Enrico de Calice: il goriziano ambasciatore a Costantinopoli

Heinrich von Calice: Wikipedia

Da Gorizia a Shanghai, dal Giappone Meiji a Costantinopoli: la storia di Enrico de Calice, diplomatico asburgico dimenticato e decano d'Europa.


C'è un crocicchio, a Gorizia, accanto alla vecchia Casa Rossa, dove per generazioni le famiglie borghesi si sono salutate prima delle grandi partenze. Anton von Mailly lo ricordava così: un ultimo sorso alla salute, un ultimo bacio, una stretta di mano, e poi il fazzoletto colorato tirato fuori dalla marsina per asciugare le lacrime. Perché separarsi, scriveva, è sempre una sofferenza — soprattutto quando chi parte va a Vienna a studiare legge, e la ferrovia non esiste ancora, e la distanza si misura in giorni di carrozza e in mesi di silenzio.

Nel 1848, in uno di quei saluti, un diciassettenne lasciò la tenuta di famiglia a Farra al fratello maggiore e prese la strada per l'università. Si chiamava Enrico de Calice. Nessuno, in quel momento, avrebbe potuto immaginare che quel ragazzo di famiglia agiata ma non nobile, cresciuto tra il ginnasio di Gorizia e le vacanze estive nel Collio, sarebbe diventato uno dei più autorevoli diplomatici dell'Impero asburgico: il primo rappresentante stabile della Duplice Monarchia in Estremo Oriente, ambasciatore a Costantinopoli per un quarto di secolo, decano del corpo diplomatico europeo alla vigilia della Grande Guerra.

 Un bambino "particolarmente brutto".  Enrico de Calice nacque a Gorizia — quasi certamente il 31 marzo 1831, giovedì santo, come lui stesso annotò in un'autobiografia scritta in tedesco e in gran parte perduta durante la Prima guerra mondiale. Un'unica fonte di segno diverso, l'*Österreichisches Biographisches Lexikon*, indica come luogo di nascita Costantinopoli: un'indicazione isolata, che non trova riscontro altrove e che sembra un errore, ma che vale la pena segnalare piuttosto che ignorare in nome della narrazione più comoda.

Della propria nascita Calice lasciò un ricordo insolitamente ironico: era, scrisse, "un bebè particolarmente forte ma talmente brutto" che il padre — uomo di bell'aspetto e vanitoso — la prese come una punizione, e la sorella maggiore Carolina per giorni non si capacitò di avere un fratello così sgraziato.

La famiglia veniva da Paularo, in Carnia: il nonno Giovanni Nepomuceno l'aveva lasciata per la più prospera Gorizia, portando con sé un titolo nobiliare veneziano che contava poco presso l'aristocrazia della Contea. Il padre Francesco sposò Maria del Colle di Farra e acquistò, insieme alla tenuta di campagna, il palazzo già appartenuto agli Strassoldo — oggi sede del municipio di Farra d'Isonzo. Fu un'infanzia segnata presto dal lutto: la madre, che Enrico ricordava come donna "forte, di grande e naturale intelligenza", morì di scarlattina nel dicembre 1838, contagiata mentre assisteva la figlia malata di un'amica. Enrico aveva sette anni.

Crebbe tra Gorizia e Farra, "la mia deliziosa città natale", frequentando al ginnasio i rampolli della nobiltà locale — Attems, Benigni, Coronini, Strassoldo — e stringendo con Leopoldo Strassoldo un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita. Fu sempre il primo della classe, divorò i classici italiani e tedeschi, spese ogni risparmio in libri. E coltivò, fin da allora, una passione che lo avrebbe accompagnato per tutta l'esistenza: il friulano, lingua di famiglia, che considerava — sulla scia dell'abate Jacopo Pirona — non un dialetto ma un idioma autonomo, disceso direttamente dal latino dei legionari e dei coloni di Aquileia. Vi avrebbe tradotto e composto per tutta la vita.

 L'allievo consolare.  Terminato il liceo nel 1848, l'anno delle rivoluzioni che travolsero Vienna e posero fine al lungo dominio di Metternich, Calice si trasferì nella capitale per studiare giurisprudenza, perfezionandosi anche a Heidelberg. Fece pratica forense al Tribunale marittimo di Trieste — allora crocevia di tutti i traffici tra l'Oriente e la Mitteleuropa, dove l'italiano era lingua veicolare obbligatoria per gli allievi dell'Accademia Consolare austriaca. Fu lì, nel 1855, che iniziò davvero la sua carriera: ammesso come allievo consolare, ottenne nel 1857 il primo incarico all'estero, vicecancelliere al consolato di Costantinopoli.

Il viaggio verso la capitale ottomana, due settimane di navigazione lungo la rotta Ancona-Corfù-Smirne fino ai Dardanelli, fu la sua prima vera immersione nel mondo che avrebbe dominato la sua carriera. Tornò a Vienna l'anno seguente per il servizio al Ministero del Commercio, quindi, nel 1859, passò stabilmente al neonato Ministero degli Esteri: vi sarebbe rimasto per i successivi quarantasette anni.

La carriera diplomatica asburgica era, all'epoca, un ambiente fortemente selettivo e legato al lignaggio: pochi giovani di famiglia borghese riuscivano a scalarne i vertici. Calice vi arrivò per merito, superando i durissimi esami previsti dalle riforme del servizio estero, e nel 1864 ottenne la nomina a console a Liverpool — scelto non a caso perché di lingua madre italiana e formato a Trieste, in risposta alle proteste degli armatori triestini contro i consoli onorari inglesi, poco inclini a tutelare gli interessi austriaci. Fu a Liverpool che conobbe Mary Castellain de Vendeville, di una famiglia legittimista francese rifugiata in Inghilterra dopo la Rivoluzione. Sarebbero passati dieci anni prima che potessero sposarsi: l'autorizzazione imperiale al matrimonio con una straniera, per giunta anglicana, richiedeva un'istruttoria lunga e severa.

 Verso l'Estremo Oriente. 
Nel 1868 il ministro degli Esteri Beust chiese a Calice di lasciare Liverpool per imbarcarsi nella spedizione austro-ungarica in Asia orientale, guidata dal contrammiraglio Anton von Petz — la prima missione navale asburgica nell'Oceano Indiano e nel Pacifico. Fu un salto nel vuoto: il Giappone era uscito dall'isolamento solo da pochi anni, la Cina usciva umiliata dalle guerre dell'oppio, il Siam restava un regno che gli europei conoscevano appena.

La squadra salpò da Trieste il 18 ottobre 1868 e, dopo un viaggio di mesi attraverso Gibilterra, Tenerife, il Capo di Buona Speranza e Singapore, raggiunse Bangkok in aprile. Il 17 maggio 1869 Petz firmò con il governo siamese il trattato di amicizia e commercio; a giugno la delegazione trattò a Canton con le autorità cinesi, e il 2 settembre l'accordo con Pechino fu siglato in un padiglione imperiale. Il 18 ottobre 1869, infine, a Yokohama, fu concluso il primo trattato tra l'Austria-Ungheria e il Giappone: firmato dal contrammiraglio Petz come plenipotenziario, con Calice — rappresentante del Ministero degli Esteri — che ne condusse in gran parte le trattative materiali, come testimoniano gli attriti tra i due, arrivati fino a discussioni accese sulla conduzione della missione.

È una precisazione che vale la pena mantenere con chiarezza, perché la vulgata — ripresa talvolta anche nelle presentazioni editoriali della biografia di Federico Vidic — vuole Calice "primo occidentale a firmare un trattato con l'imperatore del Giappone". La documentazione ufficiale giapponese attribuisce quella firma a Petz. Ma tre anni dopo, il 12 gennaio 1872, fu Calice — ormai promosso ministro residente, accreditato su Cina, Giappone e Siam — a presentarsi da solo davanti al giovane imperatore Meiji, Mutsuhito, per l'udienza formale: consegnò le credenziali scritte in latino dalla Cancelleria di Vienna, pose nelle mani del tenno le copie ratificate del trattato, e pronunciò il discorso ufficiale in cui annunciava l'invito di Francesco Giuseppe all'Esposizione universale di Vienna. Fu, questo sì, il primo accordo internazionale a essere consegnato con il sigillo del sovrano considerato di origine divina — un atto diverso dalla firma del 1869, ma non meno significativo per la storia delle relazioni tra Vienna e Tokyo.

 L'affare della fotografia. L'udienza del 12 gennaio 1872 rischiò però di saltare per un incidente che meriterebbe da solo un capitolo a parte. Pochi giorni prima, l'austriaco Raimund von Stillfried, fotografo attivo a Yokohama, si era nascosto su un'imbarcazione ormeggiata lungo il percorso del corteo imperiale e, attraverso un foro nel telone, aveva scattato di nascosto un ritratto del Mikado — violando il divieto assoluto di riprodurre l'immagine del sovrano, la cui vista era proibita persino ai sudditi comuni.

Il governatore di Kanagawa, Mutsu Munemitsu — giovane, colto, e già figura di spicco del nuovo regime Meiji — protestò con veemenza presso le autorità consolari britanniche, che rappresentavano provvisoriamente gli interessi austriaci in assenza di relazioni ufficiali. Calice, informato, ordinò il sequestro coattivo di negativo e stampe. Stillfried non si diede per vinto: rivendicò il diritto di fotografare chi volesse, minacciò di vendere comunque le copie, e trovò l'appoggio della stampa occidentale di Yokohama, che accusò il ministro austriaco di aver fatto, testualmente, "di una mosca... un elefante". Calice non arretrò: gli intimò che, in caso di ulteriore violazione, l'avrebbe fatto arrestare e deportare. Il sequestro fu eseguito con la forza dalla polizia del porto franco.

Fu un episodio minore nella grande storia diplomatica del tempo, ma rivelatore: mostra un funzionario disposto a scontrarsi apertamente con un proprio connazionale — un aristocratico, per giunta — pur di non compromettere una relazione bilaterale ancora fragile, in un momento politicamente delicatissimo per il nuovo Giappone.

 Il ritorno e gli anni romeni.  Nel 1873 Francesco Giuseppe riconobbe a Calice il titolo ereditario di barone e lo richiamò in patria, chiudendo la lunga missione asiatica. Poté finalmente sposare Mary, il 10 settembre 1874, a Grassendale, sobborgo di Liverpool; l'anno dopo nacque l'unico figlio, Franz.

La missione successiva lo portò a Bucarest (1874-1876), come ministro in un principato ancora formalmente tributario del sultano. Vi negoziò un delicato trattato commerciale che riconosceva di fatto l'autonomia romena dalla Porta ottomana, superando le resistenze sia turche sia — internamente — dei latifondisti ungheresi, timorosi della concorrenza del grano romeno sui mercati asburgici. Dovette occuparsi anche della sensibile questione dei diritti di proprietà degli ebrei romeni, trovando un compromesso che concedeva la parità sui beni urbani ma demandava alle amministrazioni locali le questioni fondiarie — un tema che, se letto in controluce, dice qualcosa sulla natura sempre negoziata e mai lineare dei diritti delle minoranze nell'Europa ottocentesca, tanto ai margini dell'Impero ottomano quanto, in tutt'altro contesto, nella Gorizia dei secoli precedenti.

 Il vertice: Costantinopoli.  Nel 1876, mentre l'Europa intera guardava allo scoppio della crisi balcanica, Calice fu richiamato a Vienna come secondo capo sezione del Ministero degli Esteri e inviato a Costantinopoli per i lavori preparatori della celebre conferenza internazionale di fine anno. L'ambasciatore titolare, Franz Zichy, si indignò che "un uomo di rango tanto inferiore al suo" gli fosse messo a fianco; il *New York Times*, con più equanimità, si congratulò con il governo austriaco per aver scelto una persona così preparata, al di là delle convenzioni gerarchiche. La conferenza si chiuse senza risultati concreti — il sultano neutralizzò ogni pressione annunciando una nuova costituzione — ma segnò l'inizio del ruolo di Calice come uno dei principali architetti della politica balcanica austro-ungarica: sua fu, tra l'altro, la convenzione che nel 1879 regolò l'amministrazione asburgica della Bosnia-Erzegovina dopo il Congresso di Berlino.

Il 15 luglio 1880 arrivò la nomina che avrebbe definito il resto della sua vita: ambasciatore a Costantinopoli. Vi rimase fino al 1906, ventisei anni ininterrotti, attraversando la crisi armena, le tensioni cretesi del 1896, i nazionalismi balcanici in crescita, il confronto permanente con Russia, Gran Bretagna e Germania per gli equilibri del Mediterraneo orientale. Negoziò un trattato commerciale con la Turchia, sostenne lo sviluppo delle ferrovie orientali, elaborò con l'ambasciatore russo Zinov'ev un piano di riforme congiunte per la Macedonia. La sua permanenza eccezionalmente lunga — priva di qualunque obbligo di rotazione ai vertici della carriera — lo rese, per giudizio unanime dei colleghi, il decano del corpo diplomatico della capitale ottomana e il più anziano diplomatico ancora in servizio in Europa. Fu nominato conte nel 1906, alla vigilia del pensionamento.

Morì a San Pietro presso Gorizia — oggi Šempeter pri Gorici — il 29 agosto 1912, secondo la maggior parte delle fonti (una sola, l'*Österreichisches Biographisches Lexikon*, indica il 28: una discrepanza minima ma da segnalare, non da sciogliere per comodità narrativa).

 Un goriziano tra gli imperi.  Colpisce, in questa vicenda, quanto poco ci sia di eccezionale nelle premesse e quanto di straordinario negli esiti. Calice non nacque nell'aristocrazia di corte, non ereditò contatti a Vienna, non ebbe scorciatoie. Nacque in una famiglia della borghesia agiata di Farra, in una contea che si affacciava sull'Adriatico ma che restava, agli occhi di molti, un margine dell'Impero. Eppure proprio da quel margine — e forse proprio grazie a esso, alla sua abitudine plurisecolare alla mediazione linguistica e culturale — Calice trovò gli strumenti per diventare uno degli uomini che tennero insieme, per un quarto di secolo, l'equilibrio più fragile d'Europa.

Non è un caso isolato, se si pensa che un altro goriziano, Ludovico Cobenzl, aveva ottenuto secoli prima per l'Austria il possesso delle due legazioni veneziane di Roma e Costantinopoli — entrambe chiamate ancora "Palazzo di Venezia" quando Calice vi si insediò. C'è, in questa continuità, qualcosa che dice della Gorizia asburgica più di molti trattati di storia istituzionale: una città piccola, plurilingue, abituata da secoli a stare fra mondi diversi senza appartenere interamente a nessuno, che proprio da quella condizione seppe generare uomini capaci di muoversi — letteralmente — fino ai confini più remoti dell'Impero e oltre, a Shanghai, a Bangkok, alla corte del Mikado, sulle rive del Bosforo.

Enrico de Calice tornò a morire a pochi passi da dove era nato. Nel mezzo, aveva attraversato sette imperi.

Fonti principali:

Federico Vidic, Enrico de Calice. Un diplomatico goriziano tra il Sol Levante e il Corno d'Oro, Istituto di Storia Sociale e Religiosa, Gorizia, 2017;

Gabriele Zanello, Calice (de) Enrico, diplomatico e letterato", in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei friulani, vol. 3, Udine, Forum, 2009;

Österreichisches Biographisches Lexikon 1815-1950, vol. 1, 1954.
 

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