Controlli al confine: perchè questa volta Dipiazza ha ragione


Non amo Dipiazza, ma sui controlli alla frontiera slovena ha ragione: tre anni di proroghe, un parere critico di Bruxelles e numeri che vanno letti bene.

Non ho mai nascosto di non amare particolarmente il sindaco di Trieste, alcuni suoi atteggiamenti e alcune sue uscite nei confronti delle donne non contribuiscono certo a renderlo simpatico al pubblico femminile, e personalmente sono sempre stata lontana dal suo modo di intendere e rappresentare la politica. Ma l'onestà intellettuale impone di riconoscere quando una persona con cui spesso non si è d'accordo pone una domanda giusta. E sui controlli alla frontiera con la Slovenia, questa volta, Dipiazza una domanda giusta l'ha posta. 

Il sindaco di Trieste ha contestato l'opportunità di continuare a mantenere un dispositivo che impegna centinaia di uomini delle forze dell'ordine lungo una frontiera interna dell'Unione europea, osservando anche che quelle risorse potrebbero essere impiegate per rafforzare la sicurezza nelle città. È una posizione che merita di essere discussa nel merito, tanto più perché i controlli non sono iniziati ieri.

Una misura "temporanea" che dura da quasi tre anni

L'Italia ha reintrodotto i controlli alla frontiera con la Slovenia il 21 ottobre 2023. La ragione iniziale era seria: il deterioramento della situazione internazionale dopo l'attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, il timore di infiltrazioni terroristiche attraverso la rotta balcanica, la pressione migratoria irregolare e l'attività delle organizzazioni dedite al traffico di esseri umani. Il Codice frontiere Schengen consente infatti agli Stati di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne quando esiste una grave minaccia per l'ordine pubblico o la sicurezza interna.

Ma quella parola - temporaneamente - è quella che nei fatti non ha retto. I controlli sono stati prorogati più volte e il 19 giugno 2026 l'Italia li ha nuovamente estesi fino al 18 dicembre 2026. Alla fine dell'attuale proroga saranno trascorsi più di tre anni dalla loro introduzione, e a quel punto è legittimo chiedersi quando una misura temporanea cominci, nei fatti, ad assomigliare a una misura permanente.

230 mila persone controllate

Il Governo difende il dispositivo presentando i risultati ottenuti. Nei primi sei mesi del 2026 sono stati controllati 104 mila veicoli e oltre 230 mila persone, con 683 respingimenti e 117 arresti. Sono numeri che non vanno minimizzati: ogni persona ricercata individuata, ogni trafficante arrestato, ogni ingresso illegale impedito costituisce un risultato reale.

Ma i numeri vanno anche messi in rapporto tra loro. Su 230 mila persone controllate, 683 respingimenti equivalgono a circa lo 0,30 per cento e i 117 arresti allo 0,05 per cento: in altri termini, circa un arresto ogni duemila persone controllate.

Questo non dimostra che i controlli siano inutili - sarebbe una conclusione troppo semplice - ma nemmeno che siano indispensabili solo perché sono stati effettuati in massa. Il numero delle persone controllate misura l'attività svolta, non l'efficacia della misura.

Il confine che non è davvero un confine

C'è poi un'apparente contraddizione. Tra Italia e Slovenia esistono 57 valichi autorizzati, di cui solo 13 sottoposti a presidio fisso: sugli altri il controllo avviene attraverso servizi dinamici. Non siamo dunque davanti alla ricostruzione di una frontiera impermeabile, e per fortuna: chi vive a Gorizia, Trieste e lungo questa fascia confinaria sa meglio di chiunque altro quanto sarebbe assurdo immaginare di riportare indietro l'orologio.

Ma proprio questa caratteristica del dispositivo rende pertinente la domanda posta da Dipiazza: se gran parte del controllo è già mobile e selettivo, non sarebbe possibile ottenere gli stessi risultati attraverso normali operazioni di polizia, pattuglie miste e cooperazione transfrontaliera, senza mantenere formalmente sospeso il normale regime Schengen? Non è una domanda ideologica ma di efficienza amministrativa  e, soprattutto, è una domanda che pone lo stesso diritto europeo.

Bruxelles ha già espresso i suoi dubbi

Il 2 giugno 2026 la Commissione europea ha adottato un parere specifico sui controlli italiani alla frontiera slovena, un documento che meriterebbe molta più attenzione di quella che ha ricevuto. La Commissione non nega l'esistenza di problemi di sicurezza e riconosce i risultati ottenuti dall'Italia. Ma ricorda un principio fondamentale: il ripristino dei controlli alle frontiere interne deve essere una misura di ultima istanza, necessaria e proporzionata alla minaccia, e devono essere valutate le possibili alternative:  controlli mobili, pattuglie congiunte, cooperazione tra le forze di polizia, scambio di informazioni, tecnologie di sorveglianza, controlli mirati basati sull'analisi del rischio.

La conclusione di Bruxelles è particolarmente significativa: la cooperazione già sviluppata tra Italia, Slovenia e Croazia costituisce una base che dovrebbe consentire di procedere verso una graduale soppressione dei controlli alle frontiere interne, senza compromettere la sicurezza. Diciassette giorni dopo quel parere, l'Italia ha prorogato i controlli per altri sei mesi.

Non basta dire: «servono»

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha affermato che i controlli resteranno «finché saranno necessari» e che, oggi, lo sono sicuramente. Può darsi, ma «sono necessari» è una conclusione, non una motivazione  e in uno Stato di diritto le misure eccezionali devono essere motivate. Nel caso di Schengen il requisito è particolarmente rigoroso: il Codice europeo impone allo Stato che ripristina o prolunga i controlli di dimostrarne necessità e proporzionalità, indicando la natura della minaccia e valutando se gli stessi obiettivi possano essere raggiunti con strumenti meno restrittivi.

La domanda giusta, quindi, non è se i controlli abbiano prodotto qualche risultato - certamente sì - ma se quegli stessi risultati si possano ottenere anche senza sospendere Schengen. Perché se la risposta fosse sì, verrebbe meno una parte essenziale della giustificazione della misura eccezionale.

Nel frattempo la rotta balcanica è cambiata

C'è inoltre un elemento che non può essere ignorato: la pressione migratoria lungo la rotta dei Balcani occidentali è diminuita fortemente. Gli attraversamenti irregolari registrati sulla rotta sono passati da 21.637 nel 2024 a 12.687 nel 2025, una diminuzione del 41 per cento, e nei primi sette mesi del 2026 Frontex ha registrato un'ulteriore diminuzione del 26 per cento. La situazione sulla quale si fondava la decisione dell'ottobre 2023, dunque, non è immutata, e questo conta, perché una misura eccezionale può essere perfettamente giustificata nel momento in cui viene introdotta e cessare di esserlo quando cambiano le circostanze.

Non significa che siano scomparsi terrorismo, traffico di esseri umani o immigrazione clandestina, ma che l'amministrazione deve verificare di continuo se lo strumento adottato sia ancora proporzionato alla situazione esistente.

Trecentoquarantuno uomini ogni giorno

Attualmente il dispositivo impegnerebbe quotidianamente circa 341 appartenenti alle forze dell'ordine: 231 poliziotti, 35 carabinieri e 75 finanzieri. Anche questo dato merita una riflessione, perché quegli uomini non possono essere contemporaneamente altrove ed è precisamente uno degli argomenti utilizzati da Dipiazza: Trieste ha problemi di sicurezza urbana e quelle forze potrebbero essere impiegate sul territorio.

Si può essere d'accordo o meno con lui sulla politica della sicurezza cittadina, ma la domanda sull'impiego delle risorse rimane. Quale delle due utilizzazioni produce maggiore sicurezza per i cittadini: presidiare una frontiera interna attraverso la quale transitano quotidianamente migliaia di cittadini italiani e sloveni, o concentrare uomini e mezzi su operazioni investigative e controlli mirati?

Mostrateci gli atti

Ed è forse questo il punto sul quale sarebbe utile spostare finalmente la discussione. Non serve una battaglia tra chi vuole «le frontiere aperte» e chi vuole «difendere i confini»: è una contrapposizione troppo facile. La questione è molto più concreta, e il Governo dovrebbe rendere conoscibile l'istruttoria sulla quale ha fondato l'ultima proroga.

Qual è oggi la minaccia specifica proveniente dalla frontiera slovena, e come è stata misurata? Qual è l'evoluzione prevista nei prossimi sei mesi? Quali alternative sono state valutate, e perché le pattuglie miste italo-slovene non sarebbero sufficienti? Qual è il costo complessivo del dispositivo? E soprattutto, quali elementi dimostrano che mantenere i controlli di frontiera produca risultati migliori rispetto a controlli mobili e mirati effettuati dalle stesse forze dell'ordine?

Sono domande amministrative prima ancora che politiche, e sarebbe interessante leggere le risposte nei documenti che hanno preceduto la decisione del Governo.

Questa volta sto con Dipiazza

Mi costa persino un po' scriverlo. Ma questa volta Dipiazza ha ragione almeno su una cosa fondamentale: dopo quasi tre anni è legittimo chiedere se questi controlli servano ancora nella forma attuale.

Non significa abbassare la guardia, rinunciare a controllare l'immigrazione clandestina o rinunciare alla lotta contro trafficanti, criminalità organizzata e terrorismo. Significa chiedere che la sicurezza venga perseguita con gli strumenti più efficaci, non semplicemente con quelli ai quali ci siamo abituati.

Schengen ha cambiato profondamente queste terre. A Gorizia e Nova Gorica, forse più che in qualsiasi altro luogo d'Europa, sappiamo cosa significhi vedere scomparire una frontiera. Per questo ogni decisione di ripristinarla dovrebbe rimanere davvero ciò che il diritto europeo prevede: eccezionale, temporanea e strettamente necessaria.

Se quelle condizioni esistono ancora, il Governo lo dimostri con gli atti. Se invece pattuglie miste, intelligence, cooperazione internazionale e controlli mobili possono garantire la stessa sicurezza, forse è arrivato il momento di riconoscerlo: una frontiera non diventa più sicura solo perché vi rimettiamo un posto di blocco.

Mi tocca ammetterlo: questa volta, sindaco Dipiazza, sono d'accordo con lei anche se spero non debba diventare un'abitudine.

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