Il lago di Santa Lucia l'ho costeggiato decine di volte, durante una delle tante gitarelle fuori confine. Bello, quieto, perfettamente inserito nel paesaggio, talmente naturale, almeno ai miei occhi, che non mi ero mai chiesta se fosse sempre stato lì. Invece è artificiale, nato in funzione della centrale idroelettrica di Doblar.
Lo scopro soltanto adesso grazie ad Ana, amica e guida turistica abilitata — tesserino compreso, ci tiene giustamente a precisarlo — che con una certa regolarità riesce a trascinarci alla scoperta di pezzi di Slovenia che abbiamo magari sotto il naso da una vita e dei quali sappiamo pochissimo.
La visita alla centrale è possibile soltanto il sabato e l'organizzazione segue il nostro collaudatissimo metodo: giro di messaggi WhatsApp, adesioni, rinunce, ripensamenti dell'ultimo minuto e, alla fine, conta dei presenti. La giornata, per fortuna, non è particolarmente calda. Ci troviamo al parcheggio prima del ponte del Sabotino, a Salcano, riduciamo il numero delle auto raggruppandoci alla meglio e, in una mezz'ora, siamo davanti alla centrale.
Qui Ana cede il testimone a Martina, responsabile della comunicazione delle Soške elektrarne, che ci accoglie e ci introduce alla visita dell'impianto. La prima sorpresa, almeno per me, sono i marmi: una profusione di marmi, in un edificio industriale, che davvero non mi aspettavo, spazi progettati con una cura e una monumentalità che oggi associamo difficilmente a una centrale elettrica.
Ho chiesto ad Adriano, amico architetto che era con noi, se esistano ancora professionisti capaci di costruire così: risposta sconsolata, no. Ha aggiunto che forse non esistono più nemmeno politici capaci di commissionare opere del genere, e su questo abbiamo preferito non aprire il dibattito, altrimenti rischiavamo di perdere le turbine.
A un certo punto anche Martina passa il testimone e, per entrare davvero nel cuore della centrale, ci affida all'ingegnere Boštjan Čopi, responsabile dell'impianto, che da quel momento ci accompagna nella parte più tecnica della visita. È con lui che cominciamo a capire che dentro quella montagna convivono due epoche diverse dell'ingegneria: Doblar I, entrata in funzione nel 1939, e Doblar II, realizzata più di sessant'anni dopo, tra il 1997 e il 2002.
Le ricerche per individuare il punto in cui costruire la diga di Podselo erano cominciate nel 1936 e appena tre anni dopo, l'8 aprile 1939, entrava in funzione il primo gruppo della centrale di Doblar I. L'acqua del bacino viene convogliata attraverso un tunnel di derivazione lungo 3.567 metri e con un diametro di 5,6 metri, più di tre chilometri e mezzo scavati nella montagna per portare l'acqua fino alla sala macchine, dove tre turbine Francis verticali, costruite dalla Riva di Milano, e altrettanti generatori BBC trasformano la forza della caduta in energia elettrica.
Trenta megawatt di potenza installata e una produzione che può arrivare a circa 150 mila MWh all'anno: sono numeri e i numeri, confesso, non sono mai stati il mio forte, ma pronunciati lì dentro, davanti alle turbine, pesano diversamente, perché si vede fisicamente ciò che normalmente ci arriva in casa con un gesto banalissimo, premere un interruttore.
A colpirmi ancora di più è stata però Doblar II, vicinissima alla prima centrale eppure figlia di un modo diverso di pensare l'energia: nasce dall'idea di utilizzare meglio l'acqua che l'Isonzo porta comunque verso valle. Il fiume percorre circa 140 chilometri, quasi cento in Slovenia e poco più di quaranta in Italia; Doblar II permette di sfruttarne meglio la portata, uniformando a 180 metri cubi al secondo quella utilizzabile lungo la catena degli impianti sul fiume.
Per farlo è stato necessario scavare un secondo tunnel, parallelo al primo: quasi quattro chilometri nella montagna, con un diametro di 6,4 metri. Questa volta, però, non si è scavato come negli anni Trenta: è entrata in azione una TBM, una gigantesca fresa meccanica, la stessa tecnologia utilizzata per la centrale di Plave II.
Le fotografie che ci vengono mostrate raccontano l'impresa molto meglio dei dati: quella specie di enorme talpa d'acciaio che avanza dentro la roccia e, dietro di sé, lascia un tunnel perfettamente circolare, rivestito da anelli prefabbricati. Guardandole si capisce davvero che cosa significhi una frase che sulla carta sembra quasi innocua: "scavare una montagna".
Un'altra sorpresa è la quasi totale assenza di persone al lavoro. Ci si aspetterebbe che un luogo del genere brulicasse di tecnici, operai e addetti ai controlli, invece Doblar I e Doblar II sono automatizzate e telecomandate dal centro di controllo delle Soške elektrarne a Nova Gorica.
Nelle grandi sale macchine, che conservano ancora molto dell'impianto e dell'atmosfera originari, con soffitti altissimi, turbine allineate e spazi che hanno qualcosa della cattedrale industriale, la presenza umana è ridotta al minimo. L'Isonzo scorre, l'acqua precipita, le turbine girano, l'elettricità viene prodotta, ma a decidere e controllare tutto, oggi, sono operatori seduti davanti a un quadro comandi a chilometri di distanza.
Poi c'è la storia, quella che finisce sempre per interessarmi più di ogni altra cosa. Nel dopoguerra le centrali di Doblar e Plave arrivarono a coprire circa il 40 per cento del fabbisogno elettrico del Litorale sloveno, Istria compresa.
È un dato che mi è rimasto in testa: quella centrale nascosta nella gola è stata, per una parte importante del Novecento, un pezzo della vita quotidiana di migliaia di persone. L'acqua dell'Isonzo che passava da quelle turbine significava fabbriche che potevano lavorare, strade illuminate e case nelle quali, girando un interruttore, si accendeva la luce.
Torno a casa con il lago di Santa Lucia finalmente spiegato: la diga di Podselo, i tunnel scavati nella montagna, le turbine del 1939, la grande fresa di sessant'anni dopo, l'energia prodotta dall'Isonzo, un pezzo di Novecento che continua a funzionare silenziosamente sotto i nostri occhi. Il lago l'ho costeggiato decine di volte; prima di sabato non sapevo nemmeno perché fosse lì.
La sera stessa Ana mi manda un vocale, che giro poi al gruppo: si è accorta di aver dimenticato di dirci una cosa. È l'impatto paesaggistico di queste opere. La creazione del lago di Santa Lucia ha sommerso il canyon che si era formato alla confluenza tra l'Idrijca e il Soča — un canyon che aveva anche un valore archeologico, perché a Most na Soči si trova un importante sito della cultura di Hallstatt, con reperti studiati da Marchesetti. Il toponimo Dolga Njiva, mi fa notare Ana, significa "campo lungo": lì, prima della diga, c'erano dei campi. Anche vicino al Sabotino — proprio dove ci eravamo dati appuntamento la mattina — l'Isonzo aveva scavato un canyon che la diga di Salcano ha sommerso, alzando il livello dell'acqua fino, forse, a colmarlo del tutto.
Un appunto che vale la pena riportare così come me l'ha mandato: da un punto di vista naturalistico, ambientale e paesaggistico, la costruzione di queste grandi opere idrauliche non va sottovalutata.

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