Ho cercato di tenere insieme le vicende politiche e quello che hanno significato per chi abitava da una parte o dall’altra della linea. Ho dato spazio anche alle memorie diverse che gli stessi avvenimenti hanno lasciato nelle comunità italiana e slovena. Molte cose che oggi diamo per scontate, a partire dall’idea di Gorizia come città di confine, hanno una storia più recente di quanto pensiamo.
Non è un saggio con apparato di note, ma una sintesi pensata per chi vuole orientarsi. Le lezioni successive entreranno nelle storie delle singole persone.
La città e il confine
Prima lezione del corso «Il confine nelle persone» – Università della Terza Età
di Cormons, sezione di Mossa
Una città che non è sempre stata di confine
Quando oggi parliamo di Gorizia, la prima definizione che ci viene spontanea è quella di città di confine. È un’espressione talmente abituale da sembrare parte della sua stessa natura, come se Gorizia fosse nata per trovarsi sul margine di due mondi, destinata a separare territori, lingue e popoli. Eppure, se osserviamo la sua storia, scopriamo una realtà assai diversa. Per molti secoli Gorizia è stata il centro politico, amministrativo ed economico di un territorio che si estendeva ben oltre gli attuali confini italiani. Il confine che ha segnato la vita dei goriziani nella seconda metà del Novecento è il risultato di vicende relativamente recenti: due guerre mondiali, la dissoluzione degli imperi, l’affermazione dei nazionalismi e le decisioni diplomatiche assunte dalle potenze vincitrici.
Per comprendere che cosa abbia significato il confine del 1947, dobbiamo dunque compiere un’operazione che può sembrare semplice, ma che richiede un certo sforzo di immaginazione: dimenticare per un momento la carta geografica alla quale siamo abituati. Dobbiamo immaginare una Gorizia che non aveva Nova Gorica accanto a sé, perché Nova Gorica ancora non esisteva. In quella Gorizia i collegamenti con Salcano, San Pietro, il Vipacco, il Collio e le località dell’attuale Slovenia non erano attraversati dal confine internazionale, che sarebbe comparso soltanto dopo la Seconda guerra mondiale. Le differenze linguistiche, culturali e nazionali c’erano, ma si esprimevano all’interno di uno stesso organismo statale, in una rete di relazioni che la successiva divisione avrebbe radicalmente modificato.
All’inizio del Novecento Gorizia apparteneva all’Impero austro-ungarico ed era il capoluogo della Contea principesca di Gorizia e Gradisca, una delle terre della Corona del Litorale austriaco. Il territorio comprendeva la città, buona parte dell’Isontino, il Collio, la valle del Vipacco, l’alta valle dell’Isonzo e altre aree oggi distribuite tra Italia e Slovenia. Era un punto d’incontro tra ambienti geografici e culturali differenti. Le strade e le ferrovie collegavano Gorizia a Trieste, Udine, Vienna e alle località dell’entroterra. I prodotti agricoli delle campagne raggiungevano i mercati cittadini, mentre commercianti, artigiani, professionisti e funzionari contribuivano a una vita economica e sociale articolata.
La Gorizia asburgica era anche una città plurilingue. Si parlavano italiano, sloveno, friulano e tedesco, con distribuzioni sociali, territoriali e istituzionali differenti. Il tedesco aveva un ruolo importante nell’amministrazione imperiale. L’italiano era largamente presente nella vita urbana. Lo sloveno caratterizzava una parte consistente della popolazione del territorio e aveva una presenza significativa anche in città. Il friulano apparteneva alla quotidianità di molte famiglie. Oltre che strumenti di comunicazione, le lingue esprimevano appartenenze culturali e, sempre più spesso, aspirazioni politiche. Una persona poteva sentirsi legata alla propria comunità linguistica, alla città di Gorizia e alla monarchia asburgica senza percepire necessariamente queste appartenenze come incompatibili. Con l’avanzare del Novecento, però, le identità nazionali tendevano a diventare più esclusive e a chiedere riconoscimento anche sul terreno dell’amministrazione, della scuola e della rappresentanza politica.
È importante non idealizzare questo mondo. Talvolta la memoria della Gorizia austriaca viene presentata come quella di una convivenza perfetta, interrotta soltanto dalle guerre. La realtà era più complessa. Le tensioni tra le componenti nazionali esistevano già negli ultimi decenni dell’Ottocento e si manifestavano nelle elezioni comunali, nelle associazioni culturali, nella stampa, nelle scuole e nell’uso pubblico delle lingue. La crescita del movimento nazionale sloveno e l’affermazione dell’irredentismo italiano contribuirono a trasformare il confronto politico. Quelle tensioni si sviluppavano tuttavia all’interno di un quadro istituzionale comune, nel quale la vita quotidiana continuava a produrre relazioni, scambi e occasioni di incontro. È questa sovrapposizione di conflitti e consuetudini condivise che dobbiamo tenere presente.
Per comprendere meglio questa realtà, possiamo immaginare una normale giornata di mercato. Dalle campagne circostanti arrivavano contadini con i prodotti della terra, dalle valli giungevano merci e persone, nei negozi e nelle botteghe si intrecciavano conversazioni in lingue diverse. Non era necessario condividere la stessa identità nazionale per intrattenere rapporti economici, avere legami familiari o partecipare alla vita cittadina. La geografia delle relazioni era spesso più importante di quella delle appartenenze politiche. Un abitante di Salcano poteva avere a Gorizia il proprio mercato, il medico, il luogo di lavoro o una parte della famiglia. Lo stesso valeva per molte località del Collio e della valle del Vipacco. Questi rapporti, consolidati nel tempo, sarebbero stati messi in discussione dalle trasformazioni politiche del Novecento.
La Grande guerra e la fine del mondo asburgico
La Prima guerra mondiale rappresentò la prima grande frattura. Quando l’Italia entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria, il 24 maggio 1915, Gorizia si trovò improvvisamente al centro di uno dei principali fronti del conflitto. L’Isonzo, fino ad allora elemento geografico fondamentale per la vita del territorio, divenne il riferimento di una lunga e sanguinosa guerra di posizione. Le battaglie dell’Isonzo trasformarono montagne, alture, campagne e paesi in luoghi di combattimento. Il Sabotino, il Podgora, il San Michele e il Carso entrarono nella geografia militare europea, mentre la popolazione civile subiva bombardamenti, sfollamenti e la progressiva distruzione delle proprie condizioni di vita.
Nell’agosto del 1916, durante la sesta battaglia dell’Isonzo, le truppe italiane conquistarono Gorizia. Per la propaganda nazionale italiana si trattò di una vittoria dal forte valore simbolico, celebrata come la liberazione di una città irredenta. Ma la realtà vissuta dagli abitanti era assai meno semplice. La città aveva subito danni gravissimi, molte persone erano state costrette ad abbandonare le proprie case e l’economia locale era stata sconvolta. La conquista militare non coincideva automaticamente con la ricostruzione della vita civile. Il significato politico dell’avvenimento, inoltre, cambiava a seconda della prospettiva. Per una parte della popolazione italiana rappresentava il compimento di un’aspirazione nazionale; per molti sloveni e per quanti erano rimasti legati alla monarchia asburgica, il futuro appariva assai più incerto.
La guerra non si concluse per Gorizia nel 1916. Nell’ottobre del 1917, dopo lo sfondamento austro-tedesco di Caporetto, le forze italiane dovettero ritirarsi e la città tornò sotto il controllo austro-ungarico. Soltanto con la fine del conflitto, nel novembre 1918, Gorizia passò nuovamente sotto amministrazione italiana. Il passaggio fu sancito da due trattati: quello di Saint-Germain del 1919, con cui l’Austria rinunciava ai territori, e quello di Rapallo del novembre 1920, che fissò il confine con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Con la scomparsa dell’Impero, Gorizia perdeva il quadro statale entro il quale si era sviluppata per secoli. Cambiavano le istituzioni, la legislazione, i riferimenti amministrativi e il significato politico delle appartenenze nazionali. Non cambiava invece, almeno inizialmente, la continuità geografica tra la città e gran parte del suo entroterra, che rimanevano compresi nel territorio italiano.
Questo passaggio merita particolare attenzione perché consente di distinguere due trasformazioni spesso confuse nella memoria pubblica. Tra il 1918 e il 1920 Gorizia cambiò Stato; nel 1947 avrebbe perso una parte fondamentale del territorio con il quale aveva mantenuto rapporti quotidiani. Sono due avvenimenti diversi, anche se collegati. Il primo pose la città all’interno del Regno d’Italia e aprì il problema del rapporto tra il nuovo potere statale e una popolazione linguisticamente composita. Il secondo avrebbe introdotto un confine internazionale proprio attraverso quello spazio di relazioni che, nonostante i conflitti precedenti, aveva continuato a gravitare attorno alla città.
L’annessione all’Italia, le tensioni nazionali e l’avvento del fascismo
Il passaggio di Gorizia all’Italia significò l’inserimento di una società abituata alle istituzioni asburgiche in un sistema amministrativo, politico e giuridico diverso. La nuova sovranità venne accolta con entusiasmo dalla parte della popolazione che aveva coltivato sentimenti irredentisti, ma suscitò preoccupazioni in quanti non si riconoscevano nell’identità nazionale italiana. Il problema riguardava soprattutto la consistente popolazione slovena, che si trovò a vivere in uno Stato nel quale il riconoscimento delle differenze linguistiche e culturali sarebbe diventato rapidamente terreno di conflitto. La questione nazionale non nasceva con il fascismo, ma il fascismo l’avrebbe trasformata in una politica sistematica di assimilazione e repressione.
I primi anni del dopoguerra furono caratterizzati da difficoltà economiche, tensioni sociali e scontri politici. La ricostruzione materiale della città procedeva insieme a quella delle istituzioni, mentre l’intera Venezia Giulia attraversava una fase di forte instabilità. La guerra aveva lasciato distruzioni, lutti e una popolazione segnata da anni di privazioni. Il ritorno dei profughi, il ripristino delle attività produttive, la ricostruzione delle abitazioni e il reinserimento dei reduci erano problemi concreti, che si intrecciavano con le nuove contrapposizioni politiche. In questo clima si affermarono le organizzazioni fasciste, che fecero della violenza uno strumento di lotta contro gli avversari politici e contro le istituzioni rappresentative delle comunità slovene.
Uno degli episodi più significativi fu l’incendio del Narodni dom di Trieste, nel luglio 1920, ma la violenza squadrista interessò anche Gorizia e il suo territorio. Vennero presi di mira circoli, associazioni, organizzazioni politiche e luoghi simbolici della presenza slovena. La pressione del fascismo colpiva chi si opponeva apertamente al movimento e investiva progressivamente la possibilità stessa di mantenere una vita pubblica autonoma. La pluralità di culture che aveva caratterizzato la società goriziana in epoca asburgica veniva reinterpretata attraverso una concezione esclusiva della nazione. Secondo quella concezione, l’appartenenza allo Stato italiano avrebbe dovuto tradursi nell’adozione di una sola lingua e di un’unica identità pubblica.
È in questo contesto che vorrei soffermarmi sulla figura di Antonio Bonne, perché la sua vicenda consente di osservare la crisi della democrazia locale attraverso un episodio concreto. Bonne venne eletto sindaco di Gorizia il 1° febbraio 1922, alla guida di una maggioranza sostenuta dalla componente slovena legata a Josip Podgornik e dal Gruppo d’Azione friulano. La sua elezione dimostrava che, nonostante le tensioni nazionali, esistevano ancora possibilità di collaborazione politica tra gruppi differenti, uniti dalla volontà di amministrare la città attraverso le istituzioni rappresentative. L’accordo non cancellava le differenze: riconosceva che il governo municipale poteva fondarsi su intese capaci di attraversarle.
L’esperienza amministrativa di Bonne durò meno di dieci mesi. Dopo la marcia su Roma, la pressione fascista sulle amministrazioni locali si fece ancora più intensa. A Gorizia, l’occupazione fascista del municipio del 2 novembre 1922 segnò il precipitare della crisi, che si concluse con le dimissioni del sindaco il 16 novembre. Con quella vicenda, oltre alla sconfitta personale di un amministratore, venne meno una possibilità politica: quella di una Gorizia nella quale le differenti componenti nazionali e culturali potessero concorrere alla gestione della cosa pubblica. Una maggioranza comprendente rappresentanti sloveni e friulani fu estromessa attraverso la pressione della violenza politica. Il fatto ha un significato particolare nella storia di una città che oggi ama presentarsi come luogo del dialogo.
Con il consolidamento della dittatura, l’italianizzazione divenne una politica sempre più capillare. Le scuole slovene furono progressivamente soppresse o trasformate, l’uso pubblico della lingua slovena venne limitato, le associazioni culturali e politiche subirono restrizioni e scioglimenti, i nomi e i cognomi furono oggetto di provvedimenti di italianizzazione. La politica linguistica colpì uno degli strumenti con cui una comunità trasmette la propria memoria. La scuola, in particolare, divenne uno strumento decisivo, perché attraverso l’istruzione lo Stato poteva intervenire direttamente sulla formazione delle nuove generazioni. Per un bambino di famiglia slovena, l’obbligo di usare l’italiano a scuola poteva significare, oltre a un cambiamento didattico, la svalutazione della lingua parlata in casa, quella dei genitori e dei nonni.
Non dobbiamo dimenticare che questa politica produsse conseguenze differenti anche all’interno delle singole famiglie. Alcuni cercarono di adattarsi alle nuove condizioni, altri mantennero la propria identità culturale nella dimensione privata, altri ancora parteciparono a forme di opposizione clandestina. Le scelte individuali erano condizionate dalle possibilità economiche, dalla posizione sociale, dalle convinzioni politiche e dalla necessità di proteggere i propri familiari. Non sarebbe corretto immaginare una popolazione interamente divisa in due blocchi contrapposti, perché la vita reale presentava situazioni assai più articolate. Vi erano famiglie bilingui, rapporti di parentela tra persone di diversa appartenenza nazionale e ambienti nei quali le identità si sovrapponevano. La politica fascista intervenne proprio su questa complessità, cercando di imporre categorie nazionali rigide a una società che storicamente non era stata costruita secondo quelle separazioni.
La vicenda goriziana permette dunque di comprendere un aspetto fondamentale della storia del confine: prima ancora che un confine internazionale dividesse fisicamente il territorio, una politica nazionale autoritaria aveva cominciato a introdurre separazioni nella vita delle comunità. Il confine del 1947 non può essere spiegato come una semplice conseguenza dell’italianizzazione fascista, perché fu il risultato di una guerra mondiale e di decisioni diplomatiche assai più complesse. Tuttavia non possiamo ignorare che le politiche del ventennio contribuirono ad aggravare le contrapposizioni nazionali, lasciando ferite destinate a riemergere durante la guerra e nel dopoguerra.
La Seconda guerra mondiale e il maggio 1945
La Seconda guerra mondiale riportò il territorio goriziano al centro di un conflitto nel quale appartenenze nazionali, ideologie politiche e interessi strategici si intrecciarono in maniera ancora più drammatica rispetto al passato. Dopo l’ingresso dell’Italia in guerra nel giugno 1940, la popolazione conobbe progressivamente le conseguenze della mobilitazione militare, delle restrizioni economiche e dell’inasprimento delle misure di controllo. L’invasione della Jugoslavia nell’aprile 1941 aprì una nuova fase, caratterizzata dall’occupazione italiana di territori sloveni e croati, dalla repressione antipartigiana e dall’intensificarsi della resistenza. Nei territori occupati le autorità fasciste ricorsero ad arresti, internamenti, deportazioni e rappresaglie. Questa violenza contribuì ad alimentare un conflitto che non poteva essere ricondotto soltanto alla contrapposizione tra eserciti regolari.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Gorizia e gran parte della Venezia Giulia vennero occupate dalle forze tedesche e inserite nella Zona d’operazioni del Litorale Adriatico, sottoposta al controllo nazista. Il territorio conobbe allora una situazione particolarmente complessa. Vi agirono l’apparato militare e repressivo tedesco, le formazioni della Repubblica sociale italiana, il movimento partigiano jugoslavo, le organizzazioni della Resistenza italiana e altri gruppi armati. Oltre a combattere contro il nazifascismo, le diverse forze esprimevano progetti politici contrastanti per il futuro della regione. La resistenza jugoslava, guidata dal movimento comunista di Tito, perseguiva la liberazione dall’occupazione e l’inserimento di ampie porzioni della Venezia Giulia nella futura Jugoslavia socialista. All’interno dell’antifascismo italiano convivevano invece orientamenti differenti, non sempre concordi sulla soluzione della questione nazionale.
Questa sovrapposizione di obiettivi è indispensabile per comprendere gli avvenimenti del 1945. La fine della guerra non avrebbe comportato automaticamente il ritorno alla normalità, perché la sconfitta della Germania nazista lasciava aperto il problema della sovranità sul territorio. Per molti abitanti italiani, la prospettiva dell’annessione alla Jugoslavia suscitava timori profondi; per una parte consistente della popolazione slovena, invece, la vittoria del movimento partigiano rappresentava la possibilità di porre fine a un lungo periodo di oppressione nazionale. A queste differenti aspettative si aggiungeva la contrapposizione ideologica tra comunisti e anticomunisti, destinata a diventare sempre più importante con l’inizio della Guerra fredda.
Tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio del 1945, Gorizia visse una delle fasi più drammatiche della sua storia contemporanea. Le forze tedesche si ritirarono, mentre le truppe jugoslave entrarono in città il 1° maggio. Le unità neozelandesi dell’esercito britannico raggiunsero l’area goriziana, ma il controllo della città rimase inizialmente nelle mani jugoslave. Per una parte della popolazione, soprattutto per quanti si riconoscevano nella lotta partigiana e nelle aspirazioni nazionali slovene, l’arrivo delle forze di Tito rappresentò la liberazione dal nazifascismo. Per altri, in particolare per quanti temevano l’annessione alla Jugoslavia e l’instaurazione di un regime comunista, quelle giornate segnarono l’inizio di un periodo di angoscia e di incertezza.
Durante l’amministrazione jugoslava si verificarono arresti, deportazioni e sparizioni. Colpirono fascisti e collaborazionisti, ma anche persone considerate avversarie politiche o ostacoli al progetto di annessione. Le responsabilità e le circostanze delle singole vicende richiedono un’attenta ricostruzione documentaria, perché non tutte le persone arrestate ebbero lo stesso destino e non tutte le motivazioni furono identiche. Ciò che emerge con chiarezza è il clima di paura nel quale vissero molte famiglie, spesso prive di informazioni sulla sorte dei propri congiunti. Il problema dei deportati e degli scomparsi avrebbe continuato a segnare la memoria pubblica goriziana per decenni, alimentando richieste di verità e di riconoscimento.
Nel raccontare questo periodo bisogna evitare di dimenticare le persecuzioni e le violenze fasciste precedenti, come se la storia cominciasse soltanto nel maggio 1945. Allo stesso tempo bisogna evitare di considerare gli arresti e le deportazioni del dopoguerra come una conseguenza inevitabile di quelle violenze, attenuandone così la gravità. La ricostruzione storica deve riconoscere la specificità delle responsabilità, distinguere le diverse fasi e restituire alle vittime la loro individualità. Senza stabilire graduatorie delle sofferenze, occorre comprendere come la violenza politica e nazionale abbia attraversato il territorio, modificando a fondo i rapporti tra le comunità.
Il 9 giugno 1945 gli accordi di Belgrado stabilirono una linea di demarcazione tra le zone sottoposte all’amministrazione militare angloamericana e quelle controllate dalla Jugoslavia. La cosiddetta Linea Morgan, entrata in funzione il 12 giugno, assegnò Gorizia alla Zona A amministrata dagli Alleati, mentre altri territori rimasero nella Zona B sotto amministrazione jugoslava. Era una sistemazione provvisoria, destinata a regolare il controllo militare in attesa del trattato di pace, e non coincideva con il futuro confine internazionale. Per la popolazione, però, rappresentò già una prima concreta esperienza di separazione territoriale. La sorte definitiva della città rimaneva incerta e dipendeva da negoziati internazionali sui quali i suoi abitanti avevano possibilità di influenza assai limitate.
Il biennio 1945-1947 fu dunque un periodo sospeso. Gorizia era amministrata dagli Alleati, ma non era ancora definitivamente assicurata all’Italia. Le manifestazioni, le mobilitazioni politiche, le aspettative e le paure riflettevano la consapevolezza che il futuro della città sarebbe stato deciso altrove. Le grandi potenze discutevano il tracciato del confine sulla base di considerazioni strategiche, nazionali e diplomatiche, mentre sul territorio la popolazione continuava a vivere in uno spazio nel quale ogni soluzione avrebbe comportato conseguenze concrete. Oltre a stabilire a quale Stato sarebbe appartenuta Gorizia, si trattava di decidere che cosa sarebbe accaduto ai rapporti economici, familiari e culturali costruiti nel corso dei secoli.
Il 1947: quando Gorizia perse il suo territorio
Il 10 febbraio 1947, a Parigi, venne firmato il Trattato di pace tra l’Italia e le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il trattato entrò in vigore il 15 settembre dello stesso anno e, per Gorizia, quella data rappresentò una delle cesure più profonde della sua storia. La città rimase all’Italia, ma una parte considerevole del territorio che per secoli aveva gravitato attorno ad essa venne assegnata alla Jugoslavia. Il nuovo confine non seguiva barriere naturali né una separazione netta tra comunità distinte: attraversava un’area nella quale i rapporti economici, sociali e familiari si erano sviluppati indipendentemente dalle future appartenenze statali. Gorizia era il punto di riferimento di quel territorio articolato, fatto di località, campagne, vie di comunicazione e attività produttive che concorrevano alla vita della città.
Il confine del 1947 non nacque improvvisamente. Fu il risultato di un lungo confronto diplomatico nel quale si intrecciarono le rivendicazioni italiane e jugoslave, le valutazioni delle potenze alleate e il progressivo deterioramento dei rapporti internazionali. Le commissioni incaricate di studiare la situazione territoriale cercarono di individuare possibili linee di separazione tenendo conto della distribuzione delle popolazioni, delle caratteristiche geografiche e degli interessi economici. Ma nessun tracciato avrebbe potuto risolvere completamente il problema, perché la composizione etnica del territorio non corrispondeva a una distribuzione ordinata e omogenea. Italiani e sloveni vivevano in un’area segnata da insediamenti differenti, da una lunga storia di contatti e da situazioni locali che rendevano impossibile un confine capace di rispettare tutte le appartenenze. La scelta delle grandi potenze dipese, oltre che da considerazioni etniche, da valutazioni strategiche e politiche. Il confine fu quindi il prodotto di un compromesso internazionale, non la semplice traduzione geografica di una divisione già esistente.
Per Gorizia, la conseguenza più evidente fu la separazione dal proprio entroterra orientale. Salcano, San Pietro, la valle del Vipacco e numerose altre località passarono alla Jugoslavia, mentre la città rimase italiana. Il confine attraversò quel sistema di relazioni quotidiane che abbiamo visto nella giornata di mercato della Gorizia asburgica. Quelle relazioni non scomparvero tutte immediatamente, ma vennero sottoposte a controlli, limitazioni e procedure che ne cambiarono il funzionamento.
È per questo che ritengo appropriato parlare del confine del 1947 come di un’amputazione. Il termine è forte e, naturalmente, non appartiene al linguaggio neutrale della diplomazia. Esprime però efficacemente ciò che avvenne a un territorio nel quale le relazioni erano state costruite attraverso una lunga sedimentazione storica. Una città, oltre all’insieme degli edifici compresi nel suo perimetro amministrativo, è la rete dei collegamenti, dei servizi, dei commerci, delle consuetudini e delle relazioni umane che la uniscono all’ambiente circostante. Quando quella rete viene interrotta, la città continua a esistere, ma il suo funzionamento cambia. Ed è quanto accadde a Gorizia.
Vorrei soffermarmi su questo aspetto, perché parlare del confine del 1947 soltanto attraverso le carte geografiche rischia di farci perdere di vista la sua dimensione umana. Una linea tracciata su una carta può sembrare una soluzione amministrativa, ma trasferita sul terreno diventa una barriera concreta. Luoghi che fino al giorno precedente erano raggiungibili senza formalità divennero territorio di un altro Stato. In alcuni casi terreni della stessa azienda agricola si trovarono divisi dal confine; in altri, i rapporti tra abitazione, campi e luoghi di lavoro furono resi difficili dai controlli. Molte famiglie avevano parenti nelle località assegnate alla Jugoslavia. Raggiungere un mercato, partecipare a una ricorrenza familiare, frequentare persone che abitavano a pochi minuti di distanza diventò un’operazione soggetta a documenti, autorizzazioni e limitazioni.
La divisione ebbe conseguenze rilevanti anche sull’economia cittadina. Gorizia conservò le proprie funzioni amministrative nell’ambito italiano, ma perse una parte significativa del bacino territoriale che ne aveva sostenuto le attività commerciali. I collegamenti verso oriente furono interrotti o sottoposti ai controlli di confine, e la nuova situazione internazionale impose una riorganizzazione dei flussi economici. Imprese e commercianti dovevano trovare nuovi clienti e nuovi fornitori e adattarsi a una geografia molto cambiata. La città che aveva svolto una funzione di raccordo tra aree diverse si trovava improvvisamente ai margini del territorio nazionale italiano, a ridosso di uno Stato che, soprattutto nei primi anni del dopoguerra, apparteneva a un sistema politico ed economico molto differente.
La separazione colpì, con modalità differenti, persone di entrambe le comunità. Il nuovo confine non coincideva infatti con una divisione netta tra due popolazioni nazionali. Vi erano sloveni che continuarono a vivere a Gorizia e nei comuni rimasti italiani, così come vi erano italiani nei territori assegnati alla Jugoslavia. Le famiglie potevano avere componenti su entrambi i lati del confine e le identità personali non sempre corrispondevano alle categorie utilizzate nelle trattative diplomatiche. La trasformazione del confine in una barriera politica rese più difficile quella pluralità di appartenenze che aveva caratterizzato la storia locale. Molti abitanti dovettero scegliere, adattarsi o ridefinire il proprio rapporto con lo Stato e con la comunità di riferimento.
Per comprendere il trauma vissuto dalla città è utile distinguere la perdita territoriale dalla percezione collettiva di quella perdita. Gorizia non fu materialmente divisa in due città preesistenti, perché Nova Gorica ancora non esisteva. Fu invece separata da una parte del territorio con il quale aveva costruito la propria storia. La distinzione è importante, perché nella memoria pubblica si tende talvolta a descrivere la nascita di Nova Gorica come la conseguenza della divisione di un unico centro urbano. In realtà la nuova città jugoslava fu progettata e costruita dopo il trattato. Il confine non separò due città già esistenti: creò le condizioni perché, accanto alla Gorizia storica, ne sorgesse una seconda.
La nascita di Nova Gorica e la nuova geografia del territorio
La decisione di costruire Nova Gorica fu assunta dalle autorità jugoslave nel quadro della riorganizzazione del territorio dopo il trattato di pace. Il progetto prese avvio nel 1947 e i lavori cominciarono nel 1948, dando progressivamente forma a un nuovo centro urbano destinato a svolgere le funzioni che, prima della divisione, erano state esercitate da Gorizia. La nuova città sorse a oriente del confine, in prossimità di Salcano, San Pietro e della stazione ferroviaria della Transalpina, secondo un’impostazione urbanistica moderna. Oltre alle abitazioni e agli uffici, si trattava di affermare una presenza politica e amministrativa capace di rappresentare il futuro del territorio all’interno della Jugoslavia socialista.
La nascita di Nova Gorica ebbe quindi un significato che andava oltre le esigenze urbanistiche. Era anche una risposta simbolica alla perdita di Gorizia da parte jugoslava. La nuova città avrebbe dovuto offrire servizi, opportunità di lavoro, spazi culturali e istituzioni alle popolazioni del territorio, e nello stesso tempo esprimeva la volontà di costruire una nuova identità urbana. Il suo sviluppo fu graduale e accompagnò le trasformazioni economiche e sociali della Jugoslavia del dopoguerra. Con il passare degli anni Nova Gorica divenne un centro sempre più importante, con una propria vita amministrativa, culturale ed economica, indipendente dalla sua origine di città sorta in funzione del confine.
La presenza di due città così vicine, appartenenti a Stati differenti, produsse una situazione particolare. Gorizia e Nova Gorica erano separate da un confine internazionale, ma condividevano uno spazio geografico ristretto e una storia territoriale comune. La vicinanza non comportava automaticamente rapporti facili, soprattutto nei primi anni, quando il confine era sottoposto a controlli rigorosi. Proprio quella prossimità, però, avrebbe favorito nel tempo lo sviluppo di relazioni commerciali, familiari e culturali, dimostrando quanto fosse difficile trasformare una separazione politica in una divisione assoluta della società.
Un luogo permette di visualizzare questa vicenda meglio di molti altri: la piazza davanti alla stazione ferroviaria della Transalpina. L’edificio della stazione, inaugurato nel 1906, apparteneva alla rete ferroviaria asburgica ed era uno dei simboli dei collegamenti che univano Gorizia al territorio dell’Impero. Dopo il 1947 la stazione rimase in territorio jugoslavo e il confine passò attraverso lo spazio antistante. Quel luogo, nato per favorire il movimento delle persone e delle merci, divenne così una rappresentazione concreta della separazione. Le barriere che vi furono installate nel dopoguerra assunsero un valore simbolico particolarmente forte.
Vivere lungo il confine: dalla separazione ai primi accordi
Nei primi anni successivi al 1947, il confine tra Italia e Jugoslavia fu caratterizzato da controlli e limitazioni che rendevano difficili gli spostamenti. La situazione era aggravata dalle tensioni internazionali e dall’incertezza che continuava a interessare l’intera area adriatica. La rottura tra Tito e Stalin nel 1948 modificò la posizione della Jugoslavia nel sistema internazionale, aprendo progressivamente nuove possibilità di rapporto con i paesi occidentali. Questo cambiamento non comportò un’immediata liberalizzazione del confine, ma contribuì a creare condizioni diplomatiche diverse rispetto a quelle dei primi anni del dopoguerra.
Per la popolazione goriziana il problema degli attraversamenti rimaneva centrale, ma il confine non aveva lo stesso significato per tutti: per alcuni era soprattutto una barriera politica, per altri una difficoltà economica o un ostacolo nei rapporti familiari.
Una delle caratteristiche più interessanti della storia successiva è la progressiva ricerca di strumenti capaci di attenuare gli effetti della separazione. Già nei primi anni del dopoguerra furono introdotte disposizioni particolari per alcune categorie di residenti nelle zone di confine, mentre gli accordi bilaterali degli anni Cinquanta contribuirono ad ampliare le possibilità di movimento. Gli accordi di Udine del 1955, in particolare, furono una tappa importante nella regolamentazione del traffico locale di confine tra Italia e Jugoslavia. Il regime dei lasciapassare consentì a numerosi abitanti delle aree interessate di attraversare il confine con modalità agevolate rispetto a quelle previste per i normali viaggi internazionali.
Questo sistema non eliminava il confine e non garantiva una libertà di movimento paragonabile a quella attuale. Riconosceva però implicitamente una realtà che la divisione politica non era riuscita a cancellare: le popolazioni dei due versanti avevano bisogno di mantenere rapporti reciproci. Il regime particolare per i residenti delle zone confinarie dimostrava che il territorio non poteva essere trattato come un qualsiasi confine tra Stati lontani. La vicinanza geografica, le relazioni familiari, le esigenze agricole e gli scambi economici richiedevano soluzioni specifiche. Il confine continuava a esistere, ma cominciava a diventare più permeabile.
Nel corso dei decenni successivi il rapporto tra Gorizia e il territorio jugoslavo si trasformò ulteriormente. Le differenze tra i sistemi politici ed economici rimasero evidenti, ma gli attraversamenti crearono nuove consuetudini. Per molti cittadini jugoslavi Gorizia divenne una meta per gli acquisti, e i negozi goriziani ne beneficiarono in determinati periodi. Gli abitanti italiani frequentavano invece le località oltreconfine per ragioni familiari, turistiche e commerciali. Si sviluppò così una particolare economia di confine, nella quale le differenze tra i due sistemi statali diventavano un’occasione di scambio. Il confine che aveva interrotto rapporti precedenti finì per favorirne altri, costruiti proprio sulla presenza di due Stati differenti.
Questa progressiva apertura non cancellava le tensioni politiche e le memorie contrapposte. La Guerra fredda continuava a condizionare i rapporti internazionali e il confine rimaneva sottoposto a controlli. Il fascismo, la guerra, le deportazioni e la separazione territoriale continuavano a pesare sulla percezione reciproca. Le memorie delle due comunità venivano raccontate separatamente, all’interno di tradizioni politiche e familiari che faticavano a riconoscere l’esperienza degli altri.
Dagli accordi di Osimo alla fine della Jugoslavia
Un passaggio importante nella normalizzazione dei rapporti tra Italia e Jugoslavia fu il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975. Gli accordi riguardavano soprattutto la definizione definitiva del confine nell’area dell’ex Territorio Libero di Trieste, ma si inserivano in un più ampio processo di stabilizzazione delle relazioni bilaterali. Per Gorizia il confine del 1947 era già stato stabilito dal trattato di pace. Il miglioramento complessivo dei rapporti tra i due Stati favorì però un clima nel quale la cooperazione economica e i contatti tra le popolazioni potevano svilupparsi con maggiore continuità.
Nel frattempo la società goriziana era cambiata. Le generazioni nate dopo la guerra avevano conosciuto il confine come una presenza abituale, parte della geografia quotidiana. Per chi era cresciuto negli anni Cinquanta o Sessanta, il confine non era necessariamente il ricordo di una separazione vissuta personalmente, ma una realtà concreta con la quale imparare a convivere. I controlli continuavano a ricordare che si entrava in un altro Stato, ma il gesto stesso dell’attraversamento diventava sempre più normale.
La dissoluzione della Jugoslavia, all’inizio degli anni Novanta, aprì una nuova fase. Nel giugno 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza, dando avvio a un breve conflitto con l’esercito federale jugoslavo. Anche il territorio vicino a Gorizia visse momenti di tensione, perché il controllo dei valichi e delle vie di comunicazione era uno degli aspetti strategici del confronto. La cosiddetta guerra dei dieci giorni si concluse con il ritiro delle forze federali e con il consolidamento dell’indipendenza slovena. Per Gorizia quel passaggio ebbe un significato particolare: il confine che dal 1947 l’aveva separata dalla Jugoslavia diventava ora il confine con un nuovo Stato indipendente, la Repubblica di Slovenia.
La nascita della Slovenia cambiò il quadro politico nel quale si erano sviluppati i rapporti tra le due città. La nuova Repubblica avviò un percorso di avvicinamento alle istituzioni europee, mentre l’Italia si trovò a condividere il proprio confine orientale con uno Stato che aspirava a entrare nello stesso sistema di integrazione economica e politica. La contrapposizione ideologica che aveva caratterizzato buona parte del secondo dopoguerra veniva meno e si aprivano possibilità di collaborazione prima condizionate dalla divisione dell’Europa in blocchi contrapposti.
Questo cambiamento non cancellò automaticamente le difficoltà. Le questioni legate alla tutela delle minoranze, alla memoria storica, ai rapporti economici e alla gestione del territorio continuarono a richiedere attenzione. Il quadro generale, però, era ormai diverso. Il confine separava due paesi democratici che stavano costruendo rapporti sempre più stretti nel contesto europeo, non più due Stati appartenenti a sistemi politici opposti. Per la prima volta dopo molti decenni diventava possibile immaginare il futuro di Gorizia e Nova Gorica secondo la logica della collaborazione oltre che della separazione.
Il 2004 e il 2007: quando il confine cominciò a perdere la sua funzione
Il 1° maggio 2004 la Slovenia entrò nell’Unione europea. Fu un avvenimento di grande importanza per l’intero continente, perché l’allargamento dell’Unione a diversi paesi dell’Europa centrale e orientale superava una parte delle divisioni prodotte dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda. Per Gorizia e Nova Gorica quella data ebbe un significato ancora più immediato. Due città che per oltre mezzo secolo erano appartenute a Stati collocati in sistemi politici ed economici differenti si ritrovavano all’interno di uno stesso spazio di integrazione europea.
L’ingresso della Slovenia nell’Unione europea non comportò l’immediata abolizione dei controlli alle persone al confine. Questi continuarono fino all’adesione slovena allo spazio Schengen, avvenuta il 21 dicembre 2007. È importante distinguere le due date, perché spesso nella memoria collettiva vengono sovrapposte. Nel 2004 caddero importanti barriere istituzionali ed economiche legate all’appartenenza all’Unione europea. Nel dicembre 2007 vennero eliminati i controlli sistematici alle persone ai confini terrestri interni, rendendo possibile un attraversamento ordinario senza fermarsi ai valichi per esibire i documenti. Il confine internazionale non scomparve giuridicamente, ma cambiò radicalmente la sua presenza nella vita quotidiana.
Per chi aveva conosciuto le difficoltà degli attraversamenti nel secondo dopoguerra, quel cambiamento aveva un significato difficile da comprendere per le generazioni più giovani. Percorrere una strada senza fermarsi davanti a una barriera, raggiungere un negozio o un’abitazione senza passare da un controllo al confine, muoversi liberamente tra Gorizia e Nova Gorica: era il superamento di una condizione che per decenni era sembrata immutabile. La normalità di questi gesti era proprio l’aspetto più straordinario del cambiamento.
La piazza della Transalpina, oggi piazza Transalpina sul versante italiano e Trg Evrope su quello sloveno, assunse un valore simbolico particolare. Il luogo nel quale il confine aveva materializzato la divisione tra due Stati diventava uno spazio condiviso, nel quale era possibile attraversare la linea di confine senza incontrare una barriera permanente. La pavimentazione che richiama il tracciato del confine non cancella la memoria della separazione, ma la rende leggibile attraverso un segno diverso. Dove un tempo si trovavano ostacoli fisici, oggi si può camminare liberamente. La geografia materiale è rimasta sostanzialmente la stessa; sono cambiate le decisioni politiche che stabiliscono se e come attraversarla.
Non dobbiamo tuttavia attribuire a queste trasformazioni un significato eccessivamente semplice. La caduta delle barriere non equivale alla scomparsa delle differenze linguistiche, amministrative, culturali e sociali. Gorizia e Nova Gorica continuano ad appartenere a due Stati, con ordinamenti, servizi pubblici e istituzioni differenti. Anche il confine giuridico continua a esistere e i controlli possono essere temporaneamente ripristinati, come è avvenuto in particolari circostanze negli anni successivi. La libera circolazione è una conquista politica e istituzionale, non un fatto irreversibile garantito dalla geografia.
Le differenze linguistiche, inoltre, continuano a rappresentare un ostacolo per una parte della popolazione, mentre i percorsi scolastici, le abitudini culturali e i sistemi di informazione rimangono in larga misura distinti. Questa constatazione ci conduce al significato della collaborazione tra le due parti del confine e all’esperienza di GO! 2025.
GO! 2025: due città e una Capitale europea della cultura
La designazione di Nova Gorica e Gorizia come Capitale europea della cultura 2025 è stata un passaggio importante nella storia delle relazioni tra le due città. Formalmente il titolo è stato assegnato a Nova Gorica, che ha sviluppato il progetto insieme a Gorizia: è la prima Capitale europea della cultura costruita esplicitamente attorno alla collaborazione tra due città divise da un confine di Stato. Oltre al programma di eventi, il significato dell’iniziativa sta nella scelta di presentare il confine come un elemento da attraversare e interpretare.
La candidatura comune è stata resa possibile da un percorso di collaborazione avviato ben prima del 2025. Un ruolo significativo è stato svolto dal Gruppo europeo di cooperazione territoriale GO, costituito nel 2011 dai comuni di Gorizia, Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba. Attraverso questo organismo, le amministrazioni hanno potuto sviluppare iniziative comuni in diversi settori, affrontando problemi che non possono essere risolti efficacemente da una sola parte del confine. La mobilità, i servizi sanitari, le infrastrutture, la valorizzazione culturale e la gestione degli spazi urbani condivisi richiedono strumenti di cooperazione capaci di superare le differenze amministrative tra i due Stati.
GO! 2025 ha avuto il merito di portare questa collaborazione all’attenzione europea, trasformando una vicenda locale in un tema di interesse più generale. La storia di Gorizia e Nova Gorica permette di osservare, in uno spazio geografico ristretto, alcuni dei principali processi dell’Europa contemporanea. Vi si ritrovano la dissoluzione degli imperi, l’affermazione degli Stati nazionali, le guerre mondiali, le dittature, le divisioni della Guerra fredda e il successivo processo di integrazione europea. Le due città sono un caso particolarmente significativo perché questi cambiamenti hanno inciso direttamente sulla vita quotidiana delle persone, oltre che sulla diplomazia e sulle istituzioni.
La Capitale europea della cultura ha dunque offerto un’occasione per interrogarsi sul significato del confine, ma non può essere considerata il punto conclusivo di un processo storico. Sarebbe riduttivo raccontare la vicenda goriziana come una storia che comincia con la divisione del 1947 e termina felicemente con le celebrazioni del 2025. La cooperazione istituzionale può produrre risultati importanti, ma non elimina automaticamente le differenze sociali, economiche e culturali, né sostituisce il lavoro necessario per affrontare le memorie contrastanti del Novecento.
La questione fondamentale riguarda ciò che rimane dopo le manifestazioni, le inaugurazioni e le celebrazioni. La collaborazione tra Gorizia e Nova Gorica va valutata anche sulla capacità di migliorare concretamente la vita dei cittadini, rendere più accessibili i servizi, favorire gli scambi culturali, sviluppare opportunità economiche e creare occasioni stabili di incontro. La cultura può svolgere un ruolo importante, soprattutto quando, oltre a rappresentare simbolicamente la convivenza, fa conoscere storie e sensibilità differenti. Perché questo avvenga, però, bisogna riconoscere che le due città non condividono una memoria storica uniforme.
Per una parte della popolazione italiana, il 1947 rimane soprattutto il ricordo della perdita dell’entroterra, della separazione e dell’incertezza sul futuro della città. Per molti sloveni, invece, la stessa data è legata anche alla fine della sovranità italiana su territori nei quali la popolazione slovena aveva subito le politiche di snazionalizzazione del fascismo. Queste interpretazioni non possono essere semplicemente sovrapposte, né una può essere cancellata in nome dell’altra. la memoria non può essere condivisa, perché è individuale. Ma la storia passa per il riconoscimento che gli stessi avvenimenti possono essere stati vissuti in maniera differente; non può essere imposto un unico racconto. Una collaborazione autentica richiede la capacità di confrontarsi anche con ciò che divide, senza ridurre la storia a una successione di celebrazioni concilianti.
È qui che il caso goriziano assume un significato più ampio. Il confine del 1947, oltre a separare due Stati, divenne nel tempo un elemento attorno al quale si costruirono identità, memorie e rappresentazioni politiche. La sua progressiva apertura ha modificato le possibilità di movimento e di collaborazione, ma il superamento delle barriere materiali non coincide necessariamente con quello delle distanze culturali.
Conclusione: il confine nelle persone
Siamo partiti dalla Gorizia asburgica del primo Novecento, centro di un territorio attraversato da lingue, culture e appartenenze differenti. Abbiamo seguito le fratture che l’hanno trasformata: la Grande guerra e l’annessione all’Italia, il fascismo, la Seconda guerra mondiale e il maggio 1945, il Trattato di pace del 1947, che lasciò la città all’Italia separandola da una parte considerevole del suo territorio. Poi il lungo processo con cui quel confine, rigido nei primi anni, è diventato più permeabile, fino all’indipendenza slovena, all’ingresso della Slovenia nell’Unione europea e nello spazio Schengen e a GO! 2025.
C’è un elemento che attraversa tutte queste vicende e che vorrei rimanesse al centro della nostra riflessione. I confini sono decisioni politiche che modificano la vita delle persone, talvolta in modo improvviso e traumatico, altre volte attraverso trasformazioni lente, che incidono sulle abitudini e sulle relazioni quotidiane. Un confine può separare Stati, ma può anche attraversare famiglie, comunità e memorie. Può diventare un ostacolo materiale, ma anche un riferimento identitario, un luogo di incontro oppure una fonte di opportunità economiche. Il suo significato cambia nel tempo, perché cambia il modo in cui le persone lo vivono.
Per questo motivo, raccontare la storia di Gorizia soltanto attraverso le vicende diplomatiche e militari non sarebbe sufficiente. Le decisioni assunte a Vienna, Roma, Belgrado o Parigi hanno avuto conseguenze concrete nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni familiari. Dietro ogni trasformazione territoriale ci sono persone che hanno dovuto adattarsi, scegliere, rinunciare a qualcosa o ricostruire la propria vita. È attraverso queste esperienze che la grande storia diventa comprensibile.
Vorrei concludere con una considerazione. Oggi possiamo attraversare il confine tra Gorizia e Nova Gorica con una facilità che sarebbe sembrata impensabile a chi visse gli anni immediatamente successivi al 1947. Possiamo camminare nella piazza della Transalpina, raggiungere le località dell’entroterra e muoverci tra due città che condividono uno spazio urbano sempre più interconnesso. Eppure, attraversare un confine non significa necessariamente averne compreso la storia. La conoscenza reciproca richiede qualcosa di più della libertà di movimento: curiosità, disponibilità ad ascoltare e capacità di riconoscere anche le memorie che non coincidono con le nostre.
Oltre a quello che attraversa il territorio, resta il confine tra i racconti che le persone fanno della propria storia. Da qui prenderanno avvio i nostri prossimi incontri, nei quali cercheremo di comprendere che cosa abbia significato vivere lungo questo confine attraverso le esperienze individuali, le scelte e le vicende di coloro che ne sono stati protagonisti.

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