Verso i 275 anni dell’Arcidiocesi, una storia che da Maria Teresa al Novecento intreccia la vita religiosa con quella politica della nostra città.
Il 18 aprile 2027 l’Arcidiocesi di Gorizia compirà 275 anni, e da questo ottobre è in programma una serie di iniziative per ricordarlo. È un anniversario che riguarda anche chi non frequenta le chiese, perché la storia della Chiesa goriziana è anche la storia di una città che ha conosciuto imperi, guerre, cambi di sovranità, conflitti nazionali e confini. Una città nella quale, per secoli, la convivenza fra lingue e culture diverse è stata una condizione quotidiana, prima di diventare un argomento di dibattito politico.
L’Arcidiocesi nasce nel Settecento per effetto di un confine politico e, due secoli più tardi, un altro confine ne modifica profondamente il territorio. Fra il 1752 e il 1947 si svolge una vicenda che appartiene alla memoria collettiva del Goriziano.
Le origini vanno cercate alla metà del XVIII secolo, quando il Patriarcato di Aquileia, una delle più antiche e prestigiose istituzioni ecclesiastiche dell’Europa centro-orientale, si trovava in una situazione difficilmente sostenibile. Il suo territorio si estendeva su domini appartenenti a due potenze, la Repubblica di Venezia e la monarchia asburgica, nessuna delle quali vedeva di buon occhio un’autorità religiosa capace di esercitare la propria giurisdizione oltre i rispettivi confini. In gioco c’erano il controllo del territorio, i rapporti fra Stato e Chiesa e gli equilibri diplomatici dell’epoca.
Fu papa Benedetto XIV, con la bolla Iniuncta nobis del 6 luglio 1751, a sopprimere il Patriarcato di Aquileia e a disporre la costituzione di due nuove circoscrizioni ecclesiastiche, una per i territori veneziani e l’altra per quelli imperiali. Il 18 aprile 1752, con la bolla Sacrosanctae militantis Ecclesiae, venne istituita l’Arcidiocesi di Gorizia. L’antica unità religiosa aquileiese lasciava il posto a una nuova geografia ecclesiastica che rispecchiava quella politica.
Gorizia acquistava così un prestigio superiore alle sue dimensioni. La nuova sede metropolitana comprendeva una vasta provincia ecclesiastica, con diocesi suffraganee quali Como, Trento, Trieste e Pedena. Nel 1766 all’arcivescovo venne riconosciuto anche il titolo di principe del Sacro Romano Impero. Per una città relativamente piccola, ai margini sud-occidentali dei domini asburgici, era un riconoscimento di notevole importanza.
Il primo arcivescovo, Carlo Michele d’Attems, era un goriziano appartenente a una delle famiglie più importanti della nobiltà locale e godeva del favore di Maria Teresa d’Austria. Durante le visite pastorali predicava in italiano, friulano, sloveno e tedesco, segno di una conoscenza del territorio che andava oltre l’amministrazione.
Nel Settecento i nazionalismi che avrebbero segnato i secoli successivi non si erano ancora affermati, e il primo arcivescovo di Gorizia si rivolgeva ai fedeli nelle loro lingue. Lo faceva per una ragione pratica più che di principio: per esercitare il ministero bisognava farsi capire dalle comunità. La pluralità linguistica apparteneva alla struttura stessa del territorio, molto prima di diventare una questione politica.
Gli equilibri fra potere religioso e potere civile restavano fragili. Il successore di Attems, Rodolfo Giuseppe d’Edling, entrò in contrasto con l’imperatore Giuseppe II, le cui riforme miravano a sottoporre le istituzioni ecclesiastiche a un controllo sempre più stretto dello Stato. D’Edling fu costretto a rinunciare all’incarico e terminò la vita in esilio a Lodi, dove morì nel 1804. Nel 1787 la sede goriziana era stata soppressa nell’ambito della riorganizzazione ecclesiastica voluta dall’imperatore; fu ripristinata nel 1791, con un territorio ridimensionato e la denominazione di Gorizia e Gradisca.
In meno di quarant’anni dalla fondazione, Gorizia aveva quindi conosciuto il prestigio di una sede metropolitana, lo scontro fra un arcivescovo e l’imperatore, la soppressione e la ricostituzione della diocesi. Come al tempo della fine del Patriarcato, la politica continuava a incidere sulla vita religiosa.
Nell’Ottocento il territorio diocesano assunse una configurazione più stabile. Nel 1818 vi furono inseriti il Monfalconese e Grado, prima appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica udinese. Nello stesso secolo l’affermazione delle identità nazionali, il Risorgimento, le trasformazioni dell’Impero asburgico e poi i contrasti fra italiani e sloveni posero alla Chiesa goriziana problemi nuovi, spesso difficili da conciliare con la sua tradizione plurilingue.
Una figura significativa di questo periodo è Francesco Borgia Sedej, arcivescovo dal 1906 al 1931. Sloveno, guidò la diocesi negli anni della Prima guerra mondiale, del passaggio di Gorizia all’Italia e dell’affermazione del fascismo, e la sua vicenda mostra quanto fosse complesso il rapporto fra appartenenza religiosa e identità nazionale. In un territorio dove italiani, sloveni e friulani avevano condiviso per generazioni le stesse istituzioni ecclesiastiche, le politiche di assimilazione linguistica e culturale finirono per investire anche la vita della Chiesa.
La Grande Guerra aveva già lasciato ferite profonde: chiese distrutte, parrocchie devastate, popolazioni sfollate, comunità disperse. Gli edifici religiosi ricostruiti nel dopoguerra ne sono ancora una testimonianza visibile, e dietro ciascuno ci sono storie di distruzione e di ritorno, di sacerdoti rimasti accanto ai fedeli, di paesi ricominciati quasi da zero.
Nel 1947 il Trattato di pace e il nuovo confine fra Italia e Jugoslavia modificarono ancora una volta la geografia del Goriziano, separando comunità che avevano condiviso per secoli la stessa storia religiosa. Per la diocesi la divisione toccava le competenze ecclesiastiche e insieme le relazioni fra persone, famiglie e paesi, in un territorio dove le appartenenze erano spesso più complesse delle classificazioni nazionali.
Nel 1752 la nascita dell’Arcidiocesi era stata determinata dalla necessità di adeguare l’organizzazione ecclesiastica ai confini fra Venezia e l’Impero. Quasi duecento anni dopo, un’altra decisione internazionale imponeva alla Chiesa goriziana una nuova divisione. In entrambi i casi erano stati gli Stati, con le loro ragioni politiche e diplomatiche, a modificare una realtà religiosa e sociale formatasi nel corso dei secoli.
La storia dell’Arcidiocesi è fatta anche di scuole, ospedali, istituzioni assistenziali, biblioteche, archivi e opere d’arte: delle Orsoline e degli altri ordini religiosi, dei sacerdoti di paese, delle confraternite e delle tante persone che hanno contribuito alla vita delle comunità. Le donne vi hanno avuto spesso un ruolo fondamentale, anche se meno visibile nelle ricostruzioni ufficiali.
L’Archivio storico diocesano conserva documenti che risalgono al XIII secolo, oltre ai registri parrocchiali e alle carte relative alle comunità italiane e slovene. Servono agli studiosi di storia ecclesiastica e a chiunque voglia ricostruire la vita quotidiana del territorio: nei registri di battesimi, matrimoni e morti si ritrovano le vicende delle famiglie, i movimenti della popolazione, le trasformazioni sociali e le tracce di quelle identità linguistiche che le grandi narrazioni politiche hanno talvolta cercato di semplificare.
Le celebrazioni per il 275° anniversario saranno l’occasione per riscoprire parte di questo patrimonio. Il programma si apre domenica 18 ottobre con una passeggiata storica dedicata alla fine del Patriarcato di Aquileia e a Carlo Michele d’Attems, e prevede incontri, conferenze, concerti, visite guidate e iniziative per le scuole. Il momento centrale sarà la celebrazione del 18 aprile 2027 nella Cattedrale dei Santi Ilario e Taziano. È prevista inoltre la ripubblicazione del volume di Luigi Tavano, La Diocesi di Gorizia 1750–1947, aggiornato con un contributo di Ivan Portelli che prosegue la ricostruzione fino al Sinodo diocesano del 1998.
Sarebbe utile che la ricorrenza servisse anche ad approfondire gli aspetti meno conosciuti e più problematici: il rapporto fra la Chiesa e le diverse comunità linguistiche, le tensioni dell’epoca fascista, il ruolo delle istituzioni religiose durante le guerre, le conseguenze del confine del 1947 e i rapporti successivi con le comunità slovene. Conoscere il passato significa accettarne anche le contraddizioni, e un anniversario è un buon momento per farlo.
Gorizia ha spesso raccontato se stessa attraverso le divisioni che ha subito. La storia della sua Arcidiocesi mostra anche una continuità fatta di relazioni, tradizioni, lingue e persone che hanno attraversato i cambiamenti politici senza identificarsi del tutto con nessuno di essi. È questa memoria comune, più della durata dell’istituzione, a rendere interessanti i 275 anni che ci prepariamo a ricordare.

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