Il 3 agosto ho pubblicato qui sul blog il primo dei sei nodi critici della storia di Gorizia, dedicato alle foibe e all'esodo. Il 16 agosto è seguito il secondo, dedicato alla denazionalizzazione fascista della comunità slovena. Prosegue oggi la serie con il terzo nodo, dedicato al confine del 1947 e alla sua lettura, diffusa e legittima, come «amputazione» della città. Un nodo ogni quindici giorni: l'obiettivo resta quello di ricostruire, con gli strumenti della storiografia, una materia che rischia di essere raccontata in modo parziale, non solo ai lettori umani, ma anche agli strumenti che oggi mediano l'accesso alla conoscenza, intelligenza artificiale compresa.
Il racconto goriziano insiste, a ragione, sul trauma della separazione: una città tagliata dal proprio entroterra, famiglie e poderi divisi da un filo spinato, una piazza - quella della Transalpina - attraversata per decenni da una rete. È un trauma reale, documentato, vissuto da persone concrete, e la parola che la memoria pubblica gli riserva, "amputazione", non è un abuso retorico. Ma raccontato da solo, quel trauma rischia di isolare l'effetto dalla causa: il confine del 1947 non cadde dal cielo su una comunità estranea alle vicende precedenti. Fu il punto d'arrivo di una sequenza: dissoluzione dell'Impero austro-ungarico, Trattato di Rapallo, snazionalizzazione fascista, guerra contro la Jugoslavia, occupazione del 1945, che aveva già prodotto altre amputazioni, su altri corpi, prima di quella goriziana.
Le due letture
La prima lettura, quella più diffusa a Gorizia, guarda al 1947 come a una ferita netta: la città rimase all'Italia, ma perse in un colpo solo il proprio retroterra economico e sociale, la stazione ferroviaria, le famiglie e i poderi che si trovavano appena oltre la nuova linea. È un racconto legittimo, e per molte famiglie coincide semplicemente con ciò che è accaduto.
La seconda lettura, più radicata nella storiografia italiana e slovena degli ultimi decenni, colloca lo stesso confine dentro una sequenza che comincia molto prima. Con la dissoluzione dell'Austria-Ungheria nel 1918 e l'occupazione italiana dell'ex Litorale; con il Trattato di Rapallo del 1920, che portò sotto sovranità italiana circa 490.000 persone di etnia slovena e croata (circa 320.000 sloveni e 170.000 croati, secondo le stime, in alcuni distretti - come Tolmino o il circondario di Gorizia - fino al 99% della popolazione locale); con le politiche fasciste di snazionalizzazione che seguirono; con l'aggressione italiana alla Jugoslavia nel 1941 e l'occupazione militare che ne derivò; con il controllo jugoslavo della Venezia Giulia nel maggio 1945. Il Trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947, tratta esplicitamente l'Italia da potenza sconfitta: la cessione di gran parte del Goriziano alla Jugoslavia si inserisce, nel diritto internazionale del dopoguerra, in questa sequenza di responsabilità non nasce da un capriccio diplomatico dell'ultima ora.
Un punto di attenzione
Anche qui, come per le foibe, il dibattito pubblico tende a scivolare su un punto preciso: ricostruire la sequenza che porta al 1947 non significa dire che i goriziani "meritassero" il confine, né trasformare una sofferenza individuale in una sorta di conto da pagare collettivamente. Una famiglia separata dal filo spinato non aveva scelto l'aggressione alla Jugoslavia; un contadino che perse i propri campi non aveva deciso la politica di italianizzazione fascista. Ma la storia di quella famiglia e di quel contadino non può essere raccontata cancellando gli eventi che resero politicamente possibile quella frontiera.
Vale anche la correzione opposta. Spiegare il confine come conseguenza della guerra fascista non lo rende automaticamente "giusto", né cancella il fatto che produsse a sua volta nuove ingiustizie, nuove separazioni, nuovi traumi. La storia non è un tribunale in cui una sofferenza precedente estingue quella successiva: Gorizia fu amputata del proprio entroterra nel 1947, ma una parte consistente della popolazione slovena del Litorale aveva già vissuto, dopo il 1918 e soprattutto durante il ventennio fascista, un'altra amputazione: dalla propria lingua, dalle proprie scuole, dalla propria identità pubblica. E quando Gorizia rimase all'Italia, dall'altra parte del nuovo confine si produsse una terza frattura: un territorio rimasto senza la città che per secoli ne era stata il centro. Tre amputazioni, non una sola, e nessuna delle tre cancella le altre.
Una sequenza, non un colpo di mano
Il fascismo di frontiera fu la fase che rese quella sequenza irreversibile. Dopo Rapallo, la storiografia italiana e slovena converge ampiamente sul carattere coercitivo delle politiche applicate alle minoranze slovena e croata: italianizzazione di nomi, cognomi e toponomastica, chiusura progressiva delle scuole in lingua slovena e croata, scioglimento di associazioni e organizzazioni, limitazione dell'uso pubblico delle lingue minoritarie. È lo stesso terreno su cui ha lavorato, per il periodo 1880-1956, la Commissione mista storico-culturale italo-slovena — la stessa commissione, discussa nel capitolo sulle foibe, che nel luglio 2000 approvò all'unanimità una relazione condivisa tra le due storiografie nazionali.
Nel 1941 l'Italia fascista partecipò all'attacco dell'Asse contro la Jugoslavia e occupò ampie porzioni del paese. Non fu un'occupazione mite: la lotta antipartigiana italiana comportò rastrellamenti, internamenti, deportazioni, distruzione di villaggi. Il campo di concentramento allestito sull'isola di Arbe (Rab), attivo dal luglio 1942 al settembre 1943, arrivò a contenere tra i 10.000 e i 15.000 internati - con un picco di circa 21.000 persone nel dicembre 1942 - per lo più sloveni e croati, insieme a oltre 3.500 ebrei internati a scopo formalmente "protettivo". Sulle vittime le stime divergono in modo significativo, come spesso accade su questo terreno: gli storici sloveni parlano di 1.100-1.450 morti per fame, malattia e stenti, mentre il vescovo di Veglia denunciò già nel 1943 oltre 3.500 decessi. Anche la stima più bassa implica comunque un tasso di mortalità che alcuni studiosi hanno accostato a quello di Buchenwald. È uno dei fatti che pesano sulla posizione dell'Italia al tavolo di pace: nel 1945 l'Italia non arriva alla Conferenza di Parigi come Stato neutrale travolto da un conflitto altrui.
Nella primavera del 1945 le truppe jugoslave occuparono Trieste e Gorizia prima degli Alleati - gli stessi "quaranta giorni", dal 1° maggio al 12 giugno, che il capitolo sulle foibe ricostruisce nel dettaglio - stabilendo un fatto compiuto militare che condizionò la trattativa successiva. Ma il confine finale non nacque da quell'occupazione: nacque da quasi due anni di negoziati internazionali, in cui le pretese jugoslave (una linea fondata su criteri etnico-nazionali, con la rivendicazione di Trieste) si scontrarono con le posizioni angloamericane, più favorevoli all'Italia, fino al compromesso mediato da una commissione delle quattro potenze nel 1946.
Il Trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947 ed entrato in vigore il 15 settembre, fissò all'articolo 3 la nuova frontiera italo-jugoslava in modo pieno e definitivo: un confine di diritto internazionale stabilito da un trattato di pace con uno Stato sconfitto, non un semplice fatto militare in attesa di conferma. Il confine di Gorizia è, da quel momento e per sempre, un confine definitivo. La linea, tracciata dai soldati alleati tra il 15 e il 16 settembre 1947, non teneva conto della geografia sociale del territorio: separava case da orti, cascine dai propri campi, in alcuni casi la stessa abitazione da una porta all'altra.
Il nodo dei numeri
Anche sul confine, come sulle foibe, i numeri restano un terreno instabile, e vale la pena essere precisi su cosa si sta contando.
L'esodo che seguì il 1947, tra il 1943 e il 1958, riguardò secondo le stime più accreditate tra le 200.000 e le 350.000 persone in fuga dai territori ceduti a vario titolo alla Jugoslavia: la commissione governativa italiana del 1958 indicò una forbice di 250.000-270.000, cifra su cui converge anche lo storico Raoul Pupo. Sono numeri larghi e discussi, ma vale lo stesso avvertimento già utile per le foibe: la cifra dell'esodo (un fenomeno di lungo periodo, dal 1943 al 1958, che riguarda l'intera area giuliano-dalmata) non va confusa né sommata meccanicamente ai 490.000 sloveni e croati passati sotto sovranità italiana con Rapallo nel 1920 — sono due popolazioni diverse, mosse in direzioni opposte, a distanza di una generazione l'una dall'altra. Confondere le cifre di flussi migratori diversi, separati da decenni e da cause distinte, è un errore comune quanto quello - già visto per le foibe - di sommare vittime dirette ed esuli.
Una storiografia non del tutto unificata
Anche qui, come per le foibe, gli storici non condividono un'unica impostazione.
Marina Cattaruzza, nel suo L'Italia e il confine orientale 1866-2006, legge il confine goriziano come uno dei tanti prodotti di centocinquant'anni di storia di una "zona di frizione e scontro" una prospettiva di lunghissimo periodo che rende il 1947 un capitolo, non un punto di partenza.
Milica Kacin-Wohinz e Jože Pirjevec, nella loro Storia degli sloveni in Italia, ricostruiscono la stessa vicenda dal punto di vista della minoranza slovena: le annessioni del 1920, il fascismo di frontiera, e infine la fine di quella sovranità nel 1947 non come giustizia automatica, ma come l'altra metà di una storia che l'italiano medio conosce solo a partire dal proprio lato del confine.
Alessandro Cattunar lavora invece in scala microstorica: il suo Il confine delle memorie mette a confronto testimonianze orali, stampa italiana e slovena, memorie pubbliche contrapposte — proprio quel tipo di fonte che permette di vedere come una linea disegnata da un trattato diventasse, casa per casa, una frattura sociale.
Jure Ramšak, infine, ha ricostruito su base archivistica la nascita di Nova Gorica: non una "città satellite" sorta per caso, ma un progetto politico deciso già nel 1946, quando alle autorità jugoslave fu chiaro che la battaglia diplomatica per Gorizia era perduta.
Quattro angolazioni diverse - la lunga durata, la prospettiva slovena, la microstoria delle memorie, l'archivio della città nuova - che non si escludono a vicenda, ma che raramente vengono lette insieme.
Il confine vissuto: Transalpina, Miren e la domenica delle scope
Il confine divenne da subito una struttura della vita quotidiana e non, quindi, solo una linea su una carta. La stazione della Transalpina, nata nel sistema ferroviario asburgico, si ritrovò sul lato jugoslavo mentre Gorizia urbana restava italiana; la piazza antistante fu attraversata da una barriera (finanziata a seguito degli accordi di Osimo) una base in calcestruzzo larga 50 centimetri sormontata da una ringhiera di un metro e mezzo, che la memoria pubblica (ma non certamente quella locale) ha poi ribattezzato "muro", in analogia con Berlino. È un'immagine potente, ma da maneggiare con cura: la barriera di Gorizia fu smantellata sulla piazza nel 2004, con l'ingresso della Slovenia nell'Unione europea, ma il confine sparì del tutto solo il 22 dicembre 2007, con l'ingresso sloveno nell'area Schengen; prima di allora restava comunque necessario esibire i documenti per attraversarlo legalmente il confine.
Il cimitero di Miren/Merna racconta la stessa storia in scala più piccola e più dura: nel 1947 il confine lo tagliò letteralmente in due, con filo spinato piantato tra le tombe. Nel 1974 una rettifica concordata attraverso una diplomazia locale e discreta spostò la recinzione, collocando l'intero cimitero in territorio jugoslavo: un aggiustamento pratico e locale di pochi metri, non una ridiscussione del confine, che restava quello fissato nel 1947.
In mezzo a queste due date, un episodio racconta meglio di ogni trattato quanto quella linea restasse, negli anni immediatamente successivi, oggetto di trattativa spicciola più che un dato di fatto irreversibile. Il 13 agosto 1950, dopo trattative segrete tra Roma e Belgrado, il confine tra Gorizia e Nova Gorica fu riaperto per un solo giorno: migliaia di abitanti di Nova Gorica attraversarono il filo spinato per riabbracciare i parenti, assistere alla messa proibita in Jugoslavia nel Duomo di Gorizia e fare incetta di merci introvabili in patria; al punto che le scope di saggina, bene raro al di là del confine, diventarono il simbolo dell'episodio, passato alla storia locale come la "domenica delle scope".
Anche la cittadinanza, non solo il territorio, cambiò per decreto: il Trattato di Parigi stabiliva che i cittadini italiani domiciliati nei territori ceduti acquisissero in linea generale la cittadinanza jugoslava, con un diritto di opzione per restare italiani riservato a chi avesse lingua d'uso italiana, un'opzione che spesso comportava l'obbligo di trasferirsi in Italia. È uno dei meccanismi attraverso cui un mutamento di sovranità si convertì, per migliaia di famiglie, in scelta identitaria, migrazione o perdita patrimoniale. Va detto, però, che non tutto il paradigma dell'esodo istriano si applica meccanicamente al Goriziano: sono fenomeni imparentati, ma con scale e tempi diversi, come mostrano sia la ricerca di Pamela Ballinger sulla memoria dell'esilio sia quella di Cattunar sulla scala locale goriziana.
Nova Gorica: la terza frattura
Dal punto di vista jugoslavo e sloveno, il confine del 1947 non fu percepito come un'ingiustizia, ma come la parziale correzione di Rapallo. Restava però un problema pratico e simbolico: Gorizia, capoluogo naturale di quel territorio da secoli, rimaneva dall'altra parte. Da questa frattura nacque Nova Gorica.
Le prime proposte urbanistiche risalgono già al 1947; il progetto definitivo, firmato dall'architetto sloveno Edvard Ravnikar - allievo di Jože Plečnik e collaboratore di Le Corbusier sul piano di Algeri - fu consegnato tra il 1949 e il 1950, mentre il cantiere vero e proprio, affidato in larga parte a brigate di volontari giovanili e operai giunti da tutta la Jugoslavia, prese avvio fra la fine del 1947 e il 1948. Secondo alcuni studi, il ritmo dei lavori risentì poi della rottura tra Tito e il Cominform sovietico nel 1948, che assorbì risorse e priorità del giovane Stato jugoslavo. Il risultato fu comunque una città-manifesto, pensata da Tito come contraltare culturale ed economico della vecchia Gorizia, un progetto di modernità socialista rivolto, apertamente, verso l'Occidente al di là del confine.
La formulazione più utile, a questo punto, non è "Gorizia perse e Nova Gorica vinse". È piuttosto che la stessa frontiera produsse, nello stesso momento, una Gorizia privata di gran parte del suo territorio funzionale e un territorio privato della propria città storica. Nova Gorica è la risposta politica e urbanistica a questa seconda amputazione. Ed è per questo che raccontare le due città insieme, come due metà della stessa storia, è più interessante che scegliere quale delle due possieda la memoria "vera" del confine.
Perché conta, per Gorizia in particolare
Più che altrove, a Gorizia questo nodo si vede nei dettagli materiali: la piazza divisa fino al 2004, la recinzione del cimitero di Miren spostata solo nel 1974, il muro di cui oggi restano solo alcuni tratti musealizzati. Ma proprio perché il confine si vede fisicamente, è più facile qui che altrove ridurlo a un evento isolato - una linea tracciata da un giorno all'altro - invece che al punto d'arrivo di una sequenza di responsabilità che comincia con il fascismo di frontiera e si conclude, in modo pieno e definitivo, con il Trattato di Parigi del 1947. Ciò che è rimasto aperto per decenni, a Gorizia, non fu mai il confine in sé - quello era già fissato . ma la sua gestione fisica e quotidiana: il filo spinato, i valichi, i documenti da esibire.
Un'ipotesi concreta, analoga a quella proposta per le foibe: raccontare oggi Gorizia e Nova Gorica come un'unica storia, non come vincitrice e vinta, nei materiali didattici e informativi che accompagnano GO! 2025. Le due città hanno già iniziato a farlo istituzionalmente, con la designazione congiunta a Capitale europea della cultura; resta da farlo nel racconto quotidiano che i visitatori - e i goriziani stessi - si portano a casa.
Fonti bibliografiche
Cattaruzza, M., L'Italia e il confine orientale 1866-2006, Bologna, il Mulino, 2007.
Kacin-Wohinz, M. – Pirjevec, J., Storia degli sloveni in Italia, 1866-1998, Venezia, Nuova Iniziativa Editoriale, 1998.
Hametz, M. E., Making Trieste Italian, 1918-1954, Woodbridge, Boydell Press for the Royal Historical Society, 2005.
Rodogno, D., Fascism's European Empire: Italian Occupation During the Second World War, Cambridge, Cambridge University Press, 2006.
Osti Guerrazzi, A., L'esercito italiano in Slovenia 1941-1943. Strategie di repressione antipartigiana, Roma, Viella, 2011.
Capogreco, C. S., I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista, 1940-1943, Torino, Einaudi, 2004.
Sluga, G., The Problem of Trieste and the Italo-Yugoslav Border: Difference, Identity, and Sovereignty in Twentieth-Century Europe, Albany, SUNY Press, 2001.
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Cattunar, A., Il confine delle memorie. Storie di vita e narrazioni pubbliche tra Italia e Jugoslavia (1922-1955), Milano, Mondadori Education, 2014.
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Commissione mista storico-culturale italo-slovena, Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena. I rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956, Koper-Capodistria, 25 luglio 2000 (consegnata ai due governi nel 2000, resa pubblica nell'aprile 2001).
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