Luigi Cargnel raccontò Gorizia e il Friuli attraverso migliaia di immagini. Il suo archivio esiste ancora: un patrimonio fotografico da riscoprire, catalogare e restituire alla città. Ne ho parlato, o meglio scritto per l'ultimo numero di Gorizia news e views, attualmente in corso di stampa. Mi accorgo, costantemente, (anche grazie ai lettori e ascoltatori del podcast i quali mi segnalano nomi sconosciuti) che Gorizia può vantare un numero incredibile di cittadini illustri che hanno raccontato la città in diversi modi. E' con piacere, quindi, che oggi racconto quella di Luigi, detto Gigi, Cargnel, il fotografo da riscoprire.
La mostra fotografica di Paolo Gasperini a Casa Morassi mi ha riportato alla mente un pensiero che coltivo da tempo: Gorizia ha sempre avuto, e continua ad avere, un rapporto speciale con la fotografia. È quasi una vocazione della città, più che una questione di singoli fotografi, più o meno conosciuti. Forse dipende dal paesaggio, dalla luce, dal confine, dal bisogno di fermare ciò che cambia e ciò che rischia di scomparire. Gorizia è stata fotografata molto, ma soprattutto ha prodotto persone capaci di guardarla.
Questa tradizione non si è interrotta. Basta pensare all'attività di Mitteldream, il progetto ideato e animato dall'instancabile Alida Cantarut, per capire quanto la fotografia continui a essere, anche oggi, uno degli strumenti attraverso i quali la città racconta se stessa. Io quella storia l'ho osservata da una posizione molto semplice: quella di cliente.
Ricordo bene due negozi che frequentavo abitualmente. Il primo era Fotocinetex, in via Rabatta, nei locali dove oggi lavora un calzolaio. Il secondo era Medeot, in corso Verdi, un'attività che continua ancora oggi con la seconda generazione. Naturalmente a Gorizia esistevano anche altri negozi e studi fotografici, ma quelli erano i miei punti di riferimento. Vi si poteva acquistare una macchina fotografica nuova oppure usata e, soprattutto, si poteva pagarla a rate. Un dettaglio tutt'altro che secondario per una ragazza appena entrata nel mondo del lavoro.
Fu così che, nei primi anni Settanta, dopo aver conquistato — per dirla con Checco Zalone — il sospirato posto fisso, comprai la mia Nikkormat. La Fiat 500 L con il tettuccio apribile, il dizionario enciclopedico Treccani e una macchina fotografica come si deve: furono i grandi investimenti dei miei vent'anni. Oggi fanno sorridere, ma allora rappresentavano qualcosa di molto preciso. L'autonomia, la curiosità, il desiderio di conoscere il mondo e, possibilmente, di conservarne qualche immagine.
In quegli anni a Gorizia un ruolo importante lo aveva anche Giuseppe Assirelli. Lo ricordo fin dalle prime gite scolastiche. Frequentavamo lo stesso istituto per geometri, in classi parallele, e lui girava sempre con la macchina fotografica al collo e una folta chioma riccia che ricordava quella di Lucio Battisti. Ma prima ancora c'era stata un'altra generazione. Quella dei fotografi già affermati, quelli bravi davvero, quelli le cui immagini venivano pubblicate nei libri e sulle riviste.
Tra questi ricordo perfettamente Luigi Cargnel. Nato a Lucinico il 3 maggio 1926, Luigi, chiamato dagli amici Gigi, fu un fotografo autodidatta, ma esercitò la fotografia professionalmente. Morì il 17 luglio 1979, a soli cinquantatré anni, dopo una lunga malattia. La sua attività fu molto più ampia di quanto oggi la memoria collettiva sembri ricordare. Fotografò Gorizia, l'Isontino, il Friuli, i fiumi, le case, i cortili, le edicole votive, le architetture rurali e i volti delle persone. Cercava i segni del tempo, più che la bella immagine.
Le sue fotografie hanno oggi un valore che va oltre quello estetico. Sono documenti della città com'era, delle sue trasformazioni, delle sue scomparse. In alcuni casi sono rimaste l'unica testimonianza di luoghi demoliti o profondamente modificati.
Una parte importante della sua attività si legò alla rivista Iniziativa Isontina e alla collaborazione con Celso Macor. Il loro fu un incontro particolarmente felice: Macor raccontava il territorio attraverso la scrittura, Cargnel attraverso le immagini.
Nel 1965 lavorarono insieme a Isonzo: finalmente fiume di pace. L'anno successivo uscì Torre: fiume del Friuli, un viaggio tra paesaggio, memoria e civiltà contadina. Nel 1970 Cargnel firmò il servizio e l'idea fotografica di Gorizia: le rughe del suo volto, con testo di Sergio Tavano. Già il titolo racconta molto del suo modo di fotografare: la città come un volto segnato dal tempo, nel quale ogni ruga custodiva una storia.
Nel 1974 il Comune pubblicò L'immagine di Gorizia, probabilmente l'opera che più chiaramente restituisce il suo rapporto con la città. Monumenti e strade convivono con cortili, statue, portoni e piccoli segni della devozione popolare. È una Gorizia osservata con attenzione, senza retorica, ma con una profonda partecipazione. Nel 1977 Cargnel realizzò inoltre le fotografie per Case friulane. Architettura spontanea della Bassa, dedicato a un patrimonio edilizio allora ancora diffuso e oggi in larga parte trasformato. Lavorò anche presso il centro regionale di documentazione e catalogazione di Villa Manin, occupandosi della riproduzione fotografica di opere d'arte, edifici e beni culturali. Un lavoro prezioso, spesso poco visibile, ma fondamentale per la conoscenza e la tutela del patrimonio regionale.
Cargnel fu anche un organizzatore. Nel 1970 fu tra i fondatori del Circolo Fotografico Isontino, che presiedette fino alla morte. Promosse mostre, concorsi e rapporti con i fotografi di Nova Gorica, Lubiana e Klagenfurt. Fu tra gli animatori della rassegna triangolare tra Carinzia, Slovenia e Friuli Venezia Giulia. Anche attraverso la fotografia, quindi, cercò di costruire relazioni oltre il confine. In anni nei quali quel confine era una presenza concreta, politica e psicologica, le immagini diventavano una lingua comune, capace di superare barriere che le parole non sempre riuscivano ad attraversare.
Dopo la sua morte il Circolo Fotografico Isontino gli dedicò una mostra retrospettiva, allestita a Gorizia dal 22 al 29 settembre 1979. Nel 1996 il Comune pubblicò inoltre una monografia intitolata semplicemente Luigi Cargnel, primo numero della collana Quaderni di fotografia, con un testo di Celso Macor. Eppure oggi la sua figura sembra essere scivolata ai margini della memoria cittadina.
Il suo nome riemerge qua e là: nei cataloghi delle biblioteche, negli archivi regionali, nei vecchi numeri delle riviste, nei libri fotografici e in qualche articolo dedicato alla Gorizia scomparsa. Manca però una visione complessiva della sua opera. Manca soprattutto un luogo, fisico o digitale, nel quale poterla finalmente conoscere. Perché certamente le 65 fotografie messe online dall’Erpac, non sono che una briciola dell’immenso patrimonio che Gigi Cargnel ci ha lasciato. Ed è qui che la storia assume un risvolto inatteso.
Pochi giorni fa l'amico ed editore Carlo Giovanella si trovava a Napoli, in visita al figlio che lavora nello staff di Luna Rossa. Per una di quelle coincidenze che sembrano costruite apposta per rimettere in movimento i ricordi, mi ha passato al telefono Massimo Cargnel, il figlio di Luigi. Lo avevo conosciuto molti anni fa, quando insegnava in un corso per fotografi professionisti al Cifap di via Cappuccini.
Durante la telefonata Massimo mi ha dato un'informazione decisiva: l'archivio fotografico del padre è nella disponibilità del fratello Fausto. Dunque l'archivio esiste, e sappiamo dove si trova.
Significa che la memoria visiva prodotta da Luigi Cargnel potrebbe non essere dispersa in modo irreparabile tra vecchi libri, ritagli di giornale e fondi archivistici diversi. Potrebbe esistere ancora un nucleo importante di negativi, stampe e documenti capace di ricostruire il lavoro di uno dei fotografi più significativi della Gorizia del secondo Novecento.
Da qui si potrebbe partire per organizzare una mostra, ma anche per avviare un lavoro di catalogazione e digitalizzazione: un omaggio a un fotografo dimenticato, e un modo per restituire alla città una parte della propria memoria. Nelle fotografie di Luigi Cargnel c'è la Gorizia che fu, e il modo in cui la città guardava se stessa.
Non autodidatta, ma cresciuto a bottega. Definire Luigi “Gigi” Cargnel un fotografo autodidatta non è del tutto esatto. Come ricorda il figlio Massimo, negli anni della sua formazione non esistevano vere scuole professionali di fotografia: il mestiere, come accadeva per molti artigiani, si imparava andando a bottega. Gigi scelse il laboratorio dei fratelli Aldo e Giulio Mazzucco, due fotografi con sensibilità diverse e complementari. Aldo prediligeva le colline, Giulio era invece affascinato dalla laguna. Per il giovane Cargnel fu una scuola sul campo: paesaggi diversi, luci diverse, modi differenti di osservare la natura. È anche lì che maturò quella particolare capacità di leggere il territorio che sarebbe poi diventata una delle caratteristiche più riconoscibili delle sue fotografie. La fotografia, tuttavia, non fu mai per lui un’attività esercitata a scopo di lucro. Cargnel fotografava prima di tutto per passione. Soltanto alla fine della sua vita lavorativa, accettò dalla Regione l’incarico di responsabile del gabinetto fotografico del Centro di catalogazione di Villa Manin.
Tra le opere alle quali era maggiormente legato, Massimo ne ricorda in particolare due, entrambe curate dalla sezione goriziana di Italia Nostra su richiesta dell’allora presidente, il conte Coronini: Gorizia viva, pubblicata nel 1973, e un volume fotografico dedicato a Grado, uscito nel 1971, costruito interamente attraverso immagini in bianco e nero. Accanto alle soddisfazioni ci fu però anche un’amarezza che Cargnel non dimenticò. Riguardava Carnia. Incontro e scoperta. Il progetto editoriale era stato pensato e costruito insieme agli altri autori del volume, i cui nomi comparivano in copertina. Quello di Cargnel, invece, venne relegato all’indicazione delle fotografie. Una scelta che gli pesò, perché per lui quelle immagini non erano semplicemente un corredo illustrativo: erano parte integrante dell’idea stessa del libro.

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