Una storia ritrovata in funzione del prossimo copione teatrale, una leggenda goriziana e la ricerca di una giovane amica.
In questi giorni sto preparando il copione del prossimo spettacolo teatrale dedicato alle donne che hanno fatto la storia di Gorizia. È un lavoro che mi appassiona, perché ogni volta che torno a incontrare queste figure femminili mi accorgo di quanto la storia della nostra città sia ricca di donne straordinarie, spesso dimenticate, poco raccontate o nascoste dietro i nomi degli uomini che le hanno accompagnate.
Mentre leggevo, mi è tornata in mente una figura misteriosa, legata a uno dei luoghi più suggestivi della città: la Dama Bianca del Castello di Gorizia.
Chi era davvero questa donna? Era soltanto un fantasma nato dalla fantasia popolare, una presenza romantica destinata ad aggirarsi tra le mura di un antico maniero, oppure dietro quella leggenda si nascondeva una persona realmente esistita?
La curiosità ha avuto la meglio e ho cominciato a cercare. Ed è stato così che mi sono imbattuta in un bell'articolo di Lodovica Gaia Stasi, una mia giovane amica che alcuni anni fa aveva curato un interessante progetto per l'associazione culturale Examina.
L'articolo, intitolato Caterina di Jara, indomita Contessa della Contea di Gorizia, mi ha subito conquistata. Non soltanto perché raccontava una vicenda che conoscevo poco, ma soprattutto perché restituiva voce e personalità a una donna che meritava decisamente qualcosa di più di una leggenda.
Da quella lettura è partita la mia ricerca. Ho cercato altre informazioni, confrontato notizie e approfondito alcuni passaggi della sua vita. E più leggevo, più mi convincevo che Caterina di Gara fosse una di quelle donne che avrebbero davvero molto da raccontare, anche a noi che viviamo nel XXI secolo.
Una giovane nobildonna ungherese alla corte di Gorizia. Per incontrare Caterina dobbiamo tornare al Quattrocento, quando Gorizia non era ancora la città che conosciamo, ma il centro di una contea attraversata da interessi dinastici, alleanze politiche e continue lotte per il potere.
Caterina apparteneva alla potente famiglia ungherese dei Gara, o Garay. Era figlia del palatino Nicola Gara, uno degli uomini più influenti del Regno d'Ungheria, ed era imparentata con la famiglia dei conti di Cilli, protagonisti della politica dell'Europa centrale.
Nel 1438 sposò il conte Enrico di Gorizia. Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente per l'epoca. I matrimoni tra famiglie nobili erano soprattutto strumenti politici, utili a consolidare alleanze e garantire discendenze.
Ma c'era un dettaglio non trascurabile: Enrico aveva oltre quarant'anni più della giovane sposa. Era un uomo anziano, già segnato da una lunga vita politica e da precedenti matrimoni. Aveva bisogno di eredi maschi per assicurare la continuità della dinastia. Caterina gli diede tre figli: Giovanni, Ludovico e Leonardo. Quest'ultimo sarebbe diventato l'ultimo conte di Gorizia, morto nel 1500 senza discendenti, segnando la fine della dinastia.
Ma Caterina non era destinata a rimanere semplicemente la giovane moglie incaricata di garantire un futuro alla casata. Aveva un carattere forte, una notevole intelligenza politica e, soprattutto, non sembrava affatto disposta a restare nell'ombra.
Un matrimonio tutt'altro che tranquillo. Se qualcuno pensasse che la vita delle nobildonne medievali fosse fatta soltanto di ricami, preghiere e ricevimenti, la storia di Caterina potrebbe riservargli qualche sorpresa. Il matrimonio con Enrico fu decisamente burrascoso.
Le fonti raccontano di dissidi continui, difficoltà economiche, contrasti politici e accuse di ubriachezza rivolte al conte. Ma soprattutto raccontano qualcosa che, per una donna del Quattrocento, appare davvero straordinario. Nel 1443 Caterina riuscì a far imprigionare suo marito nel castello di Bruck, presso Lienz.
Sì, avete letto bene. Non fu il marito a rinchiudere la moglie ribelle, come forse ci si aspetterebbe da una storia medievale. Fu lei a far rinchiudere lui. Naturalmente non dobbiamo immaginare questa vicenda come una semplice lite coniugale degenerata. Dietro c'erano questioni di potere, proprietà, diritti economici e alleanze politiche.
Come racconta anche Lodovica Stasi nel suo articolo, Caterina rivendicava per sé e per i figli un mantenimento adeguato al loro rango e seppe approfittare delle difficoltà politiche del marito per rafforzare la propria posizione. Riuscì a ottenere il controllo di importanti possedimenti, tra cui il castello di Grünburg, e a muoversi con abilità tra gli interessi dei potenti dell'epoca. Enrico tentò persino di ricorrere all'autorità di papa Eugenio IV per convincerla a tornare da lui. Ma Caterina, secondo quanto riportano le ricostruzioni storiche, non aveva alcuna intenzione di piegarsi.
Mi viene da sorridere pensando a quanto dovesse essere difficile, per gli uomini del suo tempo, avere a che fare con una donna simile. Eppure la vicenda non finì lì. Nel 1453 Caterina riuscì nuovamente a estromettere Enrico dal potere e a farlo imprigionare. Due volte. Una contessa medievale che fa imprigionare due volte il marito non è esattamente un personaggio che passa inosservato.
Una donna che sapeva governare. Sarebbe però riduttivo ricordare Caterina soltanto per i suoi clamorosi contrasti matrimoniali. La parte più interessante della sua storia è un'altra: Caterina dimostrò di possedere una vera capacità politica. In un periodo nel quale il potere era quasi esclusivamente nelle mani degli uomini, seppe intervenire direttamente nel governo della contea, amministrare possedimenti, difendere interessi dinastici e costruire rapporti con le grandi famiglie e le corti dell'Europa centrale. Alla morte di Enrico, nel 1454, continuò a esercitare un ruolo importante accanto ai figli, talvolta agendo anche al loro posto. La sua influenza fu particolarmente significativa su Leonardo, destinato a essere l'ultimo rappresentante della dinastia goriziana.
Caterina non era dunque soltanto una moglie ribelle. Era una donna consapevole della propria posizione, capace di esercitare autorità e di difendere con determinazione ciò che riteneva le spettasse.
Naturalmente dobbiamo evitare di attribuirle idee moderne che non appartenevano al suo tempo. Caterina agiva all'interno di un mondo aristocratico, difendeva i privilegi della propria famiglia e perseguiva precisi obiettivi dinastici. Ma questo non rende meno interessante la sua vicenda. Anzi, ci aiuta a comprendere come anche nel Medioevo le donne potessero trovare spazi di azione politica molto più ampi di quanto siamo abituati a immaginare.
Una coppia davvero male assortita. A raccontarci qualcosa del carattere di Caterina fu anche un osservatore d'eccezione: Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II. Parlando dei coniugi goriziani, li definì un dispar coniugium, un matrimonio male assortito. Non è difficile immaginare perché. Da una parte un conte anziano, coinvolto in difficoltà politiche e personali. Dall'altra una donna giovane, energica e determinata a esercitare un ruolo attivo. Piccolomini descrisse Caterina con l'espressione latina forma praestanti et audacia, riconoscendole bellezza e audacia. Un giudizio che va naturalmente letto nel contesto politico dell'epoca, perché l'umanista non era un osservatore del tutto imparziale. E tuttavia è significativo che, persino nelle testimonianze di un mondo dominato dagli uomini, la personalità di Caterina emergesse con tanta forza.
E la Dama Bianca? A questo punto torniamo alla domanda dalla quale era partita la mia curiosità. Che cosa c'entra questa donna così concreta, energica e combattiva con la misteriosa Dama Bianca? Il Castello di Gorizia, come molti antichi manieri, custodisce racconti di presenze, apparizioni e figure femminili avvolte nel mistero. Nella tradizione locale il nome di Caterina è stato accostato alla figura della Dama Bianca. Ma qui è importante distinguere la storia dalla leggenda. Non abbiamo elementi sufficienti per affermare che la misteriosa apparizione sia nata proprio dalla vicenda della contessa. Le leggende cambiano nel tempo, si sovrappongono e spesso finiscono per attribuire a personaggi realmente esistiti storie che appartengono soprattutto all'immaginario popolare. Eppure questo legame, anche se non documentato con certezza, mi affascina. Perché penso a quanto sia curioso il destino di certe donne. In vita Caterina fu una protagonista della politica goriziana, capace di sfidare il marito, difendere i propri interessi e governare. Nei secoli successivi, il suo ricordo è rimasto anche associato all'immagine sfuggente di una donna vestita di bianco.
Quasi che una donna troppo forte per il proprio tempo dovesse trasformarsi in un fantasma per continuare ad abitare la memoria collettiva. È una suggestione, naturalmente, non una conclusione storica. Ma è una suggestione che fa riflettere.
Riportare Caterina fuori dall'ombra. Non conosciamo con certezza la data di nascita di Caterina e anche quella della morte, collocata generalmente intorno al 1473, rimane approssimativa. Sappiamo però che la sua vita attraversò uno dei periodi più complessi della storia goriziana. Sappiamo che fu madre di tre figli, che partecipò alle lotte politiche del suo tempo e che non esitò a scontrarsi con il marito pur di difendere la propria posizione. E sappiamo che la sua figura colpì i contemporanei abbastanza da lasciare tracce nelle cronache e nelle ricostruzioni storiche. Mentre torno al copione del nostro spettacolo, mi accorgo che è proprio questo il senso del lavoro che stiamo facendo raccontando le donne che hanno fatto la storia di Gorizia.
Non si tratta soltanto di recuperare nomi e date. Si tratta di restituire alle donne il posto che hanno occupato nella storia, anche quando quel posto è stato dimenticato, ridimensionato o trasformato in leggenda. Perché dietro ogni nome può esserci una vita sorprendente. Dietro ogni vicenda tramandata, una storia diversa da quella che immaginiamo. E talvolta, dietro una Dama Bianca, possiamo scoprire una donna in carne e ossa che non aveva affatto intenzione di essere invisibile.
Devo ringraziare Lodovica Gaia Stasi per avermi accompagnata, attraverso il suo articolo, alla riscoperta di Caterina. È bello quando il lavoro culturale fatto anni prima continua a suscitare curiosità e a generare nuove storie. Quanto a me, la prossima volta che guarderò il Castello di Gorizia, probabilmente penserò meno ai fantasmi e un po' di più a quella giovane contessa ungherese che, nel lontano Quattrocento, ebbe il coraggio e l'abilità di prendere in mano il proprio destino. Forse la vera leggenda di Caterina di Gara non è quella della Dama Bianca. È la sua vita.
Per chi desidera approfondire
La prima lettura che mi ha accompagnata in questa ricerca è l'articolo di Lodovica Gaia Stasi, Caterina di Jara, indomita Contessa della Contea di Gorizia, pubblicato sul sito dell'Associazione Examina.
Per approfondire la figura storica di Caterina e il contesto politico nel quale visse, segnalo anche:
Enrico IV, Dizionario Biografico dei Friulani, che ricostruisce le vicende della famiglia comitale goriziana.
Diplomatici goriziani nel Medioevo, di Federico Vidic, per il contesto diplomatico e politico della contea.
La storia di Caterina è documentata, mentre la sua identificazione con la Dama Bianca appartiene alla tradizione.

Se poi amate i podcast, ascoltate questo: https://youtu.be/udpVKSc05EM?is=OqMo-jzlYLR7JI12
RispondiElimina