Nora Pincherle e i volti della Resistenza straniera a Parigi

Ci sono storie che non emergono dai grandi manuali, ma da un nome pronunciato quasi per caso, da una memoria custodita con discrezione, da una traccia che qualcuno ha saputo conservare. La storia di Nora Pincherle è una di queste.

Nora nasce a Fiume il primo aprile del 1914, in una città destinata a cambiare più volte confine e appartenenza. Cresce in una famiglia ebraica abituata al plurilinguismo come pratica quotidiana: italiano, tedesco, ungherese. Le lingue non sono un ornamento, ma un modo per stare al mondo. Negli anni Trenta si trasferisce a Roma, dove studia Scienze Politiche. È una scelta tutt’altro che scontata per una donna dell’epoca. Si laurea nel 1938, proprio mentre le leggi razziali la escludono improvvisamente dalla cittadinanza piena. Poco dopo sceglie Parigi. È un esilio, ma anche un approdo.

La capitale francese, negli anni dell’occupazione, è un crocevia di fuoriusciti, immigrati, antifascisti. Qui Nora entra nella Resistenza e fa parte del Gruppo Manouchian, una formazione partigiana internazionale composta in gran parte da stranieri: italiani, ebrei, spagnoli, armeni, polacchi. A guidarla è Missak Manouchian, armeno, sopravvissuto al genocidio del suo popolo, per il quale la lotta contro il nazismo è una prosecuzione naturale di una vita segnata dalla persecuzione.

Il gruppo compie azioni di sabotaggio e attentati mirati contro gli occupanti nazisti e contro il regime collaborazionista di Vichy. Non si tratta di gesti isolati, ma di una Resistenza organizzata, collettiva, consapevole del prezzo da pagare. Nel 1943 scatta la repressione. Molti vengono arrestati. Nel 1944 ventitré di loro vengono fucilati al Forte del Mont-Valérien.

Per screditarli, la propaganda nazista tappezza Parigi con il famigerato manifesto dell’Affiche rouge. Volti, nomi, origini straniere. “Ebrei”, “comunisti”, “terroristi”. L’intento è chiaro: presentare la Resistenza come un corpo estraneo alla Francia. Ma quel manifesto, nel tempo, diventerà un simbolo opposto: il volto stesso della Resistenza. Tra quei nomi c’è anche Spartaco Fontanot.

Nato a Monfalcone nel 1922, Fontanot segue i genitori in Francia dopo le persecuzioni fasciste. Operaio, studente, poi partigiano. Tiratore scelto, quindi ufficiale, partecipa ad alcune delle azioni più importanti del gruppo Manouchian. È l’unico della componente italiana a comparire sul Manifesto Rosso, indicato come “Fontanot, comunista italiano, 12 attentati”. A Nanterre, dove aveva vissuto, una via è dedicata ai “tre Fontanot”: Spartaco e i cugini Jacques e Nerone, tutti caduti combattendo contro il nazismo.

Accanto a lui c’è un’altra figura che intreccia Resistenza, migrazione e identità: Rino Della Negra. Nato in Francia nel 1923 da genitori originari di Udine, Rino è un giovane operaio e un promettente calciatore del Red Star di Saint-Ouen. Nel 1942 viene destinato al lavoro obbligatorio in Germania. Si sottrae alla deportazione, entra in clandestinità e si unisce alla Resistenza. Dal febbraio 1943 è operativo nel gruppo Manouchian. Oggi ad Argenteuil una via e una sala municipale portano il suo nome. Ma è allo stadio Bauer di Saint-Ouen che la sua memoria è più viva: una lapide lo ricorda e la Tribuna Rino Della Negra è quella dove si concentra il tifo più appassionato del Red Star. Un modo concreto, popolare, di tenere insieme sport, memoria e antifascismo.

Nora Pincherle non viene fucilata. Viene deportata. Alla fine del 1943 è caricata su un treno diretto in Germania. Nel febbraio 1944 arriva a Ravensbrück, il principale campo di concentramento femminile nazista. È registrata come prigioniera politica. Riesce a nascondere la propria origine ebraica: non per rinnegamento, ma per sopravvivenza.

Nel Lager, le lingue tornano a salvarla. Capire, tradurre, mediare significa restare utile, restare viva. Non c’è spazio per la retorica, né per la consolazione. Ci sono però le donne, la solidarietà ostinata, e dettagli che restano impressi per sempre: come le viole del pensiero che crescono lungo il viale del campo, piccoli fiori nel fango, incongrui e reali.

Nel 1945 Nora torna. Ma Fiume non è più casa. Sceglie Gorizia, città delle radici materne, città segnata a sua volta da confini, fratture, ferite della Storia. Qui ricostruisce una vita, lavora come interprete, trasforma le lingue della sopravvivenza in un mestiere. Nel dopoguerra le capita anche di lavorare come interprete per Charles de Gaulle: uno di quei paradossi che il Novecento ha saputo produrre con spietata ironia.

Nora Pincherle muore nel 2010. Nel 2024, Missak Manouchian e sua moglie Mélinée vengono traslati al Panthéon. La Francia riconosce ufficialmente come parte della propria storia quei resistenti che un tempo aveva lasciato esposti sui muri come nemici.

Le storie di Nora, di Spartaco Fontanot, di Rino Della Negra ci ricordano che la Resistenza non è stata solo nazionale, ma profondamente europea e migrante. E che spesso, per molto tempo, la verità resta appesa a un manifesto rosso, in attesa che qualcuno impari finalmente a leggerla.

Il libro Come amare le viole del pensiero? Dio non c'era a Ravensbrück è purtroppo fuori commercio. Ma una interessante analisi dei suoi contenuti è disponibile a questo indirizzo: https://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n15/03_Dep015Badurina.pdf

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