Eccellenze goriziane. La K9 isontina rescue: una realtà da conoscere

Un ruolo attivo nella ricerca di persone scomparse può essere svolto dalle associazioni di volontariato e dagli organi di informazione, su input del Prefetto. Lo prevede espressamente la legge 203 del 2012. Ecco che, allora, può diventare determinante l'intervento immediato dei cani molecolari
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Ogni appassionato di cani, dovrebbe avere nella propria biblioteca una copia de “L’anello di Re salomone” e di “E l’uomo incontrò il cane” di Konrad Lorenz. Nelle storie di cani, raccontate da Lorenz, possiamo riconoscere molti aspetti del comportamento dei nostri amici a quattro zampe, ma anche dei padroni consapevoli che non vedono nei cani oggetti, o dei giocattoli, ma amici con cui condividere la propria vita e le proprie esperienze. Credo che Konrad, se fosse ancora vivo oggi, vedrebbe con preoccupazione la moda, esplosa qualche anno fa, (specialmente tra star e vip) dei cosiddetti “dog toy”, cioè “cani giocattolo”: vere e proprie miniature viventi di cani di taglia piccola (volpini, chihuahua, maltesi ecc.). E ciò in quanto lo stesso aggettivo “toy”, giustamente, non dovrebbe piacere per niente agli amanti dei cani: gli animali non sono giocattoli, ma compagni di vita che meritano cure, attenzioni e amore costante. Insomma, sarà ben vero che i cani di piccola taglia vivono bene in appartamento e possono, con maggior facilità, seguire la famiglia nei suoi spostamenti. Ma per chi li ama e li considera “uno di famiglia” la taglia è decisamente irrilevante. Lo sanno per certo, ad esempio, Federica Obizzi e Marco Roset che grazie ai loro rispettivi Segugio bavarese, Bloodhound e Labrador, hanno dato concretezza ad una passione sportiva certamente ma anche civile. Insomma, quello che, per antonomasia, è il migliore amico dell’uomo, non è soltanto la creatura da esibire alla mostra canina o comunque da coccolare tra le braccia in quella che ormai comunemente è definita pet terapy. Termine coniato dallo psichiatra americano Boris Levinson nei primi anni '60 che letteralmente significa "terapia dell'animale da affezione"e consiste in una pratica di supporto ad altre forme di terapia tradizionali che sfrutta gli effetti positivi dati dalla vicinanza degli animali domestici, cani in primis, a una persona.

Il cane, infatti, se allenato adeguatamente, è uno straordinario strumento di aiuto all’uomo nella ricerca di persone scomparse. Ma questo lo sanno certamente tutti. Tenuto conto che in realtà e nella finzione cinematografica, capita molto spesso di vederne – muso a terra – seguire le tracce di qualcuno o qualcosa. Ma c’è ricerca e ricerca. Il mantrailing è una attività di ricerca con un cane addestrato a seguire la specifica traccia di odore di una singola persona, avendone prima individuato l’impronta olfattiva. Ed ecco il motivo per il quale si parla anche di “cani molecolari”. E ciò a differenza, quindi, di un cane da ricerca in superficie che individua qualsiasi persona in una determinata area. La disciplina, come del resto il nome stesso lo fa intuire, si è diffusa inizialmente negli USA per la ricerca di evasi e persone scomparse. Ma la tecnica è antichissima come ci spiega Federica Obizzi, mentre sorseggiamo un tè freddo sotto l’ombrellone di Marco Roset, mentre i suoi cani continuano ad annusarci i piedi. E’ infatti, riconducibile agli antichi egizi e romani, come tecnica militare di nicchia: ricerca e attacco. Oggi il suo utilizzo è sempre più diffuso nei vari Paesi Europei come affiancamento alle unità cinofile di ricerca in superficie. È un’attività adatta ad ogni cane, di qualsiasi razza o meticcio, in quanto l’utilizzo dell’olfatto, è la predisposizione naturale del cane.

Il Mantrailing sportivo è una disciplina in cui il cane, dopo aver annusato un testimone d’odore, ricerca un figurante lungo un percorso di difficoltà e lunghezza crescenti a seconda del suo grado di preparazione. Il cane lungo tutto il percorso è connesso al suo conduttore mediante un guinzaglio di lunghezza minima di 5 metri. In Friuli Venezia Giulia l’ Isontina K9 rescue ODV, organizzazione di volontariato iscritta regolarmente nel relativo registro regionale, ed i cui aderenti non si risparmiano certamente in termini di tempo dedicato all’attività. Al fine di essere sempre preparati al meglio per le operazioni di ricerca reale, infatti, si allenano con cadenza bisettimanale, partecipando anche ad esercitazioni con altre realtà interregionali. Ad oggi, orgogliosamente, (ciò in quanto l’addestramento è decisamente impegnativo) la Isontina K9 rescue può contare su 7 unità cinofile che hanno ottenuto il brevetto ufficiale. Un impegno, quello del gruppo isontino, che è stato recentemente gratificato dalla qualificazione ad “istruttore di mantrailing da soccorso” della stessa presidente Obizzi e di Marco Roset che ci ha accolto nel suo giardino, per raccontarci di questa interessante esperienza sociale. Problemi ce ne sono, ha sottolineato la presidente Federica Obizzi, ciò in quanto il mantrailing è una pratica relativamente giovane in Italia e, di conseguenza, non è ancora inserita in tutti i protocolli di ricerca nazionale ufficiali. Salita agli onori della cronaca in circostanze drammatiche, quali la ricerca della giovane Yara Gambirasio, rappresenta di fatto uno strumento di indubbio valore nella ricerca di persone scomparse anche se la tempistica svolge un ruolo importantissimo. E non è un caso, chiosa Federica, di professione avvocato, se la legge 203/2012 che reca disposizioni per la ricerca delle persone scomparse, prevede che chiunque (contrariamente a quanto avveniva in passato e quanto il cinema ci ha abituati a credere) può fare immediatamente denuncia se c’è ipotesi di pericolo per la persona scomparsa. Perché è evidente che prima iniziano le ricerche, più alte sono le speranze di trovare la persona che si è allontanata da casa.

Luisa Bacichi: gioie e dolori di una triestina a Buenos Aires

C’è un fantasma che vaga tra il marmo e il bronzo della Recoleta, il cimitero di Buenos Aires. Ma non è quello di Evita, l’indimenticata, amatissima dal popolo, seconda moglie del Presidente Juan Domingo Perón e first lady dell'Argentina dal 1946 fino alla sua scomparsa nel 1952, a causa di un tumore, a soli 33 anni. Perché, anche stando alle credenze popolari I fantasmi sono visibili solo nei luoghi in cui sono morti, per cause violente, come se quell’attimo fosse stato di un così intenso spessore emotivo tale da fissarne l’immagine, come su una lastra fotografica, sulla pellicola del tempo. Il fantasma che vaga nel cimitero della Recoleta, non è quindi quello di Evita, deceduta in un letto di ospedale ma, si racconta, è quello di Eugenia Rufina Cambacérès Bacichi, figlia dello scrittore argentino Eugenio Cambaceres e della ballerina Luisa Bacichi. E da qui inizia la nostra storia.

Luisa Bacichi nacque l'11 marzo 1855 a Trieste, allora parte dell'Impero austriaco. Fu battezzata come Aloysia Stéphana, ma fin da giovanissima preferì farsi chiamare Luisa. I suoi genitori, Lorenzo Bacichi e Aloysia Bonazza, provenivano dall'isola di Brač, Milna (ora Croazia). In realtà, si chiamavano Laurentius Bassich e Alojzija Bonacich, ma come spesso accadeva all’epoca nella regione dei Balcani, i loro nomi vennero italianizzati. Luisa era la maggiore di tre sorelle (seguite da Teresa e Maria). Aveva anche un fratello, Lorenzo, il primogenito. Suo padre era un soldato. Apparteneva alla terza compagnia del secondo battaglione della Guardia Nazionale. Luisa è cresciuta in un ambiente di artisti, in quella che potrebbe essere definita una famiglia borghese. Uno dei suoi zii, di nome Vincenzo, era un imprenditore teatrale, musicista e scrittore. L'ha aiutata a muovere i primi passi nel balletto e nel canto. All'età di dodici anni, ha ballato nel teatro più importante della sua città e per una delle più prestigiose compagnie di ballo della regione. Aveva insomma anche una bellissima voce ed è stata forse quest’ultima la sua segreta arma di seduzione, oltre alla incomparabile bellezza.

Dopo la morte dei genitori, assieme alla sorella minore Maria, anch'essa cantante, si recò a Parigi dove ottenne lusinghieri successi. Fu lì che ebbe modo di conoscere un aristocratico argentino che si trovava in Francia quale delegato a rappresentare l'Argentina all'Esposizione universale di Parigi che si sarebbe svolta nel 1889: Eugenio Cambaceres, poliedrico uomo del suo tempo: scrittore, avvocato, politico, amante di belle donne. Aveva dodici anni più di lei, se ne innamorò e, nel 1887, per motivi più che altro convenzionali connessi a future eredità, decisero di sposarsi. La salute di Eugenio era, infatti, cagionevole e due anni dopo il matrimonio, nel 1889, la lasciò vedova. Da questa unione, nel 1883, a Parigi, nacque Rufina, la cui mancanza del padre venne tuttavia colmata da un altro uomo che la madre Luisa ebbe modo di incontrare nella fase più critica della sua vita dal punto di vista economico, negli anni immediatamente successivi alla morte del marito.

Il rapporto tra Luisa Bacichi ed Eugenio Cambaceres fu un rapporto di grande passione e, certamente, vissuto al di sopra delle righe e al di sopra delle possibilità economiche: viaggi e feste contrassegnate da sfarzo. Ma non per questo Luisa non venne mai accettata dalla comunità aristocratica di Buenos Aires. Insomma, la stessa sorte che toccò, in seguito, ad Evita Duarte Peron. Il loro rapporto fu così intenso da indurre il marito ad abbandonare gli argomenti della sua narrativa, considerati all’epoca scabrosi, per dedicarsi ad affrontare il problema dell’immigrazione. A causa del loro stile di vita e alle spese sostenute durante la lunga malattia il patrimonio di Eugenio quasi si dissolse e, alla sua morte, Luisa si trovò in una critica situazione economica. E fu proprio nel momento in cui decise di affittare un ranch che ebbe modo di incontrare Juan Hipólito del Sagrado Corazón de Jesús Irigoyen Alem (12 luglio 1852 /3 luglio 1933), presidente per due mandati dell'Argentina (dal 1916 al 1922 e dal 1928 al 1930). Leader radicale, a lui va riconosciuto il merito del suffragio (maschile) universale che venne introdotto dal 1912. Conosciuto come “il padre dei poveri”, Yrigoyen si adoperò per un miglioramento del tenore di vita della classe operaia dell'Argentina insieme con il passaggio di parecchie riforme sociali progressiste, compresi miglioramenti di condizioni di fabbrica, regolazione dell’ orario di lavoro, pensioni obbligatorie e l'introduzione di un sistema di pubblica istruzione universalmente accessibile. Tra l’altro, mantenne l'Argentina neutrale durante la prima guerra mondiale. Uomo tutto d’un pezzo, chiamato affettuosamente “peloso” per il suo carattere rigido e riservato, sembra sia stato comunque molto sensibile al fascino femminile. Tanto da aver avuto numerosi figli con più donne. Nella pagina wikipedia di Luisa Bacichi, viene indicato come coniuge della indubbiamente affascinante Luisa, per il periodo dal 1897 al 1924, anno della sua morte; mentre pagine gossip in lingua spagnola raccontano una storia ben diversa. Nel senso che anche il figlio Luis Hernán Yrigoyen Bacichi (Buenos Aires, 7 marzo 1897 – Buenos Aires, 10 marzo 1977) diplomatico, agronomo e botanico argentino, ambasciatore dell'Argentina in Germania in due occasioni, viene indicato come “l'ultimo figlio di Hipólito Yrigoyen, il risultato della sua relazione con Luisa Bacichi.” Degli altri fratelli e sorelle non c’è traccia. Con ciò avvalorando la teoria che il cognome paterno gli venne riconosciuto con sentenza del tribunale al quale si rivolse e non in quanto figlio di una coppia legittimamente sposata. Non c’è da dubitare, a tale proposito, che la scelta di mantenere la loro relazione riservata, fosse motivata anche dal fatto che la società argentina, all’epoca, fosse molto conservatrice e mal sarebbe stata vista, quindi, una relazione di questo tipo per un uomo che si stava spendendo, in maniera così incisiva, per il suo Paese. Il suo impegno, durante i due mandati presidenziali, fu talmente aggressivo da infastidire i settori fascisti e conservatori dell'esercito che tramarono, quindi, apertamente per un cambiamento di regime. Per non parlare degli ostacoli a lui frapposti da società americane, tenuto conto dei suoi sforzi per frenare il contrabbando di olio dalla Provincia di Salta alla Bolivia. Yrigoyen. Fu deposto in un colpo di stato militare, quando ormai Luisa era passata, come si suol dire, a miglior vita. E questo fu il primo colpo di stato militare dall'adozione della costituzione argentina. Hipólito Yrigoyen è stato sepolto nel cimitero della Recoleta dove, come raccontavo, si aggira il fantasma di Rufina.

Ritornando, quindi, a Rufina (che in tenera età veniva chiamata Rufinita) la sua infanzia non fu certamente dorata, essendo rimasta orfana di padre a pochi anni. Ma trovò in don Hipólito (così lo chiamava), la figura paterna di cui aveva avuto bisogno. Mentre i suoi più cari amici furono i suoi cugini, figlia di Maria, la sorella più giovane di Luisa che la seguì sempre nelle sue peregrinazioni da Parigi a Buenos Aires. Nel 1897 Rufina iniziò i suoi studi privati ed eccelleva in tutto. Parlava cinque lingue. Era, in pratica, molto colta e intelligente. E non si può negare che l'influenza di don Hipólito fu fondamentale nella formazione delle sue idee. Si interessava di questioni sociali, dei fatti del mondo, filosofia ed anche musica. In questa materia aiutata anche dalla sua stessa madre. Sebbene fosse piuttosto timida la sua personalità andava assomigliando sempre più a quella della madre. Esordì in società in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario del Club del Progreso. Era ammirata dai ragazzi e invidiata dalle ragazze. Si distingueva per i suoi interessi insoliti, per la sua cultura superlativa, per la chiarezza con cui si esprimeva e per le sue straordinarie capacità per pittura e musica. In pratica, ad ogni viaggio a Buenos Aires lo stuolo di spasimanti era destinato ad aumentare. Rufina, tuttavia, rimaneva indifferente a tutto questo, con buona pace della madre che avrebbe voluto, per lei, soltanto il meglio, ma alla fine degli studi. Sebbene la addolorasse pensare che sua figlia un giorno se ne sarebbe andata con un uomo, le avrebbe permesso di scegliere; non avrebbe imposto nessuno dei gentiluomini che già manifestavano per lei interesse a sposarla.

Era l'anno 1902, il 31 maggio, quando Rufina compì diciannove anni. Per celebrare l’avvenimento sua madre le aveva organizzato una festa che avrebbe dovuto concludersi con la visione di "La bohème" al teatro Colòn di Buenos Aires. Si racconta anche che mentre si preparava per la serata mondana, ricevette da una sua cara amica una notizia che le causò una sincope: sua madre era l’amante dell’uomo che Rufina stessa amava seppur segretamente. Udito il grido della cameriera, Luisa trovò l’amata figlia apparentemente svenuta davanti allo specchio della sua stanza, con il cappello nella mano destra. Di fronte al palazzo dove si trovavano, c'era la casa dei trovatelli, ed il medico di turno, accorso subito in aiuto, il dottor Ruiz Huidobro, stabilì che Rufina aveva subito una sincope, cioè quella che oggi è conosciuta come morte improvvisa. In pratica, quella che doveva essere una festa si trasformò in una tragedia. Il giorno successivo si tennero i funerali dopo che ben tre medici ne certificarono il decesso. Rufina fu sepolta nel pantheon della famiglia Cambaceres. Com’era consuetudine all'epoca, lo facevano con i gioielli che le erano appartenuti in vita. Ed è qui che entra in scena il vecchio custode del cimitero di Recoleta. La funzione del custode era, a quel tempo, quella di una specie di guardia di sicurezza. Proprio in relazione al fatto che coloro che venivano sepolti venivano abbelliti con i propri gioielli. C'era, quindi, un grande pericolo di saccheggio. Perché ladruncoli, senza pietà, approfittavano di quelle prime notti per derubare le salme. Il custode nel suo giro di perlustrazione, mentre visitava l'area del pantheon della famiglia Cambaceres, sentì dei rumori. Il coperchio della bara era stato in parte divelto ed il corpo di Rufina aveva il viso, il collo, il petto, graffiati. Sotto le sue unghie, resti del legno della bara. Corse fuori, quindi, per dare l’allarme ed avvertire la famiglia. Temeva infatti il peggio: che i ladri fossero entrati nel pantheon, ed avessero preso i gioielli della povera Rufina. Ma si dice anche che Rufina sarebbe stata vittima di un attacco di catalessia e si sarebbe svegliata nel buio della tomba per arrendersi e morire di nuovo con il cuore spezzato. La vita andò avanti per tutti. Nel 1905 ci fu una nuova rivoluzione radicale organizzata da Hipólito Irigoyen che, sebbene neutralizzata, sarebbe stata fondamentale per stravolgere la storia. Nello stesso anno, nel terzo anniversario del fatidico giorno della morte di Rufina, fu inaugurata nel cimitero della Recoleta la statua di Rufina Cambaceres, realizzata dallo scultore tedesco Richard Aigner ed in uno splendido stile Liberty. Ed è come ancora oggi ci appare.

Per Luisa Bacichi iniziò la sua resa alla vita, perché non fu più in grado di riprendersi senza la sua adorata figlia e andava ogni giorno al cimitero a pregare per lei. L'unica cosa che la trattenne in vita era il suo piccolo figlio Luis. Negli anni '20 Luisa si ammalò e il 12 luglio 1924 morì di cancro che la affliggeva da molto tempo. Aveva 69 anni. Nel 1916 Hipólito Irigoyen assunse la presidenza dell’Argentina. Era la fine del lungo regime conservatore. Luisa non fu mai first lady ufficiale ma il suo impegno per la causa sociale fu indubbiamente una voce ascoltata dal caudillo.

Le notizie riguardanti Luisa Bacichi sono state tratte da: https://rufinacambaceres.wordpress.com/2019/04/02/luisa-bacichi-la-gran-mujer-desconocida/

Le notizie riguardanti Hipólito Yrigoyen, sono tratte da: https://it.knowledgr.com/00411754/HipolitoYrigoyen

Storie di donne: ricordi e memorie cittadine

Ho scritto più volte, su questo blog, a proposito dell'importanza della toponomastica. Nel senso che una città dedica le sue vie ai grandi che le danno onore e a cui vuol dare onore, ai grandi di cui si vanta, la cui vita, conclusasi ieri, illumina la vita di coloro che vivono oggi. Chi dà il nome a una strada o a una piazza ammonisce chi abita in quella strada o quella piazza a vivere come lui, si presenta come modello di vita, di professione, di arte, di scienza. Questo il concetto espresso da Ferdinando Camon a proposito di vie e piazze dedicate a protagonisti della prima guerra mondiale. Per quanto riguarda Gorizia, nello specifico, sono state a suo tempo operate delle scelte di indubbio valore ma che, guarda caso,sono a senso unico. Insomma, ciò che oggi si stenta a fare in termini di marketing territoriale, all'indomani della conquista di Gorizia, è stata compiuta un'eccezionale strategia, al fine di creare in città una identità nazionale tutta italiana. Com'è il caso delle vie intitolate ad Adelaide Ristori a proposito della quale mi soffermerò prossimamente e a Carolina Luzzatto. Donne certamente eccezionali nel loro campo ma, guarda caso, ferventi irredentiste.

Di quando frequentavo la scuola media ho ricordo di un fatto che, all’epoca, mi colpì molto perché non comprendevo pienamente. Una mia compagna di classe, dal nome inconfondibilmente di origine ebraica (ovviamente l’ho capito tempo dopo), all’arrivo in classe del sacerdote per la consueta ora settimanale di religione, se ne usciva dall’aula. E con la mia immensa invidia perché in tal modo riusciva ad evitare la noiosissima lezione. Che a Gorizia fosse presente una Comunità ebraica lo escludevo, perché non avevo mai sentito parlare di una sinagoga, mentre ero consapevole della presenza, in città, di una Comunità protestante, tenuto conto che il tempio di via Diaz era palesemente frequentato. Poiché nello studio della storia, all’epoca, raramente si arrivava alla prima guerra mondiale, era del tutto impensabile che degli insegnanti illuminati si prendessero la briga di raccontare e quindi a spiegare a degli scolaretti imberbi, lo scempio delle leggi razziali in Italia. Anne Frank ci era nota, ma riguardava storie lontane che non ci appartenevano. O almeno, all’epoca, me ne illudevo. Credo di aver preso conoscenza e, quindi, coscienza della situazione degli ebrei in Italia, dalla lettura del libro di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini, che qualche anima buona, probabilmente preoccupata delle letture esclusivamente infantili che ancora circolavano in casa, mi regalò. Ed il mio impatto fu evidentemente traumatico. Cercai di compensare la mia ignoranza con il passare degli anni, contribuendo – con passione ed impegno– alla gestione delle procedure amministrative per il recupero della Sinagoga di via Ascoli e della casa natale del glottologo Graziadio nella via che porta il suo nome.

Graziadio Isaia Ascoli approfondì, da autodidatta, gli studi di linguistica, acquisendo grande notorietà a livello nazionale grazie ai suoi scritti: Sull'idioma friulano e sulla sua affinità con la lingua valaca (1846), Gorizia italiana, tollerante, concorde. Verità e speranze nell'Austria del 1848 (1848), ecc. Professore all'Accademia scientifico-letteraria di Milano, Ascoli coniò il termine glottologia e fu il primo docente italiano di tale disciplina. Alla sua formazione contribuì l'ambiente goriziano, che permetteva contatti coi dotti di lingua tedesca ed esperienze linguistiche varie nella pratica del friulano, del veneto, dell'italiano, del tedesco, dello sloveno. Uomo coltissimo, le cui onorificenze non si contano, fu tra l’altro senatore della 16ª legislatura del Regno d'Italia, a lui si deve anche l'invenzione del concetto geografico e sociale delle Tre Venezie, costituite dalla Venezia Giulia, la Venezia Euganea e la Venezia Tridentina.

Insomma, in quella che oggi è una piccola città che sfiora appena i 34 mila abitanti, sono stati dati i natali a personaggi di indubbio valore culturale; molti dei quali appartenenti alla Comunità ebraica. Com’è, ad esempio, il caso di Carolina Luzzatto che nacque nella casa di via Arcivescovado 21, proprio all’inizio di via Seminario, recentemente ristrutturata. Come ricorda il sito istituzionale Let’s Go, “In un’epoca in cui alle donne veniva chiesto di essere solo mogli e madri, Carolina è passata alla storia per la sua attività di giornalista e per essere stata la prima direttrice di un giornale italiano.” Nella articolata biografia per il dizionario dei friulani, Maddalena del Bianco ne delinea un puntuale ritratto. Fu giornalista dall’impegno sociale e politico, fervente patriota italiana, scrittrice e poetessa, commediografa, educatrice e autrice di commedie per ragazzi, traduttrice e conferenziera. Nata a Trieste il 29 novembre 1837 dalla famiglia Sabbadini, di religione ebraica e di origine sefardita (il suo nome ebraico, secondo la tradizione in uso all’interno della comunità, era quello di Sara). Primogenita di Isach Sabbadini e di Stellina Estella Norsa, di origine mantovana (i Norsa si erano trasferiti a Trieste nel 1780), ricevette nell’infanzia e in età giovanile a Trieste, sia in famiglia che ad opera del rabbino capo della comunità ebraica, Marco Tedeschi – suo congiunto, noto orientalista di origine piemontese –, un’educazione all’italianità che fu significativa per molte delle sue posizioni. La famiglia apparteneva alla piccola borghesia, i suoi membri erano sensali in borsa e commercianti, alcuni erano impegnati nella gestione della scuola e della comunità ebraica. Trasferitasi a Gorizia dopo il matrimonio con Salomon Girolamo Luzzatto Coen nel 1856, si trovò a vivere in una famiglia ben integrata, ma che manteneva la tradizione ebraica, un classico esempio dell’ebraismo emancipato dell’epoca; i Coen Luzzatto erano di origine ferrarese. Di precoce talento, colta ed impegnata, è ricordata in particolare per la sua attività di giornalista e per i suoi scritti e commedie per i fanciulli a carattere pedagogico. Emerge dagli scritti di Carolina Luzzatto la sua convinta adesione alle teorie pedagogiche per un’educazione non repressiva, volta ad assecondare inclinazioni ed aspirazioni, nonché a quelle di Mazzini ed al suo impegno per l’educazione del popolo. La ricchezza e la varietà dei suoi interessi la portarono anche a comporre degli studi e a pubblicare degli opuscoli di carattere storico sul teatro goriziano. La sua produzione ed il suo impegno nel campo del teatro erano ben note nella Gorizia del tempo, tanto che fu impegnata nell’Associazione goriziana di musica, drammatica e ginnastica fondata nel 1879; la Società di ginnastica, scherma e canto esisteva sin dal 1867 e dal 1871 le venne affidata la direzione di una sezione filodrammatica da poco costituita, che avrebbe promosso iniziative culturali, didattiche e ricreative di vario genere, che riscossero notevole gradimento e successo. Svolse un’intensa attività di pubblicista e di giornalista e proprio in questo campo ebbe modo di esprimere il suo patriottismo italiano, tanto da diventare una delle figure di maggiore spicco del movimento liberal-nazionale di Gorizia e del Friuli austriaco in generale. Oltre alle idee nazionaliste-irredentistiche trovarono espressione negli articoli di Carolina Luzzatto molte istanze sociali e culturali, fra cui un appello in favore della creazione di un’Università a Trieste.

Agli inizi del conflitto mondiale, nel novembre 1915, alla vigilia del sessantanovesimo compleanno, la scrittrice fu arrestata per l’impegno nella causa irredentista e l’attività di divulgazione, e internata a Göllendorf, sede di un penitenziario in Niederösterreich; dal campo di prigionia poté continuare in qualche modo a seguire gli eventi della patria in guerra e a ricevere notizie da Gorizia, ma poi per motivi di salute venne trasferita e confinata ad Oberhollabrunn; fece ritorno solo a guerra conclusa e poté assistere a Trieste, dove era ospite dei cugini Sabbadini, allo sbarco dei bersaglieri d’Italia sul molo S. Carlo (poi molo Audace). Visse, quindi, il suo ultimo periodo in patria italiana in una Gorizia redenta, ove morì il 24 gennaio 1919, in casa della figlia Cornelia.

La vitale comunità ebraica di Gorizia fu praticamente cancellata con la deportazione e lo sterminio nei lager tra il 1943 e il 1944. Il deportato più giovane, Bruno Farber, è ricordato con l'intitolazione del giardino adiacente alla Sinagoga di via Ascoli: aveva tre mesi e diciannove giorni. A testimonianza della presenza ebraica a Gorizia resta l'antichissimo cimitero di Valdirose (in sloveno Rožna dolina; ora in territorio sloveno, frazione del comune di Nova Gorica). Il censimento del 1876 contò 692 lapidi, la più antica delle quali risale al 1371. Oggi molte di esse sono andate perdute o risultano poco leggibili. In questo cimitero riposano, tra gli altri, Carolina Luzzatto ed il nipote Carlo Michelstädter.

La foto è tratta dal sito istituzionale Let's go Gorizia

Miramare e Massimiliano d’Asburgo, arciduca infelice e forse un po' ingenuo

La storia che ci hanno insegnato a scuola iniziava dai re di Roma, e dovevamo imparare anche i nomi dei sette colli. Poi, con il poco tempo a disposizione, ci fermavamo alle guerre di indipendenza ed il Risorgimento. Che gli italiani non amassero gli Asburgo è cosa nota e le guerre d’indipendenza ce lo dimostrano. Ma io credo sia dovere di ogni goriziano approfondire, almeno un po’, la storia che ci riguarda direttamente. Me ne sono resa conto nelle scorse settimane quando ho accompagnato degli amici a visitare il castello di Miramare, ritornandoci dopo una infinità di anni.

Tutti, perlomeno in regione, sappiamo che il castello di Miramare è legato indissolubilmente alla storia di Massimiliano e Carlotta. Ma non sono molti, credo, coloro i quali conoscono – se non a livello superficiale – la storia del fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, il quale dopo aver cercato di svolgere bene (ma inutilmente) il suo ruolo di governatore generale del regno Lombardo-Veneto pagò con la sua vita una romantica illusione. L’arciduca Massimiliano, infatti, fu inviato nel regno con i migliori propositi di far dimenticare la repressione austriaca del generale Radetzky. E si profuse con notevole sforzo in ogni settore. Ma se ottenne la collaborazione del ceto commerciale altrettanta disponibilità non ottenne dai nobili e dagli esponenti del mondo culturale. In pratica l'ostinazione del gabinetto di Vienna nel combattere le proposte dell'arciduca per una maggiore autonomia alle provincie lombarde e venete facilitò la propaganda intransigente dei capi del partito nazionale che, seguendo le istruzioni di Cavour, screditò dall'inizio il tentativo tardivo e vano, se anche compiuto in buona fede da Massimiliano, di riconciliare con l'Austria gl'Italiani.

Con il senno di poi, dalla rilettura di fatti ed antefatti delle guerre d’indipendenza, ci si rende conto che l’ottocento è stato un secolo ben più complesso, in termini di alleanze e di conflitti, di quanto sia stato il secolo scorso che ha pur visto lo svolgersi di due guerre mondiali.

Sta di fatto che dopo la seconda guerra d’indipendenza Massimiliano ritorna nel suo castello di Miramare ed inizia a viaggiare per terra e per mare. L’epoca di un suo viaggio nell'America Meridionale coincide con le aspirazioni di un conservatore messicano rifugiatosi in Europa, José Miguel Gutiérrez de Estrada. Quest’ultimo lo convinse ad aderire a un disegno da lui vagheggiato per restaurare nel paese nativo la forma monarchica. L'ambasciatore austriaco a Parigi, principe Riccardo di Metternich, cercò invano di convincere l'arciduca della fragilità dei disegni di quell'onesto sognatore, ormai senza nessun seguito in patria. Ma la sua opera fu resa vana dal favore che l'arciduchessa Carlotta e gli stessi sovrani francesi accordarono agl'intrighi degli esuli messicani con le potenze europee Inghilterra, Spagna e Francia, indotte a una spedizione militare in quelle lontane terre dalla lusinga di ricuperare importanti crediti di loro connazionali verso il governo repubblicano che faceva capo a Benito Juárez. La Spagna e l'Inghilterra si ritrassero dalla partecipazione alla spedizione messicana, ma Napoleone non rinunciò al miraggio d'intervenire nell'organizzazione dell'America latina, profittando della guerra di secessione che paralizzava gli Stati Uniti. Massimiliano, illuso sull'importanza del movimento monarchico disegnatosi nel Messico all'ombra delle baionette francesi, accettò nel 1864 la corona offertagli, rinunciando agli eventuali diritti alla successione al trono austriaco. Sta di fatto che l’arciduca si trovò alla fin fine isolato e, quando nel 1867 le truppe francesi s'imbarcarono per invito formale del governo degli Stati Uniti, l'imperatore, dopo alcuni mesi di lotta, fu consegnato per tradimento nelle mani del Juárez che lo fece fucilare a Queretaro il 19 giugno 1867.

Insomma, perchè la storia sia davvero percepita come uno strumento di reale conoscenza dovrebbe essere insegnata di conseguenza. Allo studio dei manuali, che spesso riassumono in maniera asettica il susseguirsi di battaglie, guerre e imperi, si dovrebbe affiancare la familiarità con altri tipi supporti come monografie, romanzi, testimonianze dirette, articoli giornalistici: tutto ciò che possa stimolare una viva curiosità per il passato, rendendo evidente che, come scrisse Benedetto Croce, “ogni storia è storia contemporanea”. L’affermazione del filosofo e storiografo parte dalla distinzione tra “cronaca” e “storia”. La prima sarebbe l’insieme di nozioni riguardanti il passato, che se pure sono importanti per una ricostruzione degli avvenimenti, non dicono niente allo spirito e all’intelligenza di chi ne viene a conoscenza. La vera e propria storia, invece, è quella mossa da un interesse vivo (e per questo contemporaneo) di chi, partendo dalle domande del presente, si avventura nella scoperta del passato.

Ecco che allora una visita al castello di Miramare non è più soltanto il modo di far trascorrere alcune ore, ma l’occasione per approfondire la conoscenza di un personaggio di indubbio interesse, un uomo vittima del suo tempo. Ma attenzione all’orario di chiusura! Seppur i diligenti addetti alla sorveglianza immagino controllino stanza per stanza, prima di chiudere alla sera il maniero, la presenza di visitatori ritardatari, è bene non correre il rischio di rimanervi chiusi la notte. Perchè, pur non avendo un fantasma tutto suo, sul bellissimo castello di Miramare pare gravi una tremenda maledizione, secondo cui chiunque vi pernotti è destinato a morire anzitempo in terra straniera. La morte tragica è un destino che accomuna diverse altre celebrità che qui vi hanno soggiornato, come Amedeo Duca d’Aosta, che abitò il castello negli anni ‘30 del Novecento, il quale morì in Kenya probabilmente a causa della tubercolosi o della malaria, in un campo di prigionieri di guerra britannico.

Buon anno Gorizia! Ce lo augura Mitteldream con le sue splendide foto

Se un giorno un sindaco o un assessore al turismo mi chiedesse consiglio su come sintetizzare l’immagine di Gorizia in poche righe non avrei alcun dubbio: gli consiglierei di invitare in città Fabrizio Caramagna, i cui aforismi spopolano sul web. Alcuni comuni italiani hanno pensato alle frasi di Fabrizio Caramagna per allestire murales, scalinate e pannelli artistici. Un’operazione di marketing di sicuro impatto. Utilizzando diverse forme “visive”, lo hanno fatto tra gli altri i comuni di Castro (Puglia), Tufara (Molise) e Rodi Garganico (Puglia).

Leggere un aforisma, ci dice Caramagna, è scoprire che il nostro non detto è, in realtà, dicibile. E’ scoprire che ciò che giaceva indistinto dentro di noi può prendere forma e venire alla luce. Ed è proprio questo di cui Gorizia avrebbe bisogno. Perché mutuando le sue stesse parole, se fotografare significa “scrivere la luce”, io fotografo le parole… cerco di inserire la luce, la luminosità in ogni frase che scrivo… Scrivo nel buio per cercare la luce…

Per fortuna in fatto di luce scritta Mitteldream non si risparmia e non passa giorno senza che questi geni dell’immagine non pubblichino scatti che fanno sorgere d’impeto e d’istinto la domanda: ma davvero la nostra città è così bella? Domanda legittima perché, purtroppo, l’abitudine ci porta a vedere solo quello che vogliamo vedere o che ci aspettiamo di vedere o che ci è più comodo vedere. Ciò implica che non vediamo neanche più quello che siamo troppo abituati a vedere: solo vedendo e guardando possiamo stabilire il nostro posto nel mondo che ci circonda. Perché vedere significa percepire stimoli esterni attraverso l’organo della vista, è un atto per cui in un ambiente illuminato basta avere gli occhi aperti per rendersi conto, prendere coscienza e rendersi responsabili di ciò che ci circonda, mentre guardare significa rivolgere lo sguardo, fissare con intenzione, esaminare. Insomma Mitteldream ci fa vedere ciò che non possiamo non guardare. E ciò che ci svela è una città bellissima, forse non ricca dal punto di vista economico (situazione peraltro condivisa a livello nazionale) ma certamente ricca dal punto di vista storico, naturalistico ed architettonico.

E’ bello pensare (e raccontare) che un gruppo di amici, amanti della fotografia) decidono di mettersi assieme per mostrare (condividendole on line) le bellezze del territorio attraverso le immagini. Com’è nata l’idea dell’associazione, l’organizzazione dei raduni che più di ogni altra modalità consente a tutti i soci di esprimersi al meglio, ce l’ha raccontata l’eclettica presidente dell’associazione Alida Cantarut in un pomeriggio di dicembre, sprofondate in poltrona, mentre sorseggiavamo un brodo di giuggiole. Ci vuole veramente tanta passione per la fotografia e per Gorizia, per riuscire nell’intento che Mitteldream sta dimostrando di giorno in giorno. Nessuna ambizione peraltro di organizzare corsi per il perfezionamento della tecnica, ma cogliere l’occasione degli eventi cittadini: E’ storia, la Fiera di Sant’Andrea, Gusti di frontiera, parchi e giardini, il mercato di via Boccaccio, per rivelare o svelare ai cittadini, permanenti o temporanei (i turisti) quali essi siano, ciò che non siamo più abituati a guardare perché vediamo ogni giorno. E ciò che va apprezzato, in modo particolare, è che i soci dell’associazione Mitteldream il cui nome intero è Mitterldream-Artegorizia non fotografano soltanto per il piacere di farlo e condividere i loro scatti online. Infatti, la maggior parte delle volte, le fotografie diventano pretesto per una collettiva. Com’è stato nel caso del mercato coperto cittadino, alcuni anni fa o, più recentemente, la mostra che ha fatto seguito alla collaborazione con il CSM e che è stata esposta in occasione dell’ultima edizione di E’ Storia, quest’anno dedicata alla “follia” nelle sue diverse accezioni. Allo stato attuale l’associazione non dispone ancora di un sito internet, (anche se ha già registrato il dominio) ma le bellissime foto dei soci (e non solo) vengono condivise attraverso gli account di Facebook e di Instagram che, allo stato attuale, continuano ad essere il sistema più facile di condivisione di testi ed immagini.

La bellissima foto di Arianna Simcic ci mostra un castello, simbolo della città, avvolto nella nebbia. E' questa l'ultima immagine pubblicata sulla pagina Facebook di Mitteldream prima della fine dell'anno. Questo scatto rappresenta simbolicamente (almeno per me) l'essenza stessa di questa città, che non ama svelarsi subito di primo acchito ma soltanto a chi la sa guardare con occhi innamorati. Perchè chi ama accetta nell'altro vizi e virtù. Sotto la sua coltre di discrezione c'è una bellezza nascosta, nelle sue strade, nei suoi vicoli, nei suoi giardini e nei suoi palazzi che Mitteldream ci sta svelando di giorno in giorno. Il consiglio, quindi, è di iscriversi alla pagina (pubblica) di Facebook per scoprire, com'è successo a me, che vivere a Gorizia è un sogno che molti vorrebbero veder realizzato.

L'associazione Mitteldream-ArteGorizia, che attualmente conta più di 70 soci, è stata fondata da un gruppo di amici, tra i quali, oltre ad Alida Cantarut, Emanuele Musulin e Flavio Chianese. Ora, assieme al vice Giuseppe Amoruso e al direttivo, il si sta andando avanti a grandi passi. Alida ci ha raccontato, infatti, delle numerose iniziative in programma che terranno conto anche della collaborazione avviata con le associazioni di volontariato presenti sul territorio.

Volcic: uomo di confine

Gorizia perde un cittadino illustre. Sotto un certo punto di vista mi ha addolorata il fatto che in tutti i telegiornali, i quali ne hanno dato la triste notizia, non sia quasi mai stato citato il nome di Gorizia. Eppure è questa la città in cui viveva e amava ritornare dai suoi viaggi. Volcic aveva nel dna l'essere un uomo di confine, per nascita essendo nato a Lubiana da padre triestino e madre goriziana e per vocazione, raccontando da giornalista tutti quei fatti di sconfinamento che siano l'invasione della Cecoslovacchia o la Perestrojka o da super esperto, anzi da cremlinologo, le complesse vicende moscovite. La famiglia si era trasferita in Slovenia durante il fascismo, ci racconta il Messaggero.

Nell'ottobre scorso, a questo illustre concittadino era stato assegnato il premio "Santi Ilario e Taziano - Città di Gorizia". Un premio arrivato, fortunatamente in tempo, con questa motivazione: "Perché, seppur non goriziano di nascita, ha voluto condividere con Gorizia la sua sapienza e la sua profonda conoscenza della politica e delle relazioni nazionali e internazionali, svelando al pubblico originali prospettive di studio e appassionanti interpretazoni. E Gorizia, da sempre crocevia di popoli, lingue e culture diverse, orgogliosamente, l’ha eletto suo figlio."

Carlo Muscatello, da Articolo 21, lo ricorda così. “Lubianese di nascita, triestino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione intellettuale, Demetrio Volcic ha raccontato agli italiani per anni, meglio di chiunque altro, forse proprio grazie all’inprinting delle sue origini, Mosca e l’allora Unione Sovietica e l’Europa oltrecortina. Da autentico uomo di confine, ha scelto di vivere i suoi ultimi anni nella mitteleuropea Gorizia, città fino a pochi anni fa tagliata da un muro che divideva la parte italiana e quella slovena. Città dov’era nata sua madre, il padre era invece triestino. La sua famiglia si era trasferita a Lubiana durante il fascismo.

Entra in Rai nel 1956 a Trieste, nel ‘64 è inviato speciale, nel ‘68 corrispondente dall’estero: Praga, Vienna, Bonn, Varsavia, Mosca. Non c’è evento, fra quelli che portano alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Volcic non abbia raccontato da giornalista di razza. Nel ‘93, dopo un quarto di secolo all’estero, torna in Italia, nominato direttore del Tg1. Nel ‘97, nelle elezioni suppletive seguite alla scomparsa di Darko Bratina, altro grande uomo di confine, è eletto senatore per il Pds. Successivamente europarlamentare, ha lavorato all’ingresso della Slovenia e di altri paesi dell’est nell’Unione europea.

Conosceva sei lingue ed era un buon giocatore di scacchi. Lascia numerosi libri di successo, l'ultimo dei quali uscito quest’anno, una sorta di summa di quanto aveva scritto in precedenza, primo e unico libro in lingua slovena. Lascia soprattutto un figlio che vive a Mosca e una figlia che vive in Gran Bretagna.

Disse una volta: «Sono sopravvissuto da spettatore a quei teatri dell’assurdo che il comunismo dell’Est ha rappresentato. Un tempo la pensavo come Joseph Roth, al quale bastò un viaggio in Russia per conoscere se stesso. Mi sarei ricreduto: la sofferenza altrui non aiuta a capire la propria, produce soltanto sensi di colpa e a volte ilarità». Pochi giorni fa, il 22 novembre, aveva compiuto novant’anni."

Gorizia, terra d'artisti: Marega da Lucinico il più grande scultore del Canada dell'ovest

Che una delle anime di Gorizia sia artistica non ho avuto mai alcun dubbio. E ben lo dimostrano i numerosi artisti in città che vi hanno insegnato o sono usciti da quella incredibile fucina che è, adesso, il liceo artistico Max Fabiani. La dimostrazione più eclatante di quest'anima è l'associazione Prologo che, in via Ascoli, espone ed organizza mostre d'arte di elevatissimo livello. E merito va riconosciuto anche all'appassionato e cultore di storia locale, architetto Diego Kuzmin che sulle pagine del quotidiano il Piccolo, settimanalmente, svela aspetti che ai più sono sconosciuti. Perchè il suo occhio e le sue conoscenze sopratutto in campo arhitettonico sono veramente inusuali. Ieri, ad esempio, ci ha raccontato la storia di Carlo Marega.

"Quarant'anni fa Lucinico vede notevole espansione in zone Peep, espropriate alle coltivazioni. Il progetto urbanistico di Piccinato prevedeva una zona commerciale sulla strada principale di attraversamento, che negli anni '70 venne intitolata a C. Marega, come si legge sulle tabelle toponomastiche.

Chi era C. Marega lo racconta in rete Wikipedia inglese: "Charles Carlos Marega (September 24, 1871 - March 27, 1939) was a Canadian sculptor in the early 20th century" aggiungendo che "he was born in Lucinico, in the commune of Gorizia, then part of the Austrian-Hungarian Empire". Scriveva nel 1977 Celso Macor sulla rivista Lucinis, che l'anno prima un funzionario del Consolato d'Italia di Vancouver, chiedeva notizie al Comune del lucinichese Carlo Marega, noto come «il più grande scultore del Canada occidentale» e allegando ritagli di giornale. Fino a quel momento nessuno sapeva nulla di lui. Da ragazzo aveva studiato tecniche decorative alla Scuola Arti e Mestieri di Mariano, per specializzarsi poi a Vienna presso lo scultore Oskar Tilgner, che apparteneva alla cerchia di artisti intorno al conte Karl Lanckoronski, mecenate, storico e dal 1891 impegnato ricercatore nei primi studi archeologici di Aquileia, illustrati nel poderoso testo Der Dom von Aquileia, Vienna, 1906. A Zurigo lavora con lo scultore Herman Panitz, sposandone poi nel 1899 la vedova Berta Schellenberg, di un anno più giovane. Nel 1906 la coppia raggiunge il Sud Africa, dove Carlo collabora col noto scultore olandese Anton van Wouw, decidendo poi per la California con tappa a Vancouver nell'ottobre 1909, dove rimasero per le ottime occasioni che offriva una grande città priva di scultori. Le commissioni sono numerose ma la più importante arriva nel 1938, l'anno prima della sua morte a 68 anni e due dopo quella dell'amata consorte, con il Lions Gate Bridge di Vancouver, ponte sospeso di quasi due chilometri, detto Ponte dei Leoni per le quattro figure di leone-sfinge ai due lati degli accessi, modellate in cemento colato con gli stampi lignei da lui preparati. La notevole somiglianza con il ponte Qasr al-Nil a Il Cairo, dove i leoni-sfinge del 1872 sono dello scultore francese Jacquemart, fa pensare a un viaggio via terra verso Pretoria, incontrando magari in Egitto il nostro architetto Lasciac che dal 1882 vi lavorava".