestigiose tipografie: il veneziano Tommasini padre, cui successe il figlio Giacomo che detennero il monopolio fino alla seconda meta del secolo,  quando apriva una propria tipografia il Valeri, nativo di Cividale, di cui spiccano per quantità le edizioni  di libretti di opera. Una città che per tutto l'Ottocento venne scelta dall'aristocrazia asburgica, e non solo, quale luogo di villeggiatura prediletto. Sembra che Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart, si dicesse tanto desolato all'idea di doverla lasciare, da trascorrere in  pianto tutta la notte antecedente la partenza! Altri nomi illustri vi soģgiornarono, uno per tutti Napoleone, che trascorse un breve periodo ospite a Palazzo de Grazia, oggi sede del prestigioso Istituto di Musica "Casa delle Arti", ma anche i veneziani Casanova e Goldoni,  che proprio a Gorizia, con l'editore Valeri, diedero alle stampe alcuni loro scritti. 

Oggi, benchè lontana dall'opulenza asburgica, percepisco una ventata di aria fresca,  avverto un fermento, un auspicabile nuovo rinascimento in città. Interessante  e degna di nota è l'operazione di recupero della soffitta di Palazzo Paternolli. L' intero edificio trasformato in residenza per gli studenti, dedicherà una sezione al filosofo Carlo Michestädter che, proprio in quella soffitta, amava trascorrere le sue giornate di studio, produzione e incontri con amici e intellettuali del suo tempo. Altri due interventi previsti, dovrebbero restituire a nuova vita pregevoli edifici, salvandoli dall' abbandono: l' antico e imponente costruzione del Civico Stabilimento Bagni, secondo il progetto,  riconsegnato al suo originario utilizzo,  rivisitato in chiave moderna e Villa Frommer dove è ipotizzata la trasformazione in residenza per anziani. Tanti progetti dunque, tanta buona linfa vitale ed energia di rinnovamento, il tempo stringe e Gorizia ha un appuntamento importante... sono convinta che saprà stupirci, "Oh! Gorizia vestita di nuovo",  bellissima e radiosa per il suo "ritorno in società!"

Scrivere a quattro mani! Benvenuta Giovanna

Questa disponibilità di Giovanna a scrivere per il Blog "Vado a vivere a Gorizia" mi emoziona. Perchè ogni risorsa aggiuntiva è sempre fonte di ricchezza. Non è, per ora, una staffetta; ma il futuro mi rasserena. Trovare qualcuno che, come me, ama profondamente questa città che, incredibilmente, in relazione all'attività di ospitalità che, con mia figlia abbiamo avviato (www.goriziamo.it) abbiamo scoperto meta costante di viaggiatori che ne vogliono conoscere la storia, ammirano la città con i suoi palazzi ed i giardini ed apprezzano i suoi vini, veramente mi commuove. Ma ecco qua chi è Giovanna Campagna.

I miei ricordi fondativi hanno il colore dei cieli nordici e risiedono nel triangolo Göttingen, Hannover e Berlin, quando ancora la città era un'isola e il raggiungerla riservava spesso esperienze avventurose.... Sono cresciuta a Firenze in un ambiente internazionale, con uno sguardo preferenziale verso il mondo tedesco che è sempre stato di casa, grazie anche alle innumerevoli iniziative culturali portate avanti, negli anni, dall' Associazione Culturale Italo Tedesca (ACIT) di cui mio padre è stato cofondatore insieme a Giuseppe Bevilacqua, titolare di lingua e letteratura tedesca all'Università di Firenze. Ho coltivato nel tempo la mia "doppia appartenenza" con frequenti soggiorni sia in Austria che in Germania e optando, ormai da cinque anni, per una realtà che abbracciasse entrambe le culture: L'Alto Adige, dove attualmente risiedo. Di Gorizia mi sono innamorata.... vorrei fosse il mio approdo, la mia Itaca, perché nella sua luce, nei suoi colori, ritrovo le atmosfere della mia infanzia.

Gorizia. La luce della città

Giovanna Campagna è ormai ospite fisa di questo Blog. E credo che, prima o poi, dovrò iniziare a considerarla co-responsabile. Spirito e passione tra lei e me si fondono in un tutt'uno per l'amore di questa città. E' con estremo piacere che, quindi, condivido queste sue emozionanti riflessioni.

"È quel che è.

È assurdo, dice la ragione

È vano, dice il giudizio È impossibile, dice l' esperienza

È quel che è dice l'amore.......

Ho preso in prestito alcuni versi da questa poesia di Erich Fried, perché con ciclica costanza sono ormai preda del "mal di Gorizia" che non cenna a diminuire, al contrario si fa sempre più pressante, in poche parole, non passa....

Allora nelle notti insonni risucchiata dal vortice dei pensieri, affacciata sul baratro di questo rischio esistenziale, del mollar la strada vecchia per la nuova e osando ipotizzare una avventura verso un altrove che mi chiama con insistenza, non posso esimermi dal seguire la sirena del mio cuore, che oramai pulsa al ritmo di Go, Go, Go, Gorizia! Cerco di razionalizzare e comprendere quale sia il canto cui Ulisse e i suoi tentarono di resistere, quale il motivo per cui poggiando il piede in suolo isontino, che avvenga alla stazione ferroviaria o scendendo dell'automobile, io mi senta così ineluttabilmente a casa; cosa mi rende questa città tanto cara? Un luogo può apparire bello, amabile, Gorizia di certo lo è per caratteristiche geografiche, composizione urbana, clima, abbondanza di verde cittadino, profusione di giardini, rilassatezza e atmosfera di altri tempi, ma tutto ciò non fa di un luogo "casa". Perché si compia questa apertura dell'anima occorre un sentimento che affondi le radici nel vissuto individuale, occorre che vengano riportate alla coscienza immagini della memoria, riposte sopite e silenti in un angolo remoto, ricacciate nel magazzino dell'oblio, lontano e ben protetto dalle incursioni della vita 'reale', confusa dalle incombenze quotidiane e assorbita dal succedersi del tempo ordinario.

Ecco, Gorizia a quel tempo sempre mi strappa e mi consegna ad un luogo altro, più distante dall'operosità del vivere e tanto più vicino all'essenza del farlo. Si moltiplicano i tuffi nei ricordi, come se si fossero aperti dei canali di percezione nuovi, visioni antiche e presenti si sovrappongono, in un cortocircuito della mente che me la fa amare e desiderare sempre più, nella presenza e nella lontananza. Nella grande casseruola del ricordo le immagini si mescolano ai profumi, alla luce, ai sapori. Nei primi anni di vita le percezioni, come le esperienze, si fissano indelebilmente trasformandosi in quel bacino di pesca della nostalgia infantile. Il mio sgardo interiore è calibrato sui verdi intensi dei boschi tedeschi, dei parchi nordici e sopratutto della paricolare luce fredda e uniforme che caratterizzava allora, prima dei mutamenti climatici che molto hanno modificato, i cieli della Bassa Sassonia.

Niente a che vedere con l' impertinente intensità della luce mediterranea; al verde scuro del Wald ( bosco) tedesco, ho sostituito, negli anni, gli ocra delle terre argillose, i gialli intensi delle mietiture, i filari delle vigne e le dolci colline toscane, il frinire al vento delle foglie argentee negli uliveti, il mondo che ha accolto la mia fanciullezza. Ma nei primi anni ho incontrato la brezza fresca del nord e, da sempre, solo lei è capace di risvegliare in me un senso di pace ed appartenenza. Questa luce diafana mi ha accolta a Gorizia nel suo autunno brumoso e anche nei primi freddi invernali, quando il tepore di una zuppa calda scalda i sensi e rinvigorisce l'animo. L' incontro con la Jota è stato un tuffo al cuore, vera e propria madeleine Poustiana, al primo assaggio di questa fumante e confortevole zuppa, dal profumo intenso e dal gusto deciso, il balzo temporale è stato immediato.

Prima infanzia, la casa della famiglia Schäfer si affacciava sul parco dello Schillerviese nella cittadina di Göttingen, dove mio padre teneva corsi di lingua italiana presso la locale università. Mi tornano alla mente i lunghi pomeriggi in casa Schäfer, trascorsi con Ernst, il mio "nonno adottivo", professore di archeologia paleocristiana in pensione, ad ascoltare il racconto delle malefatte di Max und Moritz, i due discoli nati dalla sagace penna di Wilhelm Busch. L’opera, pubblicata nel 1865, divisa in episodi e corredata da illustrazioni, è considerata antesignana del fumetto ( ai due birbanti si ispirò, fra gli altri, una trentina di anni dopo, Rudolph Dirks immigrato tedesco in America, per i suoi Katzenjammer, in italia tradotti e pubblicati sul Corriere dei Piccoli come Bibì e Bibò). Mentre mi lasciavo felicemente impressionare dalle suggestioni noir, di questo libro educativo per l'infanzia, privo del rassicurante epilogo del nostro patrio Pinocchio, redento e salvato dal suo creatore, (per i due bambini Busch riserva infatti un finale spietatamente grottesco), o durante strimpellate strampalate, che mi era permesso di eseguire al loro pianoforte, dalla cucina giungeva il profumo stuzzicante della zuppa che borbottava senza fretta sul fornello. Leggenda di famiglia vuole che Suppe ( zuppa) sia stata la mia prima parola.

Sempre secondo i racconti di casa si narra che, al richiamo di Ursula, la signora Schäfer, io accorressi rapidissima e che questa zuppa, dal sapore deciso, fosse uno dei miei piatti preferiti, alquanto insolito per una bimbetta ancora alle prese con lo svezzamento! Erano gli anni 70, ho dovuto attendere 50 anni prima di poterla ritrovare, la mia "Weißkohlsuppe", declinata nella variante goriziana della Jota con i "capuzi garbi" ed è stato subito riconoscerla. E ancora il "Mohnstrudel" ( strudel di papavero) ritrovato, con alcune differenze, nella Putizza ( Potica in sloveno) dolce che, nella variante ai semi di papavero, ed in innumerevoli altre declinazioni, si ritrova in tutte le tradizioni culinarie della pasticceria mitteleuropea, esempio di quelle contaminazioni gastronomiche, nonché sintesi in chiave pasticcera di quell' incontro di civiltà che fa del territorio goriziano l'insalatiera di etnie, punto di convergenza di differenti flussi culturali, che qui sono riusciti a catalizzare un processo di fusione e incontro in tempi brevissimi, nemmeno 20 anni! Dopo l'abbattimento del muro/recinzione, attraverso una viruosa calibratura dei bisogni reciproci, motivata da un forte desiderio di integrazione e scambio, la popolazione è riuscita nell'intento di realizzare quella convivenza, preziosa e costruttiva, il cui riconoscimento sarà celebrato a breve.

Premiata dunque, a ragione, proprio in virtù della sua molteplice appartenenza culturale, Gorizia è riuscita ad evolvere, trasformando il proprio assetto multietnico, nel suo punto di forza. Un esempio auspicabilmente seguito da altri territori di confine che questo passaggio faticano ancora a compiere. Una complessità culturale e linguistica che i suoi abitanti hanno mutato, da motivo di sospetto e divisione, in luogo dello scambio proficuo e della contaminazione virtuosa e creativa. Come in cucina cosi nella vita dunque vale sempre il principio che sperimentare conduce a ottimi risultati e che, come soleva affermare l'Artusi, nel “mescolare quanto basta” risieda la buona riuscita di ogni ricetta."

GO2025 e ospitalità

Due bandi regionali per la concessione di contributi fino a 20 mila euro a favore dei proprietari di unità abitative ammobiliate a uso turistico, ma Gorizia, tenuto conto dei parametri previsti, è tagliata fuori da questa opportunità.

“Dalle house boat sull’Isonzo al Castello di Gorizia sfruttato in chiave alberghiera luxury, adibendo alcune sale ad alloggi di fascia alta. E poi le locazioni turistiche delle case sfitte in città, con soluzioni snelle che consentano ai proprietari di affittarle senza troppi impicci burocratici per brevi periodi.” Erano questi alcuni spunti contenuti nel “Masterplan Offerta ricettiva Go!2025 Capitale europea della cultura”, con l’obiettivo di ampliare l’offerta ricettiva in città e nei Comuni limitrofi presentato i primi di dicembre dello scorso anno e di cui la stampa locale dava notizia. Masterplan richiesto dalla Regione alla Camera di commercio del FVG.

Sorvolando sull’ipotesi dello sfruttamento in chiave alberghiera del castello, perché più facile a dirsi che a farsi, una delle interessanti proposte prese in considerazione è certamente quella dell’utilizzo degli alloggi sfitti (che a Gorizia sono veramente tantissimi). Del resto, invisa agli albergatori ma particolarmente apprezzati dal consumatore, la scelta di un alloggio anziché la camera d’albergo, sta riscuotendo sempre più maggior consenso da parte dei viaggiatori, soprattutto dalle famiglie con bambini. Lo dimostra il successo di portali quali Airbnb, tanto per citare il più famoso.

Dal sito di Promoturismo si evidenzia questa situazione per l’area Gorizia, Collio e Monfalcone: 37 alberghi (dei quali 5 a Gorizia), 39 affittacamere (7 in città), 50 b&b (13 in città), 33 appartamenti (17 in città) e 51 agriturismi (5 a Gorizia) anche se i dati non risultano aggiornati evidenziano comunque una situazione critica. Nel senso che il loro numero è decisamente esiguo. Ma non può essere diversamente per una città che ha subito la chiusura delle caserme e l’abbattimento dei confini con una costante diminuzione, quindi, di popolazione e imprese. Non c’è territorio in Italia che abbia vissuto, dal punto di vista economico, una situazione analoga alla nostra. E, quindi, certamente il prossimo appuntamento del 2025 rappresenta l’unica possibilità di ripresa, tenuto conto che nessuna delle amministrazioni che si sono succedute da vent’anni in qua ha saputo valorizzare il potenziale che comunque esiste dal punto di vista dello sviluppo turistico, proprio per la sua peculiarità: dall’eno-gastronomia al confine e la storia del ‘900.

La questione nodale è, quindi: come aumentare l’offerta ricettiva, tenuto conto peraltro che costruire o ristrutturare un albergo comporta investimenti e tempi incompatibili con il countdown a 660 giorni per il primo gennaio 2025? L’unica opportunità, concreta e fattibile è destinare a locazione turistica gli alloggi sfitti in città. E qui nasce il problema.

Con l’art. 34 (Ammodernamento delle unità abitative ammobiliate a uso turistico) della legge regionale 22 febbraio 2021, n. 3 Disposizioni per la modernizzazione, la crescita e lo sviluppo sostenibile verso una nuova economia del Friuli Venezia Giulia (SviluppoImpresa). È stato disposto che “1. Al fine di favorire il rinnovo e l'incremento dei livelli qualitativi dell'offerta turistica l'Amministrazione regionale è autorizzata a concedere appositi contributi a favore dei proprietari di unità abitative ammobiliate a uso turistico, di ammontare massimo pari a 20.000 euro per ogni unità immobiliare e per un numero massimo di quattro unità immobiliari per ogni singolo beneficiario, a fronte dell'obbligo specifico di collocare o mantenere nel mercato delle locazioni tali immobili, mediante il sistema delle agenzie di cui all'articolo 33, comma 1, lettera a), per un periodo non inferiore a otto anni.”

Il problema, concreto, che esclude Gorizia da questi contributi è che le agenzie immobiliari e società di gestione immobiliare devono avere sede operativa nel comune ove è situato l’immobile oggetto di contributo o comunque in alternativa ad una distanza non superiore a dieci chilometri dall’unità immobiliare stessa. Ed, inoltre, l’agenzia immobiliare o società di gestione immobiliare turistica deve gestire la locazione di almeno 30 unità abitative ammobiliate a uso turistico. Lo prevede espressamente il regolamento 8 settembre 2021 n. 152. A questo indirizzo l’elenco delle Agenzie iscritte nell’apposito elenco regionale. Grado e Lignano, come si può vedere, fanno la parte dei leoni ed è evidente sia così perché sono località che vivono di turismo. Ma se l’obiettivo, in vista del 2025, è quello di stimolare i proprietari di appartamenti sfitti a metterli sul mercato per aumentare l’offerta turistica cittadina, come auspica il Masterplan, forse allora la Giunta regionale dovrebbe tenere in considerazione questa specificità. Certo che, ormai, il tempo stringe.

Tre giorni a Gorizia ed è di nuovo amore!

di Giovanna Campagna

E proprio vero che il tempo si allunga è si dilata a dismisura e che in definitiva è contenuto in una misura di percezione. Esistono diverse qualità del tempo: vi è quello della memoria, il tempo emozionale, quello che scandisce il trascorrere del flusso vitale, con la capacità si sballottarci su e giù per la nostra griglia biografica di un oggi e di un ieri che possono fondersi insieme in un istante grazie al ricordo: un profumo dell'infanzia, un particolare riflesso di luce, dettagli insignificanti che d'improvviso ci catapultato sull'ottovolante della memoria.

A rebours.... a rotta di collo sull'orlo di quella vertigine improvvisa che ci precipita in ciò che di noi fu e che struggentemente non riusciamo ad afferrare. Un'ombra, immagine di specchio solo riflessa, se allunghiamo la mano per afferrarla questa si dissolve, dunque non resta che goderne per il breve tempo della sua apparizione.

Sono tornata, finalmente, dopo aver accarezzato il proposito per mesi, a Gorizia, la città cui ho donato il cuore ormai più di 3 anni fa. Ogni ritorno vivifica la brace che giace sorniona e silente sotto lo strato di polvere del quotidiano vivere. Basta uno zefiro gentile a ridarle forza e a ricomporre il fuoco sacro del desiderio. Ogni volta però il disegno si fa più chiaro e i confini più netti. Nel definire i motivi di una attrazione se ne affina la visione, ci si libera della foschia dell'impulso scomposto, supportato dall'entusiasmo più pertinente al puer, nonostante sembra io non voglia abbandonarne l'ebrezza. Ma il tempo, sempre lui, insegna ad assaporare gli eventi, assumere uno sguardo contemplativo per accogliere in sé la consapevolezza di una affinità elettiva che prende forma con forza sempre maggiore.

Mi sono chiesta dove risieda il motivo del mio sentirmi sempre più a casa in questa città, quale sia la amalgama che evidentemente in me produce questa rivelazione di appartenenza. Credo la risposta risieda in quell'arcipelago di vissuti che, per immagini e assonanze produce quella geografia interiore, su cui basa il personale mondo di appartenenza che da quello reale trae solo spunto e materiale di costruzione.

Gorizia somiglia al mio, in maniera sempre più evidente. Per motivi biografici posso definirmi una persona dalla doppia appartenenza culturale, vero e proprio ponte fra due mondi: troppo italiana in Germania e troppo tedesca in Italia. Nel triangolo geografico di Göttingen, Hannover e Berlino (quella precedente al crollo del muro) risiedono i miei ricordi di infanzia, a Firenze la mia prima età adulta, con frequenti passaggi nella capitale austriaca la cui atmosfera a Gorizia si avverte spesso, nel presente il tentativo di coniugare i due mondi attraverso una tappa altoatesina, che dura ormai da qualche anno e infine la rivelazione goriziana, che sembra raccogliere la summa di tutti questi elementi.

Mi sono presa del tempo questa volta, incurante di previsione metereologiche o difficoltà logistiche, ho intrapreso il viaggio di "iniziazione" perché solo camminando a lungo in un luogo, in solitudine e ascolto, questi inizia a sussurrarti, con una lingua segreta ammaliante, la propria storia.

Ho soggiornato per una sessantina di ore nella città, perdendomi come una flâneuse, finalmente dimentica del tempo e dello spazio, nella dimensione atemporale del vagolare senza meta, come il fotografo naturalista, che pazientemente si apposta in attesa di qualcosa che si compia, non sa cosa e chi incontrerà ma aspetta, non si mette in cerca ma in ascolto e la natura, ai più tenaci, infine apre i suoi portali. Così a me la città si è schiusa al pari della corolla di un fiore: un bocciolo sensuale, generoso, pieno, come lo è la Rosa di Gorizia! Nel percorrere le vie del centro, assaporando il tiepido sole in Piazza Vittoria, con le cipolle turchesi di Sant'Ignazio in dialogo costante con il castello, quasi a rappresentare due poli: da un lato i bastioni veneziani del Borgo Castello, sovrastante la città, fiero e sovrano, dal suo colle boscoso, sembra ricordarci il radicamento alla terra, dall'altra due antenne tese verso il cielo a simboleggiare una appartenenza ignota, rivolta alle stelle.

Per cogliere a pieno ogni momento e la luce dell' intera giornata, mi sono mossa molto presto: vedere la citta svegliarsi mi procura da sempre una profonda emozione e quale miglior luogo per assaporarne i primi palpiti della mattina se non avventurarsi per il mercato, da sempre cuore pulsante delle società umane. Farlo la mattina molto presto, quando i banchi cominciano ad esporre le verdure ancora cariche dell'umidità dalla notte, schiude ai segreti dei piccoli gesti privati: i clienti non sono ancora arrivati, genti e merci si preparano alla nuova giornata di commerci, una moka appoggiata dentro una antica vasca in pietra, rivela una gestualità casalinga, piccola irruzione in una sfera privata e gentile. Il profumo intenso di certe infiorescenze, il parlottare rapido fra i commercianti, lo scarico dei furgoni che hanno viaggiato alle prime luci dell'alba, per fornire la città dei suoi beni. Fortuna ha voluto (ma più che fortuna direi ostinazione di voler gettare uno sguardo su Gorizia anche in pieno inverno) che il magnifico radicchio purpureo, la Rosa di Gorizia, godendo degli ultimi rigori della stagione invernale avesse ancora una volta riempito i campi e che dunque se ne apprezzassero cassette puntellate di rugiada sui banchi del mercato. Di questa "regina dell'inverno" avevo sentito parlare dagli amici goriziani con grande e legittimo vanto e ne ero molto curiosa. Ho potuto anche apprezzarla in una delle sue varianti più classiche " Rosa di Gorizia cu'lis frizzis " una insalata composta dai "petali" di questo radicchio, con l'aggiunta di ciccioli di maiale, una pietanza non esattamente dietetica ma estremamente golosa. Non conoscevo questa meraviglia della natura: dalla semina precoce, verso la metà di Marzo, alla stregua del frumento, alla messa a dimora a inizio estate, alla raccolta dei boccioli con i primi freddi autunnali, che vengono assemblati in veri e propri mazzi e conservati in ambiente protetto, garantendo una temperatura mite e costante, affinche questi possano "sbocciare". Tale lavorazione, rigorosamente manuale, che gli amici goriziani mi dicono essere estremamente laboriosa, richiede una sapienza e una perizia tale da giustificarne anche il costo. I produttori, che si concentrano in un area circoscritta nella piana compresa fra Gorizia e Salcano e, in misura minore nelle aree periferiche della città, la coltivano in piccole quantità, con una tecnica i cui segreti vengono gelosamente custoditi e tramandati di generazione in generazione da due secoli. Di questa " cicoria rossastra" in sloveno Goriski Radic, risalente già ai tempi degli Asburgo, fa menzione anche il Barone Karl von Czörnig - Czernhausen, che elesse la città a suo domicilio nella seconda metà dell'800 ( il cui esempio sto cercando di seguire) nel suo volume ad essa dedicato.

Tornando fra gli sporti del mercato coperto, una menzione particolare la dedico all' imponente banco del pesce, una sorta di allegoria marina, composta da una lunga teoria di pesci e fauna ittica di fronte alla quale sfilare in cerca di prelibatezze, cui fanno capo, sapienti custodi, i venditori già pronti e posizionati, in ordinata fila, per accogliere la clientela. Proseguendo nel proposito di una immersione nel tessuto cittadino nei suoi usi e costumi, ho approfittato delle festività carnacialesche per intrufolarmi nel corteo che dal parco Baiamonti, al limitare dello stadio cittadino, si è snodato, per vie meno battute dai circuiti turistici, in direzione del centro. Al Baiamonti, durante la lettura del testamento del defunto Bepo Zanet, Re del Carnevale, un assaggio delle tradizioni culinarie di evidenti matrice austroungarica, mi ha permesso di sorseggiare un confortante vin brulé e sgranocchiare i "Fritulis", equivalenti agli austriaci Krapfen e presenti in gran parte d'Europa, comunemente dette Chiacchiere con diverse varianti regionali ( in quella Toscana sono i Cenci) e tradizionalmente consumate nel periodo precedente la Quaresima generalmente durante il Carnevale. Conclusa la lettura fra motti e schiamazzi del pubblico, il Re viene arso, su una pira di alloro, in uno di quei fuochi sacri che James Frazer elenca, riritrovandone traccia in tutte le tradizioni, nel suo minuzioso studio sulla magia e la religione ( Il Ramo d'oro), falò che decreta la chiusura delle festività, fino al prossimo anno in cui, come imperitura fenice, il carnevale con la sovversione dell'ordine sociale, tornerà a far burle per le strade cittadine. Seguendo il bizzarro corteo lungo il viale che dal Baiamonti conduce verso la magnifica Piazza sant' Antonio, fin dalle prime visite, la mia prediletta, costeggiando il palazzo Lantieri, d'improvviso una insegna indica la presenza di un Bierrgarten con evidente assonanza bavarese, il salto nella memoria è immediato ma il buffo corteo prosegue la sua marcia irridente ed io lo voglio seguire ancora un poco.

A conclusione della giornata al Borgo Castello un piatto tradizionale delle festività, con le Ceneri si apre il periodo del " mangiar di magro", è dunque d'obbligo, durante la Quaresima, seguendo le raccomandazioni di Alida, il mio Virgilio goriziano, fare un piccolo assaggio di "polenta e renga" ( aringa). Con questa e un calice di ottimo vino bianco del Collio ho raggiunto il giro di boa del personale breve ma intenso " Grand tour goriziano". La giornata volge al termine ed ho ancora moltissime chimere da inseguire e infilare a forza, nel breve tempo che mi resta, dentro il magazzino delle immagini cui attingere, per rivivere la dolcezza di questa città che tanto mi affascina.

Una delle mete a me più care sono da sempre i cimiteri monumentali, compendio di storia locale e monumenti inconsueti ma di grandissimo valore iconico delle comunità abitanti un luogo, ecco perché una parte del mio " viaggio di formazione" va, per antitesi di leggerezza, sempre in cerca di questi luoghi della tranquillità come è ben restituito nell'etimologia tedesca di Friedhof ( luogo quieto). Venuta a conoscenza della presenza di un cimitero ebraico a Nova Gorica, in Slovenia, a quella distanza di un paio di strade che fa di questa città dai due poli, lo scrigno prezioso al cui interno sedimenta, distillando la sua particolarità biculture, mi metto in cammino, ferma sostenitrice della teoria per cui un territorio si assapora solo camminandovi a piedi. Superato il valico di Casa Rossa, basta proseguire dritti per meno di un km in territorio sloveno e a Rožna Dolina, la val di Rose, seguendo il cavalcavia che lo sovrasta, lo si può scorgere adagiato su di un lieve declivio. Le lapidi disposte senza un ordine apparente, come è nella tradizione dei cimiteri ebraici, si raggruppano in piccoli agglomerati o si stagliano solitarie. Leggo che venne istituito nel 1881 e ospita diverse pietre sepolcrali precedenti alla sua ideazione, in alcune si riconoscono epigrafi risalenti ad epoche che vanno dal XIII al XVII secolo, ma la grande maggioranza delle lapidi risale al 900 e cessano con la fine della seconda guerra mondiale, quando la fiorente comunità ebraica di Gorizia fu praticamente cancellata dal terrore nazi- fascista. Fra le personalità più illustri del cimitero spicca lo scrittore, filosofo e letterato goriziano Carlo Michestädter morto nel 1910.

Tornando sui miei passi verso il lato italiano, decido di percorrere strade in libertà, lasciando che palazzi, scorci, giardini inizino a parlare attraverso piccoli dettagli, una sorta di sequenza di Fibonacci che prende vita dipanandosi come un filo rosso per le vie cittadine e in esse mi conduce: e incontro vetrine di antichi negozi che fieramente resistono, lottando contro una modernità commerciale omologante e pervasiva che sta, come in molte altre città, trasformandone l'assetto. Accade così che le vestigia di antichi palazzi ospitino oggi catene ommerciali prive di ogni carattere identitario, dove ad accogliervi non vi è più un proprietario dell'esercizio ma un addetto alle vendite. Molti si sono arresi ed hanno ceduto il passo al " futuro", alcuni resistono e di fronte a questi sosto grata. Sono librerie dal sapore antico, al cui interno si trovano solo volumi ben disposti sugli scaffali, mancanti i gadget, oggi sovente presenti in questa tipologia commerciale, mercerie dinanzi alle cui vetrine è bello soffermarsi per osservare la quantità di merce di diversa tipologia, negozi che hanno ancora il sapore dell'emporio e in cui vorrei entrare per esprimere gratitudine e l'incoraggiamento a resistere all'invadenza dell' e-commerce e tutti i suoi addentellati. E poi il "caffè sotto casa", quello dove ogni mattina si incontrano le stesse facce, quello che per avermi vista due volte in compagnia della mia guida e cara amica, mi tratta ormai come una persona conosciuta, che si saluta augurando un buon viaggio con l'augurio di un a presto rivederci.

Il secondo giorno è volato al pari del primo e con la stessa rapidità che si porta via lo spazio dei momenti piacevoli, li vorremmo fermare ma questi, incuranti del nostro desiderio si affastellano come gli altri sulla linea del tempo che solo interiormente noi riusciamo come dicevo, a dilatare. Un bel racconto per immagini ancora attraverso la mostra fotografica dell' associazione Mitteldream, di cui Alida è la presidente e infine, grazie ad un evento con proiezione di documenti fotografici, sempre a cura dell'associazione, un piccolo salto nella laguna di Grado. Ho scoperto essere, questa lingua di mare costellata di isolette, una vera e propria oasi naturalistica di rara bellezza e di grande varietà faunistica, una sorta di parco naturale non antropizzato ma autogestito da madre natura, con il contributo in saggezza e cura degli abitanti del territorio, la cui più nobile accortezza consiste proprio nel lasciare che possa esistere e prosperare.

Ho trascorso la mia ultima notte in una vera casa goriziana, ospite di Marilisa e Lia: il seminato veneziano sapientemente restituito agli antichi splendori, il pavimento in legno originale dall'inconfondibile scricchiolio, le porte di gusto viennese e l'intero arredamento riproducente le atmosfere delle prime decadi del secolo scorso, fanno di Casa Gatsby un luogo ameno dove ho coronato il viaggio iniziatico, la visita piu introspettiva fra quelle che ormai da alcuni anni mi spingono a percorrere le vie di Gorizia, la città che ho eletto a luogo del bel vivere e dove amerei trasferirmi. Dunque non mi resta che chiudere questo excursus nel magazzino dei ricordi, ad una settimana di distanza dalla mia gita goriziana, confermando a me stessa che ancora una volta di questa citta non sono sazia. Ho voluto in una certa misura darmene dimostrazione, scegliendo un perido grigio e freddo dell' anno, una sorta di prova d'amore verso questa città, il cui charme risiede nella sua natura di luogo ponte fra diverse culture, condizione che è stata avallata dalla nomina, insieme alla gemella Nova Gorica, a capitale europea della cultura per l'anno 2025. È un limes fertile e generoso questo goriziano, di cui il territorio stesso, come anche i suoi abitanti si fa portavoce. Sono sbocciate per me amicizie preziose, ho cercato, incontrato, approfondito relazioni che si sono schiuse con generosità al pari della stessa bellezza caratterizzante le Rose goriziane. Dunque a Gorizia ed alle goriziane, che ho avuto il piacere di conoscere, mi rivolgo, come ad un amore lontano e scrivo una lettera piena di ricordi dei bei momenti trascorsi insieme. Fino alla prossima occasione, a rebours, alla maniera di Huysmans perché io so che a Gorizia tornerò e, chi sa, forse per restare.

Ma che fine ha fatto Julian Sands?

Pubblico, con piacere, queste riflessioni scritte da Giovanna Campagna, il cui sogno è di venire a vivere a Gorizia. E lo pubblico anche perchè amo il cinema e questo attore è stato interprete di uno dei più bei film di denuncia, che ho avuto modo di vedere: Urla del silenzio. Il ricordo di Giovanna è legato ad un'altra opera che, all'epoca, ottenne meritatamente numerosissimi premi, ovvero Camera con vista.

Ieri è stato dichiarato disperso l'attore Julian Sands. Di lui si sono perse le tracce dal 13 di gennaio quando, recatosi per una escursione sul Monte Baldy (situato nell'area delle San Gabriel Mountains, nel sud della California), non ha più fatto ritorno a casa. Ho scoperto che era un amante della natura e in particolar modo dei paesaggi montani. Il destino beffardo, con una sincronicità inquietante, ha decretato per lui una fine degna dei personaggi cui ha prestato il volto in alcune memorabili pellicole. Perfetto interprete di Percy Bysshe Shelley in Gothick di Ken Russel, un vero "spirito di titano entro virginee forme" come il Carducci ebbe a definire il poeta inglese; sublime anche nelle vesti di George Emerson, nello splendido "Camera con vista", trasposizione cinematografica di James Ivory del omonimo romanzo di Edward Morgan Forster, vincitore di 3 oscar: miglior sceneggiatura originale, scenografia e costumi. Film che è una dichiarazione d'amore alla mia città, Firenze, e che contiene, a mio avviso, la scena piu romantica del cinema di tutti i tempi: il bacio tra Lucy e George, i due giovani protagonisti, nel campo di papaveri. Mi piace immaginare Julian Sands al pari di un eroe romantico, uno spirito libero, inebriato dalla natura, in continuo instancabile dialogo con questa. Esattamente come lo fu Shelley, il cantore della natura, nella descrizione di Cesare Pavese ( di cui Einaudi ha pubblicato una pregevole traduzione del "Prometheus unbound" ), che dal poeta fu affascinato fin da giovane età e così ebbe modo di descriverlo: " Amava [Shelley] la bellezza, come la bontà. Per lui tutti gli aspetti dell'universo erano apparenze diverse di una sola realtà: Amore e questa realtà era velata dal Male come da una nebbia, che appena qua e là lascia scorgere gli oggetti. Ma questa nebbia sarebbe dileguata. Nel Prometeo Liberato [ opera dello Shelley] canta il trionfo su di essa. Egli amava tutto ciò che gli appariva bello e buono. Amava il sole come Amava suo padre, una nuvola come una donna, gli esseri inorganici come gli organici, gli uomini, le stelle" ( cit. dai manoscritti giovanili FE di Cesare Pavese custoditi nell'Archivio Pavese presso il Centro di Letteratura Italiana in Piemonte Guido Gozzano dell'Università di Torino).

Julian Sands sembra incarnare alla perfezione questa natura umana, appare, da alcune sue dichiarazioni, come un uomo di altri tempi, schivo, distante dalla contemporaneità chiassosa e animato da una profonda ricerca di silenzio. Una natura contemplariva, rivolta alla ricerca spirituale e lontana dai riflettori dello star system. Incarna alla perfezione il personaggio di George Emerson che, durante una gita nelle colline fiorentine, inebriato dal paesaggio che lo circonda, così dichiara il suo credo al vento: " Bellezza, speranza, libertà, verità, vita, purezza, gioia, amore..." dunque personaggio e interprete si compenetrano e, finiscono per somigliarsi. "Mi aveva colpita molto la sua umiltà e sensibilità. È un bel ricordo che porto nel cuore." Così Julian Sands nella descrizione di una mia carissima amica che ha avuto modo di incontrarlo a Firenze nel 2017, durante le celebrazioni per il trentennale dell'uscita del film. Quel film che lo aveva reso noto, insieme ad una allora giovanissima Helena Bonham Carter ( il personaggio di Lucy) al pubblico internazionale, decretendone l'inizio della carriera. In quella occasione fu chiesto a Ivory come avrebbe immaginato Lucy e George in un ipotetico sequel di Camera con vista, alla domanda se “Sarebbero ancora innamorati”? Il regista si è mostrato titubante replicando “Possiamo pensarci? Domanda impossibile!” A questo punto, sembra che Julian Sands abbia preso in mano il microfono, riuscendo a strappare un applauso molto sentito al pubblico in sala: “Lucy e George sarebbero ancora insieme. Magari a Firenze, proprio stasera. E per quanto sia passato tanto tempo, sono certo che non avranno mai dimenticato il loro primo bacio in quel bellissimo campo di papaveri!”. Questo, come anche una intervista, che oggi sembra tristemente profetica, rilasciata al Guardian in cui, alla domanda su come gli sarebbe piaciuto essere ricordato, risponde con schietta genuinità dai toni simpaticamente british:   "Come un interessante, divertente padre dai miei figli”. Una vita equilibrata dunque, lontana dagli eccessi tipici di certi ambienti e al riparo dai riflettori, l'attore è stato sempre molto presente e fortemente protettivo nei confronti della famiglia, su cui ha scrupolosamente preferito mantenere il riserbo. Una vita appartata, mi piace immaginarla dedita a quella ricerca ininterrotta che caratterizzava il suo personaggio nel film di Ivory. Fino al tragico epilogo, che tanto sorprendentemente lo accomuna a Percy Bisshe Shelley, il cui corpo venne rinvenuto sulle spiagge di Viareggio il 18 luglio del 1822, dieci giorni dopo la sua scomparsa in mare, dove il poeta si era avventurato a bordo di una galetta, durante il suo soggiorno nei pressi di Lerici. 

E con il credo di Forster, un inno alla bellezza ed alla preziosità della vita, che egli fa pronunciare al Signor Emerson, padre di George, che desidero concludere e salutare Julian Sands, un vero esploratore della vita!  " Sempre accanto all'imperituro perché esiste un sì e un sì e un sì...."

Il binomio perfetto!

C’era uno strano movimento attorno al campo sportivo di San Lorenzo Isontino lo scorso fine settimana ed, incuriosita, non ho potuto fare a meno di andare a vedere di che cosa si trattava. Anche perché, a suo tempo, mi avevano segnalato che ci sarebbe stata in paese una competizione di mantrailing sportivo e, quindi molto probabilmente, si trattava proprio di questo. E così è stato. Insomma, non ho alcun dubbio. Se avessi con cane (con due gatti padroni in casa proprio non sarebbe possibile) lo addestrerei a questa tecnica; perché sarà pur vero che per la maggior parte delle persone il cane è il migliore amico dell’uomo, e portandolo a spasso si è costretti a fare movimento anche se la voglia di restarsene a casa a leggere un bel libro o guardare un film molto spesso è notevole, ma guardare in azione le coppie (tecnicamente binomi) è qualcosa di veramente avvincente.

Entrando nello specifico, la prova di mantrailing è orientata a verificare le abilità dei cani nel seguire una traccia ed identificare correttamente una specifica persona in un’area. I cani che partecipano ad una prova di mantrailing devono dimostrare buona volontà e attitudine per il lavoro ed il conduttore deve dimostrare competenza e naturalezza nel condurre il suo amico a quattro zampe. La competizione prevede tre distinti livelli di qualifica. Ogni titolo, quando viene conseguito, definisce il livello di capacità in ambito sportivo e coloro i quali hanno ottenuto i migliori punteggi hanno titolo a partecipare alla competizione nazionale. Rigorosissimo il regolamento che l’infaticabile Federica ci ha consegnato per farci capire a che cosa stavamo assistendo. Non è certamente cosa da poco, perché il regolamento in questione è lungo 10 pagine, interlinea1! Semplificando al massimo, il cane segue una traccia dopo che gli è stato fatto annusare il cosiddetto “testimone d’odore” lasciato da un umano che, in gergo tecnico, si chiama figurante. In pratica, in questa competizione il cane è, o dovrebbe essere, in grado di seguire l’odore di una persona specifica oltre e attraverso gli odori e le tracce di altre persone.

Ogni evento deve offrire almeno due percorsi per livello, in modo che ci sia comunque una traccia disponibile nel caso in cui non fosse possibile utilizzare la traccia principale. I percorsi possono intersecarsi o coincidere in parte ma in tal caso i figuranti devono essere ovviamente diversi. E, quest’ultimi non devono aver percorso il campo di gara cui sono adibiti da almeno 15 giorni. Una organizzazione, quindi, complessa ed impegnativa, ma quando c’è la passione ogni ostacolo viene, in questo caso non soltanto metaforicamente, superato. Questi i risultati della competizione.