Quando presentai il mio libro Donne tra due mondi, invitai all'incontro pubblico l'amico Diego Kuzmin, che come me ama la storia locale. Mi aspettavo naturalmente che intervenisse sulle storie raccontate nel libro. Diego, invece, che da anni studia e approfondisce la figura dell'architetto Antonio Lasciac, scelse di leggere un testo attribuito allo stesso Lasciac e destinato a un giornale locale, nel quale si denunciava il malaffare che avrebbe coinvolto alcune donne slovene emigrate ad Alessandria d'Egitto. E, a questo proposito, non posso nascondere che, perlomeno nella ristretta cerchia di conoscenti, quell'intervento era stato ritenuto non molto opportuno, perchè fuori contesto.
La questione mi è tornata in mente di recente, quando un amico - a conoscenza dell'ormai prossima uscita letteraria - mi ha riferito un'altra spiegazione, ricevuta a sua volta da un conoscente sloveno: quelle donne sarebbero state particolarmente ricercate nel mondo arabo perché in gran parte bionde e con gli occhi azzurri, e dunque molto ambite per fini che poco avevano a che vedere con il lavoro.
Che siano esistiti episodi di sfruttamento, prostituzione, inganno o vera e propria tratta è un fatto che nessuno ha interesse a negare. Ci furono casi conosciuti, denunciati pubblicamente e raccontati proprio perché destavano scandalo. Ma un conto è riconoscere l'esistenza di quei casi, un altro è trasformarli nella chiave di lettura di un fenomeno migratorio che coinvolse migliaia di donne nell'arco di decenni. È la differenza che passa tra raccontare un fatto e costruire uno stigma: il fatto riguarda chi lo ha vissuto, lo stigma si allarga a coprire chiunque gli somigli anche solo per provenienza o destinazione. Ed è su questo che vale la pena fermarsi.
Le aleksandrinke, le alessandrine, partirono soprattutto dalle terre slovene del Litorale e dal retroterra goriziano per una ragione assai meno esotica e molto più dura: la necessità. Partivano perché a casa mancava il denaro, perché c'erano debiti, terre da riscattare, figli da mantenere, famiglie che non riuscivano a sopravvivere con ciò che producevano. Alessandria d'Egitto, allora città cosmopolita, ricca, popolata da comunità europee e mediterranee, offriva possibilità di lavoro che in patria mancavano.
Lavoravano soprattutto nelle case: nel servizio domestico, nella cura dei bambini, come balie e governanti. E spedivano a casa il denaro.
È questo il punto che rischia di perdersi dietro il gusto un po' morboso del racconto scandalistico. Quelle donne diventarono spesso il sostegno economico delle loro famiglie. Con le loro rimesse si pagavano debiti, si mantenevano figli e genitori, si salvavano proprietà, si costruivano o si riparavano case. Il loro lavoro lontano da casa contribuì alla sopravvivenza economica di intere famiglie e, in alcuni territori, pesò sulla vita di paesi e comunità.
Eppure proprio su di loro si riversò un sospetto che conosciamo bene e che ha accompagnato per secoli le donne che uscivano dallo spazio nel quale la società riteneva dovessero restare. Una donna che partiva da sola, attraversava il Mediterraneo, guadagnava denaro, viveva per anni in una grande città straniera e tornava con vestiti nuovi, abitudini diverse e maggiore indipendenza diventava facilmente oggetto di chiacchiere. Bastava essere uscita dai confini, senza aver fatto nulla di sconveniente.
E il riferimento alle donne bionde con gli occhi azzurri è forse l'esempio più evidente di quanto questo racconto sia stato sessualizzato nel tempo. Ridurre una migrazione femminile alla presunta attrazione esercitata dal corpo delle emigranti significa guardarle attraverso lo sguardo maschile che le immaginava, invece che per ciò che fecero davvero: il lavoro, il sacrificio, la decisione di partire, la capacità di mandare avanti una famiglia.
Naturalmente non tutte le storie furono uguali, e sarebbe sbagliato trasformare le alessandrine in eroine senza ombre. Alcune ebbero fortuna, altre sofferenza e solitudine; alcune trovarono famiglie che le rispettavano, altre condizioni durissime; alcune tornarono, altre rimasero all'estero. E ci furono anche quelle che finirono davvero nelle reti dello sfruttamento. Riconoscerlo non significa negare le storie difficili, ma tenerle distinte da quelle di chi trovò un lavoro dignitoso e un'indipendenza economica reale: la storia si fa distinguendo i casi, non piegandoli tutti sotto la stessa etichetta.
È proprio questo che mi disturba ancora oggi: scoprire quanto sia tenace l'antica associazione tra donna emigrante e sospetto morale. Sono passati decenni, abbiamo archivi, testimonianze, studi, documentari, memorie familiari, e tuttavia basta una voce ripetuta abbastanza a lungo perché la complessità di una storia venga nuovamente schiacciata dentro una frase: "andavano ad Alessandria perché erano richieste dagli uomini". Non è così. Andavano, prima di tutto, per lavorare, per mandare a casa un salario che a casa non c'era.
Forse è arrivato il momento di restituire a quelle donne dignità, complessità e il diritto di essere ricordate per ciò che fecero davvero — non la santità che non hanno mai chiesto. Perché una società che manda le proprie donne lontano a lavorare, spesso perché non ha altro modo per farle sopravvivere, dovrebbe almeno avere la decenza, un secolo dopo, di non ridurre il loro sacrificio a pettegolezzo.
Lo stigma non ha risparmiato nemmeno Joza Sedmak, partita da Santa Croce a soli quindici anni e diventata, ad Alessandria, una delle signore più in vista della città cosmopolita: anche la sua storia, per decenni, è stata raccontata più come leggenda che come biografia documentata. La racconto nel mio nuovo libro, La miliardaria di Santa Croce, in libreria da sabato prossimo.
Fonti e approfondimenti
- Francesca Biancani, Genere, mobilità e razza nelle migrazioni trans-mediterranee tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: il caso delle aleksandrinke in Egitto, «Afriche e Orienti», n. 2, 2017, pp. 104-122. È la fonte accademica più utile sullo stigma di immoralità, prostituzione e sfruttamento associato alle aleksandrinke.
Scheda dell’articolo – Università di Bologna - Verginella, Marta, Donne e confini, Roma, manifestolibri, 2021.
-
Robert Devetak, Aleksandrinstvo in aleksandrinke v slovenskem goriškem časopisju pred prvo svetovno vojno, «Kronika», 70, 2022, n. 1, pp. 123-140. Ricostruisce in particolare la campagna della stampa goriziana contro l’emigrazione femminile in Egitto.
Articolo su Sistory -
«Soča», 28 marzo 1890, n. 13, Rak na telesu primorskega ljudstva (“Un cancro sul corpo del popolo del Litorale”). Una delle principali fonti primarie della campagna moralistica contro le aleksandrinke.
Numero originale digitalizzato su dLib.si -
«Edinost», 2 aprile 1890, anno XV, n. 27. Risposta critica alle esagerazioni di Soča: particolarmente interessante perché dimostra che già allora quella rappresentazione allarmistica era contestata.
Numero originale su dLib.si -
«Primorski list», 10 e 20 maggio 1897, anno V, nn. 14 e 15, articoli Ne v Aleksandrijo!! (“Non ad Alessandria!!”). Altra testimonianza diretta del giudizio morale sull’emigrazione delle donne sposate e delle giovani verso l’Egitto. I due numeri sono disponibili integralmente nella Digitalna knjižnica Slovenije.
Archivio Primorski list su dLib.s

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